C. M. MARTINI
LA TRASFORMAZIONE DI CRISTO E DEL CRISTIANO
ALLA LUCE DEL TABOR
Un corso di esercizi spirituali
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Rizzoli, 2004

Introduzione

I MEDITAZIONE: Essere e tempo

VII MEDITAZIONE: Le dimensioni della trasformazione battesimale

II MEDITAZIONE: «Salì sul monte a pregare»

VIII MEDITAZIONE: La trasformazione eucaristica

III MEDITAZIONE: Le tentazioni del monte

IX MEDITAZIONE: Conoscere intimamente Gesù per seguirlo

IV MEDITAZIONE: Le tentazioni della pianura

X MEDITAZIONE: Il silenzio del Padre

V MEDITAZIONE: La trasformazione di Gesù

XI MEDITAZIONE: Gesù umiliato

VI MEDITAZIONE: La trasformazione battesimale

XII MEDITAZIONE: Sotto il segno dell’amore

OMELIE

XII MEDITAZIONE

Sotto il segno dell'amore

«Nella memoria della risurrezione gloriosa del Cristo tuo Figlio, donaci, Padre, di entrare nello spirito dell'ultima giornata di esercizi, godendo della gloria e gioia di Gesù, per poterla sentire dentro di noi e poterla testimoniare ad altri. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.

Tra poco, infatti, riprenderemo la vita quotidiana, con le sue fatiche e le sue banalità, ma portiamo con noi la luce taborica e, illuminati da essa, sappiamo che la vita di ogni giorno è, in realtà, luogo in cui si mostra la gloria nascosta di Gesù, è luogo in cui cresciamo nella fede speranza e carità, in cui il Regno viene e la volontà di Dio si compie.»

Nella quarta Settimana degli Esercizi di sant'Ignazio, la Settimana della risurrezione, siamo invitati a «osservare il ruolo di consolatore che assume Cristo, paragonandolo a quello degli amici che consolano altri amici» (n. 224).

Richiamo altri due impegni che caratterizzano quella Settimana.

Anzitutto, «chiedere grazia per rallegrarmi e godere intensamente per la grande gloria e gioia di Cristo nostro Signore» (n. 221). È una grazia non facile, ma essenziale al cristiano per partecipare alla gioia del Risorto che vive in mezzo a noi.

Il secondo impegno è di «considerare come la divinità, che sembrava nascondersi nella passione, appare e si mostra ora tanto miracolosamente nella santissima risurrezione, attraverso i veri e meravigliosi effetti di essa» (n. 223), contemplare la divinità che si mostra in Gesù.

Sono quattro gli spunti di riflessione che vi offro: l'importanza della consolazione; il Tabor come esperienza di consolazione; alcuni casi in cui il Risorto consola i suoi; infine, la vita cristiana sotto il segno della consolazione e della gioia.

L’importanza della consolazione

Abbiamo già detto che per sant'Ignazio la consolazione è un motore potente per camminare, per volare sulle vie della santità perché mette le ali ai piedi (cf Esercizi, Regola III, n. 316).

Pensiamo inoltre al bellissimo inno di san Paolo, che possiamo fare nostro: «Sia benedetto Dio, padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio. Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Quando siamo tribolati, è per la vostra consolazione e salvezza; quando siamo confortati, è per la vostra consolazione, la quale si dimostra nel sopportare con forza le medesime sofferenze che anche noi sopportiamo» (2 Cor 1,3-6). L’Apostolo si sente consolato, vive forti esperienze di consolazione. Egli sa che non sono solo per sé, ma pure per i suoi, a cui pensa sempre, e sa che comunque, sia nella consolazione sia nella tribolazione, aiuta altri. Questo vale anche per la nostra azione pastorale.

La situazione dell'essere consolati da Dio è davvero tipica della vita cristiana. E se il Signore ci fa passare attraverso le prove è perché ne emerga consolazione e conforto.

La consolazione del Tabor

Il Tabor è certamente un'esperienza forte di consolazione per Gesù e per i discepoli. Lo è in quanto mostra il senso complessivo degli eventi di Gesù, collocandoli nel quadro del Primo Testamento e in quello del futuro esodo a Gerusalemme, quindi nel quadro della morte, risurrezione, ascensione, gloria del Signore.

È estremamente importante l'allargamento della visuale e spesso la consolazione può essere semplicemente un ampliamento di orizzonti. Quando ci concentriamo su un evento spiacevole, ne restiamo ipnotizzati e lasciamo dilagare la tristezza in tutto il nostro umore. Se invece allarghiamo le prospettive, leggendo l'evento quale momento di un cammino provvidenziale, torniamo a respirare e riprendiamo coraggio. La Trasfigurazione è appunto l'invito a guardare l'insieme dei misteri e a non farci bloccare da un piccolo o da piccoli episodi.

La Trasfigurazione sul Tabor contiene inoltre un anticipo e una promessa della risurrezione di Gesù, attraverso simboli e parole.

I simboli sono il volto di Gesù splendente come il sole e le vesti bianche come la luce. Simboli - e l'abbiamo già evocato - che rimandano espressamente all'angelo della risurrezione, presente presso la tomba in Mt 28, 3, il cui aspetto era «come la folgore» e le cui vesti «bianche come la neve». Splendore e candore sono il simbolo della vittoria sulla morte e della pienezza di vita. Gesù sul Tabor è già colui che sa vincere la morte.

L’anticipo della risurrezione appare anche nelle parole. La prima è «esodo» e indica il compimento della missione del Figlio di Dio, che morirà, risorgerà e ritornerà al Padre.

Una seconda parola è «gloria». Pietro nella Seconda Lettera sottolinea di essere stato testimone oculare di quell'evento straordinario in cui Gesù «ricevette onore e gloria da Dio Padre» (1,17). E nel racconto di Luca 9, 32 leggiamo che «videro la sua gloria», ossia la gloria definitiva che si manifesterà nella risurrezione.

Tutte le volte che riusciamo a dire: sto soffrendo, ma un giorno avrò il centuplo e il volto di Gesù mi si manifesterà nella pienezza del suo amore, sentiamo in noi la forza della consolazione e sperimentiamo quindi un anticipo di risurrezione.

Gesù risorto consola i suoi

Che cosa potevano aspettarsi gli apostoli dal Risorto? Non avevano la coscienza a posto: erano fuggiti, l'avevano abbandonato, si erano lasciati prendere dalla paura, qualcuno lo aveva tradito, quasi nessuno era sotto la croce. Forse immaginavano che, se Gesù fosse apparso, li avrebbe rimproverati e criticati.

Invece il Risorto, presentandosi a loro, non giudica il comportamento che hanno avuto, non critica, non condanna, non rinfaccia i ricordi dolorosi della loro debolezza, ma conforta e consola. Le uniche parole di rimprovero rivolte sia ai discepoli di Emmaus (Lc 24, 25), sia agli apostoli (Mc 16, 14), non si riferiscono al fatto che lo hanno abbandonato e che, dopo tante promesse, tante parole altisonanti (moriremo con te, verremo con te), si sono dimostrati inaffidabili; si riferiscono piuttosto alla loro poca fede. Avrebbero dovuto credere alle Scritture, alle sue parole e alla testimonianza di chi lo aveva visto risorto. Gesù, che vuole il bene di questi poveri apostoli tramortiti, smarriti, confusi, umiliati, interiormente sconvolti dalla certezza di essere cosi deboli, non tiene conto della loro fragilità, ma li consola e li rilancia.

Soffermiamoci su alcuni esempi di discepoli consolati.

Il primo è nel racconto di Gv 20, 11-16: Maria Maddalena che piange al sepolcro perché si è spezzato il legame terreno col Maestro. Gesù non la rimprovera, anche se le sue lacrime sono dovute a mancanza di fede, a incomprensione del mistero del Risorto. Delicatissimamente interpella la donna, entra nel dolore che vive a partire dalla sua situazione confusa: «Perché piangi? Chi cerchi?». Poi ascolta la risposta goffa e sbagliata: «Dimmi dove l'hai posto e io

andrò a prenderlo». Allora la chiama per nome: «Maria!», una parola che la ricolma di consolazione e le consente di riconoscerlo in verità e pienezza. L’agire di Gesù è un modello stupendo di consolazione che, passando sopra a tutti i difetti, coglie il meglio della persona. Egli sapeva che Maria lo amava e, pronunciandone il nome, risuscita la fiamma del suo amore.

Il secondo esempio riguarda i discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-35). Mentre l'episodio della Maddalena rappresenta il passaggio dal pianto all'esultanza, quello dei discepoli di Emmaus rappresenta il passaggio dallo smarrimento alla chiarezza. I due non piangono, ma sono smarriti, delusi perché Gesù non ha ricostruito il regno di Israele; sono addolorati per la morte del Maestro e insieme sono sconvolti dalle notizie di alcune donne le quali affermano che

il Signore è vivo. Gesù prende occasione dalla loro delusione e dal loro sconvolgimento per spiegare le Scritture, scaldare il cuore e portarli di fronte alla mensa eucaristica. Anche qui con infinita pazienza, agisce positivamente, li illumina e fa cogliere il senso, l'unità, l'ordine, la coerenza, la logicità, la necessità dei testi sacri. È una sorta di lectio divina, che chiarisce e scalda il cuore. I due discepoli, senza capire chi era colui che parlava con loro, si dicevano con stupore: abbiamo ritrovato la pace, la serenità, il conforto, i blocchi che ci intristivano sono stati superati e quelle che sembravano disgrazie ora sappiamo leggerle come situazioni provvidenziali. Gesù compie una consolazione tipicamente biblica, che consiste nello spiegare, a partire dalle Scritture, la ragione di una storia, di una vicenda.

Ancora in Lc 24 il Risorto appare ai discepoli (vv. 36-42). È il passaggio dalla paura alla gioia. Essi infatti sono pieni di paura, l'ipotesi stessa che Gesù sia risorto li spaventa e quasi temono di essere respinti, di sentirsi dire: non vi conosco più, siete incoerenti, bugiardi, fanfaroni. Gesù, anche qui, non pronuncia nessuna delle parole che temevano. Con immensa pazienza si fa riconoscere: guardate, sono io, toccatemi, datemi da mangiare; si sforza di metterli a loro agio, presentandosi come uno di loro, vicino a loro, come amico.

Straordinaria infine la manifestazione di Gesù ai discepoli sul lago di Tiberiade e il colloquio con Pietro, dove il passaggio è dalla vergogna alla fiducia ( Gv 21, 1-19). Il Risorto non rimprovera nessuno: stando sulla riva del lago, consiglia come fare una buona pesca e riempie così il cuore dei discepoli di soddisfazione umana, quasi a sottolineare che è sempre disposto ad aiutarli. Già qualche anno prima Pietro l'aveva sperimentato sul lago di Tiberiade, allorché aveva gettato allargo le reti sulla parola del Signore.

Quando i discepoli tornano a riva, Gesù offre loro da mangiare, senza dire nulla, per non precipitare le cose, per far sì che abbiano modo di rifocillarsi e di riposare dopo avere faticato tutta la notte. È un tocco delicatissimo. Successivamente pone a Pietro per tre volte la domanda: «Pietro mi ami tu?», che permette implicitamente a Pietro di risalire dal suo tradimento, senza alcun rimprovero. Gli riconsegna anzi il mandato, rinnovando gli totalmente la fiducia:

«Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle».

Questa è veramente consolazione regale: non approfittare dell'umiliazione altrui per schernire, schiacciare, mettere da parte, ma riabilitare, ridare coraggio, ridare responsabilità.

Per consolare così, penso che bisogna essere come Gesù, cioè avere in sé una grande gioia, un grande tesoro, perché allora è facile comunicarlo. Il Signore, che ha il tesoro della sua vita divina, fa calare la consolazione come balsamo, goccia a goccia. E noi nella certezza di essere in comunione con lui, possiamo far calare la consolazione goccia a goccia, senza rimproveri né presunzione.

Sotto il segno dell'amore

Infine, a modo di conclusione, vorrei affermare che tutta la vita cristiana è sotto il segno della consolazione e della letizia. Per questo nelle Regole per il discernimento degli spiriti della seconda Settimana, sant'Ignazio scrive: «È proprio di Dio e dei suoi angeli dare con le loro mozioni vera letizia e godimento spirituale, togliendo qualsiasi tristezza e turbamento inoculati dal nemico [è una regola fondamentale. Dio agisce dando letizia e gioia, rimuovendo tristezza e turbamento] mentre è proprio del nemico combattere contro tale letizia e consolazione spirituale, adducendo ragioni speciose, sofismi e continue falsità» (n. 329). In verità, è incredibile la serie delle sottigliezze, delle piccole menzogne, con cui satana cerca di toglierci la

gioia (preoccupazioni, previsioni, ansietà, turbamenti); tutto è utile a satana, e spesso riesce nei suoi intenti. Nostro compito è di combattere contro la tristezza che occupa il nostro cuore e il cuore di tanta gente, cercando di smontare le ragioni di depressione, di amarezza, di sconforto, di disperazione.

La vita cristiana e pastorale è dunque sotto il segno della consolazione e della letizia. E questo perché è sotto il segno dell'amore, che potremmo riferire come cifra conclusiva dei nostri esercizi.

Abbiamo riflettuto sull'insieme della storia e della realtà dell' universo utilizzando la duplice sigla «Essere e tempo». Ora sappiamo che l'Essere di Dio è Amore e il tempo è il luogo nel quale il Padre «ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito». L’universo perciò è fondato sull'Amore, sull'Essere che è Amore e sul tempo che è espressione di amore; l'universo è fondato su creazione e alleanza e se la creazione è un atto di purissimo amore, l'alleanza è un atto di amore folle, che esce da se stesso.

Mi piace leggere così anche il binomio esercizi-vita: espressione di amore, contemplazione dell'amore di Dio e desiderio forte di comunicarlo a tutti coloro che ci sono affidati e al mondo intero.

Rimettiamoci alla grazia dello Spirito Santo, perché ciò che abbiamo visto della luce del Tabor rimanga e illumini i nostri cuori, fino a che vedremo la più grande luce, la luce eterna, che è la pienezza della vita di Dio.