VIRTÙ
APOSTOLICHE
Lettere ai missionari
Beato P. Paolo Manna
L'OBBEDIENZA MADRE E CUSTODE DI TUTTE LE VIRTÙ
«Coraggio, abnegazione, eroismo,
senza obbedienza possono essere spreco di energia e perfino pazzia»
Lettera circolare n. 16
Milano, Settembre 1931
Amatissimi Confratelli,
1. L'argomento sul quale amo questa volta intrattenervi è di grande
interesse per ogni Istituto; ma per il nostro che è un Istituto di Missionari,
lo stimo di una importanza assolutamente capitale. Voglio parlarvi
dell'obbedienza che deve fiorire ed osservarsi fra noi, soldati per le grandi
conquiste di Cristo; voglio dirvi della necessità, dello spirito e della
pratica di questa virtù, che a buon diritto fu detta da S. Agostino massima fra
le virtù, la madre e la custode di tutte: «L'obbedienza è l'origine, la
madre e custode delle virtù».
L'argomento è stato da me lungamente meditato: lo stesso governo
dell'Istituto mi offre quotidiane occasioni di meditarlo e non so dirvi con
quanto trasporto, con quanto desiderio di bene ora ve ne parli, perché mi pare
che, se questo argomento è sempre meglio compreso, ne debba derivare un grande
incremento per l'opera nostra.
So bene che non c'è trattato di cristiana perfezione che non tocchi questa
materia dell'obbedienza, e che io non avrò nulla di nuovo da dire. Tuttavia ho
alcune mie ragioni particolari per farne soggetto di una speciale, per quanto
breve esortazione.
Ne voglio parlare perché senza un grande, convinto spirito di obbedienza non è
possibile che il nostro Istituto possa esistere, che possano prosperare le
missioni, che si possa fare opera comune. Questa virtù è il grande legame di
disciplina che tutti ci deve stringere: il cardine sul quale si deve muovere la
nostra opera. Desidero quindi parlare di questa virtù per avere occasione di
toccare alcuni punti pratici sui rapporti che i missionari, qui e nelle
missioni, debbono avere con i loro Superiori.
Desidero inoltre parlarne perché, in quest'epoca specialmente, l'idea di
missionario è più facilmente associata a quella di uomo zelante e coraggioso,
eroico, che a quella più vera di uomo obbediente. Il missionario deve, si,
avere zelo, animo coraggioso ed invitto; come il soldato deve essere uomo di
valore: spesso deve saper spingere la sua bravura, la sua tolleranza del
sacrificio sino all'eroismo; pure, la sua virtù regina non è lo zelo,
né il coraggio, né l'eroismo. Egli sarà buon missionario, invincibile soldato
di Cristo solo se sarà obbediente. Coraggio, abnegazione, eroismo, non
guidati dall'obbedienza, sono spesso spreco di energie, talvolta delle vere
pazzie.
Voglio infine trattare dell'obbedienza perché è fermo mio proposito che allo
spirito di questa grande virtù siano sempre più seriamente educati e formati i
nostri giovani. Questa lettera quindi vuole anche essere un programma per i
superiori ed educatori del nostro Istituto, e per i giovani un richiamo
fortissimo a coltivare ed a rendersi perfetti nell'esercizio di una virtù che,
ben compresa e posseduta, assicurerà essa sola la loro felice riuscita.
Prego i miei cari confratelli di leggere questa lettera con lo stesso desiderio
di bene con cui io l'ho scritta, tutti ben persuasi che l'Istituto sarà oggi e
domani quello che sarà l'obbedienza dei suoi membri.
Necessità dell'obbedienza
2. La virtù per la quale noi missionari dobbiamo avere un vero culto,
nella quale dobbiamo particolarmente distinguerci è la virtù dell'obbedienza.
Perché, che cosa siamo noi se non possediamo perfettamente questa virtù? La
disobbedienza è l'assoluta negazione del missionario, come l'obbedienza è la
sua principale caratteristica, il suo programma, A suo vessillo.
Siamo missionari per ristabilire sulla terra l'ordine rotto dalla prima
ribellione: siamo missionari per ricondurre gli uomini all'obbedienza di Dio e
sottometterli alla sua Legge. Il nostro programma è segnato nella prima parte
dell'orazione domenicale: nostro alto dovere è far regnare Iddio sui cuori,
sulle volontà degli uomini come Egli regna in Cielo. Il sospiro di ogni cuore
apostolico è tutto qui: «Sía santificato (il tuo nome), venga (il tuo
regno), sia fatta (la tua volontà)» (Mt 6,9)... Annunziare, propagare,
realizzare, difendere i Santi Voleri di Dio, perché così Egli sia glorificato
e le anime salvate, questo è tutto il missionario. Restauratore e predicatore
dell'obbedienza, può egli non essere gelosamente amante di questa virtù, può
egli non possederla in un grado eminente?
Bisogna essere ben convinti della necessità per un missionario di distinguersi
in questa virtù, veramente indispensabile, poiché nient'altro ne può
tenere il luogo, neanche i più alti carismi, quali il dono delle lingue e
quello di risuscitare i morti. Il missionario che disobbedisce, che critica gli
ordini dei superiori, anche se non se ne avvede, anche se non vi pensa, con la
sua disobbedienza, con la sua critica cessa di essere missionario di Gesù e si
mette di fatto nella schiera di quelli che gli resistono. Perciò S. Ignazio,
che con la sua Compagnia voleva dare alla Chiesa un'armata bene agguerrita di
apostoli, null'altro più raccomandava ed esigeva dai suoi che una perfetta
obbedienza: «Lasciamo, ed io vi acconsento - scriveva egli - che altri Ordini
religiosi ci sorpassino in digiuni, in veglie ed in altre austerità, ... ma per
quello che riguarda la perfezione dell'obbedienza, io desidero ardentemente che
tutti quelli che servono il Signore in questa Compagnia non la cedano a
chicchessia, e che questa virtù diventi come il segno che distingua i veri e
legittimi figli della Compagnia da quelli che non lo sono».
E S. Ignazio vide giusto. Se la Compagnia di Gesù ha fatto tanto bene alla
Chiesa, se non ha mai avuto bisogno di riforme, se oggi è più forte che mai,
se è così perseguitata perché così temuta dai nemici, il segreto è tutto
nella stretta obbedienza, nella rigida disciplina che regola i suoi membri.
3. Noi non siamo Religiosi, ma per quello che riguarda l'obbedienza
nessuno è più Religioso di noi. Noi siamo una compagnia di Apostoli; il nostro
fine, dopo la propria santificazione, è procurare la salvezza delle anime in
quelle parti del mondo dove siamo mandati. Per questo dobbiamo essere disposti e
preparati ad ogni cenno dell'obbedienza e sempre agli ordini dei superiori
ovunque ci mandino e ad esercitare il S. Ministero dove e come ci viene
ordinato. Per questo ci obblighiamo con un giuramento, nel quale non
facciamo menzione che dell'apostolato e dell'obbedienza, tanto le due cose sono
intimamente connesse. «Prometto e giuro di dedicarmi alle missioni
per tutta la vita e di osservare l'obbedienza» 4. Per questa parte nessuno
di noi può dire di avere un'obbligazione 'inferiore a quella che hanno i più
rigidi religiosi.
E questa obbligazione non è meno stretta per i Padri che non emisero l'odierno
giuramento. Essa è intrinseca alla stessa professione di Missionari, consegue
dal semplice fatto della nostra appartenenza all'Istituto, del quale abbiamo
accettato le Costituzioni. Chi non ha fatto il giuramento, ha nondimeno pure
promesso, con i termini più solenni ed affermato davanti a Dio: «Propongo
fermissimamente e decido di dedicarmi e di spendermi fino all'estremo
respiro della vita per la conversione degli infedeli nelle missioni
affidate all'Istituto, sotto la totale dipendenza dei miei superiori». Anche
questa antica formula, alla consacrazione all'apostolato, fa subito seguire la
professione di obbedienza.
4. Tutti e specialmente i nostri cari giovani bisogna che intendano bene
la stretta relazione che passa fra la nostra vocazione di Apostoli e la virtù
dell'obbedienza. Iddio vuole l'obbedienza come caratteristica essenziale di
tutti i suoi eletti. Solo gli obbedienti si salvano. Se vogliamo conoscere
anticipatamente quali saranno i predestinati al cielo, basta cercarli fra quelli
che obbediscono. Dovunque invece, sotto qualunque forma, si sente il «non
servirò» (Ger 2,20), là siamo sulla via della perdizione e
dell'inferno. Ora se siamo chiamati ad essere i ministri dell'umana salvezza;
se, come ho detto dinanzi, siamo noi che dobbiamo ricondurre gli uomini
all'obbedienza dei Voleri di Dio, dobbiamo necessariamente essere gli uomini, i
missionari dell'obbedienza, cercando di avere in tutte le cose la nostra
volontà nel modo più perfetto conforme alla Volontà santa di Dio, Volontà
che noi conosceremo e vedremo praticamente negli ordini, nelle disposizioni, nei
desideri dei nostri Superiori.
Se vogliamo essere buoni missionari dobbiamo abituarci con assiduo studio di
obbedienza a fare della Volontà di Dio la regola ed il modello della nostra. La
Volontà di Dio è il principio e la ragione di ogni bene: fuori della Volontà
di Dio c'è il male, il peccato e la perdizione. L'anima che vuole dedicarsi
all'apostolato e salvare le anime dal peccato e dalla perdizione deve, mediante
uno spirito di grande obbedienza, aver come fusa la propria volontà in
quella di Dio ed essere con Lui uno stesso volere.
Appena, mediante la disobbedienza, l'anima si trova fuori e contro la S.
Volontà di Dio, cessa di fare il bene, cessa di essere strumento adatto a
procurare la salvezza delle anime, perché Dio non può benedire quelle cose che
sono contro o anche solo non del tutto conformi al suo piacere. Dunque, tanto
migliori missionari saremo quanto più ci sforzeremo di essere accetti a Dio per
una perfetta conformità della nostra con la Sua S. Volontà; tanto meglio
meriteremo fi nome di apostoli, quanto più saremo amanti dell'obbedienza: S.
Girolamo ci dice: «Spogliarsi dell'oro è proprio dei principianti,
non dei perfetti, lo fece il Tebano, lo fece Antistene (discepolo di
Socrate); offrire se stesso a Dio è proprio dei cristiani e degli
apostoli».
Ma volgiamo per poco gli sguardi al nostro Divin Maestro e vediamo quali furono
i suoi sentimenti, quale fu la sua pratica di questa virtù.
Non dimentichiamo, specialmente noi missionari, che Gesù Cristo è il Figlio di
Dio incarnatosi per mostrarci con la sua vita umana come un Dio viva tra gli
uomini, affinché gli uomini sappiano in qual modo essi debbono vivere per
essere accetti al Signore. Gesù non ci inganna, e, davanti al suo esempio,
specialmente noi che vogliamo essere Suoi apostoli dobbiamo piegarci, adorare e
fedelmente imitare.
Il modello dell'obbedienza
5. Miei amati confratelli, facciamoci una domanda: Perché ci siamo fatti
o vogliamo farci missionari? Per seguire Gesù proprio da vicino e vivere a Lui
uniti in un grande amore. Per darg]i la massima prova di questo nostro amore
vogliamo seguirlo per le vie dell'Apostolato, dedicando e sacrificando tutta la
nostra vita a promuovere gli interessi del Suo Divin Padre, lavorando come
lavorò Lui per la salvezza delle anime.
Domandiamoci ancora: se vogliamo essere missionari proprio come Gesù, e
lavorare proprio come lavorò Lui, come ha fatto Gesù a compiere la
grande opera della salvezza del mondo? Gesù ha potuto salvare il mondo solamente
mediante la sua obbedienza. La disobbedienza ci perdette, l'obbedienza ci
doveva salvare. «Come per l'obbedienza di uno solo butti sono stati
costituiti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno
costituiti giusti» (Rm 5,19).
L'obbedienza fu il mezzo preordinato da Dio ed accettato da Gesù per salvare le
anime. L'obbedienza di Gesù fu l'espiazione dovuta per la universale
disobbedienza degli uomini. L'opera della umana salvezza tutta si compendia
dunque nella grande obbedienza di Gesù. «Pur essendo figlio di Dio, imparò
l'obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza
eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5,8-9).
6. Gesù, Figlio di Dio dall'eternità, volontariamente assunse le nostre
infermità, sperimentò nei patimenti della sua vita e morte tutte le penose
conseguenze del grande sacrificio della sua obbedienza. Consumato per
l'obbedienza e pervenuto alla gloria, è diventato causa e principio di salute
per tutti quelli che a Lui obbediscono. Profondo pensiero di S. Paolo, che
rischiara tutta la nostra vita!
È lo stesso grande Apostolo che ci rivela come la disposizione primordiale del
Verbo incarnato fu una disposizione di amorosa obbedienza verso l'eterno suo
Padre. «Entrando nel mondo (Cristo) dice: ecco io vengo poiché di me
sta scritto nel rotolo del libro per fare, o Dio, la tua volontà» e
continua: «è per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo
dell’offerta del corpo di Gesù Cristo (Eb 10,5-7,10).
Se discende dal cielo non è di proprio movimento, ma per obbedienza: «Non sono
venuto da me stesso, ma egli mi ha mandato» (Gv 8,42): e con quale slancio egli
ci venne! «Esultò come prode che percorre la via» (Sal 18,6) e con
quale ardore va alla morte: «Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre
e faccio quello che il Padre mi ha comandato. Alzatevi, andiamo via di qui!»
(Gv 14,31).
Venuto al mondo dichiara che la sua missione è di fare non la sua, ma la
volontà del Padre: «Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma
la volontà di Colui che mi ha mandato» (Gv 6,38). Non un atto, non un
passo, non una parola in tutta la sua vita che non siano ordinati e diretti
dall'obbedienza: «Non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il
Padre, così io parlo»... per cui può solennemente affermare: «Io
faccio sempre le cose che gli sono gradite» (Gv 8,28-29).
7. L'obbedienza è talmente la vita della sua vita che la dice suo
nutrimento: «Mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato»
(Gv 4,34). Benché quale legislatore supremo non fosse obbligato all'osservanza
delle leggi, pure rigidamente afferma: «Non passerà dalla legge neppure un
iota o un segno, senza che tutto sia Compiuto» (Mt 5,18). Chi meriterà di
essere da Lui amato? «Sarete miei amici se farete quello che vi comando»
(Gv 15,14). Egli chiama l'obbediente con i dolci nomi di fratello, di sorella,
di madre: «Chiunque fa la volontà del Padre che è nei cieli, questi è per
me fratello, sorella e madre» (Mt 12,50). La morte stessa la subisce per
obbedienza agli ordini del Padre: «Offro la vita da me stesso», dice
egli parlando della sua vita, «questo comando ho ricevuto dal padre Mio» (Gv
10, 18).
E dopo queste testimonianze che Gesù dà della sua obbedienza, consideriamone
qualche esempio. Come ci viene descritta dall'Evangelista tutta la vita nascosta
di Gesù? Con queste semplici parole: «Stava ad essi sottomesso» (Lc
2,51). Trent'anni di vita, un continuo esercizio di obbedienza! Quale
beata sorte sarebbe la nostra se alla fine della nostra vita potessimo meritare
anche noi un simile elogio: fu un missionario obbediente!
Trent'anni di vita nascosta di Gesù, quando il mondo aveva tanto bisogno di
Lui... trent'anni, diremmo noi, trascorsi in occupazioni assolutamente
insignificanti, quando c'era tutto un mondo da salvare... Ebbene, il mondo per
esser salvato aveva precisamente bisogno di questo nascondimento, di questa
obbedienza, e l'ebbe e fu salvo. Oh! quanto il nostro misero amor proprio stenta
a piegarsi davanti a questo grande esempio! Eppure esso solo dovrebbe bastare a
persuaderci che, se bramiamo portare anche noi il nostro contributo alla
salvezza delle anime, non c'è che da imitare l'obbedienza di Gesù.
8. E Gesù non cessa di obbedire nella sua vita pubblica, e non obbedisce
solo al suo Divin Padre. In obbedienza alla sua Madre Santissima opera il suo
primo miracolo, benché non fosse venuta per ciò la sua ora; obbedisce ad ogni
anche più piccola legge giudaica e, mentre preparava all'apostolato i suoi
primi discepoli, operò un miracolo per insegnar loro con quanto studio
dovessero evitare ogni malesempio in materia di obbedienza. Dopo aver dimostrato
che non poteva esservi obbligo per Lui di pagare il tributo, disse a Pietro: «Perché
non si scandalizzino, va' al mare, getta l'amo e il primo pesce che viene
prendilo, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d'argento. Prendila e
consegnala a loro per me e per te» (Mt 17,26).
Ma dove l'obbedienza di Gesù risplende di fulgidissima luce è nella sua
passione e morte. Alla sua entrata nel mondo Egli si è offerto come vittima al
Suo Padre. La legge che presiederà al sacrificio di questa vittima, sarà
l'obbedienza, la sottomissione più assoluta ai voleri del Padre: Gesù si dà e
si sacrifica, ma si dà e si sacrifica come piacerà disporre al Padre suo.
Tutti i particolari del suo sacrificio furono predetti dai Profeti, interpreti
ufficiali della volontà di Dio, e Gesù nella sua passione si applica con
estremo rigore a compiere tutti questi particolari ordinati dal Padre.
Durante la sua penosissima agonia, la sua parte sensibile si spaventa davanti
all'amarissimo calice... «Padre, se vuoi, allontana da me questo
calice!» (Lc 22,42). Ma la sua volontà, tutta sottomessa agli ordini
divini, gli fa tosto soggiungere: «Tuttavia non sia fatta la mia volontà,
ma la tua!» (Mc 14,49). I suoi nemici vengono per catturarlo; dimostra come
potrebbe liberarsi dalle loro mani; potrebbe, se volesse, pregare il Padre di
inviargli legioni di Angeli; ma, no, egli vuole che la volontà del Padre,
manifestata nelle Scritture, si adempia: «Si adempiano dunque le Scritture»
e si fa arrestare.
9. Da questo momento è tutto in balìa dei suoi nemici, ai quali
obbedisce come agnello mansueto; finché, pendente dalla Croce, al punto di
spirare, getta uno sguardo su tutta la sua vita come per fare un esame di
coscienza, ed esclama «Tutto è compiuto!» (Gv 19,30). Tutto è stato
adempiuto con la più perfetta obbedienza!
Ecco amatissimi Confratelli l'esemplare, il modello che dobbiamo imitare se
vogliamo aver parte al divino apostolato. Avrei ben potuto dispensarmi dal fare
questo breve ritratto dell'obbedienza del nostro Divin Maestro... sono
considerazioni che si trovano in ogni libro di meditazioni: ma per dare
efficacia a quanto mi propongo di dire, ho stimato necessario richiamare
dapprima l'esempio di Nostro Signore e metterlo dinanzi al vostro spirito.
L'esempio di Gesù deve avere una forza di persuasione irresistibile su ogni
anima che vuole amarlo e seguirlo. Abbiamo detto più sopra che vogliamo essere
missionari come Gesù e salvare le anime come ha fatto Lui,- ebbene, «Guarda
ed esegui secondo il modello che ti è mostrato» (Es 25,40). L'Esemplare è
Gesù Cristo: Egli stesso ci dice: «Vi ho dato l'esempio perché come ho
fatto io, facciate anche voi» (Gv 13,15). Se volete essere veri missionari,
siate obbedienti ed obbedienti come sono stato lo. «Chi dice di dimorare in
Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato» (1 Gv 2,6).
Natura e fondamento dell'obbedienza
10. Ma entriamo alquanto addentro in questo argomento e cerchiamo di
vedere dapprima qualche cosa della natura e del fondamento di questa virtù.
L'obbedienza è definita una virtù morale e soprannaturale che ci inclina a
sottomettere la nostra volontà a quella dei Superiori in quanto sono i
rappresentanti di Dio. Sono queste ultime parole che conviene illustrare perché
sono A fondamento, la base dell'obbedienza cristiana.
L'obbedienza è fondata sul sovrano dominio di Dio e sulla sottomissione
assoluta che Gli deve la creatura. Non occorre qui dimostrare perché dobbiamo
obbedire a Dio, nostro Creatore, nostro Padre e Redentore. Sarà invece utile
vedere perché, in conseguenza di questi diritti di Dio su di noi, dobbiamo
obbedire ai suoi legittimi rappresentanti. Il Tanquerey così spiega questo
punto nel suo trattato di ascetica: «Poiché l'uomo non può bastare a se
stesso, per la sua cultura fisica, intellettuale e morale, Dio ha voluto che
egli vivesse in società. Ora la società non può sussistere senza un'Autorità
che coordini gli sforzi dei suoi membri verso il bene comune; Dio vuole dunque
che vi sia una Società gerarchica, con dei superiori incaricati di comandare e
degli inferiori che debbano obbedire. Per rendere questa obbedienza più facile,
egli delega la sua autorità ai superiori legittimi: «Non c'è autorità se
non da Dio» (Rm 13,1), così che obbedire a questi è obbedire a Dio, e
loro disobbedire è andare incontro alla propria condanna: «Quindi chi si
oppone all'autorità, si oppone all'ordine stabilito da Dio. E quelli che si
oppongono si attireranno addosso la condanna» (Rm 13,2). E dovere dei
Superiori è di non esercitare la loro autorità che come Delegati di Dio, per
procurare la sua gloria, e promuovere il bene generale della comunità; se
mancano, sono responsabili di questo abuso davanti a Dio ed ai suoi
rappresentanti. Ma il dovere degli inferiori è di obbedire ai rappresentanti di
Dio come a Dio stesso: «Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi
disprezza me» (Lc 10,16). E se ne vede la ragione: senza questa soggezione,
non vi sarebbe nelle diverse comunità che disordine ed anarchia».
La citazione è lunga, ma trattandosi del fondamento su cui posa tutta la
dottrina cristiana dell'obbedienza, ho stimato bene servirmi delle parole tanto
precise del dotto autore.
E grande principio dunque è questo: dobbiamo obbedire ai superiori legittimi
come a Dio stesso. Dobbiamo vedere nei superiori niente altro che t'autorità di
Dio, per cui disobbedire ai superiori è come disobbedire a Dio in persona.
Questo è la grande verità, l'articolo di fede che si deve inculcare a chiunque
vuole militare nelle file degli Apostoli del Vangelo.
E non sarà inculcato mai abbastanza questa verità di vedere Dio nella persona
dei nostri Superiori. È solo l'ignoranza o la dimenticanza di essa che spiega
le nostre disobbedienze; perciò stimo opportuno dilucidarla ancora con qualche
altro argomento.
11. Lo stesso Apostolo Paolo, il quale ha enunciato la grande verità che
non c'è autorità che non venga da Dio, scrivendo a quelli di Efeso, raccomanda
loro di obbedire agli uomini come a Cristo: «con semplicità di spirito,
come a Cristo..., e seguita a spiegare molto chiaramente il suo pensiero: - non
servendo per essere visti, come per piacere agli uomini, ma come servi di
Cristo, compiendo la volontà di Dio di cuore, prestando servizio di buona
voglia come al Signore e non come a uomini» (Ef 6,5-6,7). Non dobbiamo
dunque vedere l'uomo nei nostri superiori, né le loro doti, virtù o difetti;
non dobbiamo obbedire perché il superiore è buono, ragionevole e garbato: ma
solo perché tiene il posto e l'autorità di Dio, il Quale, come vuole essere
aiutato sotto le spoglie del povero ed amato nella persona del prossimo, cosi
vuole essere obbedito nella persona del superiore.
Ai Colossesi lo stesso Apostolo ricorda che, come il premio della nostra
obbedienza dobbiamo attendercelo dal Signore, così è a Lui e per Lui solo che
dobbiamo obbedire: «Qualunque cosa facciate, fatela di cuore come per il
Signore e non per gli uomini, sapendo che quale ricompensa riceverete dal
Signore l'eredità» (Col 3,23-24). E l'Apostolo Pietro inculca lo stesso
principio: «Siate sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del
Signore» (1Pt 2,13).
12. Dobbiamo, amatissimi Confratelli, confermarci bene in questa
divina,verità, e ringraziare Iddio di averci così facilitato l'obbligo della
soggezione della nostra volontà a quella dei Superiori, garantendoci che
riterrà come fatto a Sé ogni nostro atto di obbedienza e sottomissione. Ma
nello stesso tempo teniamo per fermo che nulla potrà mai scusare le nostre
disobbedienze, né l'ignoranza, né la poca virtù dei nostri superiori. E
merito dell'obbedienza sta tutto qui. Chi non obbedirebbe se N. Signore venisse
in persona a darci i suoi comandi? Il merito sta nell'obbedire all'uomo, perché
Dio così vuole essere obbedito. Egli ha voluto questi intermediari fra Lui e
noi, Egli vuol servirsi di questi interpreti benché li sappia miseri e
difettosi.
Dirò di più: i difetti, l'ignoranza, i mancamenti dei superiori entrano
anch'essi nei disegni di Dio per riguardo a quello che Dio vuol fare di noi.
Cesare Augusto comandò il censo per ambizione, Erode ordinò l'eccidio dei
bambini per gelosia e determinò la fuga della S. Famiglia in Egitto, giudici
iniqui misero a morte il nostro Redentore. Gesù obbedì sempre: venne a nascere
a Betlem, andò bambino in esilio, subì la morte di croce, riconobbe nei
governatori e negli stessi suoi giudici ingiusti l'autorità di Dio: «Tu non
avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall'alto» (Gv
19,11), obbedì anche agli iniqui, e quali disegni si compirono? Solo gli
adorabili eterni disegni di Dio!
Quand'anche i nostri superiori fossero cattivi come gli Scribi ed i Farisei,
anche allora dovremmo obbedire: «Sulla cattedra di Mosè si sono
seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono fatelo e osservatelo - il
resto non vi riguarda: ma non fate secondo le loro opere» (Mt
23,2-3). Quando nei nostri superiori vedessimo difetti ed imperfezioni,
obbediamo con perfezione ancor più grande e ne avremo maggior merito. S.
Giovanni Climaco interrogato come potesse obbedire ad un suo superiore
difettoso, diceva: «Ho sovrapposto l'immagine di Cristo al mio
superiore»
Mistero di fede
13. Ho detto più sopra che questa dottrina di vedere l'autorità di Dio
nella persona dei nostri superiori è vera come un articolo di fede e l'ho
dimostrato sufficientemente. Noi ci troviamo di fatto dinanzi ad un mistero di
fede. 19 fatto è che Dio, richiedendoci la nostra obbedienza ed imponendoci un
continuo atto di fede, domanda l'unico sacrificio degno di Lui che la creatura
ragionevole può offrirgli, il sacrificio della propria volontà. Colui che
sacrifica ed immola la propria volontà, il proprio giudizio sull'altare
dell'obbedienza si dà tutt'intero a Dio; Gli dà quello che, solo, Dio
veramente apprezza, quello che è la migliore parte dell'uomo, quello che è
tutto l'uomo. Chi al contrario è restio all'obbedienza e rifiuta a Dio la
propria volontà Gli rifiuta se stesso, ed allora che cosa importa a Dio tutto
il resto? Questo è il mistero dell'obbedienza.
I santi hanno veduto nell'obbedienza una specie di mistero eucaristico. Nel
momento in cui un Vescovo, un Superiore qualunque è regolarmente nominato ed
investito della sua giurisdizione, Dio lo fa immediatamente partecipe della
propria Autorità e con l'autorità gli comunica il suo potere, la sua
sollecitudine per le anime, il suo cuore. Le apparenze di un Superiore così
investito dell'autorità di Dio, come quelle dell'Eucaristia, rimangono misere
ed umili; nondimeno è questo superiore che per noi rappresenta Dio e deve
comunicarcene i sovrani voleri. L'Eucaristia ci è data per nutrimento delle
anime nostre, per darci la vita di Dio: per mostrarci la via del dovere, per
farci conoscere la volontà Dio su di noi, per rischiarare i nostri dubbi ci
sono dati i Superiori.
Ricordate la scena della conversione di S. Paolo? Abbattuto sulla via di Damasco
e convertito, egli fa a Gesù quella domanda, la grande domanda di tutta la vita
di ogni cristiano, d'ogni missionario: «Signore, che vuoi che io faccia?» e
Gesù: - «Alzati ed entra nella città e ti sarà detto che devi
fare» (At 9,6). E grande convertito avrebbe potuto indugiarsi a
domandare: Perché andare in città? Perché non mi dite voi, o Signore, quello
che volete da me? Non sarebbe molto più semplice? Sarebbe forse più semplice,
ma non conforme alla divina economia che vuol parlarci per mezzo dei superiori.
È così che il Signore suole agire nella sua ordinaria Provvidenza, per nostro
maggior merito, ma altresì per nostra assoluta sicurezza.
Un'ispirazione nella preghiera, una voce interiore, una rivelazione diretta del
Signore non hanno valore assoluto di certezza, potendo essere giochi di
fantasia, illusioni diaboliche. Solo l'obbedienza ai nostri Superiori dà
assicurazione assoluta per tutte le situazioni, per tutti i casi nei quali
l'anima può trovarsi. Quanto dobbiamo essere grati al Signore per aver così
disposto!
14. S. Teresa Il ebbe una visione e le parve che Nostro Signore le
ordinasse qualche cosa che non era del tutto conforme a quello che le aveva
ordinato il suo confessore. Ella però decise di obbedire al confessore, dicendo
al Signore: «Benché io sappia, mio Dio, che siete Voi che mi parlate, e io
abbia la migliore disposizione di obbedirvi, pure non è di fede che siete
proprio voi che mi parlate, ma è di fede che è il mio Dio che mi parla per la
bocca del mio confessare».
E S. Margherita Alacoque: «Gesù è il mio maestro e direttore: però Egli non
vuole che io faccia cosa alcuna senza il consenso della mia superiora. Vuole
quasi che obbedisco più a questa che a Lui».
Abbiamo dunque la fede dei santi, e vediamo nei superiori solo la persona di
Gesù. «Mi avete accolto come un angelo di Dio, diceva S. Paolo ai
Galati, come Cristo Gesù» (Gal 4,14). Abbiamo questa fede e saremo
benedetti.
A chi obbedire
15. Il Papa. - Permettete ora Che, venendo alla pratica, tocchi
alcuni punti delle Costituzioni che riguardano questa materia e che offriranno
occasione ad opportuni chiarimenti.
Voi, amati confratelli, conoscete assai bene in teoria la dottrina della nostra
fede intorno alla divina istituzione della S. Chiesa, ed alla gerarchia con cui
essa si governa. La nostra più piena, assoluta, incondizionata obbedienza, la
nostra più umile ed affettuosa sottomissione la dobbiamo quindi anzitutto al
Vicario di Gesù Cristo in terra, il Romano Pontefice. Le Costituzioni all'art.
20 hanno al proposito queste belle parole: «L'Istituto si gloria di professare
illimitata devozione, profondo attaccamento, amore e venerazione verso il Sommo
Pontefice. Quindi i membri tutti si distingueranno per una sottomissione
assoluta ed un'obbedienza filiale a tutte le disposizioni della S. Sede».
Non occorre che mi fermi ad illustrare parole già si chiare, che rispecchiano i
sentimenti di tutti i venerati Superiori e Padri che ci hanno preceduti, e ci
ricordano tutta una cara tradizione di assoluta e pura romanità in cui i nostri
Istituti riuniti si sono sempre distinti. Dico solo che la qualifica di
Pontificio di cui si onora l'Istituto non vuole tanto essere un semplice titolo
nobiliare, quanto l'espressione del nostro particolarissimo e pratico
attaccamento alla Santa Sede, per cui in ogni tempo e circostanza dobbiamo
essere un sol cuore ed un solo pensiero, sicuri così di essere una sola cosa
con Nostro Signore. E questo attaccamento e sottomissione l'estenderemo
naturalmente ed in particolar modo alla S. Congregazione di Propaganda Fide
dalla quale l'Istituto in tutto dipende, come ci è detto dall'art. 21 delle
Costituzioni.
16. I Superiori dell'Istituto. - Mi dispenso dal commentare gli
art. 22 e 45 che parlano dell'autorità del Superiore Generale su tutto
l'Istituto e dell'obbedienza che si deve a lui, ai Superiori regionali, suoi
delegati, ed ai Superiori delle singole case. Basti ricordare quanto a questo
proposito S. Paolo ci raccomanda: «Obbedite ai vostri capi e state loro
sottomessi, perché essi vegliano per le vostre anime come chi ha da renderne
conto» (Eb 13,18).
Solo vorrei che i miei confratelli riflettessero e si facesse riflettere ai
giovani tutto quello che vogliono significare quelle parole: essi infatti
vegliano... come chi ha da rendere conto delle anime vostre. I Superiori - dice
S. Paolo - vegliano di continuo come incaricati da Dio del bene delle anime
vostre, onde se voi, per negligenza dei superiori, aveste ad incorrere in
qualche fallo, ne sarà fatto debito ad essi davanti a Dio. I superiori quindi
hanno da sopportare e la fatica e la responsabilità del loro posto. E quale
responsabilità? La massima di tutte, dice S. Tommaso, quale è quella che delle
azioni e della vita altrui debba rendere ragione un uomo, che non è sufficiente
a renderla di se stesso.
Rimarchevolissime sono poi le parole che seguono nel testo succitato
dell'Apostolo «perché facciano questo con gioia e non gemendo: ciò
non sarebbe vantaggioso per Voi» (Eb 13,17). S. Paolo qui
prega che, consci come siamo del peso che grava sui Superiori, noi abbiamo ad
obbedire di buon grado, onde essi abbiano a compiere il loro ufficio con gaudio
e consolazione e non gemendo e non con tristezza e lagrime. Ciò
infatti, dice l'Apostolo, non sarebbe vantaggioso per voi, sia
perché le disobbedienze intralciano l'opera dei superiori, impediscono il bene,
e ricadono a danno della comunità, sia perché di esse farà vendetta il
Signore.
Amati confratelli, meditate spesso su queste parole di S. Paolo! E lo dico a
tutti, ai vicini ed ai lontani: qui in patria nei Vescovi, nei Prelati e
Superiori in generale si suole vedere l'altezza del grado,,gli onori di cui sono
circondati ed i vantaggi del loro posto. Generalmente chi è posto in alto è
creduto felice, è privilegiato: idea superficiale ed errata, perché vedono
l'unzione ma non la croce: pochi considerano le pene ed i travagli, i
dolori e le lacrime che costano certe cariche. Tuttavia in patria, non c'è
dubbio, l'autorità generalmente è circondata da un certo lustro ed offre certi
vantaggi.
Ma io parlo a voi, cari confratelli, a voi che sapete come vino i nostri
superiori in missione ed in patria: per essi la croce è tutta croce; lustro non
ne hanno, e vantaggi tanto meno: quanto più siamo per questo obbligati ad esser
con essi prudenti, compiacenti ed amorosamente sottomessi.
Se in una comunità non si è così disposti come vuole l'Apostolo Pietro ... «con
l'obbedienza alla verità, con amore fraterno» (1Pt 1,22), la posizione dei
Superiori è insostenibile, è un martirio. Quale sarebbe difatti la posizione
di un superiore che dovesse governare una missione o una comunità di sudditi
poco benevoli, insofferenti di osservazioni, curanti solo del proprio comodo,
facili alla critica, esigenti con gli altri, indulgenti con se stessi? Non
sarebbe la posizione di tale superiore veramente da compiangere? Potrebbe tale
missione, tale comunità meritare le divine benedizioni?
Non sia mai così di noi: vediamo nei superiori i nostri Padri, quelli che Dio,
per nostro amore e servizio, ha gravati di una più grande croce. Sia dunque
nostro grande impegno di essere con essi, come dicevo, prudenti, compiacenti e
amorosamente sottomessi, perché portino la loro croce con gioia e non
gemendo.
I Superiori ecclesiastici
17. Dove amo fermarmi alquanto più a lungo è nel chiarire gli articoli
204 e 210 delle Costituzioni che riguardano l'obbedienza che come Missionari
dobbiamo ai nostri venerati Vescovi, Vicari e Prefetti Apostolici.
L'art. 204 dice: «Entrando in Missione i nuovi Missionari si metteranno
interamente nelle mani del Vescovo, del Vicario o Prefetto Apostolico,
professandogli perfetta obbedienza e sottomissione». E l'art. 2 1 0
incalza: «11 missionario si guarderà dall'opporsi con pertinacia alle vedute
del Vescovo... dal criticare l'operato dei Confratelli, dal biasimare gli
usi approvati della Missione. Scriverà spesso al Vescovo... per esporgli
i suoi dubbi e timori le sue difficoltà e necessità, rimettendosi sempre
alla sua decisione ed ai suoi consigli».
Non perdiamo mai di mira la natura del nostro Istituto: noi siamo puramente
e semplicemente una Società di Missionari. Si entra nel nostro Istituto con il
fine esclusivo e specifico di dedicarci alla conversione degli infedeli nelle
Missioni. Se taluno è fermato per qualche tempo in Italia, ciò è solo ed
unicamente per cooperare alle opere comuni di questo apostolato che si svolgono
in patria.
Così considerati, quali realmente siamo, e cioè come missionari apostolici,
i nostri Superiori naturali sono i Vescovi, i Vicari e Prefetti Apostolici
delle Missioni: sono essi i nostri Ordinari. (Can. 198).
I Superiori ecclesiastici delle Missioni hanno la responsabilità
dell'evangelizzazione del loro territorio e tutta l'autorità per dirigere le
opere di apostolato delle Missioni (Can. 335). t altresì chiaro che questa
autorità non viene loro dal Superiore dell'Istituto, anche se è lui che li
propone, ma direttamente ed esclusivamente dalla S. Sede. Anzi essi, in quanto
Ordinari, sono sottratti alla potestà dei Superiori dell'Istituto e dipendono
solo dalla stessa S. Sede. (Can. 627, 2).
Richiamo pure il Can. 329 dove è detto che «I Vescovi sono successori
degli Apostoli e per istituzione divina presiedono alle Chiese
particolari, che essi reggono con potestà ordinaria, sotto l'autorità del
Sommo Pontefice».
Ricordati questi principi, non ho che da far mio il voto del Santo Pontefice Pio
X, che fra i nostri Missionari fiorisca e sempre più si accresca la riverenza
e l'obbedienza solennemente promesse a quelli che lo Spirito. Santo ha posto
a governare la Chiesa.
Senza obbedienza ai nostri Superiori ecclesiastici lo zelo del missionario non
può essere perfetto né fruttuoso, perché mancante della benedizione del
Signore. Questa benedizione sarà tanto più abbondante quanto più il
missionario saprà obbedire, spogliandosi del proprio modo di vedere ed
abbandonandosi e conformandosi alle direzioni e disposizioni di chi, solo, come
ho detto sopra, ha nella Missione la responsabilità dell'evangelizzazione e
delle opere a questa dirette. Se nelle nostre Missioni vi sarà obbedienza tutto
procederà in pace e nella pace si avranno i più consolanti progressi.
Ho detto sopra che i Vescovi, i Vicari e Prefetti Apostolici delle nostre
Missioni sono i nostri Ordinari. Giova quindi qui ricordare che è ad
essi che i missionari hanno promesso solenne obbedienza nel giorno della loro
ordinazione sacerdotale. In quel giorno memorando, il vescovo, dopo averli
consacrati preti, prese nelle sue le loro due mani, fece loro questa domanda: Prometti
al tuo Ordinario in carica riverenza e obbedienza? ed essi risposero:
Prometto.
Qui dobbiamo vedere assai più che una semplice cerimonia, fu una promessa
formale che si fece, un impegno solenne che si prese davanti a Dio ed alla S.
Chiesa. Da quel Prometto scaturisce un obbligo tutto speciale di
obbedienza verso chi ci governa nelle missioni.
È anche per questo che Mons. Marinoni, raccomandava tanto ai missionari
l'obbedienza più illimitata ai nostri Vescovi. Nelle antiche Regole, egli
prescriveva: «I missionari accetteranno come proveniente da Dio quel posto o
quell'ufficio che il Superiore giudicherà opportuno di affidar loro. Non
avanzeranno diritti di anzianità, o altri titoli, per pretendere di essere
anteposti ai confratelli, memori di ciò che inculca l'apostolo: «Ognuno di
voi, con tutta umiltà consideri gli altri superiori a se stesso» (Fil
2,3). Quanta saggezza in questi paterni consigli ed avvisi, che i nostri
cari missionari non dovrebbero mai dimenticare.
Per quello che riguarda particolarmente le destinazioni che ci possono essere
date, cerchiamo di ricevere come dalle mani stesse di Gesù quell'ufficio, quel
posto che ci viene affidato dall'Autorità, sia che riguardi immediatamente
l'evangelizzazione degli infedeli, o che a ciò concorra solo indirettamente. Il
Superiore ecclesiastico può affidare ai suoi missionari qualunque opera,
ufficio o posto che sia utile al buon andamento della missione: tanto quindi in
città come in distretto, in seminario come in Procura.
Avuto un posto, non cerchiamo di cambiarlo. S. Francesco Saverio così ammonisce
in una delle sue lettere: «Non c'è posto che un momento o l'altro non produca
noia o stanchezza, e, fuori di quelli molto obbedienti e rassegnati alla
Volontà di Dio, tutti amano cambiare il loro posto per quello degli altri.
Questa irrequietezza proviene spesso dal nostro spirito di indipendenza e dal
pensare di essere trattati peggio degli altri. Credetemi: chi manca di spirito
di obbedienza, si muova come vuole, non troverà mai riposo. Chi ha la febbre
non trova mai posizione comoda».
Una delle ragioni di malcontento per i missionari è questa, di non essere
talvolta soddisfatti del proprio posto: ebbene, ricordiamo allora queste parole
del grande patrono delle Missioni.
È ammirabile - è di fatto una delle caratteristiche più belle del nostro
Istituto - l'obbedienza con la quale tutti e sempre i nostri novelli Missionari
ricevono la loro destinazione ad una data missione. Questa generosa, grande e
bella disposizione li accompagni sempre nella vita. Possono essi, certamente,
esporre desideri e difficoltà quanto a posti, trasferimenti, ecc.; ma, fatto
questo, lascino la decisione alla saggezza ed alla volontà dei Superiori.
Nessuno meriti a questo riguardo il rimprovero di S. Bernardo ad un certo Ogerio
che ottenne dopo molte insistenza di essere esonerato da un ufficio: «Una
volta accettato un ufficio non era lecito .lasciarlo... La licenza
estorta, poi, non è licenza ma violenza... Mi congratulo con te
che sei stato esonerato, ma temo che da te sia stato disonorato Dio. Dì
la verità: ti è piaciuta di più la tua quiete che l'utilità altrui».
Quando non esponendo che in parte una situazione o un affare, o usando
indebite pressioni, o mostrando irrequietezza e malcontento riusciamo ad
ottenere dal Superiore un cambiamento di posto o un permesso, non illudiamoci di
obbedire; chi così fa, dice lo stesso S. Bernardo, «Seduce se stesso; in
tal caso egli non obbedisce al prelato, ma è il prelato che obbedisce a
lui».
E a questo proposito ci siano pure presenti le auree parole dell'Imitazione:
«Corri pure di qua e di là, la quiete non la troverai se non
nell'umile soggezione al governo di un Superiore. Molti ha ingannato
l'illusione di star meglio in altri luoghi e il piacere della novità».
Infine il missionario che vuole essere perfetto nell'obbedienza, non deve
distinguere fra regole obbligatorie o semplicemente direttiva, fra ordini dei
Superiori e loro consigli. Egli, si sottomette a tutto di gran cuore, perché in
tutte le manifestazioni della volontà dei Superiori non vede altro che
l'espressione della Volontà di Dio. Tale deve essere l'unica regola della vita
di un uomo tutto consacrato a Dio ed alle anime.
Dobbiamo confessarlo: molti guai verrebbero risparmiati alle Missioni, molte
vocazioni salvate - e non parlo solo di casa nostra - se spogliandoci di quel
certo materialismo che talvolta nei superiori fa vedere solo e troppo l'uomo, si
seguissero i saggi avvisi del già citato Mons. Marinoni, il quale ci esortava
di non dimenticare mai che gli Ordinari delle missioni governano in nome del
Vicario di Cristo, e che l'indole propria dei figli della Sapienza è
l'obbedienza e la carità, e perciò voleva che i suoi Missionari avessero a
distinguersi assai in queste grandi virtù.
Ai Superiori dell'Istituto
18. Questa lettera scritta per tutti, è in particolarissimo modo
indirizzata ai Superiori e Padri delle nostre Case di formazione, dalle più
piccole alle maggiori. Sono essi, rettori, padri spirituali, maestri, giù giù
fino ai semplici prefetti, quelli che debbono educare i giovani alla pratica
religiosa ed amabile di questa virtù.
E dapprima essi debbono precedere con l'esempio, conformandosi in tutto alle
disposizioni dei superiori maggiori. Quale disordine quando, ad es., un
vicerettore non si conformasse in tutto alle disposizioni del suo Superiore
immediato, ma volesse fare da sé, seguendo proprie vedute; quale confusione
quando un rettore ignorasse o facesse ignorare le disposizioni date dalla
Direzione Generale nei vari Direttori, appunto per ottenere ordine ed
uniformità nel sistema educativo e disciplinare delle nostre Case!
Questa raccomandazione ai Superiori è opportunissima, perché in un Istituto
come il nostro può facilmente avvenire che uffici di direzione siano affidati a
Padri venuti di fresco dalle Missioni, ignari dei metodi e delle consuetudini in
vigore. Se, ignorando i Regolamenti e le disposizioni dei Superiori maggiori,
ognuno volesse dare un'impronta troppo personale alle opere che gli sono
affidate, è facile vedere a quali inconvenienti e disordini si andrebbe
incontro.
A questo proposito raccomando che una volta all'anno da tutti gli addetti alle
varie Case si abbia a leggere in comune il Direttorio dei Superiori e Padri; che
i Rettori spieghino e commentino ai Prefetti le Norme che li
ríguardano56; e che gli stessi Rettori, o i Vicerettori abbiano a leggere e
spiegare ogni anno il Regolamento interno degli alunni.
E parlando dei Superiori mi piace riportare qui l'esortazione che fa ad essi il
Ven. P. Chevríer: «Bisogna, egli dice, che un Superiore
sia riempito dello spirito di Dio: bisogna che un Superiore conosca ad ogni
istante la volontà di Dio- e la faccia eseguire dai suoi inferiori. Quale
compito! Quale responsabilità! Quale unione intima con Gesù Cristo deve avere
quest'uomo, per non dire e non fare se non quello che Gesù Cristo vuole e
desidera veder fatto dai suoi membri. Con quale cura bisogna che un superiore
studi Gesù Cristo, la sua divina parola, la sua dottrina, il suo spirito per
comandare secondo Gesù Cristo, per dirigere secondo Gesù Cristo, per condurre
secondo Gesù Cristo ciascuna casa, ciascuna persona, ciascuna anima in
particolare! Diffidenza di se stesso, preghiera, studio, consiglio».
Ed ancora ai Superiori raccomando di aver cuore di padri se vogliono ubbidienza
di figli: «Esorto gli anziani che sono tra voi.. pascete il gregge di
Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri,
secondo Dio... non spadroneggiando sulle persone» (1Pt 5,1-2).
Alla paternità e dolcezza uniamo l'umiltà. Ci vuole molta umiltà per obbedire
bene, ma non ce ne vuole di meno per ben comandare: «Ti hanno fatto
capotavola, non esaltarti, comportati come gli altri, come uno di loro» (Siracide
32,1).
Evitare le maniere dure, imperiose non vuol dire che perciò si debba essere
deboli nell'esigere l'esecuzione degli ordini che si debbono dare. La saggezza
di un Superiore sta appunto qui, nel saper ben dosare, nell'esercizio del suo
ufficio, la dolcezza con la fermezza, per ottenere la facile condiscendenza dai
sudditi e nello stesso tempo mantenere integro il rispetto dell'autorítà e la
fedele esecuzione dell'obbedienza.
19. Costituzioni.
- A questo punto non mi sembra fuor di luogo raccomandare
caldamente a tutti di fare gran conto dell'osservanza delle nostre Costituzioni
che, come lo dice il nome, sono le regole costitutive dell'Istituto e gli danno
A suo carattere proprio e distintivo. Esse determinano il suo modo di governo,
le condizioni di reclutamento e formazione dei suoi membri, la natura del legame
che h unisce, i loro doveri e diritti; esse fissano in modo preciso il fine
dell'Istituto ed il modo di conseguirlo nelle Missioni. Esse - in breve - sono
le leggi fondamentali della nostra Società.
Ora io esorto caldamente tutti a tenere in gran conto queste nostre Regole e ad
osservarle fedelmente. Se ci furono periodi di incertezze e di decadimento negli
Istituti religiosi fu quando si tenne poco conto dell'osservanza delle Regole.
È noto il detto di Pio IX 10 che si impegnava a canonizzare senza alcuna altra
formalità il religioso che avesse sempre osservato fedelmente le sue Regole. E
difatti, se la santità consiste nel corrispondere alla propria vocazione,
poiché è in essa che Dio ci ha preparate le grazie necessarie alla nostra
santificazione, questa corrispondenza alla vocazione si riassume tutta nella
fedele osservanza delle Regole.
Non siamo religiosi, ma abbiamo tanto obbligo di osservare le nostre
Costituzioni quanto ne hanno i religiosi di osservare le loro. Le nostre
Costituzioni seguono il Missionario e lo guidano, oltre che nel lavoro della
propria santificazione, anche nella pratica dello zelo e del ministero
apostolico. Lo stesso ministero delle Missioni resta subordinato a questo dovere
primordiale dell'osservanza fedele delle Costituzioni.
Da ciò risulta che gli Ordinari delle Missioni, nell'esercizio della loro
autorità sui missionari debbono rispettare le prescrizioni delle Costituzioni e
far concordare con esse i loro regolamenti particolari. Con ciò l'autorità dei
Superiori ecclesiastici non resta per nulla diminuita, poiché le Costituzioni
dell'Istituto sono state studiate ed approvate dalla S. Sede in vista del
maggior bene delle Missioni.
Ma per bene osservare le Costituzioni bisogna conoscerle e studiarle. Perciò
l'art. 276 ordina che ogni missionario abbia una copia delle regole che dovrà
leggere almeno una volta all'anno, nel tempo degli SS. Esercizi; e l'art. 277,
riassumendo quanto ho detto, raccomanda che, per quanto non obblighino sotto
peccato, ogni membro dell'Istituto deve considerare le Costituzioni come
espressione del divino volere a suo riguardo, il mezzo particolare della sua
santificazione e dei prossimi alle sue cure affidati.
In fine raccomando che nel Noviziato, e poi sempre negli anni successivi di
preparazione alle missioni, non si trascurino dai Superiori regolari corsi di
spiegazione delle Costituzioni e dei Direttori dell'Istituto.
Per i nostri giovani
20. Ma è negli aspiranti, in tutti quelli che, nelle nostre Case, si
preparano alle Missioni, che si devono assiduamente e con ogni diligenza e
premura inculcare lo spirito e la pratica dell'obbedienza.
Si dà grande importanza, e molto giustamente, alla virtù della purezza, e chi
lascia anche solo sospettare fiacchezza in materia viene dichiarato inadatto
alla vita ecclesiastica e missionaria: or bene, la stessa importanza, se non
maggiore, si deve dare all'obbedienza. Spiriti superbi, ribelli alla
sotto-missione, difficili a piegarsi, facili alla critica dei Superiori, anche
avessero altre buone doti, non sono adatti alla vita delle missioni.
Invito dunque e prego tutti i nostri superiori ad essere esigentissimi in
materia di obbedienza e di sottomissione. I disubbidienti sono superbi, e dei
superbi il Signore non sa che farsene. Mai opera di prete orgoglioso e superbo
fu benedetta da Dio.
La prima delle cause, forse l'unica vera causa, perché nelle Missioni le
vocazioni possono fallire è la superbia, che generalmente si manifesta nella
poca sottomissione.
L'obbedienza è il segno più certo e sicuro del buono spirito di una comunità.
Insegniamo ai nostri giovani questa grande verità, che solo quando un'anima è
docile ai superiori è certa della propria vocazione ed è sicura di essere
condotta dallo spirito di Dio. Uscire dal binario della più stretta obbedienza
è andare fuori di strada, è andare alla rovina. E perché? Perché chi si
sottrae all'obbedienza si sottrae alla grazia. Vi può essere sventura più
grave? Che cosa siamo senza la grazia? E questa dottrina non è mia: è sentenza
assai profonda dell'Imitazione di Cristo: «Figliolo, chi cerca di sottrarsi
all’obbedienza, si sottrae anche alla grazia».
Ripeto, siamo esigentissimi in materia di obbedienza. E giovane che oggi non
obbedisce nelle cose piccole, domani sarà ribelle nelle grandi. Dobbiamo
educare le volontà dei nostri giovani e ciò si ottiene con la disciplina
dell'obbedienza. Si disciplinano le acque e si ha l'irrigazione, si ha
l'elettricità: si disciplina il fuoco e si ha il vapore. Disciplinando le
volontà dei santi, la Chiesa ha avuto le grandi forze illuminatrici ed
incendiarie dell'apostolato.
21. Il nostro Istituto, «come schiere a vessilli spiegati» (Cant.
6,4), vuole offrire alla Chiesa un ordinatissimo esercito di Sacerdoti e
di Fratelli per le sacre conquiste della Croce. Mandare anime superbe e
disobbedienti nelle nostre Missioni è preparare chi domani sconcerterà le
nostre file e romperà la nostra compagine. E che cosa sarebbe più il nostro
Istituto, se non potessimo contare sull'assoluta obbedienza dei nostri giovani;
se un superiore, un Vescovo non potesse trovare nei suoi missionari
quell'obbedienza, quell'abnegazione che i comandanti di eserciti terreni trovano
nei loro soldati?
E non vi nascondo perciò che rimango profondamente addolorato quando vedo farsi
poco conto di certi ordini, quando scorgo alcuni trovare tanta difficoltà nelle
piccole obbedienze, quando sento con quale spirito si ricevono talvolta le
disposizioni poco gradite dei superiori... Buoni superiori non debbono chiudere
gli occhi quando avvertono simili mancanze: essi hanno il dovere di richiamare
sempre i trasgressori e metterli faccia a faccia con il loro fallo. Con i
disobbedienti, con i mormoratori, con i superbi non si deve transigere mai, ma
con caritatevole fermezza bisogna persuadere, inculcare in essi lo spirito di
obbedienza e di sottomissione. Bisogna insegnar loro che solo se si sforzeranno
di essere obbedienti, potranno sperare di compiere veramente bene la loro
preparazione all'apostolato, riportando le più belle vittorie sulle loro
passioni: l'uomo obbediente canterà vittorie (Prv 21,28.. Altra
preparazione non accompagnata dall'obbedienza non serve, perché la stessa
pietà senza lo spirito di umile sottomissione può essere un inganno.
22. Ascoltino e meditino su queste parole della divina Scrittura: «.L'obbedienza
vale più del sacrificio offerto dagli stolti che non comprendono di fare
il male» (Siracide 4,17) e queste altre sulla stessa linea: «Il Signore
forse gradisce gli olocausti e i sacrifici come obbedire alla voce del
Signore? Ecco, l'obbedire è meglio del sacrificio, l'essere docili è più del
grasso degli arieti». L'obbedienza per prima, allora anche la pietà sarà
sincera. Il sacro testo continua: «Poiché peccato di divinazione è
la ribellione, ed iniquità e delitto di idolatria l'insubordinazione» (1Sam
15,22-23). Il Profeta Samuele molto sapientemente ci avverte che il resistere
agli ordini di Dio, che ci vengono per mezzo dell'obbedienza, è come il peccato
della divinazione e dell'idolatria, in quanto il disobbediente pretende in certo
modo di indovinare e decidere quello che sia meglio fare, o il volere di Dio o
il proprio, cadendo così in una specie di idolatria adorando e facendo il
proprio volere.
È ad essi, ai nostri alunni, discepoli prediletti di N. Signore, che sono
indirizzate particolarmente quelle divine parole, che sono tutto un programma di
vita religiosa: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel
regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli,
questi entrerà nel regno dei cieli» (Mt 7,21). E
disubbidiente può soggiungere: Signore, è vero, non mi piace tanto obbedire,
però voglio essere missionario lo stesso e voglio andare a convertire tante
anime... No, dice il Signore, la tua vocazione, se non sei obbediente, è tutta
poggiata sull'arena. «Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non
abbiamo noi profetato... e compiuti molti miracoli nel tuo nome?
Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti. Chiunque ascolta queste mie
parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito sopra
la Roccia»(Mt 7,22-24).
23. Sia dunque la vocazione dei nostri missionari ben fondata sulla
pietra della santa obbedienza ed allora Gesù benedetto ci riconoscerà per
suoi.
Nessuna illusione su questo punto: chiunque vuol essere missionario dev'essere
umile ed obbediente. Chi nella pratica ciò non vuole intendere, si rimandi da
dove è venuto: le Missioni non fanno per lui.
Ho detto più sopra che tanto esigenti si deve essere per la virtù
dell'obbedienza, quanto lo si è per quella della purezza. Ora a questo
proposito faccio un'altra riflessione, che è anche insegnamento. Vogliamo stare
tranquilli sulla virtù di un giovane? Osserviamo la sua ubbidienza. Chi è
obbediente è umile, e chi è veramente umile è certamente puro. Bisogna
meditare queste gravi parole dell'Imitazione: «Chiunque non si sottomette
volentieri e spontaneamente al suo superiore dimostra che la sua carne non gli
è ancora completamente soggetta, ma che spesso ricalcitrante si ribella. Impara
dunque a sottometterti al tuo superiore con prontezza se vuoi soggiogare la tua
carne... È perché ancora troppo disordinatamente ti ami che non sai
sottometterti completamente all'altrui volontà».
Questo insegnamento, che l'Autore dell'Imitazione mette in bocca al Signore,
è molto prezioso: c'insegna la via per soggiogare più perfettamente i nostri
sensi, e nello stesso tempo ci avverte che difficilmente uno spirito ribelle
potrà conservarsi puro. Questo debbono tener ben presente in special modo gli
educatore dei nostri missionari, perché non si abbiano a mandare avanti e
inviare alle missioni uomini che domani potranno far piangere la S. Chiesa.
24. I nostri superiori vigilino affinché i giovani si educhino ad
obbedire non solo per motivi di fede, della qual cosa ho già detto più sopra,
ma che la loro obbedienza sia altresì sempre pronta, completa ed affettuosa.
Non mi dilungo a spiegare. Dico solo che si deve esigere che i giovani si
abituino ad obbedire con alacrità e prontezza: niente esitazioni, discussioni,
osservazioni per non sottomettersi: «Non piace a Dio l'obbedienza che
frappone indugi e discussioni, quell'obbedienza che quando si comanda chiede
perché, per qual ragione, per quale cosa si sia comandato», dice S.
Agostino.
Osserviamo stupiti con i Santi Apostoli con quale alacrità si porta Gesù a
Gerusalemme, dove sapeva di dover trovare la sua passione e morte: «Gesù
camminava davanti a loro ed essi erano stupiti, e coloro che venivano
dietro erano pieni di timore» (Mc 10,32).
La SS. Vergine, udita la volontà di Dio che la destinava madre del Salvatore,
risponde subito: «Ecco l'ancella del Signore, avvenga di me quello
che hai detto» (Lc 1,38). S. Bernardo, descrivendo l'obbedienza
della Madonna, dice che obbediva «con cuore volenteroso, con volto
lieto, con azione veloce». S. Giuseppe, ricevuto l'ordine di partire nella
notte, senza né scuse, né lamenti obbedisce: «Destatosi dal sonno,
Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore»(Mt 1,24).
25. Si obbedisco in tutto, non già solo nelle cose che ci garbano; si
obbedisco bene, in ogni particolarità. Alle volte si riceve volentieri un
ufficio, ma non si tollerano osservazioni e correzioni sul modo di compierlo:
tale non è esercizio di virtù, ma di amor proprio.
Si obbedisco a tutti, e non solo a quei superiori che ci vanno a genio. Chi ha
di queste preferenze, obbedisce non a Dio, ma alla creatura. E p. L.da Ponte
dice a questo proposito: «È, sospetta l'obbedienza di colui che ad un
superiore si sottomette, e ad un altro, che è inferiore o meno perfetto, non
vuole obbedire: allo stesso modo come è sospetta la fede di colui che si
inginocchia davanti ad una croce d'oro e disdegna di inginocchiarsi davanti ad
una di legno».
Osservino i nostri giovani come si obbediva a Nazaret: Gesù infinitamente più
santo e perfetto obbediva alla Madonna ed a S. Giuseppe e non comandava a
nessuno: la Vergine comandava al più perfetto dei tre ed obbediva al meno
perfetto: chi comandava su Gesù e su Maria era S. Giuseppe, l'ultimo della S.
Famiglia per perfezione di santità.
Infine si obbedisco con tanta gioia, affettuosamente: «Dio ama chi
dà con gioia» (2Cor 9,7). L'obbedienza nelle cose difficili e penose non
può essere allegra se non è ispirata a fede e ad amore. È l'amore che rende
leggeri e perfino desiderabili i sacrifici della nostra vocazione. Così sia
della nostra obbedienza. Se io vedo Gesù nei miei superiori, volentieri
obbedirò per amore di Lui, che per amore di me ha obbedito sino a morire su una
croce. «Mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20).
26. Nelle Costituzioni dei Padri Bianchi, che sono una Congregazione
simile alla nostra, ed i cui membri sono legati dal semplice giuramento, trovo
che si dà grandissima importanza a questa virtù. Là dove si parla della
formazione dei Novizi c'è un articolo (168) che dice: «L'obbedienza è la
virtù capitale d'una compagnia di apostoli, i novizi si eserciteranno a
praticarla con una docilità perfetta ai loro superiori e con l'esatta
osservanza di tutte le regole del Noviziato. Ne studieranno la teoria nella
Lettera di S. Ignazio sulla virtù dell'obbedienza che sarà messa nelle loro
mani e spiegata nelle conferenze». Questa Lettera, che i Padri Bianchi hanno in
appendice delle loro Costituzioni, è un documento di grande importanza anche
per noi. Io ne farò la pubblicazione in un prossimo numero del «Vincolo»
perché i nostri Novizi in special modo e tutti i membri dell'Istituto, qui e
nelle Missioni, abbiano a meditarlo ed a leggerlo anch'essi una volta all'anno,
specialmente nei Ritiri mensili.
E termino questo punto con l'esortare vivamente i Rettori e Superiori delle case
a non perdere mai di vista quella missione altissima a cui sono destinati i
nostri giovani. Con l'apertura delle Scuole Apostoliche la preparazione degli
aspiranti alla vita delle missioni è diventato un affare molto difficile e
lungo, e le cose lunghe stancano, le mète troppo lontane si perdono facilmente
di vista.
I lunghi anni di preparazione che occorrono per formare un missionario possono
far sperare futuri problematici miglioramenti in giovani oggi poco promettenti,
miglioramenti che poi non si verificano. Così Seminari di missioni, che
dovrebbero accogliere solo soggetti sceltissimi, giovani validi di spirito e di
corpo, possono diventare convitti di giovani d'una virtù molto comune, e le
Scuole Apostoliche dei veri orfanotrofi.
Noi non siamo su questa via, ma il pericolo c'è di mandare avanti soggetti non
desiderabili. Allora ecco la necessità, se non si vuol far danno all'Istituto
ed alle Missioni, di tenere sempre in vista l'altissimo fine al quale sono
diretti tanti nostri sforzi e far comprendere ai giovani che per la vita
apostolica non basta affatto una mediocre virtù. Perciò quando dico che nella
disciplina dell'obbedienza si deve essere molto esigenti e severi, non mi pare
di chieder troppo; è in gran parte nell'esercizio di questa virtù che si
perfezionano le anime e si discernono le elette da quelle che non sono chiamate.
Mentre scrivo questa Circolare ricevo una lettera da un nostro venerando
Missionario di cui mi piace riportare qui un brano, perché educatori ed alunni
lo leggano e lo meditino. Non si riferisce particolarmente all'obbedienza, ma
non le è estraneo. «Mi perdoni se mi permetto di esporre un mio pensiero, che
sento molto fortemente e che ripetono anche i migliori Missionari. Con i giovani
bisogna insistere che non basta essere entrati nell'Istituto e nemmeno partire
per le Missioni... ma bisogna provare le proprie forze, le proprie virtù, e
vedere se si sarà poi capaci di adempiere i compiti di questa grande vocazione.
Si può essere dei buoni giovani e non essere preparati per un lavoro alle volte
così duro, noioso e apparentemente sterile. E quando queste genti vengono ad
uggia ad un Missionario di scarso spirito apostolico, questi non ha per esse che
parole aspre, se la sbriga al più presto nelle visite che deve loro fare, per
godersi la tranquillità ed i pochi comodi della sua residenza.
Giovani mal preparati finiscono poi col pentirsi di essere andati in Missione,
perché non la trovano come se l'erano immaginata. Per carità non si abbia
paura di annoiarli i nostri giovani, ripetendo loro che non si tratta di fare
dello sport e neanche di poter pretendere in Missione quei comodi e
svaghi pure innocenti che possono avere i preti in patria.
Così la pretesa di essere organizzatore, meccanico, artista, etc. non basta; si
deve avere la sete delle anime, si deve sentire il bisogno di conquistare
anche ad una ad una le anime, e trovare in questo lavoro il proprio gusto, la
piena soddisfazione. Che studino dunque i giovani le loro inclinazioni, misurino
le loro forze e che non possano mai dire che queste cose non furono loro
ripetute a iosa».
Parole d'oro, che io sottoscrivo a due mani, e passo a quanti, con me, hanno a
responsabilità dell'educazione dei nostri giovani. [Nota di p. Manna].
27. Vi pensino seriamente tutti quanti sono incaricati della formazione
dei giovani: chiudere gli occhi su questa materia può gravare seriamente la
coscienza. Quante volte, parlando di taluno che in missione è resero
all'obbedienza, o di qualche vocazione fallita, si sente dire: - Si poteva
prevedere: anche in seminario il tale dava segni di animo altero... prendeva
male le osservazioni... era refrattario all'osservanza delle piccole regole...
era incline alle mormorazioni... Ebbene, quando di qualche aspirante si possono
fare tali previsioni e, corretto, non si scorge emendazione, ed è di scandalo e
turbamento alla comunità, non si indugi a dimetterlo. Vi sono delle perdite che
sono veri guadagni.
Per chi avesse fatto il giuramento temporaneo la cosa non cambia: «La
mancanza di spirito religioso che sia di scandalo agli altri, è ragione
sufficiente di Emissione se è andata a vuoto una rinnovata ammonizione con una
salutare penitenza».
Deviazioni
28. E qui, miei amatissimi confratelli, vorrei avere la penna di un santo
per esortarvi con opportune parole ad odiare e tenervi lontani da ogni
manifestazione di disobbedienza e dallo spirito di mormorazione e di critica ai
nostri Superiori ed ai loro ordini. E parlo non ai soli Missionari che sono sul
campo, ma a tutti i membri dell'Istituto, grandi e piccoli.
Non c'è niente che può maggiormente danneggiare le Missioni e l'Istituto
quanto la resistenza ai voleri dei Superiori, e specialmente lo spirito di
critica e di mormorazione. Soldati di Dio di prima linea, dobbiamo sentire
vivamente questo grave dovere dell'obbedienza incondizionata ai nostri
comandanti. Ogni critica, ogni resistenza all'autorità è opera di
disgregazione e di indebolimento della nostra compagine; è un tradimento della
nostra causa alla quale abbiamo donato la vita. Non sembri forte la frase. Non
altrimenti verrebbe giudicata nel mondo militare ogni azione tendente ad
indebolire la disciplina dell'obbedienza in un esercito che sta o deve andare
incontro al nemico.
E questo un punto molto importante. Fanno cattiva azione coloro che in una
missione, in una comunità, conosciuto un ordine, una disposizione o anche una
semplice intenzione dei Superiori eccitano gli animi mostrandone le difficoltà,
l'inopportunità, ecc. Chi così opera si sostituisce indebitamente ai superiori
dei quali non conosce le ragioni, semina spirito di ribellione e fa un cattivo
servizio ai confratelli, ai quali rende più difficile l'obbedienza e ne fa
perdere il merito. Che dire poi di chi facesse ciò per abitudine? Non una volta
interi Istituti e Missioni furono gettati nelle più gravi convulsioni da queste
cattive lingue con danno immenso delle anime. Opera diabolica, che richiama il
primo sobillatore della disobbedienza dei nostri progenitori: «Perché Dio
vi ha comandato di non mangiare di nessun albero del giardino?» (Gen
3, 1).
Guardiamoci anzitutto dal criticare gli atti e le disposizioni dei nostri
Superiori ecclesiastici. Leone XIII così ammonisce su questo punto: «In
nessun modo spetta ai privati fare inchieste sull'operato dei Vescovi e
recriminarli.. Al massimo, in materia di grave contesa, è
concesso deferire ogni cosa al Romano Pontefice, ma con cautela e
moderazione». (Ad Archiep. Turon, 1888)
29. Vediamo sempre, come ho già sopra tanto raccomandato, vediamo Dio
nella persona dei nostri superiori e riteniamo altresì che ogni mancanza di
obbedienza, ogni disprezzo dell'autorità, ogni mormorazione contro i superiori
ed i loro ordini non sono fatti all'uomo, ma a Dio, nel cui nome essi ci
governano. «Chi disprezza voi disprezza me» (Lc 10,16). Mormorarono gli
Ebrei nel deserto contro Mosé ed Aronne, ma questi risposero: Le vostre querele
sono dirette contro il Signore, non contro di noi, che nulla siamo: «Noi
infatti che cosa siamo? Non contro di noi vanno le vostre mormorazioni ma contro
il Signore» (Es 16,8).
Nessuno qui dica: Belle cose... ma bisogna anche essere ragionevoli... sono
forse infallibili i nostri Superiori? non si possono anch'essi sbagliare?
Mio caro, dirò a costui, ti concedo tutto: sì i Superiori possono sbagliare:
pure, salvo i casi che il Superiore ordini quello che fosse manifestamente
impossibile, o contrario alle leggi di Dio e della S. Chiesa, o oltrepassasse i
limiti d'autorità fissatigli dalle Costituzioni dell'Istituto, salvo questi
casi, tu farai sempre male a disobbedire.
I Superiori non sono infallibili, si possono sbagliare e si sbaglieranno
anche qualche volta; tu però sarai sempre infallibile se obbedirai, e
sbaglierai sempre quando non obbedirai. Degli errori dei Superiori tu non hai da
rispondere, ma solo della tua obbedienza.
Ripeto: vediamo Dio nei nostri Superiori e non discutiamo sulla ragionevolezza o
meno dei loro ordini. La fede ci ricordi che le persone aventi autorità
nell'Istituto e nelle Missioni hanno, con la carica, la grazia dello stato; un
po' di umiltà ci convinca che i lumi che hanno i Superiori sorpassano i nostri;
la carità ci faccia pensare che i Superiori sono animati dalle migliori
intenzioni per fi bene nostro e per il progresso dell'Istituto e delle opere; la
prudenza ci faccia riflettere che i superiori hanno, per così operare e
ordinare, delle ragioni che tante volte non possono e non debbono dire: vedono
pur essi quello che sarebbe meglio fare ed ordinare, ma non sempre il meglio è
loro possibile.
30. Talvolta ho inteso dire, non so se sul serio o per scherzo, che si voglia farci frati. Frati nessuno ci vuol fare: il nostro Istituto è per sé tale da poter offrire alla Chiesa - come ne ha offerti e ne offre - esemplari evangelicamente perfetti di veri e santi missionari. Avrò forse in seguito occasione di chiarire questo concetto. Qui, al termine di questa lettera, mi preme dire che non temo già che ci si voglia fare religiosi; temo piuttosto che qualche mente leggera e sconsigliata, con la ragione che non si è religiosi, non abbia a prendere la vita missionaria con quella serietà che si deve. E allora chi vanamente teme di poter diventare religioso, pietosamente s'illude di essere missionario. Essere missionario, e missionario del nostro Istituto, richiede una perfezione di virtù di cui non c'è maggiore. E questo dico particolarmente rispetto alla virtù di cui ho trattato, virtù caratteristicamente apostolica. Tanto veri missionari quindi, tanto quanto, come Gesù Cristo, veramente obbedienti.
Conclusione
31. Amatissimi confratelli, siamo apostoli di Gesù Cristo ed abbiamo
affidato alle nostre cure, al nostro zelo un compito assolutamente
formidabile... Milioni e milioni di anime guardano a noi; guarda a noi la
Chiesa, che ci ha confidate le Missioni; guarda a noi Gesù, che ci ha onorati
del dono della santa vocazione e tanto spera e s'attende dal nostro amore
generoso, dal nostro infaticabile zelo. Se saremo obbedienti non deluderemo
tutte queste aspettative perché saremo capaci di grandi cose. Se saremo
obbedienti potremo contare su Dio, e Dio potrà contare su di noi. Riflettete
su queste parole.
Ricordiamo l'insegnamento dei santi. S. Teresa diceva che uno dei più grandi
favori, di cui doveva rendere grazie al Signore, era il desiderio grande che
sentiva di obbedire. S. Vincenzo de' Paoli diceva che tutto il bene delle
creature consiste nel fare la volontà di Dio, e che questa non si esegue mai
meglio che praticando l'obbedienza, e S. Filippo soleva dire che nessun
obbediente si è mai dannato. S. Bernardo dice: «Scompaia la propria
volontà e non ci sarà d'inferno».
Orbene non solo non vogliamo dannarci noi, ma vogliamo salvare dalla
dannazione molte anime, per questo vogliamo essere molto obbedienti!
E Signore ci ha chiamati per farci pescatori di uomini: ne pescheremo tanti se
obbediremo. Ricordate le due pesche miracolose del Vangelo? Nella prima S.
Pietro dice a Gesù: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo
preso nulla». Dell'altra pure, avvenuta dopo la risurrezione del Signore,
S. Giovanni ci dice che «Durante quella notte non presero nulla» (Gv
21,3). A che dovettero la prodigiosa pesca che tanto poi li meravigliò?
A nient'altro che all'obbedienza: «ma sulla tua parola getterò le reti» , ed
all'obbedienza cieca, come quando la seconda volta fu loro comandato di gettar
le reti dalla parte destra della barca: «Gettate la rete dalla parte
destra della barca e troverete» (Gv 21,6). In questi miracoli, in
questi particolari descrittici dagli Evangelisti si adombra un mistero che noi
dobbiamo bene approfondire, il mistero della fecondità del nostro apostolico
ministero, quando sarà guidato dalla virtù dell'obbedienza. Beato
mistero dell'obbedienza che ci assicura il successo della nostra vita
missionaria «E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci
e le reti si rompevano» (Lc 5,6). «Gettarono la rete e non
potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci» (Gv 21,6).
Amati confratelli, termino con l'augurio che questi evangelici ricordi mi suggeriscono: siate missionari obbedienti, come Gesù, «fatto obbediente fino alla morte» (Fil 2,8) e allora salverete molte anime, vi santificherete ed A Signore vi premierà e glorificherà con Gesù obbediente: «Perciò Dio lo esaltò» (Fil 8,9).
Con questo augurio, raccomandandomi alle vostre buone preghiere, abbiatemi
aff.mo
P. PAOLO MANNA, Sup. Gen.