C. M. MARTINI
LA TRASFORMAZIONE DI CRISTO E DEL CRISTIANO
ALLA LUCE DEL TABOR
Un corso di esercizi spirituali
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Rizzoli, 2004

Introduzione

I MEDITAZIONE: Essere e tempo

VII MEDITAZIONE: Le dimensioni della trasformazione battesimale

II MEDITAZIONE: «Salì sul monte a pregare»

VIII MEDITAZIONE: La trasformazione eucaristica

III MEDITAZIONE: Le tentazioni del monte

IX MEDITAZIONE: Conoscere intimamente Gesù per seguirlo

IV MEDITAZIONE: Le tentazioni della pianura

X MEDITAZIONE: Il silenzio del Padre

V MEDITAZIONE: La trasformazione di Gesù

XI MEDITAZIONE: Gesù umiliato

VI MEDITAZIONE: La trasformazione battesimale

XII MEDITAZIONE: Sotto il segno dell’amore

OMELIE

«Il mistero della pietà» La gratuità della fede Una sapienza pura, pacifica, arrendevole
Giocarsi totalmente per Gesù La perseveranza della vita Il tempio indistruttibile

 

  «Il mistero della pietà»

Omelia nella Messa di mercoledì 17 settembre 2003

La bellezza della Chiesa

«Carissimo, ti scrivo nella speranza di venire presto da te; ma se dovessi tardare, voglio che tu sappia come comportarti nella casa di Dio, che é la Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità. Dobbiamo confessare che grande è il mistero della pietà: Egli si manifestò nella carne, / fu giustificato nello Spirito, / apparve agli angeli, / fu annunziato ai pagani, / fu creduto nel mondo, / fu assunto nella gloria» (1Tm 3, 14-16).

La Lettera di san Paolo a Timoteo è un bell'esempio di amicizia fra un apostolo anziano e un presbitero giovane. Timoteo si appoggia a Paolo, che cerca di incoraggiarlo e confortarlo, perché è agli inizi del suo ministero ed è quindi facilmente preso dallo scoraggiamento, dalla paura, dal senso della solitudine. Paolo lo educa, con un affetto che nasce dall'amo del Signore che l'apostolo stesso sperimenta: « scrivo nella speranza di venire presto da te», vorrei esserti vicino per sostenerti; «ma se dovessi ritardare» non importa poi tanto, tu ormai sei adulto, sai che I Chiesa è il tuo sostegno.

A dire che il Signore ci guida a poco a poco partire dagli appoggi umani, che sono utili e belli importanti - a trovare sostegno e conforto nella Chiesa, in quella grande realtà uscita dal costato trafitto di Cristo, che è costituita da tutti i cristi sparsi nel mondo e nella quale troviamo il luogo dove abitare sereni e sicuri.

Ricordo che quando ero ragazzo mi ponevo la domanda: come si fa ad amare la Chiesa? La domanda era giusta, perché conoscevo la Chiesa solo come può conoscerla un bambino, battezzato e che ha fatto 1a prima Comunione. Ma la Chiesa l'ho amata a man a mano che ho investito in essa le mie energie, cercando di servirla e giocandovi la mia vita. Allora mi è diventata familiare e la riconosco come madre che mi ha generato, nutrito, sostenuto.

La amo anche perché manifesta la potenza di Dio. La Chiesa infatti è la casa voluta da Dio, l'edificio da lui piantato quale «colonna e sostegno della verità» scrive Paolo -, e in essa mi sento al sicuro. E’ una casa dove possono esserci talora invidie e calunnie. E tuttavia la Chiesa è più grande degli uomini, perché è la sposa di Cristo e con gli occhi della fede la vediamo come regno di Dio che viene.

Chi inizia l'esperienza di Chiesa può essere preso da paure e da timore, ma se persevera la scorge in tutta la sua verità e maternità.

E io prego per voi, nel desiderio che la conosciate sempre meglio come madre, come luogo in cui ci si sente a proprio agio; se un giorno venisse meno per voi un sostegno umano o un'amicizia troverete sempre in essa una dimora accogliente.

La sicurezza della Chiesa deriva soprattutto dal mistero della fede, da Gesù proclamato in essa, che Paolo chiama «il mistero della pietà», per ricordarci che è un mistero di Amore. Pietà infatti significa amore compassionevole per noi di Dio, che ci è vicino con tenerezza, ci capisce, ci comprende fino in fondo. E quindi il suo mistero non è soltanto di gloria o di fede, ma pure mistero dell'Amore paterno e materno del Signore per ciascuno di noi.

L’Apostolo esprime questo mistero in forma poetica, con un inno liturgico che canta il mistero di Gesù: «Si manifestò nella carne,/ fu giustificato nello Spirito, / apparve agli angeli, / fu annunziato ai pagani, / fu creduto nel mondo, / fu assunto nella gloria». E’ un'acclamazione stupenda ed è lo stesso mistero che celebriamo nell'Eucaristia, dove incontriamo Gesù incarnato, sofferente, crocifisso, morto, risorto, asceso al cielo, incontriamo la pienezza della Chiesa.

E’ stupendo per un prete poter dire: ho perseverato nella celebrazione dell'Eucaristia. Nel 2002 ho celebrato, da Arcivescovo di Milano, il cinquantesimo di sacerdozio e quando i giornalisti mi hanno chiesto quale fosse il ricordo più bello del mio ministero, ho risposto con sincerità: l'aver celebrato la Messa tutti i giorni.

Perché l'Eucaristia è la Chiesa vissuta, l'Eucaristia è appunto «il mistero della pietà».

Rendere gloria alla sapienza di Dio

«In quel tempo, il Signore disse: "A chi dunque paragonerò gli uomini di questa generazione, a chi sono simili? Sono simili a quei bambini che stando in piazza gridano gli uni agli altri: 'Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato: /vi abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!'.

E’ venuto infatti Giovanni il Battista che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: 'Ha un demonio '. E’ venuto il Figlio dell'uomo che mangia e beve, e voi dite: 'Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicano e dei peccatori '. Ma alla sapienza è stata resa giustizia da tutti i suoi figli"» (Lc 7, 3 1-35).

La pagina del Vangelo riporta alla mente le lamentele di tanti parroci che negli anni del mio episcopato mi dicevano, con una vena di tristezza: abbiamo suonato una musica e la gente non ci ha seguiti, ne abbiamo suonata un'altra e non ci ha ascoltato!

Questo significa che la persona umana è fragile, Gesù stesso ha dovuto fare i conti con la nostra incoerenza e debolezza, e se ne è un po' lamentato: è venuto Giovanni Battista e non vi andava bene perché era troppo severo; sono venuto io, che vado in mezzo alla gente, e mi criticate. Davvero non vi va bene niente!

Di fatto, chi non vuole accettare che il Padre si manifesta nell'umiltà di Gesù, potrà sempre portare delle scuse. Occorre un salto di fede, necessario per riconoscere che in questo umile Gesù, nell'apparenza delle specie eucaristiche, nella modestia della sua Chiesa, dei suoi preti, dei suoi sacramenti, viene il regno di Dio e si manifesta la sua gloria.

Con ragione Gesù dice: «Alla sapienza è stata resa giustizia da tutti i suoi figli». Coloro che veramente conoscono la sapienza di Dio, gli rendono gloria e colgono che anche nella piccolezza della Chiesa è davvero all'opera il mistero della pietà, cioè il mistero di Dio che ci ama tanto e ci raggiunge in ogni momento.

 

   Giocarsi totalmente per Gesù

Omelia nella Messa di giovedì 18 settembre 2003

 

Il dono spirituale

«Carissimo, nessuno disprezzi la tua giovane età, ma sii esempio ai fedeli nelle parole, nel comportamento, nella carità, nella fede, nella purezza. Fino al mio arrivo, dedicati alla lettura, all'esortazione e all'insegnamento.

Non trascurare il dono spirituale che è in te e che ti è stato conferito, per indicazioni di profeti, con l'imposizione delle mani da parte del collegio dei presbiteri. Abbi premura di queste cose, dedicati ad esse interamente perché tutti vedano il tuo progresso.

Vigila su te stesso e sul tuo insegnamento e sii perseverante: così facendo salverai te stesso e coloro che ti ascoltano» (1Tm 4, 12-16).

Il primo testo liturgico, sempre dalla Prima Lettera di Paolo a Timoteo, contiene un avvertimento molto importante per i preti, là dove dice: «Non trascurare il dono spirituale che è in te e che ti è stato conferito [... ] con l'imposizione delle mani». Paolo suppone che persino la grazia del diaconato e del presbiterato - che pure è una grazia permanente - venga in qualche maniera a inaridirsi in colui che la riceve, sia come nascosta, sembri venir meno, e tuttavia è possibile rinnovarla e rivivificarla. Questo ammonimento è molto incoraggiante per tanti preti, perché li assicura che possono ricominciare dalla grazia dell'ordinazione data loro in pienezza, pur se talvolta non ne hanno sperimentato l'efficacia.

Significativo è in particolare l'elenco dei tre impegni affidati a Timoteo nell'attesa che arrivi san Paolo, impegni a cui deve comunque dedicarsi: la lettura, l'esortazione, l'insegnamento.

Cogliamo qui l'importanza della lectio divina, cioè della lettura orante e sistematica della Scrittura, da cui derivano l'esortazione e l'insegnamento. Ogni sacerdote deve dunque praticare la lectio prima di esortare e insegnare.

Compiere scelte coraggiose

La pagina evangelica è certamente sconcertante e coraggiosa, e non finiamo mai di capirla, stupendoci per quanto dice; nessuno di noi l'avrebbe scritta. E’ una pagina di conversione, ma il cammino che descrive è un po' anomalo.

«In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; e stando dietro, presso i suoi piedi, piangendo cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato.

A quella vista il fariseo che l'aveva invitato pensò tra sé: "Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice".

Gesù allora gli disse: "Simone, ho una cosa da dirti.

Ed egli: "Maestro, di' pure" .

'Un creditore aveva due debitori: l'uno gli doveva cinquecento denari, l'altro cinquanta. Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?" Simone rispose: "Suppongo quello a cui ha condonato di più". Gli disse Gesù: "Hai giudicato bene".

E volgendosi verso la donna, disse a Simone: "Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m'hai dato l'acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi, Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco '.

Poi disse a lei: "Ti sono perdonati i tuoi peccati". Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: "Chi è quest'uomo che perdona anche i peccati?". Ma egli disse alla donna: "La tua fede ti ha salvata; va' in pace! (Lc 7,36-50).

Il cammino più logico di conversione è quello espresso nella nota parabola del figliol prodigo. Il figlio lascia la famiglia e va in un paese lontano, dove sperpera le sue sostanze vivendo da dissoluto.

Quando si trova nel bisogno e nessuno gli dà da mangiare, si decide a tornare a casa dal padre e gli dice: mi pento,ho peccato contro il Cielo e contro di te. Sono propriamente gli atti del penitente.

Nel brano evangelico invece la donna non dice una parola, non confessa di aver peccato, di pentirsi, non promette di non peccare più. Il suo baciare i piedi di Gesù bagnandoli con le lacrime, l'asciugarli con i capelli, il cospargerli di olio profumato sono gesti che sgorgano dalla sua spontaneità. Ed è veramente coraggioso l'evangelista che ha saputo valorizzare così l'affetto di questa donna per Gesù.

E’ interessante il contrasto tra la figura della donna e la figura di Simone detto il lebbroso. Simone è un tipico fariseo, rigido e un po' presuntuoso, che vuole mettersi in vista invitando il Maestro a mangiare nella sua casa. Tuttavia non vuole compromettersi troppo e quando arriva non gli dà il bacio dell'ospitalità, non gli lava i piedi. Simone sta sulle sue, non si scioglie, e addirittura dubita di Gesù, non ha fiducia in lui, e pensa: se fosse un profeta, saprebbe che specie di donna è colei che lo tocca. Rappresenta in tal modo tutti coloro che accettano Gesù per metà, che non si giocano fino in fondo.

E’ bello contemplare questa donna che mette in gioco totalmente la sua reputazione, che rischia di essere respinta e cacciata fuori, che non si cura più di niente perché il cuore la guida. I gesti da lei compiuti, che Simone potrebbe interpretare negativamente e addirittura con malizia, sono interpretati da Gesù nella maniera migliore: ha molto peccato, perciò ama molto; viene lodata perché il suo grande amore e la totale fiducia che ha in lui hanno completamente rovesciato la sua vita e cancellato tutti i suoi peccati. «Va’ in pace»; non: «fa’ penitenza, non peccare più». ma: «va’ in pace», le dice Gesù.

La sua è una figura spontanea, simpatica, ardente, coraggiosa.

Possiamo inoltre notare nella pagina evangelica la delicatezza di Gesù nei riguardi di Simone. Prima di rimproverarlo, gli racconta una parabola e gli fa pronunciare una risposta giusta: amerà di più quello a cui è stato condonato di più. Lo tratta dunque bene e solo quando si è guadagnato la sua confidenza lo rimprovera: sono entrato nella tua casa e non mi hai dato l'acqua, non mi hai dato un bacio, non mi hai unto con l'olio. Il fariseo credeva di essere un uomo molto misurato, molto sicuro di sé, molto oggettivo, capace di equilibrio; a un tratto si riconosce povero, senza amore, senza coraggio, senza spontaneità, senza energia.

Il Signore ha guarito anche lui, perché anche a lui vuol bene.

Noi stiamo celebrando l’Eucaristia, nella quale Gesù ha giocato tutto se stesso per noi, ci ha molto amato; e proprio perché ci ha amato molto, ci sentiamo perdonati e a nostra volta ci mettiamo in gioco nell'Eucaristia.

Come il giovane Timoteo è chiamato a donarsi nella sua vita pastorale, non lasciandosi vincere dalla timidezza, dalla pusillanimità, dalla pigrizia, dalla voglia di nascondersi, cosi ci é chiesto di fare delle scelte coraggiose, di metterci in gioco in ogni giorno della nostra vita, dicendo: «Signore, disponi di me in tutto ciò che vuoi».

Allora il Signore si rivela a noi come colui che valorizza tutte le nostre intime possibilità e ci dona quella spontaneità, quella gioia, quella scioltezza, quella libertà di cuore che è cosi bella da ammirare nella donna del Vangelo, che supera, vince il proprio peccato con la pienezza del suo dono e del suo amore.

 

   La gratuità della fede

Omelia nella Messa di venerdì 19 settembre 2003

 

La buona battaglia della fede

«Carissimo, questo devi insegnare e raccomandare. Se qualcuno insegna diversamente e non segue le sane parole del Signore nostro Gesù Cristo e la dottrina secondo la pietà, costui è accecato dall'orgoglio, non comprende nulla ed è preso dalla febbre di cavilli e di questioni oziose. Da ciò nascono le invidie, i litigi, le maldicenze, i sospetti cattivi, i conflitti di uomini corrotti nella mente e privi della verità, che considerano la pietà come fonte di guadagno.

Certo, la pietà è un grande guadagno, congiunta però a moderazione!

Infatti non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via. Quando dunque abbiamo di che mangiare e di che coprirci, contentiamoci di questo.

Al contrario coloro che vogliono arricchire cadono nella tentazione, nel laccio e in molte bramosie insensate e funeste, che fanno affogare gli uomini in rovina e perdizione. L’attaccamento al denaro infatti è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori.

Ma tu, uomo di Dio, fuggi queste cose; tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza.

Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni»

(1 Tm 6, 2-12).

E’ ancora Paolo che, rivolgendosi a Timoteo, sottolinea le conseguenze negative derivanti dal non seguire le «sane parole» e «la dottrina secondo la pietà».

In maniera sintetica possiamo dire che le sane parole e la dottrina secondo la pietà consistono nel riconoscimento della gratuità di Dio, di quel Dio che per puro amore ci ama e ci perdona. Chi non la riconosce non è capace lui stesso di gratuità. Infatti la radice dei comportamenti negativi che turbano le comunità affidate a Timoteo (invidie, litigi, maldicenze, sospetti cattivi), è la mancanza di gratuità, il servirsi del Vangelo come fonte di guadagno.

Questa deviazione si è verificata varie volte nella storia della Chiesa, dando origine a molti mali. Paolo afferma con parole semplici ma molto pregnanti: «Coloro che vogliono arricchire cadono nella tentazione, nel laccio e in molte bramosie insensate e funeste, che fanno affogare gli uomini in rovina e perdizione».

Parole che valgono per i preti, ma anche per la società; la rovina di tante persone, famiglie, nazioni è dovuta appunto alla bramosia del guadagno. Di qui ha spesso origine il cosiddetto conflitto di interessi, dove l'interesse proprio viene messo al di sopra del bene comune.

L’attaccamento al denaro è davvero la radice di ogni altro male.

Ma proprio perché non possiamo fare a meno del denaro chiediamo con insistenza al Signore di liberare il nostro cuore dal desiderio di ricchezza, da quell'attaccamento al denaro che ha fatto la rovina di Giuda e ha causato tanti mali nella Chiesa e nella società.

Successivamente Paolo esorta positivamente Timoteo a fuggire queste derive e tendere alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. t la descrizione della vita di un buon prete che, non essendo attirato dal guadagno, serve la sua gente con disinteresse.

Particolarmente incisiva è l'esortazione seguente, e dovremmo sempre tenerla presente: «Combatti la buona battaglia della fede». Il cristiano è in una situazione di lotta, non di pace e nemmeno di armistizio, dal momento che il nostro nemico, cioè il diavolo, come leone ruggente va in giro per cercare chi divorare e come divorarci (cf 1Pt 5,8). Dobbiamo resistere saldamente nella fede con perseveranza e senza mai stancarci, combattendo la buona battaglia ed entrando nella tentazione e nella prova con la certezza di riportare la vittoria.

 

«C'erano con lui i Dodici e alcune donne»

«In quel tempo, Gesù se ne andava per le città e i villaggi, predicando e annunziando la buona novella del regno di Dio. C'erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Magdalena, dalla quale erano usciti sette demoni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni» (Lc 8, 1-3).

Il breve testo di Luca ci ricorda che Gesù «andava per le città e i villaggi, predicando e annunziando la buona novella del regno di Dio».

Leggendo il Vangelo, non si pensa che spesso in Israele il tempo atmosferico è inclemente; nella Galilea per esempio ci sono delle punte di caldo umido opprimente, oppure delle giornate di vento gelido e di pioggia battente. Eppure, nonostante questo contesto faticoso, Gesù non tralasciava mai di percorrere città e villaggi predicando il Vangelo. Anche oggi viene nelle nostre città, nei nostri villaggi e cerca persone che siano disposte, come lui, ad andare per città e villaggi a proclamare la buona notizia del regno di Dio.

Naturalmente egli aveva dei collaboratori, i Dodici e alcune donne che con i loro beni (abbiamo detto, commentando la prima lettura, che non possiamo in certa misura fare a meno del denaro) provvedevano ai bisogni suoi e degli apostoli.

La menzione delle donne ci ricorda che sono davvero preziose in ambito ecclesiale. Sappiamo quanto Giovanni Paolo Il abbia insistito nel sottolineare l’importanza e la dignità della donna nella Chiesa, soprattutto nella sua lettera apostolica Mulieris Dignitatem. E’ un invito per noi a saper valorizzare il genio e il carisma femminile nelle nostre comunità, ad approfondire la missione femminile come punto nodale di molti problemi che viviamo.

E mi piace concludere con una citazione dello stesso Giovanni Paolo II: «Alla luce di Maria, la Chiesa legge sul volto della donna i riflessi di una bellezza, che è specchio dei più alti sentimenti di cui è capace il cuore umano: la totalità oblativa dell'amore; la forza che sa resistere ai più grandi dolori; la fedeltà illimitata e l'operosità infaticabile; la capacità di coniugare l'intuizione penetrante con la parola di sostegno e di incoraggiamento»(Redemptoris Mater,46).

 

   La perseveranza della vita

Omelia nella Messa di sabato 20 settembre 2003

 

Fino alla manifestazione di Gesù

«Carissimo, al cospetto di Dio che dà vita a tutte le cose e di Gesù Cristo che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, ti scongiuro di conservare senza macchia e irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, / che al tempo stabilito sarà a noi rivelata / dal beato e unico Sovrano, / il Re dei regnanti e Signore dei signori, il solo che possiede l'immortalità, / che abita una luce inaccessibile; / che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere. / A lui onore e potenza per sempre. Amen» (1 Tm 6, 13-16).

La lettera amicale di Paolo a Timoteo termina con una formula solennissima: «AI cospetto di Dio che dà vita a tutte le cose [quindi invoca Dio a testimone] e di Gesù Cristo che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, ti scongiuro di conservare senza macchia e irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo».

Non è facile capire che cosa si intende per «conservare il comandamento». Dall'insieme della Lettera si può pensare che è chiesto a Timoteo di mantenere ferme le sue responsabilità di episcopo di fronte a una comunità difficile e di essere fedele alla dottrina della gratuità assoluta del dono di Dio e della misericordia senza limiti che ci salva e ci viene -incontro anche nel nostro peccato. Di fronte a possibili contraffazioni del messaggio, Paolo scongiura l'amico di mantenere ferma questa testimonianza. E insieme di mantenere ferma la sua vita al servizio di Dio, di fronte a qualsiasi circostanza, fosse pure il martirio. E’ una parola molto forte, ma sappiamo che Paolo stesso darà la vita per tale testimonianza. Nell'esortazione «ti scongiuro» è quindi implicito l'impegno di mettere tutta la propria vita a disposizione del Signore.

La richiesta pressante e cordiale dell'Apostolo al discepolo desidero ripeterla a ognuno di voi: conservate la bella testimonianza che avete offerto in questi giorni, conservate quella fede che avete approfondito nelle meditazioni, conservatela con la perseveranza della vostra vita.

Perseveranza fino al momento in cui Gesù si manifesterà: negli eventi significativi del nostro cammino, nelle sofferenze e nelle persecuzioni sopportate per lui, nel momento della nostra morte e, infine, in pienezza, nella vita eterna.

Le battute conclusive riportano un inno in sette versi, probabilmente antecedente alla Lettera, che proclama la grandezza di Dio. La manifestazione del Signore Gesù «al tempo stabilito sarà a noi rivelata / dal beato e unico Sovrano, / il Re dei regnanti e il Signore dei signori, / il solo che possiede l'immortalità, / che abita una luce inaccessibile; / che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere. / A lui onore e potenza per sempre».

E’ un inno che eleva il nostro cuore al Dio invisibile e misterioso, eppure continuamente presente nella nostra esistenza, come lo sentiamo presente in questi giorni di esercizi.

Ascoltare la Parola con cuore buono

«In quel tempo, poiché una gran folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: "Il seminatore uscì a seminare la sua semente. Mentre seminava, parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la divorarono. Un’altra parte cadde sulla pietra e appena germogliata inaridì per mancanza di umidità. Un’altra cadde in mezzo alle spine e le spine, cresciute insieme con essa, la soffocarono. Un’altra cadde sulla terra buona, germogliò e fruttò cento volte tanto". Detto questo, esclamò- "Chi ha orecchi per intendere, intenda!'. I suoi discepoli lo interrogarono sul significato della parabola. Ed egli disse: "A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo in parabole, perché / vedendo non vedano / e udendo non intendano". Il significato della parabola é questo: il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la parola dai loro cuori, perché non credano e così siano salvati. Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, accolgono con gioia la parola, ma non hanno radice; credono per un certo tempo, ma nell'ora della tentazione vengono meno. Il seme caduto in mezzo alle spine sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano sopraffare dalle preoccupazioni, dalla ricchezza e dai piaceri della vita e non giungono a maturazione. Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza» (Lc 8, 4-1 5).

La pericopa del vangelo secondo Luca ci consegna la prima e la più nota delle parabole. Probabilmente Gesù l'ha raccontata non all'inizio del ministero, ma quando a un certo punto la gente cominciava a interrogarsi: come mai questa Parola non ottiene il frutto che avremmo sperato? Come mai tanti non seguono più Gesù? E’ la domanda di noi oggi: perché la Chiesa non è molto ascoltata nel mondo? Perché i giovani che entrano in seminario poi lo lasciano e si allontanano?

La risposta della parabola è semplice: il Vangelo è capace di dare salvezza, il Vangelo è forza, la Parola seminata è buona, non tutti però la ricevono nel debito modo.

I semi caduti lungo la strada rappresentano chi l'ascolta superficialmente e presto la dimentica. I semi caduti sulla pietra sono coloro che, pur avendo accolto con gioia la Parola, non hanno radici e presto si stancano. Le radici sono soprattutto la grazia, la preghiera, la lectio divina; dove non ci sono, facilmente ci si scoraggia nell'ora della tentazione. La terza situazione è quella del seme caduto in mezzo alle spine, che raffigura chi, dopo avere ascoltato la Parola, si lascia fuorviare dal denaro, dal successo, da tutto ciò che costituisce la mondanità. Questo è un pericolo che rimane sempre, perché sempre siamo circondati dalle spine, che sono lo spirito mondano, lo spirito che ci porta a cercare le nostre comodità, il guadagno, lo star bene, l'evitare le fatiche, il soddisfare i nostri sensi. E per questo a poco a poco la Parola non ha più gusto, perde significato, si entra in uno stato di confusione e si arriva ad abbandonare tutto.

Mi pare tuttavia che Gesù racconti la parabola specialmente per sottolineare la quarta situazione e cioè per ricordarci che la Parola è efficace e, quando cade sulla terra buona e viene accolta e custodita con cuore buono e perfetto, produce frutto.

Domandiamo al Signore che custodisca il nostro cuore con la sua Parola e ci insegni a custodirla con la fedeltà alla lectio divina quotidiana.

 

   Una sapienza pura, pacifica, arrendevole

Omelia nella Messa di domenica 21 settembre 2003

La liturgia di questa domenica ci propone tre letture su cui possiamo riflettere insieme brevemente.

Era necessario che Gesù fosse crocifisso?

«Dissero gli empi: / "Tendiamo insidie al giusto, perché ci è di imbarazzo / ed è contrario alle nostre azioni; / ci rimprovera le trasgressioni della legge / e ci rinfaccia le mancanze / contro l'educazione da noi ricevuta. [... ] / Vediamo se le sue parole sono vere; / proviamo ciò che gli accadrà alla fine. / Se il giusto è figlio di Dio, egli l'assisterà, / e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. / Mettiamolo alla prova con insulti e tormenti, / per conoscere la mitezza del suo carattere / e saggiare la sua rassegnazione. / Condanniamolo a una morte infame, 1 perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà"» (Sap 2, 12, 17-20).

La prima lettura è tratta dal Libro della Sapienza, prefigura la passione di Gesù e risponde a una domanda che ci viene rivolta tante volte: era proprio necessario che Cristo morisse? Era proprio predestinato il tradimento che l'avrebbe portato alla morte?

Di per sé non era necessario che Gesù morisse; ma é vero che la presenza di un uomo giusto in mezzo ai peccatori è sempre fonte di imbarazzo: «Tendiamo insidie al giusto, perché ci è di imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni». Gesù rappresenta la bontà infinita di Dio in mezzo a noi uomini cattivi, e perciò sarà messo a morte. Egli non cerca la morte e però l'accetta per amore di noi peccatori, per mostrarci l'incredibile amore di Dio che ci vuole perdonare e salvare. Possiamo dire che si è lasciato mettere in croce per renderci certi dei perdono di Dio.

Seminare giustizia e amore

«Carissimi, dove c'é gelosia e spirito di contesa, c'è disordine e ogni sorta di cattive azioni.

La sapienza che viene dall'alto invece è anzitutto pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia.

Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace.

Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra?

Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri» (Gc 3, 16~4, 3).

«In quel tempo, Gesù e i discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse.

Istruiva infatti i suoi discepoli e diceva loro: "Il Figlio dell'uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà".

Essi però non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni.

Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: "Di che cosa stavate discutendo lungo la via?". Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande. Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: "Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti".

E preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: "Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato"» (Mc 9,30-37).

Il secondo testo, dalla Lettera di san Giacomo, è molto attuale e ci insegna che non ci sono guerre giuste, perché le guerre derivano dalle passioni che sono in noi, dai nostri vizi, dai nostri peccati, dalle nostre invidie. Ed è quindi nostra la responsabilità dei disastri, delle violenze e delle sofferenze causate dalla guerra.

Alla guerra, continua il brano, si oppone la sapienza che viene da Dio, una sapienza che è pura, pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia. Chi semina giustizia, bontà, amore, pazienza e perdono raccoglierà opere di pace.

Del vangelo di Marco sottolineo solo una parola illuminante di Gesù: «Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti» ;

Alla brama di primeggiare nell’avere, nel potere e nell'apparire egli sostituisce il desiderio di servire. Questa è la grandezza di Dio. Essendo amore, non afferma se stesso a spese dell'altro, ma lo promuove a sue spese; non si serve dell'altro, ma lo serve; non lo spoglia di ciò che ha, ma si spoglia, a suo favore, di tutto, anche di sé. Essere povero, umile e piccolo è la caratteristica propria di Dio che, divenuto Figlio dell'uomo, si è fatto ultimo di tutti e servo di tutti.

La vera grandezza del discepolo è diventare come il Maestro.

Preghiamo dunque in questa Eucaristia perché ci conceda la grazia di imitarlo e perché in tutto il mondo, e soprattutto là dove si soffre di più, si semini giustizia e amore, nascano frutti di pace.



   Il tempio indistruttibile

Omelia nella Messa di lunedì 22 settembre 2003

 

Dopo la lettura della Lettera di Paolo a Timoteo, inizia nella liturgia quella dei Libro di Esdra, una nuova pagina della Scrittura, come per voi comincia una nuova pagina della vostra vita dopo l'esperienza degli esercizi.

«Nell'anno primo del regno di Ciro, re di Persia, perché si adempisse la parola che il Signore aveva detto per bocca di Geremia, il Signore destò lo spirito di Ciro re di Persia, il quale fece passare quest'ordine in tutto il suo regno, anche con lettera: "Così dice Ciro re di Persia: il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra; egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio in Gerusalemme, che è in Giudea. Chi di voi proviene dal suo popolo? Sia con lui il suo Dio; tomi a Gerusalemme, che è in Giudea, e ricostruisca il tempio del Signore Dio di Israele; egli è il Dio che dimora a Gerusalemme. Ogni superstite in qualsiasi luogo sia immigrato, riceverà dalla gente di quel luogo argento e oro, beni e bestiame con offerte generose per il tempio di Dio che è in Gerusalemme '. Allora si misero in cammino i capifamiglia di Giuda e di Beniamino e i sacerdoti e i leviti, quanti Dio aveva animato a tornare per ricostruire il tempio del Signore in Gerusalemme. Tutti i loro vicini li aiutarono validamente con oggetti d'argento e d'oro, con beni e bestiame e con oggetti preziosi, oltre a quello che ciascuno offrì volontariamente»

(Esd 1, 1-6).

Nel 538 a.C., l'anno seguente la conquista di Babilonia da parte dei Persiani, un editto del re Ciro autorizza gli Ebrei a tornare a Gerusalemme. Lo scriba Esdra ci parla anzitutto di questo proclama e del ritorno del popolo, della salita a Gerusalemme, che in ebraico si dice alia «Così dice Ciro re di Persia: il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra [... ]. Chi di voi proviene dal suo popolo? Sia con lui il suo Dio; torni a Gerusalemme, che è in Giudea». E’ la stessa ansia del ritorno che negli ultimi decenni ha spinto a tornare nella città santa milioni di ebrei dalla Russia, dal Sud America, dal Sud Africa, dall'Etiopia e da tanti altri Paesi. Milioni di persone che hanno sentito il richiamo dell'alia.

Il testo prosegue (ed è la seconda parola che desidero sottolineare): «tomi a Gerusalemme, che è in Giudea, e ricostruisca il tempio del Signore, Dio di Israele». Questo tempio è stato ricostruito parecchie volte e Gerusalemme stessa sembra che sia stata distrutta e ricostruita ben ventisei volte; è dunque una delle città più sofferte e disperate del mondo. Eppure proprio in questa città, tanto segnata dal peccato umano, Gesù costruisce il suo tempio, che è lui stesso, il tempio non fatto da mano d'uomo, quello che dura sempre, nel quale siamo entrati, anzi di cui siamo parte, come ci ha detto la Lettera di Pietro sulla quale abbiamo riflettuto -in questi giorni. Noi siamo quel tempio che è Gesù, tempio indistruttibile, non eretto da uomini, eterno. Il tempio di Gerusalemme è allora soltanto un'immagine del tempio che è Gesù e che siamo noi.

«In quel tempo, Gesù disse alla folla: 'Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la pone sotto un letto; la pone invece su un lampadario, perché chi entra veda la luce.

Non c'é nulla di nascosto che non debba essere manifestato, nulla di segreto che non debba essere conosciuto e venire in piena luce.

Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha sarà dato, ma a chi non ha sarà tolto anche ciò che crede di avere"» (Lc 8, 16-18).

 

La piccola parabola del Vangelo sembra banale, ovvia, addirittura insignificante: nessuno accende una lampada per coprirla con un vaso. Eppure sta a dire che nessuno fa un cammino spirituale, come l'avete fatto voi, per poi tenerlo nascosto. La parabola è per voi.

Avete in mano una lampada, avete una luce e questa luce dovrebbe illuminare tutti i luoghi dove vivete, la parrocchia, la Chiesa intera, perché, pur se è una luce modesta, è capace di rischiarare qualunque oscurità.

Accolga il Signore il nostro desiderio di essere luce dei mondo come Gesù, per la forza della Parola ascoltata e custodita con amore nel cuore.