VIRTÙ
APOSTOLICHE
Lettere ai missionari
Beato P. Paolo Manna
L'ORAZIONE MENTALE E L'ERESIA DELL'AZIONE
«Saremo santi missionari per l'esercizio dell'orazione»
Lettera circolare n. 17
Milano, 30 Dicembre 1931
Amatissimi Confratelli,
1. Con il cuore ancora riscaldato dai dolci affetti che le Feste
Natalizie ispirano ad ogni cuore sacerdotale vengo a voi per portarvi il mio
saluto cordiale di felicissimo nuovo Anno e la mia patema parola, che, povera
com'è, nondimeno so arrivare cara e gradita specialmente a tanti di voi, che,
dispersi in mezzo al mondo infedele, troppo raramente avete occasione di
ascoltare una voce amica e confortatrice.
I dolci misteri che abbiamo appena celebrati, oh! quanto spesso mi hanno fatto
pensare all'infelice sorte di tanti poveri infedeli, per i quali il S. Natale
non dice nulla, ai quali il Divin Infante non sorride... Ma il mio pensiero è
corso di preferenza a voi, che siete gli Ambasciatori, gli Angeli destinati da
Dio a portare la Buona Novella a tante povere anime; a voi ai quali il Natale ha
certamente acceso in cuore un desiderio ancor più vivo di far nascere Gesù
nelle anime, in tutte le anime che vi sono affidate.
Angeli di Dio, divini ambasciatore voi siete. Come gli Angeli del Natale ogni
giorno cantate: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra
agli uomini» (Lc 2,14), e questo che è A vostro inno, è pure il
programma della vostra grande Missione. Angeli di Dio, brucianti per la sua
gloria, dovete vivere a Dio intimamente uniti: camminare sulla terra ed avere in
cielo il cuore: gli angeli, ha detto Gesù, «vedono sempre la faccia del
padre mio» (Mt 18,10); divini ambasciatori, con la missione di
annunziare la legge di Dio a tutte le genti e stabilire il Regno di Dio nelle
anime, dovete essere sempre nelle intimità, nelle grazie, nei segreti del
Signore, che a tanto onore vi ha sublimati.
Sono questi pensieri che mi hanno suggerito il soggetto di questa mia lettera: l'orazione
mentale, mezzo indispensabile al Missionario per poter rispondere alla sua
divina vocazione, salvare molte anime e santificarsi. Già altra
volta (Circolare N. 6) trattai questo argomento decorazione, ma in modo
piuttosto generale: ora, anche a costo di ripetermi, amo tornarci sopra, poiché
mi pare di troppa eccezionale importanza, in quanto sono convinto che, se
siamo missionari per la vocazione e per l'ordinazione, non saremo santi
missionari che per l'esercizio dell'orazione. [In questa circolare uso
indistintamente le parole orazione, orazione mentale, meditazione. Per
sé meditazione è quella forma di preghiera mentale in cui predomina il
ragionamento; nell'orazione invece predominano gli affetti o gli atti
della volontà. Ma la meditazione non si fa senza esercitare anche gli
affetti, e l'orazione affettiva è generalmente preceduta o accompagnata da
qualche considerazione, salvo quando l'anima è presa dal lume della contemplazione
(Nota di p. Manna)].
Non è mia intenzione ripetere quanto sull'orazione mentale, sulla sua
eccellenza, qualità e metodi si trova in tanti ottimi trattati di ascetica: la
mia vuol essere una semplice e calda esortazione ai miei confratelli missionari
perché amino e pratichino l'orazione da cui attingeranno ogni sorta di beni; mi
volgerò poi ai Superiori e Direttori di spirito delle nostre Case di
formazione, perché mettano ogni impegno nell'educare i giovani a questo santo
esercizio.
Possa questa mia lettera essere benedetta da N. Signore, e portare copiosi
frutti di bene ai miei cari confratelli. Leggano tutti ed approfittino: quanto
dico non è tanto mia parola, quanto l'espressione dei sentimenti dei santi, che
ho avuto premura di raccogliere, perché solo i santi possono trattare bene
questo argomento.
Se fossimo più santi - L'eresia dell'azione
2. Rifletto spesso seriamente su quello che è il problema della
conversione di tanti milioni di infedeli, sullo stato delle missioni odierne, su
quello che siamo chiamati a dare noi missionari per ottenere la conversione di
tante anime; rifletto su quello che effettivamente si fa e si ottiene e non
posso a meno di concludere: se fossimo più santi, veramente santi, forse le
cose andrebbero assai meglio. Gli uomini si sono notevolmente moltiplicati e
lavorano, come forse mai si è lavorato; ma i risultati sono in proporzione di
tante energie impiegate, di tanto denaro speso, di tante opere ed iniziative,
quante se ne svolgono oggigiorno nelle missioni?
Molto indubbiamente si ottiene; ma è tutto quello che si dovrebbe ottenere?
Molto si ottiene; ma perché siamo ancora tanto immensamente lontani dalla
mèta? Perché si lavora sempre ai margini dei popoli, ed i grandi blocchi del
paganesimo poco si smuovono? Oh! io penso che il mondo sarebbe assai migliore,
la propagazione della fede meglio avviata se i Sacerdoti fossero più uniti
a Gesù Cristo, fidassero meno sulle proprie industrie ed attività e facessero
lavorare di più lo Spirito Santo con la sua grazia, ottenuta mediante una
vita di maggiore orazione. Bisogna che «essendo assidui e concordi nella
preghiera» (At 1,14) abbiamo a far tornare la Pentecoste su ciascuno di
noi.
L'anonimo autore del «È necessario che egli regni» (Cfr. 1 Cor
15,25), parlando dei Sacerdoti in patria, si pone lo stesso quesito e giunge
all'identica conclusione. Compendio quanto egli dice nel capitolo «Eresia
dell'Azione», che offre qualche materia di riflessione anche per noi.
Perché egli si domanda, tanti circoli, tanti convegni, tante conferenze,
tanti congressi, tanta stampa, tante Settimane Sociali, tanta ricchezza
di funzioni liturgiche non portarono finora alla vita religiosa del popolo
cristiano tutto il vantaggio che si aveva diritto di sperare?
Sì ha paura di mettere il dito sulla piaga, perciò si preferisce spiegare la
cosa formulando memorandum ed ordini del giorno, troppo spesso sterili ed
inconcludenti.. La ragione di tanto malessere, la ragione intima e vera, è una
sola ed evidente: è spostato il centro di gravità.
Non ha detto S. Paolo che Gesù solo deve essere il centro della vita
delle anime: «Tutte le cose sussistono in lui»? (Col 1,17). Non
è una frase: è una formula teologica rigorosamente precisa ed indiscutibile.
Come tutto fu creato per mezzo del Verbo, tutto altresì, specialmente nel regno
delle anime, trova in Lui il suo unico principio, la sua ragione ultima di
essere e di operare. Tutto deve necessariamente riposare in Lui e muoversi con
Lui. Ogni violazione di questa legge non può fare a meno di sconvolgere
l'ordine meraviglioso della Provvidenza ed esporci alla sterilità.
E pensare che queste violazioni arbitrarie sono divenute per tanti quasi
abituati! Si dimentica, si lascia da parte tanto volentieri Gesù... ed è
inutile dire quanto ne soffrano le anime...
Si giunge ad omettere la preghiera... per poter salvar maggior numero
di anime; si scalzano, con una logica che ha del delirio, i fondamenti della
vita interiore, per darsi con attività maggiore alle cosiddette imprescindibili
esigenze del ministero, per intensificare ed organizzare meglio le opere
dell'apostolato... «t la vita animale pura e semplice» diceva S. Vincenzo de'
Paoli, e come corollario una febbre di agitazione pazza, che conduce spesso alla
nevrastenia...
Dite ad un Sacerdote di questi: Vi farebbe tanto bene un pochino di meditazione!
- Oh! via, non me ne parli, sono stanco, occupatissimo. Ci penso anch'io, ma che
vuole? Non ho un momento libero...
E il tempo manca per l'essenziale...; poi sopravviene la nausea delle cose
spirituali, l'abitudine di fare a meno del Signore, e poi?...
E si dice placidamente: In fin dei conti non è lasciare Dio per Dio? -
Errore capitale: questo è lasciare Dio per il diavolo. Oh! lui il diavolo, non
teme certe opere cattoliche a base di strepito, di confusione e di amor
proprio... ci lascia fare, ci aiuta e... se ne ride. Sono le virtù interiori,
è l'orazione che gli danno noia. Ma almeno saranno pochi che sragionano in
questo modo? Se sono pochi? Sono legione!
3. Fu scritto molto bene che siamo di fronte all'eresia
dell'azione: infatti, come le specie consacrate, l'attività esteriore è un
nulla, qualora la si consideri senza il suo contenuto divino.
Gesù ha imposto di pregare sempre senza stancarsi e invece non si prega mai,
con la scusa volgare che l'azione è una preghiera. t invece la
negazione pratica della nostra miseria, è l'esclusione sacrilega della grazia
dalla vita umana... E peggio è che queste teorie tendono a farsi strada fra il
clero giovane, e se Dio non vi pone riparo, non si sa proprio dove andremo a
finire.
È un fatto innegabile, tutti ne conosciamo di queste anime consacrate, che
non sanno più parlare il linguaggio di Gesù, perché i loro colloqui con Lui
sono sempre più rari, sempre più freddi: vite piene di attività, e vuote
di Dio...
L'autore che così parla ha forse calcato le tinte? Speriamo; ma noi
esaminiamoci un po' e vediamo se mai questa eresia dell’azione non
abbia per caso varcato i mari e non sia arrivata anche nelle missioni, dove
troverebbe buon terreno, perché c'è tanto da fare anche là, e più che nei
paesi cristiani.
Non è scopo di questa mia lettera istituire questo esame: ognuno lo può fare
per proprio conto. Qui, sull'autorità dei veri Apostoli, mi limiterò a
ricordare su quali basi debba poggiare il vero zelo per le anime, se si vuol
fare opera veramente seria, meritoria ed apportatrice di copiosi frutti.
Il vero fondamento
4. Missionari Apostolici, essenzialmente missionari, noi siamo, dobbiamo
essere uomini distinti, speciali, diversi da tutti gli altri uomini: siamo in
terra, ma trattiamo ogni giorno affari di cielo; siamo uomini, ma viviamo e
lavoriamo solo per gli interessi di Dio; ci muoviamo nel tempo, ma è
all'eternità e per l'eternità che tutto è indirizzato: mire, sforzi e
fatiche. Dobbiamo dunque essere uomini più celesti che terreni, come quelli che
si devono muovere in un'atmosfera e trattare affari tutti di cielo, cominciando
dalla S. Messa, dalla S. Comunione che facciamo la mattina.
Ma Dio, anime, cielo, inferno... sono cose che non si vedono non si toccano,
eppure è di essi che dobbiamo vivere, di essi che dobbiamo per vocazione e
professione occuparci tutta la nostra vita! Chi ci farà vedere, ci farà
sentire questo mondo invisibile lontano e soprannaturale, come si vede e
si sente il mondo material che ci circonda? Nient'altro che la fede, tenuta viva
ed accesa da l'assidua pratica dell'orazione mentale.
L'uomo d'orazione, immerso com'è nella luce soprannaturale ha la visione
chiara, come si può averla quaggiù, delle cose d Cielo: «Rimase saldo come
se vedesse l'invisibile» (Eb 11,27).
L'orazione mentale, ecco una delle basi sulle quali poggia 1 zelo del vero
missionario. L'altra base è la mortificazione, ma questa ora non mi occupo. Su
questi fondamenti Gesù benedetto basò il suo apostolato, ed è follia voler
noi fare altrimenti: «Infatti nessuno può porre un fondamento
diverso da quello che già vi trova» (1Cor 3,1).
A proposito dell'orazione, il prezioso opuscolo Monita a Missionarios ha
queste incisive parole: «Il missionario, essendo semplice strumento
di Dio, nulla può fare se non stando unito suo Motore con l'aiuto della
preghiera, da esso viene mosso a agire; come infatti potrà realizzare il
significato del suo nome d' inviato, se non sa ascoltare la voce di Colui che lo
invia? Come pot mettere in pratica i disegni di Dio, se è incapace di
cercarli nell'orazione? Come eserciterà il suo ruolo di mediatore fra Dio e gli
u mini, se ignora il mezzo di riconciliare con la preghiera le creature
con il Creatore? Come potrà nutrire il suo popolo, se non attinge latte
puro della divina sapienza alla sorgente della contemplazione?». È
indispensabile quindi per un missionario l'esercizio assiduo dell'orazione:
senza di essa egli come missionario «si crede vivo e invece è
morto» (Ap 3,1).
La parola che converte
5. Perché la parola, tante volte semplice e disadorna di missionari
santi, converte le anime, le penetra, le santifica? Perché invece tanta altra
parola di Dio rimane sterile e lascia il tempo che trova? La ragione è che
questa, non essendo stata attinta dal Cielo nel fervore di un'intima unione con
Dio, non ha la grazia di penetrare nel cuore degli uditori, perché non è
penetrata nel cuore dei predicatori. 1 santi missionari fanno frutti d'anime
perché si danno all'orazione e la loro parola ha la fecondità, la virtù della
parola di Dio. Prima di parlare di Dio agli uomini, il buon missionario, nella
sua orazione, parla degli uomini a Dio e dice agli uomini quello che ha udito ed
attinto da Dio: «Io dico al mondo le cose che ho udito da lui» (Gv
8,26). Così hanno fatto tutti quei grandi Missionari che salvarono tante anime.
Amati confratelli, ci lamentiamo spesso che non siamo soddisfatti delle nostre
cristianità; lamentiamo la durezza di cuore, l'indifferenza degli infedeli. E
non saremmo da incolpare di ciò noi stessi, per non aver abbastanza
familiarità con Dio nella preghiera? Che meraviglia se gli uomini non ci
ascoltano, quando noi non sappiamo ascoltare Dio, e ci annoiamo della sua
compagnia nella orazione e non sappiamo stare un'ora ai piedi del Tabernacolo?
«Il frutto di chi ascolta, dice il P. Lallemant, dipende sommamente dalla
virtù del predicatore e dalla sua intimità con Dio, il quale può
comunicare a lui in un quarto d'ora di orazione maggior numero di pensieri più
atti a commuovere i cuori, che egli non troverebbe in un anno di studio».
Noi dimentichiamo troppo spesso la nostra miseria ed insufficienza naturale ed
innata nel divino ministero delle anime. Poveri missionari, quanto inutilmente
ci agitiamo, quanto vanamente ci lamentiamo, se non siamo uomini di orazione!
Noi possiamo predicare alle orecchie del corpo: «Noi parliamo al di fuori, ci
dice S. Agostino, ma Egli apre l'intelletto, Egli muove, Egli edifica».
Perché la nostra predicazione possa giungere a muovere i cuori, bisogna che sia
veramente divina, suggerita cioè dallo Spirito Santo, di cui dobbiamo
essere ripieni: e si riceve lo Spirito Santo specialmente durante l'orazione.
S. Giovanni della Croce " dei predicatori del suo tempo diceva queste gravi
parole, che si applicano pure tanto bene a quei Missionari, i quali, più
decorazione, amano l'azione: «Gli uomini divorati dalla febbre
dell'attività, che credono di rovesciare il mondo con le loro prediche ed
altre opere esteriori, riflettano un momento, e comprenderanno... che sarebbero
molto più utili alla Chiesa e cari a Dio... se consacrassero metà del loro
tempo all'orazione... Senza la preghiera tutto si risolve in un gran fracasso
... : si fa poco più di niente, ma spesso niente del tutto, e anche del male»
(Cantico Spirituale).
La potenza sui cuori
6. Salvatori di anime, il nostro compito non è tanto illuminare le
intelligenze, quanto muovere i cuori, soggiogarli, convincerli, guadagnarli e
sottometterli a Dio. Qui si apprende l'immensa difficoltà dell'impresa. D'altra
parte se non riusciamo a questo, perché siamo missionari?
Sottomettere i cuori a Dio... qual divina missione! Un soggetto molto
impressionante di riflessione per me è proprio questo: quanta difficoltà trova
il Signore nel divenire A padrone assoluto del cuore dell'uomo... Ognuno di noi,
senza pensare ai peccatori ed agli infedeli, può ricordare la propria storia...
E fossimo arrivati, almeno oggi, a mettere questo cuore nostro tutto intero ai
piedi di Gesù! Perché il Signore non ci priva di questa fatale nostra potenza
di poter quaggiù resistere alla sua Onnipotenza?
Ora, amati confratelli, non ci illudiamo: non avremo la virtù di muovere il
Cuore di Dio, di muovere i cuori de li uomini se non saremo uomini di grande
orazione. È tutto qui il segreto. E questo che ha reso portentosi i grandi
uomini apostolici, i grandi missionari. Mons. Marinoni, nella bella novena a S.
Francesco Saverio, dice che «l'orazione deve essere la fiamma del cuore del
missionario: con l'orazione egli placa Dio sdegnato con gli uomini; con questa
muove gli uomini induriti a rivolgersi a Dio. L'orazione fu l'arma onnipotente
con cui il Saverio convertì tante genti depravate, tanti poveri infedeli».
È dall'orazione mentale che il missionario attinge quel fervore di zelo, quegli
impeti generosi, quella divina unzione, che né eloquenza, né studio possono
dare, e gli fanno avere tanta padronanza sui cuori, per condurli a Dio. È Dio
che parla per la bocca del Missionario che prega, come parlava per la bocca di
S. Paolo, «Come se Dio esortasse per mezzo nostro» ". S. Vincenzo
de' Paoli, S. Filippo Neri, il S. Curato d'Ars e mille altri, senza pretese di
grande eloquenza, ma ispirati nella meditazione delle cose celesti, furono così
potenti nel guadagnare cuori a Dio da non essere eguagliati da nessun grande
oratore.
7. L'Apostolo, che è uomo d'orazione, ha altresì potere sul cuore di
Dio: se è uomo di grande orazione, può salire a tanta potenza da far sì che
la sua preghiera diventi quasi infallibile, quando tratta con Dio la salvezza
delle anime. L'esempio è noto. Dio vuol punire le scelleratezze del suo popolo.
Mosè prega, scongiura... E Signore sdegnato non porge orecchio. Mosè prega
ancora... e Dio allora prega Mosè che non lo preghi ... ; lo lasci fare,
perché la misura è colma: «Ora lascia che la mia ira si accenda contro di
loro» (Es 32,10). Ma Mosè non cede... o Tu perdoni, o cancellami
dal tuo libro. Ed oh! onnipotenza della preghiera, esclama S. Gerolamo, Dio
resta vinto dalla preghiera del suo servo! Grande esempio per noi
Missionari, quando vogliamo ottenere grazie di conversione per le anime. Tante
volte si prega, si: ma quanto freddamente, o con quanta poca fede... e perciò
non si ottiene. E si dice: ho fatto il mio dovere... e si è soddisfatti.
Il missionario che prega, nella sua qualità di missionario, non è un semplice
privato, non è un umile suddito del Signore. Egli è Sacerdote, egli è
ministro, è mediatore autorizzato. Egli è rivestito di grande dignità e
potere: egli ha avuto una Missione, la Missione appunto di salvare le anime.
C'è grande differenza fra la supplica di un umile suddito e l'esposizione che
fa un ministro del re, il quale, più che chiedere, tratta, espone le ragioni
nell'interesse stesso del Sovrano.
Questo pensiero è del B. Cafasso. Egli dice: Ah! se un sacerdote fosse
penetrato della sua qualità ed armato di questa fede quando si mette a pregare!
- Signore, dicesse, Voi mi conoscete, io sono il vostro Ministro, sono proprio
colui al quale avete voluto affidare la Missione di rappresentarvi in terra, di
salvare le anime, di impedire i peccati: ora io sono qui davanti a Voi appunto
per trattare questi affari... - Adesso dite voi, se Dio vuole mandare a mani
vuote un suo Ministro che gli parla a questo modo e per affari dei quali Dio
stesso l'ha incaricato, e gode e vuole che in essi riesca (Confer. al clero).
Missionari e missionari
8. Oh! quanta differenza fra missionari e missionari! Si capisce dal
parlare, dagli apprezzamenti, dal modo di comportarsi l'uomo di orazione da
quello che non lo è. Nel primo si trova generalmente più ponderatezza di
parole e di giudizi, più carità, più fermezza di propositi e soprattutto un
deciso e facile orientamento verso Dio in tutte le azioni e circostanze della
vita. La differenza è fatta dalla preghiera.
L'uomo d'orazione vive e respira in una atmosfera di fede; tutte le cose di
quaggiù le considera e le stima con criteri soprannaturali, e da motivi
soprannaturali è pure mosso in tutte le sue azioni. Il missionario, uomo di
preghiera, ha un modo tutto suo di giudicare le fatiche e gli sforzi
dell'apostolato, la riuscita o meno delle opere, la vita e la morte: egli vede
più con l'occhio dello spirito che con quello del corpo e non si lascia
abbagliare ed entusiasmare facilmente da tutto quello che, anche fra le
attività nostre, fa troppo rumore ed ha bisogno di sostenersi sulle grucce
dell'umana industria, di molto calcolo, delle lodi e dell'approvazione degli
uomini.
9. Il missionario che non prega e non ha familiarità con Dio, si agita,
lavora forse anche molto, perché ricco di buone doti naturali e di un carattere
fattivo, ama l'azione: ma fida troppo esclusivamente sulle sue abilità, sulla
sua accortezza, sulla sua politica; e troppo spesso avviene che per le sue
attività e per le sue opere tristemente si verifica quel detto dell'Imitazione:
«Tutto ciò che non viene da Dio perirà».
Si lavora, sì, e tante volte con il fine, pur buono, di salvare anime, di
stabilire cristianità; ma per mancanza di spirito di fede, non tenuto vivo
dall'orazione, si trattano i ministeri, le opere dell'apostolato, come si
trattano gli affari terreni, con vedute e metodi troppo umani: ci si appoggia
troppo a mezzi terreni e sulla propria abilità ed energia. In tale stato
d'animo non si vede neppure la necessità decorazione, e si può
perfino giungere, come Marta, a lamentarsi ed a criticare il confratello, al
quale piace dare come è suo dovere il primo posto nelle sue occupazioni
quotidiane all'orazione ed alle altre pratiche di pietà sacerdotale.
E giacché ho richiamato l'evangelico episodio di Marta, voglio fare un'altra
riflessione. Generalmente si dice che Marta rappresenta la vita attiva e Maria
la contemplativa. Al lamento di Marta, Gesù dice: «Marta, Marta, tu ti
preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è
bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta» (Lc
10,41-42). Questa cosa di cui c'è bisogno è la contemplazione,
che è detta pure la parte migliore. Se la contemplazione è
necessaria, ed è la parte migliore, in qual modo possono
dispensarsene i missionari?
Ma noi, si dirà, abbiamo abbracciato la vita attiva ... ! Io vi dico di no. Noi
abbiamo abbracciato l'apostolato, che è la vita completa e veramente
perfetta, perché è la vita condotta in terra dal Figlio di Dio. Vita puramente
attiva non esiste. Maria scelse la parte migliore: noi abbiamo scelto A
tutto, che contiene, deve contenere principalmente e necessariamente la parte
migliore, che è l'Orazione. Il missionario è Maria nella contemplazione,
è Marta nell'azione esteriore. Il missionario che volesse fare solo la parte di
Marta è riprovato da N. Signore, non è benedetto e non conclude nulla.
Denaro e miracoli
10. Si dice, e, a baria di dirlo, oggi tutti lo crediamo un poco, che non
si fa di più, perché mancano i mezzi. Con più denaro chi sa che cosa si
farebbe ... ! Sarei tentato di dire che all'eresia dell’azione ci sia
da aggiungere anche l'eresia del denaro. Vorrei sapere quando da N.
Signore, dai santi Apostoli, da tutti gli uomini veramente apostolici si sia
dato al denaro la preponderanza che oggi da alcuni gli si dà, da fame un mezzo
indispensabile di apostolato, e quasi una condizione sine qua non [necessaria]
per convertire le anime!
Si sente dire talvolta che gli Apostoli avevano il dono dei miracoli, ed oggi di
miracoli non se ne fanno più. lo dico invece che gli Apostoli e tutti gli
uomini veramente apostolici pregavano assai: hanno avuto ed hanno anche oggi con
sé la grazia dello Spirito Santo, e tanto più abbondante quanto più dediti
all'Orazione. questa grazia quella che converte le anime.
In quanto poi ai miracoli, non è che ne sia passato il tempo: sono gli uomini
capaci di ottenerli che sono divenuti così rari. Il Cottolengo e Don Bosco sono
di oggi ed hanno fatto miracoli, perché pregavano molto ed erano santi. Non è
quindi il braccio di Dio che si è abbreviato: è la nostra fede che è
diminuita.
E Vangelo conserva intatta tutta la sua virtù, ed ha solo bisogno di santi che
lo prendano alla lettera, come fecero S. Francesco d'Assisi " e tanti
altri.
A questo proposito S. Ambrogio, commentando i precetti di distacco dati da N.
Signore ai suoi missionari (in S. Luca c. X.) dice: [Cristo] «Con i precetti
evangelici indica come deve essere chi annuncia il Vangelo del Regno di
Dio: senza bastone, senza bisaccia, senza sandali, senza pane, senza denaro,
cioè che non richiede sostegni terreni, ma sicuro della propria fede
ritiene che quanto meno li cerca, tanto più possono bastare». D'altronde
N. Signore ha detto che tutto quello che anche di materiale occorre all'apostolo
ed all'apostolato ce lo darà in soprappiù, quando più si cerchi il Regno di
Dio.
11. E Missionario dedito all'orazione obbliga lo Spirito Santo ad operare e allora si fa lavoro di vere conversioni, e si creano delle solide cristianità. Il missionario che non ha la consuetudine dell'orazione, e che pure deve e vuole lavorare, si attacca per tutto al sussidio dei mezzi materiali: fabbrica anche lui chiese, apre scuole, e magari guadagna anche gente alla fede; ma quale differenza di movimento, e soprattutto quale differenza di cristiani! Il primo santifica anche i sussidi materiali che concorrono nelle opere con la virtù, con la fede, con lo zelo con cui lavora e di cui anima anche i suoi convertiti; l'altro fabbrica anche lui, ma il suo è lavoro fatto sull'arena: i suoi cristiani sono freddi e lo seguono finché lo credono potente e capace di aiutarli: se un giorno viene una malattia, un disaccordo con i Superiori ed il missionario deve lasciare il posto, chi lo sostituisce prende in consegna una ben magra eredità.
Orazione e conversioni
12. Oh! io vedo un intimissimo rapporto fra lo spirito d'orazione di un
missionario e la qualità di cristiani che egli produce.
I nostri neofiti, gli infedeli che ci circondano vedono traspirare da noi,
vedono in noi l'inviato di Dio, l'uomo di Dio, il Sacerdote, o non
piuttosto l'europeo, l'uomo capace, istruito, l'uomo influente presso le
autorità, l'uomo che dispone di denaro? Le genti si accostano a noi perché
attratte dalla nostra spiritualità, frutto di una vita di orazione, o
non piuttosto dalla speranza di vantaggi tutto materiali e terreni? Che cos'è
quello che più risalta in noi e ci contraddistingue dagli altri europei agli
occhi dei buddisti, degli indù, dei maomettani?
Non vedrebbero in noi semplicemente i ministri di religione di quegli
occidentali, che sono tutto progresso, tutto affari, tutto denaro? Sarebbe
così, se senza alcun segno di vita interiore, perché poco o niente familiari
con Dio nell'orazione, ci vedessero solo effusi al di fuori e tanto diversi dai
loro Sacerdoti, dai loro bonzi, i quali, benché pagani, tendono di loro natura
alla solitudine ed all'ascetismo.
Oh! il missionario che è veramente uomo di orazione, solo lui può comparire
davanti alle genti come un messaggero di Dio, come avente una missione proprio
per loro. Egli, come S. Giovanni Battista, può presentarsi alle folle e
gridare: «Fate penitenza: il regno dei cieli è vicino» (Mt 3,2)
e come S. Pietro può ripetere: «Pentitevi e ciascuno si faccia
battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri
peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo» (At 2,38). Ma
S. Giovanni usciva dalle contemplazioni del deserto, e S. Pietro da quelle del
Cenacolo.
13. Il missionario, infiammato nell'orazione dal fuoco dello Spirito
Santo, converte davvero le anime e fa dei veri cristiani, i quali, accesi
dallo stesso fuoco, diventano a loro volta anch'essi apostoli della fede
abbracciata fra i propri connazionali.
Così si propagava la fede in principio... e così e non altrimenti, si
potrà effettuare anche oggi la verace e spontanea diffusione del Cristianesimo,
- quando il missionario, tutto di Dio, unito alla Vita, comunica
la Vita - quando non c'è per le anime degli infedeli il forestiero, ma
l'apostolo, ed apostolo fa diventare ogni suo convertito.
Mancante di questo spirito di orazione, come ho detto e ripetuto, il missionario
farà delle conversioni, fonderà delle cristianità, ma saranno cristianità
dipendenti, mantenute in Riedi dai nostri aiuti, senza virtù intrinseca di
vita e di espansione. E questo un punto di capitale importanza, sul quale
richiamo l'attenzione dei miei confratelli. Non è vero che tante volte i
neofiti delle Missioni mancano affatto di zelo, e sono persuasi che la macchina
per fare i cristiani stia nelle mani del procuratore della missione? «Da
principio non fu così!» (Mt 19,8).
E così che la fede si espande fin dove arriva il braccio dell'uomo, e cioè
non molto lontano. Come arrivare lontano? con il braccio di Dio, che, solo, può
arrivare lontano; ma perché Dio ci presti il suo braccio bisogna essergli,
vivere a Lui strettamente uniti: «Chi rimane in me ed io in lui, fa molto
frutto, perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5).
Per la nostra santificazione
14. Fin qui abbiamo considerato l'esercizio dell'orazione come mezzo
indispensabile al nostro missionario perché il suo apostolato sia fruttuoso e
possa santificare le anime: mi pare ora doveroso dire una parola su questo
stesso argomento dell'orazione mentale, considerandola come mezzo della nostra propri
. a, personale santificazione.
San Giovanni Crisostomo dice: «Quando vedo qualcuno che non ha amore
per la preghiera, né si cura di coltivarlo con fervore, per me è chiaro
che non possiede alcuna buona qualità. Chi non prega Dio e non
desidera avere un assiduo colloquio con Lui, è morto, o è privo di sana
ragione, anzi è una evidentissima prova di pazzia non aver amore per la
preghiera». Sono veramente gravi queste affermazioni del grande dottore, e,
se fossero uscite da altra penna, si sarebbero forse potute dire esagerate. Ma
esagerate non sono, se ben le consideriamo.
Se non amiamo e pratichiamo l'orazione mentale, non abbiamo in noi nulla di
buono, ci dice il Santo, e ciò è verissimo, per la semplice ragione che, senza
orazione, non v'è unione con Dio e senza unione con Dio non v'è stabilità nel
bene. Ora quello che caratterizza tutti i santi in cielo come in terra sono
precisamente queste due grandi prerogative: unione con Dio e stabilità nella
virtù.
15. Che cos'è invece quello che ci rovina e ci fa stare tanto lontani
dalla perfezione che richiede il nostro stato? È l'incostanza nostra nella
pratica del bene: siamo degli eterni principianti, perché ci facciamo tanto
facilmente e tanto spesso abbattere dalle difficoltà che s'incontrano sulla via
della virtù, dalle tentazioni del nemico e dalle seduzioni che da ogni parte ci
circondano. E donde questa incostanza, se non dalla nostra poca unione con Dio?
La pratica dell'orazione, dunque, la vita d'orazione ecco il segreto della
nostra santificazione. La vita d'orazione ci fa stare uniti a Dio, e Dio ci fa
partecipi della sua immutabilità, dandoci la costanza e la fedeltà nella via
del bene. Senza la meditazione, senza orazione non vi può essere perciò in noi
nulla di veramente buono. E ce lo conferma il Card. Bona: «Senza l'esercizio
della meditazione, nessuno eccetto che per un miracolo di Dio arriva alla perfezione...
anzi difficilmente fa qualcosa di buono».
Un giorno, con tutta la generosità di cui una creatura è capace, ci
consacrammo a Dio. Quando entrammo nello stato clericale, quando abbracciammo la
vita missionaria, alla reazione dei vari ordini sacri, quando emettemmo A nostro
giuramento, quando effettivamente tutti e tutto lasciammo per andare a portare
Dio alle anime, noi non facemmo che rinnovare, che rendere di grado in grado
sempre più assoluta, totale, perfetta la nostra consacrazione a Dio. Ciascuno
di noi può dire in verità al Signore: «Con cuore retto, ho offerto
spontaneamente tutte queste cose» (1 Paral. 29,17).
Ora non c'è dubbio che la nostra santificazione dipende dal mantenerci
costantemente nelle disposizioni di questa grande nostra oblazione, e che non
abbiamo a ritirare quello che un giorno abbiamo offerto con tanta generosità.
Ma come mantenerci in questa disposizione tutti i giorni della nostra vita senza
l'esercizio dell'orazione? Non conosciamo ancora abbastanza la nostra debolezza,
la nostra incostanza?
16. È l'orazione mentale che ci mantiene in quella luce soprannaturale
che rischiarò la nostra mente e diede vigoria alla nostra volontà nei giorni
delle nostre grandi rinunce. È stato quando questa luce si è affievolita, che
noi abbiamo zoppicato nella nostra corsa; quando, vivendo pur materialmente
nelle Missioni, non siamo vissuti da santi missionari, ed abbiamo smarrito la
nozione della vera virtù e del sacrificio.
Per vivere sempre all'altezza di questa nostra vocazione, e cioè da santi; per
poter perseverare nel cammino della virtù in una vita di tanta abnegazione e
sentire amore e gioia nei sacrifici che l'apostolato ci impone, bisogna indispensabilmente
che viviamo una vita di santa unione con Dio, mantenendoci fedeli alla
nostra quotidiana meditazione.
Qualche volta ho sentito dire: Ma non basta dire bene la Messa, recitare bene
l'Ufficio? Basterebbe si, dir bene la Messa e recitare bene il Breviario. Ma la
questione sta proprio qui: se non facciamo una vita di orazione, ben
difficilmente possiamo celebrare santamente e stare raccolti e devoti nella
recita dell'Ufficio. Il fatto è, e tutti l'abbiamo sperimentato, che celebra
santamente chi esce dall'aver fatto una buona meditazione, e facilmente si
raccoglie nell'Ufficio chi è abituato all'orazione mentale. Chi questa
abitualmente trascura, strapazza Messa e Breviario ed ogni altra pratica di
pietà.
Ma vi può essere di peggio. Quale è la genesi di certi capitomboli, di certe
vite inconcludenti anche fra le persone consacrate a Dio? L'irriflessione e la
dissipazione. Nella meditazione l'uomo contrae l'abitudine del raccoglimento,
che lo preserva dal fascino delle creature e dei sensi, e quindi dal peccato.
Perciò S. Alfonso, da quel grande psicologo che era, nell'appendice della sua
Morale, scriveva queste due sentenze che hanno fra loro si stretto rapporto: «,Meditazione
e peccato mortale non possono stare insieme - La meditazione per il sacerdote è
moralmente necessaria». E prima di lui, aveva veduto questa verità il
Salmista: «Se non avessi meditato la tua legge, forse sarei perito nella mia
abiezione» (Sal 118,92). «Non c'è Dio al suo cospetto: le vie (del
peccatore) sono inquinate in ogni tempo» (Sal 10,5).
17. S. Teresa, che S. Alfonso chiama grande modello dell'orazione
mentale, esce in questa forte sentenza: «Chi lascia l'orazione mentale, non
ha bisogno di demoni che lo spingano all'inferno: ci va da sé». E all'inferno
ci possono andare anche i missionari, se trascurano abitualmente l'orazione. Il
missionario senza orazione è senza lumi e cammina nelle tenebre: è senza
fervore, senza zelo, senza amore e timore di Dio. Non è questa la via al
precipizio?
Ecco ancora perché i santi mettevano l'orazione in cima a tutti i loro doveri e
senza di essa non potevano vivere. Il Suarez " la stimava assai più della
sua scienza, e soleva dire: «Preferirei perdere tutta quanta la mia scienza,
piuttosto che un'ora d'orazione mentale».
Diamoci dunque, amati confratelli, con maggior impegno alla pratica
dell'orazione e vedremo crescere in noi visibilmente l'amor di Dio ed il
desiderio di fare sempre la sua santa volontà; sentiremo accendersi
naturalmente in cuore lo zelo per le anime; la S. Messa, la SS. Eucaristia
diverranno il nostro paradiso quaggiù ed il mondo con il suo strepito e le sue
vanità ci riuscirà di noia e di disgusto.
S. Alfonso, esortando i suoi missionari, diceva: «Ah! Se meditassimo bene ai
piedi della Croce, obbediremmo più perfettamente, faremmo le missioni con più
zelo e soffriremmo con più rassegnazione. Oh! i preziosi frutti che si
raccolgono dal fedele esercizio dell'orazione!».
Ma veniamo a qualche punto per la pratica.
Per la pratica in missione
18. Dove fare la nostra orazione? - Se vogliamo far bene la nostra
orazione, dobbiamo preferire per quanto è possibile un luogo lontano dai rumori
e dalle distrazioni. «Tu, quando preghi, entra nella tua camera e,
chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto» (Mt. 6,6). S. Gerolamo dà
a proposito questo consiglio: «Scegli per te un luogo adatto e
lontano dal rumore, nel quale potrai rifugiarti come in un porto dalle
molte tempeste delle preoccupazioni; là sia tanto l'impegno della
lettura della S. Scrittura, tanto deciso il pensiero delle cose future, da
compensare tutte le occupazioni del tempo restante, con quello dedicato
all'orazione. Non credere, egli dice, che così isolandoti ti vogliamo
sottrarre ai tuoi fedeli, ben al contrario... Questo lo diciamo non per
distrarti dai tuoi impegni, anzi lo facciamo perché là impari, là
mediti quale tu debba presentarti ai tuoi (fedeli)».
La nostra camera, la chiesa prima che entrino i fedeli, sono posti adatti per
raccoglierci e meditare. Ma è indispensabile che si sia lontani da ogni
frastuono e distrazione, se vogliamo concludere qualche cosa. Il Vangelo ci è
maestro. Nostro Signore amava sempre pregare in luoghi solitari. «Essendo
solo a pregare» (Lc 9,18)... «andò in un luogo deserto e là pregava»
(Mc 1,35). Ove si trasfigurò? Salì su un alto monte... per
pregare (Mt 17,1). Dove invita i suoi discepoli per addestrarli
all'esercizio della contemplazione? «Venite in disparte, in un luogo
solitario» (Mc 6,31).
Ho detto che questa solitudine è indispensabile, perché è qui che il Signore
è solito parlare all'anima, è qui che lo Spirito Santo opera: è nella
solitudine che fortifica e quasi divinizza i suoi apostoli e fa loro conoscere
le sue volontà.
19. Quando fare la meditazione? Il tempo migliore è la mattina.
Il missionario ordinato e prudente riserva per sé, per l'anima propria, le
prime ore della giornata. Nostro Signore per pregare preferiva le ore della
notte; troviamo però che pregava assai anche di buon mattino. «Si alzò
quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto
e là pregava» (Mc 1,35). Il Profeta Davide così pure usava, come
ci fa sapere in più luoghi dei salmi: «I miei occhi hanno preceduto
l'aurora, per meditare la tua parola» (Sal 118,148). «Al mattino ti
previene la mia preghiera» (Sal 84,14). Naturalmente bisogna alzarsi
per tempo: è già questo un bell'atto di mortificazione, di fedeltà, di amore
verso il Signore: «Tu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco» (Sal 62,2),
perché il mio cuore ha sete di Te.
Quando ero in missione e facevo le prime visite ai villaggi in compagnia di
Mons. Tornatore, vedevo quel santo vecchio sorgere dalla sua stuoia al primo
canto del gallo, accendere la candela, cavare dal cesto il volume del Da Ponte
che portava sempre con sé, ed attendere devotamente alla sua meditazione fino a
quando non era tempo di cominciare il ministero. Quanta edificazione mi faceva
il guardarlo e quale pratico insegnamento mi dava!
E quando non ci fosse tempo la mattina, né lungo il giorno, c'è pur sempre la
sera. «Anche oggi non mancano ministri del Vangelo così dediti, come gli
Apostoli, all’orazione e al ministero della parola, che quando non trovano
neppure un momento libero della giornata, occupati come sono da continui e gravi
impegni, per pensare a se stessi sottraggono al sonno della notte tanto tempo
quanto ne sottrasse all'orazione l'occupazione diurna, e sono tanto più felici
di stare assieme allo Sposo celeste, durante la notte, quanto più hanno
trascorso tutto il giorno nel lavorare per la gloria di Dio» (Monita ad
missionarios 1,5).
Come non trascuriamo i nostri pasti, quando non possiamo prenderli alle ore
consuete, così non dobbiamo omettere la meditazione quando non si potesse farla
all'ora che ci siamo fissata. Lo so, per giustificare certa trascuratezza in
materia si adducono tanti pretesti: il ministero, le occupazioni, i viaggi, la
malferma salute, il caldo... Ebbene, è questione di essere convinti della
necessità di questo santo esercizio per tenerci bene in piedi, come siamo
convinti della necessità del nutrimento per la vita del corpo. Se c'è questa
convinzione, il tempo si trova. Quando poi si è stanchi o in poca salute, si
può ben sempre fare un po' di lettura meditata.
Vedete che cosa si verifica. Sono proprio i missionari più occupati, più
laboriosi e veramente zelanti che danno maggior tempo all'orazione. 1 tiepidi, i
fiacchi, quelli che hanno tempo per tante cose inutili, non ne trovano per
raccogliersi e pregare. Credetelo: non è questione di tempo.
20. Quanto tempo deve dare un missionario all'orazione? – In tempi meno
affannosi dei presenti, quando si correva di meno e si concludeva di più, i
missionari davano molto tempo adorazione. Nei Monita, che furono scritti nel
1669, trovo: «Sebbene tutta la vita del missionario debba essere una preghiera
continua e in nessun momento debba essere distratta dall'intima presenza di Dio,
tuttavia egli deve dedicare ogni giorno un certo tempo all'adorazione di Dio,
almeno due ore, come è prescritto a molti missionari religiosi e come è finora
consuetudine di quelli che si sono manifestati più diligenti di altri
nell'esercizio del ministero apostolico» ". E in un prezioso manoscritto
di Mons. Marinoni, dell'ottobre del 1850, che reca un completo schema di Regole
per i nostri missionari, trovo questa pagina che mi piace far conoscere perché
ci dice il pensiero del santo confondatore su questo punto e la pratica dei
primi confratelli: «La vita d'un uomo che in modo assoluto viene a rompere
tutte le sue relazioni con il mondo e con le cose più care secondo la natura,
deve essere più che in qualunque altro stato, vita di spirito e di fede. Il
missionario che non avesse un forte sentimento di Dio ed un interesse vivo della
sua gloria e del bene delle anime, non solo mancherebbe di attitudine ai suoi
ministeri, ma finirebbe con il trovarsi in una specie di vuoto e di
intollerabile isolamento. Tanto più che l'opera sua non è sempre circondata da
quella devota premura, da quell'aria di fervore e di applauso che si crea
intorno al sacerdote operante in mezzo ad anime intelligenti e cuori sensibili.
Questo conforto umano può sostenere in qualche modo anche uno zelo poco fondato
in Dio e nella carità. Ma il missionario degli infedeli non può e non deve
sperarlo sempre ... ».
Continua Mons. Marinoni ancora a lungo in tali preziose premesse, viene quindi
alla conclusione: «Per tutte queste ragioni, che dovranno essere materia di
frequente meditazione per gli alunni missionari, importa che essi abbiano
disposizioni solide di puro amore e timore di Dio, di schietto zelo e padronanza
ben sicura delle loro passioni. A tale intento - oltre i vari esercizi di pietà
- si farà l'orazione mentale per un'ora ogni mattina e mezz'ora al dopo
pranzo».
Tanto era prescritto nell'Istituto riguardo all'orazione quando gli alunni erano
tutti sacerdoti; e vi si attenevano rigidamente. Difatti trovo nello stesso
manoscritto dove si dà l'orario della casa: «Dopo la levata: un'ora di
meditazione... questa non si accorcia mai, né mai si omette anche
nei giorni festivi, sebbene vi sia grande concorso di penitenti».
Ora io qui parlo particolarmente dei missionari, si trovino essi in missione o
in Italia, e mi domando: sarà troppo per noi un'ora intera e continua di
meditazione tutte le mattine? Non intendo imporre gravami o dare comandi: «Non
lo dico quasi per comando... in questo dò un mio consiglio: ciò vi è
utile» (1Cor 7,25).
Tutti i Maestri di Spirito dicono che l'orazione mentale, per essere conclusiva,
bisogna che non sia troppo breve: Dio non fa scendere il suo fuoco quando si ha
fretta, e prima che abbiamo tutto ben disposto per A sacrificio. «Chi può
capire, capisca» (Mt 19,12). L'orazione diventa pesante e noiosa quando la
si improvvisa, e la si fa consistere in poco più di una semplice lettura
spirituale; ma quando è ben fatta, credetelo, un'ora passa anche troppo presto.
Avviene che mezz'ora di meditazione può talvolta sembrare troppo: un'ora sembra
quasi sempre poco.
Andrei troppo per le lunghe se volessi qui dire quanto tempo davano i santi
missionari adorazione: basti ricordare il Saverio. Nessuna fatica, travaglio,
viaggio poterono mai distrarlo dalla preghiera. Levava al corpo quelle ore che
erano destinate al riposo per consacrarle adorazione, vegliando spesso le intere
notti ai piedi del Crocifisso o innanzi all’altare del SS. Sacramento.
21. Un consiglio ai giovani missionari. - Una parola tutta
speciale indirizzo ai missionari giovani, che sono soliti arrivare sul campo
loro destinato con tutto il fervore e l'entusiasmo della loro gioventù e
dell'ideale raggiunto. Oh! quanto pericolo c'è per essi di farsi travolgere da
questo ardore, spesso troppo naturale ed umano, che può gettarli in uno stato
di grande dissipazione, accentuata e nutrita da tante novità di luoghi e di
cose.
Il nostro missionario, in queste circostanze più che mai, ha bisogno di
coltivare la sua vita interiore e quindi l'orazione che ne è il principale
sostegno; ad esempio di Nostro Signore, il Quale, come fu giunto all'inizio
della sua vita pubblica, invece di intraprendere subito i suoi divini ministeri,
benché fosse «pieno di Spirito Santo» (Lc 4,1) e dal Divin
Padre fosse stato dichiarato suo Figlio diletto, pure si ritirò in luogo
deserto, dove per ben quaranta giorni si esercitò nel digiuno e nella più alta
contemplazione. Quale lezione, amati confratelli! Aveva già trascorso
trent'anni di vita nascosta, che erano stati altrettanti anni di preparazione,
c'era tutto un mondo che attendeva da secoli la luce della sua parola, ed Egli
si ritira ancora per prepararsi nella preghiera! Cari giovani, importa
moltissimo incominciare bene. Guai se lasciando il Seminario, non stretti
più dall'orario, vi lasciate andare su questo punto decorazione mentale a
negligenze o anche a semplice incertezza di condotta, facendovi guidare dal
capriccio quanto al modo di fare la vostra meditazione ed al tempo da
impiegarvi. Negli Esercizi spirituali precedenti al sacerdozio ed alla partenza decidete
prima di ogni altra cosa quale dovrà essere la vostra vita di
orazione quando sarete missionari. E siate concreti: decidete quando fare la
vostra orazione, quanto tempo impiegarvi, come comportarvi su questo punto lungo
il viaggio, nel tempo che dovrete consacrare allo studio delle lingue. E in
questo tempo, è nei primi anni dopo il vostro sacerdozio quando siete più
liberi di voi stessi, che dovete formarvi la legge, l’abito dell’orazione,
che dovrà essere la vostra difesa, il vostro nutrimento ed anche la
sorgente delle più pure gioie della vostra vita. Come si prega bene nei primi
anni di missione, quando il mondo infedele che ci circonda ci fa tanta penosa
impressione, ed infiamma tanto i nostri desideri di zelo, e ci fa sentir pure
tanto piccini!... Allora, quando si è anche più liberi, è il tempo di
renderci familiare l'esercizio dell'orazione.
Nel citato Monita ad Missionarios si insiste tanto su questo punto della
preparazione immediata alla vita del santo ministero con un più grande
esercizio dell'orazione: «Appena il missionario avrà messo piede nella
missione che gli è stata assegnata, avrà la premura di rivolgere i suoi
sguardi verso Cristo pastore di tutti, per ricevere la sua benedizione e, se le
circostanze lo permetteranno, si ritirerà nel silenzio per munirsi di quanto
gli è necessario, per consacrare a Cristo le anime che gli sono state affidate
e per offrirsi senza riserva per la loro istruzione».
Ai nostri alunni
22. Ed ora ai nostri cari alunni. La scienza nella quale principalmente i
nostri alunni sono bene versati, l'arte n'ella quale debbono essere bene
esercitati prima di uscire nel mondo, sono la scienza e l'arte dell'orazione.
Mandare nel mondo giovani che non hanno familiarità con l'orazione mentale, è
come mandare in guerra soldati senza difesa, è un tradirli ed esporli a certa
rovina.
Il fine dei nostri Seminari è la formazione di santi missionari: è necessario
quindi che i giovani siano esercitati nelle virtù interiori e soprattutto
all'amore ed alla pratica dell'orazione, che di queste virtù è la sorgente e
la vita. S. Carlo Borromeo, che è maestro in materia, ci assicura che sarebbe
perfettamente inutile la permanenza dei giovani in seminario qualora ne
uscissero senza avervi appreso l'arte e la pratica del meditare. Ascoltino i
superiori e particolarmente i direttori di spirito le parole del Santo: «Per
quanto riguarda l'orazione e il modo di pregare (il superiore) studi
diligentemente come potrà aiutare i chierici; pensi pure che i chierici del
seminario faranno ben pochi progressi nella vita dello spirito e si priveranno
di grandissimi frutti se non pregano affatto o se pregano senza un buon metodo.
Perciò spesso ricordi loro che si ricavano grandi e abbondanti frutti
dall'orazione, specialmente mentale, e si sforzi d'infiammarli in ogni modo alla
pratica e all’amore di essa».
23. L'Olier, il fondatore dei grandi Seminari di Francia, dava immensa
importanza a questo punto della formazione spirituale dei seminaristi e
prescrisse ai suoi un'ora di meditazione tutte le mattine.
In una sua Memoria in cui tratta della In una su fondazione dei Seminari,
pubblicata nel 1651, ha queste gravi parole: «Poiché il Seminario è il luogo
dove si gettano i semi dello spirito ecclesiastico, i direttori che debbono
essere uomini d'orazione, debbono stimare loro prima e principale cura quella di
fare dei giovani altrettanti uomini interiori, come può comportare la loro
età, mostrando loro l'importanza di fare le cose in unione allo spirito di
Nostro Signore, senza di che né le opere cristiane, né gli impieghi del
ministero possono piacere a Dio, né operare alcun frutto nella Chiesa. E a che
serviranno le Messe, gli Uffici, le cerimonie, il canto e tutto quello che con
tanta cura si insegna nel seminario, se lo spirito e la vita di preghiera non
anima tutte queste cose? È solo dalla vita interior che dipende la benedizione
dei nostri impieghi e tutta la santità delle nostre opere».
L'Olíer è stato uno dei più grandi apostoli dell'orazione mentale, ed il
metodo d’orazione della sua Congregazione di S. Sulpizio è divenuto uno dei
più celebri nella Chiesa. Il carattere generale di questo metodo è di essere
affettivo, di mettere in second'ordine gli atti dell'immaginazione e del
ragionamento e di insistere di più nell'adorazione, la domanda, la comunione
con le virtù di Nostro Signore, la risoluzione e la cooperazione alla grazia.
Egli riteneva che questo metodo convenisse meglio ai chierici ed ai sacerdoti,
che sono già istruiti nelle cose divine, ed hanno più bisogno di esercitare la
volontà, e tirarla alla pratica della vita sacerdotale, che l'intelligenza.
«L'orazione mentale, egli diceva, è il supplemento della Eucaristia: Nostro
Signore ci ha dato l'una e l'altra per unirci a Lui. Nell'orazione riceviamo gli
stessi beni della Comunione, benché in altra misura: nell'orazione come
nell'Eucaristia adoriamo Gesù Cristo presente: nell'orazione Gesù nutre
l'anima e la fortifica, si unisce ad essa, la rende simile a Lui, le infonde il
disgusto delle cose grossolane della terra, la riempie d'amore per quelle del
Cielo e la rende terribile al demonío» (Esprit de M. Olier).
24. Il Ven. P. Avila diceva che non è fatto per il sacerdozio, molto meno, io dico per le missioni, chi non ha spirito di orazione, e S. Gregorio, come riporta lo Chaignon trema per quei vescovi che ammettono al sacerdozio giovani che non hanno amore per l'orazione. S. Bernardo esorta Papa Eugenio ad ordinare solo «quelli che hanno amore per la preghiera e la praticano e che in ogni cosa si fidano più della preghiera che della propria operosità e lavoro». S. Carlo, quindi, prima di ordinare un sacerdote, voleva fosse seriamente esaminato su questo punto: se sapeva ed intendeva «quale è il modo di pregare, di quante e quali parti è composto; quali regole ed altre cose del genere». Perciò la S. Chiesa anche nella sua legislazione ha sanzionato l'obbligo dell'orazione mentale, non solo per i religiosi ed i sacerdoti (Can. 105-125), ma anche per i semplici seminaristi (Can. 1367).
25. Il Santo Pontefice Pio X nella sua celebre Esortazione al Clero
scriveva: «Il Sacerdote vive quotidianamente quasi «in mezzo ad
una nazione perversa» e sovente rimane imbrattato dalla polvere umana... vi
è per lui grande necessità di ritornare ogni giorno alla contemplazione delle
cose eterne, affinché la mente e la volontà si rafforzino con rinnovata lena
contro le attrattive del mondo». Ora i nostri giovani, non quasi, ma
certamente dovranno essere spediti «in mezzo ad una nazione perversa» in
mezzo al mondo pagano, dove il pericolo e le occasioni di rimanere imbrattati
dalla polvere umana sono assai maggiori. L necessario quindi non inviarli in
questo mondo, se non bene addestrati nella pratica dell'orazione, l'arma con la
quale solamente potranno vincere ogni insidia, ogni battaglia e tenersi mondi da
ogni lordura: «Armi del sacerdote sono le preghiere e le lacrime».
Nel Seminario dunque i nostri alunni debbono formarsi l'abitudine, il
bisogno, la necessità dell'orazione mentale. La cosa non è facile, perché la
quiete, la solitudine che l'orazione richiede non paiono tanto conformi agli
spiriti giovanili. Essi sanno che la vita sta negazione, ed ingenuamente pensano
che azione sia solo quella che si svolge all'esterno. La meditazione quindi
facilmente annoia, quando non se ne comprende la necessità, quando non ci si
mette con impegno. Gesù dalla sua lunga solitudine di Nazaret li disinganni e
faccia loro intendere che non c'è nulla di più attivo del meditare,
dell'occupare i pensieri nelle cose di Dio, presso il Quale è l'unica, vera
sorgente della Vita e della Luce: «Presso di te è la fonte della vita, e
alla tua luce vedremo la luce» (Sal 35,10).
È nelle intime comunicazioni con Dio, fonte di Vita e di Luce, che l'apostolo
attinge forza e nerbo per la sua attività esteriore: è lì pure, e solo lì,
che il giovane aspirante alle missioni prova, matura, rafforza la sua vocazione.
Perché non è vera vocazione quella che non è stata ispirata e maturata da Dio
nell'intimità dell'orazione.
26. Perché, amati giovani, perché volete farvi missionari? Che cosa vi
muove, che cosa vi attira? Non v'ingannate: se il vostro proposito non è il
risultato di un grande spirito di fede e di un più grande amore di
Dio, non vi prendete il disturbo di passare i mari. t meditando sulla
immensa grandezza di Dio, nostro Padre, e sui diritti che egli ha all'adorazione
ed alla servitù di tutti gli uomini; è meditando sull'immensa sua carità, che
per salvare il mondo non ha esitato a dare per esso il Suo Unigenito; è
piangendo sulle piaghe del Crocifisso Signore, sulla sorte riservata ai poveri
infedeli per i quali pure tanto sangue fu sparso... è immedesimandosi in queste
verità nell'orazione, che spuntano e si fortificano i grandi propositi, e
allora si comprendono i distacchi, i sacrifici che ora e poi la vocazione
missionaria impone. Nessuno si sacrifica volontariamente se non ha in cuore una
grande fede ed un grande amore: è di fede, di grandi convinzioni, di grande
generoso amore che sono fatti gli eroismi della Croce. Ora, per avere, per
crescere in questa fede, bisogna accostarsi a Dio con l'orazione:
«Accostatevi a Lui e sarete illuminati» (Sal 33,6); per infiammarsi
di questo amore bisogna esercitarsi nella meditazione: «Durante la mia
meditazione si accende il fuoco» (Sal 38,4).
La vostra vocazione, cari giovani, è grande, è sublime, è divina; non ce n'è
un'altra che la superi in nobiltà, in santità, in merito: si confonde con
l'opera di Gesù, con la missione della Chiesa. Voi però siete piccoli e
miseri; ma anche se foste il fiore dell'umanità per genio, per eloquenza, per
valore; se foste domani l'ammirazione del mondo per le vostre gesta grandi ed
eroiche, a nulla tutto questo varrebbe se il vostro lavoro non sarà fatto in
unione con Gesù, mossi ed ispirati da Lui, perché senza Gesù «non potete
far nulla» (Gv 15,5) in ordine all'apostolato ed alla vita eterna.
Ora questa unione con Gesù che dà virtù ed efficacia al vero apostolato è
cosa squisitamente interiore, è frutto decorazione. Solo quando, specialmente
mediante la pratica della preghiera, la vita dell'apostolo trascorrerà «nascosta
con Cristo in Dio» (Col 3,3), solo quando nel cuore del
Missionario regnerà sovrano Gesù Cristo, allora solo egli risplenderà
fruttuosamente al di fuori nell'azione e nelle opere di un santo apostolato;
perché, tenetelo per assoluta verità: l'attività esteriore che non si
riannoda alla vita interiore è cosa inutile e vana quando non è
dannosa. P- stato detto, ma giova ripeterlo!
La meditazione in seminario
27. I nostri cari giovani sono abbondantemente, riccamente nutriti di
Parola di Dio: esercizi spirituali una, due volte l'anno: ritiri mensili, ore
d'adorazione talvolta predicate, conferenze settimanali, e meditazione preparata
e predicata quasi ogni giorno. Ciò è quanto mai consolante; ma mi sono posto
un quesito: quando nelle missioni tutto questo verrà meno, il nostro giovane
saprà fare da sé la sua meditazione? Il missionario che noi mandiamo, se ha
approfittato della formazione che ha avuto nelle nostre case, è certamente uomo
di forte pietà; ma è altrettanto bene esercitato, allenato alla pratica
decorazione mentale?
Venendo quindi alla pratica anche su questo punto, dirò che santo ed
utilissimo, anche se gravoso per i superiori, è l'uso di dare ogni mattina la
meditazione predicata nelle nostre Scuole Apostoliche. 1 ragazzi vengono cosi
giorno per giorno ad istruirsi e ad imparare come nutrirsi della parola di Dio:
vengono aiutati a riflettere sulle divine verità ed invitati ad applicarle alla
vita, mediante le riflessioni ed i suggerimenti che loro offre il predicatore.
Questo va bene per i principianti; ma, cominciando dal noviziato, è necessario
che i giovani vengano man mano istruiti su tutto quanto si riferisce
all'orazione mentale e sul modo di farla da soli. Dovere quindi del Padre
Maestro e, dopo, degli altri Direttori di Spirito, è di dare ai giovani una
istruzione quanto mai completa su questa importante materia, seguendo approvati
testi di ascetica.
Non basta però la sola istruzione teorica dell'orazione data in pubblico: il
compito più delicato è dei direttori di spirito, i quali debbono indirizzare,
aiutare i singoli giovani nella pratica dell'orazione, interrogandoli,
illuminandoli e spianando le loro difficoltà, che possono provenire
dall'inesperienza, dalle distrazioni e dalla mancanza di generosità.
28. Detto questo, non intendo che si debba abolire del tutto l'uso della
meditazione predicata nelle classi di liceo e di teologia. Anzitutto i punti si
possono dare anche predicati e si possono pure alquanto sviluppare con opportune
riflessioni: l'importante è che i giovani non abbiano a far consistere la
meditazione nel semplice ascolto di una predichina, ma abbiano anche il tempo di
fare meditazione, che è essenzialmente un lavoro individuale. IJ ritorno
su se stessi per applicare a noi una data verità o mistero, o per constatare
come ci troviamo in rapporto alla virtù che meditiamo; l'esercizio della
volontà per la formulazione di proponimenti pratici, adatti alle circostanze
personali e della giornata; e soprattutto l'esercizio dei vari affetti di
adorazione, di ammirazione, di lode, di ringraziamento, di dolore e di amore,
dei quali deve essere inflorata ogni vera meditazione, richiedono tempo e
silenzio. Se la esposizione di chi dà la materia si chiude con «Ti rendiamo
grazie», non si può davvero dire che i giovani abbiano fatto la
meditazione, anche se l'hanno ascoltata in tutti i suoi sviluppi, perché la
parte essenziale, costitutiva della meditazione, dopo l'esposizione della
materia, consiste principalmente negli atti della volontà, e nella formulazione
dei propositi.
Con la meditazione noi miriamo soprattutto ad effettuare l'unione delle anime
nostre con Dio. Deve perciò essere essenzialmente una santa conversazione
che facciamo con il Signore, conversazione che varia secondo il soggetto che
meditiamo, e che, man mano che ci esercitiamo, deve divenire sempre più intima,
intensa, affettuosa; ora è indispensabile che l'anima abbia tempo e riposo per
potersi così occupare. Anche la predicazione e le buone letture producono lumi
ed affetti santi negli uditori e lettori; ma altro sono la predica,
l'istruzione, la pia lettura, ed altro è la meditazione metodica quotidiana
alla quale la regola ci invita.
In conclusione dirò che la meditazione predicata, utilissima in un primo tempo
per istruire, per imprimere delle forti convinzioni nelle menti dei giovanotti,
deve gradatamente condurre all'esercizio vero e proprio della meditazione
personale, nel quale esercizio però i giovani debbono essere avviati ed aiutati
in tutto il tempo della loro dimora nei Seminari.
Se i giovani non si eserciteranno nella meditazione mentre sono in seminario,
difficilmente diverranno poi veri uomini di orazione quando saranno sul campo
delle missioni.
Conclusione
29. Miei amatissimi confratelli, all'inizio del suo prezioso trattatello
sull'orazione S. Alfonso scrisse che avrebbe desiderato farne stampare tanti
esemplari quanti sono i cristiani nel mondo, perché non ce ne fosse nessuno che
non avesse a capire quanto è necessaria la preghiera per salvarsi. Al termine
di questa mia povera esortazione io faccio un'umile preghiera, ed è che
chiunque la legge abbia a fare un po' di serio esame sul come sta in fatto di
orazione e, a seconda che la coscienza risponde, abbia a formulare i suoi
propositi.
Le Costituzioni (art. 207) hanno una frase felicissima dove dicono che i nostri
missionari debbono alimentare di continuo la loro vita spirituale
mediante la santa orazione. Finché daremo alle anime nostre questo santo
alimento, ci manterremo all'altezza della nostra vocazione ed assicureremo il
successo delle nostre fatiche apostoliche.
Perché l'Istituto possa compiere degnamente la sua grande missione nella
Chiesa, ha bisogno che sia formato di uomini «ferventi nello spirito... perseveranti
nella preghiera» ... Tanto valiamo, quanto preghiamo: teniamolo come
assioma. Se saremo uomini di orazione, diverremo una grande forza nel mondo per
l'avvento del Regno di Gesù Cristo. Se ci troveremo insufficienti, sarà
insufficienza di orazione.
Andiamo crescendo di numero; ma che giova se non cresciamo anche in santità?
Sono gli Istituti, dove regna lo spirito di preghiera e la vita interiore quelli
che Iddio fa prosperare per servirsene per le grandi opere della sua gloria.
Crescere su altre basi, è crescere ad una più vasta rovina.
È necessario dunque che tutti i nostri missionari coltivino premurosamente
l'orazione e che Vescovi, superiori Regionali, capi di residenze vigilino quanto
è possibile che non si abbiano a lamentare gravi trascuratezze su un punto di
tanta importanza.
Ed ora non mi rimane che pregare ed augurarmi che tutti quanti, amati
confratelli, abbiate ad accogliere benevolmente questa mia parola ed a farne
frutto. Da parte mia non mancherò di pregare il Signore affinché conceda a
tutti «secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente
rafforzati dal suo Spirito nell'uomo interiore: che il Cristo abiti per
la fede nei vostri cuori e così radicati e fondati nella carità... siate
ricolmi di tutta la pienezza di Dio» (Ef 3,16-17-19).
«Ma voi carissimi.. pregate mediante lo Spirito Santo, conservatevi
nell'amore di Dio» (Gd 20,21).
Aff.mo in N, Signore
P. PAOLO MANNA, Sup. Gen.