C. M. MARTINI
LA TRASFORMAZIONE DI CRISTO E DEL CRISTIANO
ALLA LUCE DEL TABOR
Un corso di esercizi spirituali
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Rizzoli, 2004

Introduzione

I MEDITAZIONE: Essere e tempo

VII MEDITAZIONE: Le dimensioni della trasformazione battesimale

II MEDITAZIONE: «Salì sul monte a pregare»

VIII MEDITAZIONE: La trasformazione eucaristica

III MEDITAZIONE: Le tentazioni del monte

IX MEDITAZIONE: Conoscere intimamente Gesù per seguirlo

IV MEDITAZIONE: Le tentazioni della pianura

X MEDITAZIONE: Il silenzio del Padre

V MEDITAZIONE: La trasformazione di Gesù

XI MEDITAZIONE: Gesù umiliato

VI MEDITAZIONE: La trasformazione battesimale

XII MEDITAZIONE: Sotto il segno dell’amore

OMELIE

III MEDITAZIONE

Le tentazioni del monte

Leggiamo nel vangelo di Marco: «Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli »(9, 2); e il vangelo di Matteo racconta: «Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte» (17, 1).

Il «monte» è un simbolo formidabile nella Bibbia: è il luogo dove solevano avvenire gli incontri con Dio, dove Mosè ha ricevuto la Legge e ha conosciuto più profondamente il mistero divino, dove Elia ha incontrato il Signore e ne ha ascoltato la voce. E noi, idealmente, ci troviamo sul monte, nel desiderio di incontrare Dio in maniera nuova, di penetrare più intimamente nel suo mistero.

Siamo «appartati», tratti fuori dal consorzio umano quotidiano mettendo da parte tutte le nostre attività. Ancora, siamo «soli»: ciascuno di noi è chiamato a vivere in solitudine la vocazione di questi esercizi.

«Signore, che ci hai voluti qui perché potessimo conoscerti meglio, lasciando la realtà di ogni giorno e accettando una solitudine contemplativa, aiutaci a vivere il dono che nasce dal tuo cuore, che sgorga dall'amore di Dio per noi.»

Nella solitudine abbiamo contemplato gli esempi di Gesù in preghiera, e ci accorgiamo di quanto sia distratto e superficiale il nostro pregare, sperimentiamo le nostre paure a restare con lui sul monte, in rapporto intimo col Padre, scopriamo che il peccato è resistenza alla luce che viene dal volto dei Risorto.

Sono le stesse resistenze che emergono nei tre discepoli sul Tabor, e vorremmo tentare di comprendere i versetti evangelici attraverso la lectio divina.

Sonno, confusione, paura:

le tentazioni dei monte

Luca annota: «Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno» (9, 32).

Il sonno è un aspetto misterioso della preghiera di Pietro e dei suoi compagni, e indica una caratteristica del nostro pregare. Non si tratta solo del sonno fisico che, pur se dobbiamo vincerlo e superarlo, non è troppo negativo. Ricordiamo che Teresa di Gesù Bambino soffriva di sonnolenza nella preghiera e nonostante questo offriva se stessa a Dio.

L’accenno del brano va più in profondità e qualifica la nostra preghiera come svogliata, pesante, perché ci accontentiamo dell’esteriorità, senza entrare col cuore nelle parole che esprimiamo e senza lasciarci coinvolgere. È spesso una preghiera che resiste a quella dedizione e a quell'abbandono propri della preghiera di Gesù. Nel sonno della preghiera dei discepoli viene fotografata la fatica, la ripugnanza a impegnarsi nel cammino della preghiera con perseveranza.

Ritengo importante riconoscere umilmente, durante gli esercizi, le nostre fragilità: «Signore, certe volte ho le ali ai piedi, il tempo passa rapidamente e penso che pregare sia facile. Ma quando desidero entrare in una preghiera perseverante e profonda, avverto che è lotta, lotta per conoscere e contemplare il tuo volto, e che sono incapace di sostenerla. Aiutami, Gesù, a vincere la mia mortalità e peccaminositá, a non rassegnarmi ad essa».

L’atteggiamento del sonno è menzionato di nuovo dall'evangelista Luca al capitolo 21, nel discorso escatologico, dove emerge che si tratta di una situazione di fondo: «State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell'uomo» (vv. 34-36).

Queste parole di Gesù descrivono quell'appesantimento che non permette di cogliere il senso di ciò che sta accadendo, che si lascia sorprendere dagli avvenimenti esteriori, magari negativi, dolorosi, e brancola nel buio; e vi oppongono la condizione di chi invece veglia e sta in piedi davanti al Figlio dell'uomo. Se siamo sinceri con noi stessi, dobbiamo riconoscere che purtroppo il sonno è molto radicato in noi.

Diceva in proposito don Giuseppe Dossetti, uomo di grande preghiera: non andate a raccontare alla gente che la preghiera è facile, perché è lotta profonda con Dio, è lotta contro satana.

Di solito nei giorni di esercizi giunge il momento in cui prendiamo coscienza che il pregare urta contro resistenze ancestrali, profonde: il non fidarci di Dio, il non abbandonarci a Lui, il volere sempre cercare noi stessi, il nostro comodo, il nostro vantaggio. Mentre la preghiera, come ho già detto, è arrendersi a Dio, sacrificarsi e offrirsi gratuitamente a Lui. Viene alla mente l'affermazione dello scrittore russo

Solov'ev: «La fede senza le opere è morta e la preghiera è la prima opera».

Se non abbiamo mai sperimentato la ripugnanza, la fatica nell'orazione, significa che siamo rimasti a un livello assai superficiale, oppure che abbiamo pregato soltanto quando ne avevamo voglia.

L’evangelista Luca evidenze una seconda caratteristica dell'incapacità di pregare dei discepoli, espressa al capitolo 9 v. 33c: «Egli non sapeva quel che diceva». Il riferimento è alla proposta di Pietro: «Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Ella» (v. 33b).

Pietro e i suoi compagni sono mentalmente confusi, smarriti. Di fronte al mistero ineffabile di Dio che toccano così da vicino, non sanno come reagire, non capiscono che cosa significhi, non sono all'altezza dei doni spirituali che ricevono, non se ne rendono conto, non li sanno valorizzare. Chi è chiamato a una vocazione di dedizione al Signore al servizio della Chiesa nel celibato, a dare tutto per il Regno, riceve di fatto grandissimi doni che non sempre sa cogliere nella loro forza, per cui non si considera amato dal Signore, prediletto come lo è in realtà. E la tentazione di banalizzare questi doni è continua.

Un altro modo di banalizzarli è il pensare che siano nostri e ci siano dovuti, dimenticando che, essendo dono dall'Alto, possono venir meno. Talora per esempio vogliamo mantenere, possedere, prolungare artificialmente uno stato di preghiera gioioso, ricco di sentimenti, di parole, bello e luminoso; ma la devozione nella preghiera è pura grazia e possiamo restarne privi.

La terza difficoltà dei discepoli è la paura «ebbero paura» (Lc 9, 35). È la paura che Dio mi chieda troppo, quasi mi sopravvalutasse, quasi volesse qualcosa che non è alla mia portata; è la paura di penetrare nel mistero della volontà del Padre che ci può portare fino alla croce. Penso all'esperienza dell'aridità, della nudità e addirittura della sembianza di morte nella preghiera che ciascuno di noi fa quando si confronta con il proprio peccato e la propria nullità.

Sono queste le sottili tentazioni che prendono i discepoli di Gesù nel momento in cui si sentono chiamati a partecipare, sull'alto monte, alla sua preghiera, cioè a una preghiera profonda, intensa, spirituale, impegnativa. Le abbiamo considerate appunto nella lectio e meditatio di alcuni versetti dell'evangelista Luca.

* Suggerisco allora due piste di contemplatio per il nostro esercizio di preghiera personale.

- Anzitutto possiamo raccontare a Gesù il nostro desiderio di imparare a pregare come lui: come facevi a trascorrere in preghiera lunghe notti? Come hai passato la notte prima della chiamata dei discepoli (Lc 6, 12-16) e la notte di preghiera sul lago dopo la moltiplicazione dei pani (Mt 14, 23)?

È bello entrare in colloquio con lui che prega e contemplarlo, perché questa contemplazione ci purifica e ci nutre, mette in luce che la sua preghiera è davvero distante dalla nostra.

Sarebbe bello inoltre unirci spiritualmente agli apostoli nel cenacolo e ascoltare, nell'ultima preghiera di Gesù prima della passione, con quale tenerezza, con quale padronanza di sé, con quale riverenza e insieme con quale sicurezza si rivolge al Padre.

- In secondo luogo, suggerisco di contemplare gli apostoli nella loro fatica a pregare, e di chiedere a Pietro, Giacomo e Giovanni: che cos'era il sonno che vi opprimeva? Perché eravate confusi al punto di non sapere ciò che dicevate? Aiutatemi a capire le mie difficoltà nel pregare, insegnatemi a parlarne con Gesù.

«Gesù Signore, solo tu conosci la mia fatica nel pregare, quanta ne ho fatta in quell'occasione e in quell'altra. Eppure ti ringrazio, Signore, perché più di una volta mi hai introdotto nella preghiera, mi hai permesso di godere di momenti di luce.»

È molto utile raccontare a Gesù la nostra preghiera, la nostra pochezza, le nostre fatiche, i nostri desideri: «Gesù, tu sai che vorrei tanto pregare, vorrei tanto contemplare il tuo volto bellissimo e luminoso, come l'hanno contemplato visivamente alcuni santi. Donami di dimenticare tutto per restare sempre con te».

Ricordiamo però sempre che, se è giusto umiliarci della nostra povera preghiera e domandarne perdono, è importante prima di tutto fare compagnia al Signore che prega. Ricordo di aver trascorso molto tempo sul Tabor proprio ripetendo al Signore: Signore, come pregavi qui? Donami di capire come vi passavi il tempo in preghiera e rendimi partecipe di questo tuo mistero.

Rivolgiamoci anche alla Madonna, testimone della preghiera a Nazareth, di Gesù bambino e adolescente, affinché ci illumini sulla preghiera del suo Figlio e sulla nostra. Così, a poco a poco, entreremo nel dono di preghiera che il Signore ha in serbo per ciascuno di noi in questi esercizi.

Soli sul monte, solidali con tutti gli uomini

Abbiamo terminato la lectio divina e ora vorrei prolungare la meditazione a partire dalla solitudine sul monte con Gesù. Non è una solitudine disincarnata, perché portiamo in noi tutto un mondo, col desiderio e l'impegno di intercedere. Il nostro stare «in disparte», in silenzio contemplativo, non è in contraddizione con la domanda che mi sono posto: quale mondo c'è in noi oltre a quello della nostra personale biografia? Un duplice mondo: il mondo ecclesiale e il mondo sociale.

Anzitutto il mondo ecclesiale. Portiamo con noi le nostre parrocchie, i confratelli, il nostro decanato, la nostra diocesi. Portiamo con noi il presente, il futuro e il passato: le sofferenze, le gioie, le umiliazioni, le difficoltà, i peccati, gli eroismi, i santi della nostra Chiesa. Non possiamo separarci da queste realtà.

Portiamo con noi la Chiesa universale: il Papa, i vescovi, i presbiteri e i missionari, il cammino ecumenico delle Chiese, l'impegno di convergere insieme verso Gesù - cattolici, protestanti, ortodossi -, l'impegno per il dialogo interreligioso. Portiamo con noi speranze, paure, timori, e non possiamo prescinderne nella preghiera, pur senza menzionarli esplicitamente.

E poi c'è il contesto attuale del mondo socio~politico. Le tragedie del mondo sono le nostre, tragedie che hanno avuto un momento drammatico l'l1 settembre del 2001, con lo scoppio inaudito del terrorismo, a cui è seguita una stagione di violenze che non accenna a finire.

Definirei il problema nodale dell'universo umano con un interrogativo: come riuscire a convivere tra diversi, evitando di distruggerci a vicenda, anzi comprendendoci e aiutandoci? È il grande dilemma su cui sta o cade il futuro dell'umanità. Siamo diversi per religione, etnia, cultura - oriente e occidente, nord e sud, cristiani e islamici, cristiani e buddisti, europei e non europei, tribù africane - ed è difficile coabitare senza disprezzarci, o ignorandoci. È giocoforza imparare a coabitare per un comune amore, fermentandosi vicendevolmente e aiutandoci gli uni gli altri a diventare più autentici. Vorrei quasi dire che l'impegno per coabitare così è più importante dello stesso dialogo interreligioso ad alti livelli.

Comunque, ogni nostro personale superamento di barriere è superamento delle barriere che oggi minacciano di stravolgere l'esistenza degli uomini. Vivendo a Gerusalemme, sono testimone dei dolori e dei drammi che produce l'incapacità dei diversi a vivere insieme nello stesso territorio. E noi siamo chiamati a essere apostoli e ministri di riconciliazione, perché non camminiamo solo per noi stessi o per un nostro perfezionamento morale.

Un secondo elemento del contesto attuale va tenuto presente: il cosiddetto conflitto di interessi. La società si rivela sempre più incapace di gestire lo scontro fra gli interessi privati, di clan, di gruppo, di nazione e gli interessi generali del bene comune. È una minaccia che rischia di far crollare le civiltà. Del resto le guerre che abbiamo vissuto e da cui siamo circondati nascono da conflitti di interesse, dall'incapacità a capire che il bene comune è il più alto dei beni.

Il terzo elemento è l'incertezza crescente su come si deve resistere al male, è il dramma increscioso delle democrazie contemporanee e Giovanni Paolo II ne ha parlato più volte.

Resistere opponendo forza a forza? Resistere con la forza della legge? Che cosa significa il principio dell'apostolo Paolo: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male» (Rm 12, 2 l)? Come è trasferibile questo principio in democrazia? E come si può introdurre il perdono cristiano nella legge umana?

Ho cercato di delineare il contesto ecclesiale e sociale per ricordarci che, mentre siamo sul monte con Gesù, dietro a noi c'è un mondo che attende; e noi possiamo renderlo migliore con tanti piccoli gesti di preghiera, di perdono, di amore, di sacrificio. Il Cristo trasfigurato ci chiama a medicare con il suo aiuto le malattie mortali di questa umanità.

«Ti consegniamo, Signore, le pesantezze e i peccati nostri e della Chiesa, sentendoci solidali con le pesantezze e i peccati di tutti gli uomini. Sii tu per noi forza che vince ogni paura, pace che supera ogni divisione, luce che dissipa le oscurità nostre e del mondo.»