VIRTÙ
APOSTOLICHE
Lettere ai missionari
Beato P. Paolo Manna
SIATE MISSIONARI SANTI!
«Se il missionario vive di fede, allora è grande»
Lettera circolare n. 6
Milano, 15 Settembre 1926
Amatissimi Confratelli,
1. E’ il tempo in cui ordinariamente usate raccogliervi per i SS. Spirituali Esercizi e Dio sa quanto desidererei trovarmi assieme a voi per edificarmi dei vostri buoni esempi, per esortarci vicendevolmente a proseguire coraggiosi e fiduciosi nell'arduo lavoro che il Signore ci ha confidato di espandere il suo santo Regno nel mondo delle anime. Purtroppo i doveri del mio ufficio ed importanti affari di alcune missioni, che richiedono la mia presenza qui, non mi permettono di iniziare quest'anno quella visita che vi feci ultimamente sperare; la sollecitudine però che sempre sento per le anime vostre mi spinge, benché lontano, a rivolgervi una parola di esortazione, che voi vorrete accogliere non come da un vostro maestro, ma come la parola affettuosa di un padre che ardentemente vi ama, e che sente di esservi debitore di tutte le sue cure.
Se i missionari saranno santi...
2. Noi missionari spesso ci domandiamo perché l'opera della conversione del mondo infedele vada così a rilento. Si sogliono addurre varie ragioni per spiegare questo doloroso fatto, ed invero il problema si può considerarlo da molteplici lati, alcuni dei quali non riguardano la nostra responsabilità. Per la parte per che ci riguarda, ed è la principale, il problema è della più limpida soluzione. Per salvare il mondo, Iddio nella sua infinita sapienza ha voluto avere dei cooperatori. Iddio fa bene la sua parte: la fanno altrettanto bene gli uomini chiamati a coadiuvarlo?
Facciamo che tutta la Chiesa, tutto il popolo cristiano, diretto dai suoi vescovi e dal suo clero senta davvero il dovere apostolico che gli incombe di promuovere con ogni mezzo la propagazione della fede: facciamo che i missionari, strumenti più diretti nella conversione delle anime, siano santi, e gli infedeli non tarderanno a convertirsi.
Il problema delle missioni è stato ed è tuttora quasi ignorato dal popolo cristiano: quelli che se ne interessarono in passato furono sempre una minoranza, ed è estremamente doloroso vedere anche oggi, che qualche passo avanti pur si è fatto, come l'immane questione sia ben lungi dall'essere compresa ed affrontata in pieno dal clero e dal popolo. E’ estremamente doloroso, perché i popoli cattolici avrebbero energie più che sufficienti per promuovere più degnamente l'opera dell'evangelizzazione degli infedeli, se dai sacerdoti fossero istruiti, organizzati e soprattutto infiammati da un più grande spirito di fede e di zelo. Il S. Padre, la S. Congregazione di Propaganda se ne occupano assai, ma sono come generali con pochi soldati. La divina missione affidata da N. Signore alla Chiesa di predicare il Vangelo ai popoli della terra è tutta un'opera di cooperazione; dove questa è scarsa, lento necessariamente sarà pure il movimento delle conversioni.
Ma non è di questo che voglio parlarvi, perché l'argomento interessa più specialmente il clero dei paesi cristiani.
Siate Missionari santi
3. A voi, missionari in servizio attivo sul campo, interessa
specialmente la vostra parte di cooperazione, ed è perciò che a voi
dico: siate missionari santi camminando sulle orme di quei grandi che vi
hanno preceduto, e, per la parte che vi riguarda, il vostro dovere apostolico
sarà pienamente compiuto: le anime che il Signore nei suoi misericordiosi
disegni ha assegnato a ciascuno di voi perché le conduciate a salute, saranno
salve, e, nell'ultimo dei vostri giorni potrete dire con il Divin Redentore: «Coloro
che mi hai dato li ho custoditi, nessuno di loro è andato perduto»
(Gv 17,12).
Ho detto: siate santi, camminando sulle orme di quei grandi che vi hanno
preceduto sul campo del vostro apostolato. Sì, abbiamo davanti a noi dei grandi
esempi e desidero che ne facciamo tesoro.
Il nostro Istituto, benché relativamente giovane, può vantare un deposito di
apostoliche tradizioni, di metodi di apostolato così nobili, cosi vivificato
dal più alto spirito di sacrificio, di abnegazione, di zelo, da non aver noi
nulla da invidiare ai più grandi Istituti missionari.
Questo sacro deposito è la nostra vera ricchezza, il nostro vanto: su di esso
io fondo la mia speranza delle divine benedizioni, che accompagneranno sempre il
nostro Istituto, essendo questo che fa ben vista ed apprezzata dalla Chiesa la
nostra famiglia missionaria.
4. Dal P. Mazzucconi all'ultimo nostro missionario defunto per non
parlare che dei morti - quale corona di eroismi e di ignorati martiri, quali e
quante fatiche, quali sudori e quante vite sacrificate anzi tempo per gettare i
fondamenti di quelle Chiese, che voi fra tanti stenti e privazioni continuate ad
edificare! Quale è stato il segreto, quale l'anima di tanto zelo, di tanta
dedizione, di tanta perseveranza, di un eroismo che troppe volte è giunto fino
al sacrificio della vita?
Ecco, amati confratelli, ecco quello che vogliamo indagare per esortarci a
seguire quelle orme, e, per quello che dipende da noi, cooperare con ogni nostro
potere alla conversione degli infedeli, procurando la salvezza del maggior
numero possibile di anime nelle missioni che la S. Chiesa ci ha affidate.
5. I nostri missionari, anche dal punto di vista umano, sono stati
uomini superiori: fra essi alcuni sono stati eminenti per dottrina e conoscenza
delle lingue, altri per la loro particolare avvedutezza e tatto nell'assimilarsi
e nel trattare con i vari popoli da essi evangelizzati; molti furono veri
strateghi dell'apostolato nell'occupare sempre nuove posizioni: tutti furono
coraggiosi e rotti ad ogni fatica, pronti ad ogni ardimento.
Ma né ingegno, né prudenza, né coraggio li hanno fatti grandi agli occhi
nostri e a quelli di Dio: sono stati grandi, hanno salvato molte anime, hanno
fondato Chiese, principalmente perché sono stati uomini santi, uomini
cioè di vita interiore: questo è stato il segreto, l'anima del loro
zelo, della loro perseveranza e dei loro successi; questo è il solenne
insegnamento che ci hanno tramandato e che io amo ricordarvi, perché sempre i
nostri missionari di oggi e quelli di domani fondino su di esso la ragione prima
ed essenziale della santificazione loro e delle anime che sono e saranno loro
affidate.
6. Il fervore della vita di un missionario, la sua attività regolare,
sapiente, industriosa, instancabile, la gioia inalterabile della sua vita e la
sua perseveranza nel lavoro, pure in mezzo a privazioni, traversie e
difficoltà, sono sempre il risultato di una vita di fede.
Se la fede si offusca, anche lo zelo diminuisce di intensità; si affacciano
allora, anche ai più forti, la stanchezza e lo scoraggiamento e si può
arrivare sino alla completa sfiducia ed alla perdita della vocazione.
Se il missionario vive di fede, allora è grande, è sublime, è divino: la
Chiesa e le anime si possono tutto attendere da lui: nessuna fatica, nessuna
difficoltà lo spaventano, nessun eroismo è superiore alle sue forze; se lo
spirito di fede in lui è languido e fiacco, egli si muoverà, lavorerà pure,
ma a poco o nulla approderanno le sue fatiche, ed il poco successo delle sue
opere, fatte senza spirito, accrescerà in lui la sfiducia e l'avvilimento.
Il
missionario è l'uomo della fede7. Il missionario è per eccellenza l'uomo della fede: nasce dalla
fede, vive della fede, per questa volentieri lavora, patisce e muore. Il
missionario che non è questo, è tutt'al più un dilettante dell'apostolato,
sarà presto un ingombro per la Missione, un fallimento per se stesso, quando,
Dio non voglia, non sarà anche causa di rovina per le anime. Senza la fede il
missionario non si spiega, non esiste; e, se esiste, non è il vero missionario
di G. Cristo.
E missionario che vuol vivere e mantenersi all'altezza della sua vocazione deve
nutrire costantemente questo spirito di fede, illuminandosi ed infervorandosi
con la meditazione delle grandi verità della nostra S. Religione: deve
attingere da Dio, del Quale è strumento, con continua preghiera, la grazia di
cui abbisogna per i suoi ministeri, e senza la quale egli nulla può in ordine
all'eterna salute dell'anima sua e di quelle che egli è andato ad
evangelizzare.
Meditazione dunque e preghiera, ecco la forza del missionario, le
uniche vere sorgenti e ragioni del suo zelo, della sua perseveranza, del suo
successo.
Un missionario che trova noiosa mezz'ora di meditazione, che dice distrattamente
il suo ufficio e strapazza la S. Messa, che ha poca familiarità con il SS.
Sacramento e con la SS. Vergine... che, con il pretesto delle opere e del lavoro
che l'occupano, fa poco conto della meditazione e delle altre pratiche di
pietà, tale missionario è un povero illuso: il suo lavoro è vano e senza vera
consistenza, ed i progetti, dei quali può anche avere piena la bocca, sono
null'altro che pure e semplici chiacchiere, spesso espressione di un animo vano
e leggero.
Salvare le anime come le ha salvate Gesù Cristo
8. La grande, sublime missione dell'uomo apostolico è quella di
salvare le anime, e di salvarle come le ha salvate Gesù Cristo. Perché possa
degnamente assolvere questo compito divino il missionario deve aver sempre
presenti i grandi motivi che gli impongono come una legge, come una necessità
il dovere dell'apostolato, lo zelo per la salute delle anime.
Egli perciò mediterà sovente sull'amore di Dio per le anime, sul loro pregio
ed eccellenza, sul pericolo in cui la maggior parte di esse si trovano di andare
eternamente perdute, sulla nobiltà della vocazione apostolica più di ogni
altra ricca di meriti, e sul premio inenarrabile riservato ai veri apostoli del
Vangelo.
La creazione di questo nostro mirabile mondo, il mistero ineffabile della divina
Redenzione, la santificazione delle anime che ha richiesto tanti miracoli della
divina onnipotenza: la SS. Eucaristia, la SS. Vergine, la Chiesa, tutto ci dice
quanto Iddio abbia amato ed ami le anime. Non c'è un solo oggetto di
meditazione che non possa essere rivolto a dirci, a persuaderci dell'amore
immenso, incommensurabile di Dio per le anime.
Ordine naturale e soprannaturale, creazione e Redenzione con tutti i loro
misteri, tutto quello che Dio ha fatto, fa e farà, tutto è alla fine ordinato
alla salvezza delle anime, tutto è effetto del grande amore di Dio per le
anime.
Queste cose deve quotidianamente meditare il missionario: allora il suo zelo
sarà fondato su granitica base: sa egli allora perché si muove, perché
s'affatica, e come deve trattare le anime.
Il missionario è un altro Cristo
9. Il missionario deve presentarsi ai popoli infedeli come alter
Christus. E missionario di fatto non è niente se non impersona Gesù
Cristo. Quando nel missionario appare l'uomo, allora egli è inefficace.
E’ perché in tanti missionari della Chiesa Cattolica non è ritratto
perfettamente Gesù Cristo, che gli infedeli non si convertono. Come volete che
si converta il povero infedele, se nel missionario cattolico non vede che
l'europeo, o tutto al più un ministro della religione dei dominatori, non
dissimile, almeno esternamente, dall'infinita varietà dei ministri protestanti?
Come volete che le anime degli infedeli si pieghino davanti al missionario
altero, sprezzante, interessato, amante del bere e delle allegre brigate?
Amati confratelli, si dice che i missionari sono pochi; ma quanti più pochi
sono i veri missionari, i missionari che ritraggono in tutta la loro vita
la figura divina di Cristo! Ma come ritrarranno, come imiteranno Gesù Cristo se
non lo faranno oggetto della loro continua meditazione?
E restringendo l'esame a noi soli, come, ditemi, copieremo questo divino
Modello, come ne ritrarremo le divine fattezze nelle anime nostre senza fissarlo
continuamente, senza studiarne ed analizzarne la vita dalla culla alla croce,
all'altare? E’ per questo che il S. Vangelo dovrebbe essere la nostra lettura
giornaliera, il nostro abituale libro di meditazione, libro che mai si esaurisce
perché mai si finisce di studiarlo, di comprenderlo e di realizzarlo nella
nostra vita.
Solo il missionario che copia fedelmente Gesù in se stesso, e può dire ai
popoli con l'apostolo S. Paolo: «fatevi miei imitatore, come io lo
sono di Cristo» (1Cor 4,16), solo lui può riprodurne l'immagine
nelle anime degli altri.
Chi non fa così, invano s'affatica ed invano si lamenta se le sue fatiche non
sono corrisposte.
10. Il missionario deve nutrire un tenero amore, deve avere una vera
passione per le anime. Ma come l'avrà questo amore se non è uomo di orazione?
E’ dalla meditazione di quello che Gesù benedetto ha fatto per la salvezza
delle anime che spuntò la nostra vocazione. Il Crocifisso ci fece missionari,
ed è il Crocifisso ancora che deve nutrire in noi l'amore per le anime.
Prendiamo quindi spesso a soggetto delle nostre meditazioni i misteri della
passione e morte di nostro Signore, e facciamoci di questo una regola
specialmente nel tempo sacro della Quaresima. Questi misteri sono la vera
sorgente dello zelo apostolico: pensando ai patimenti di Gesù, pensando alla
Croce, alle umiliazioni del Calvario s'impara ad amare le anime e ad abbracciare
ogni sacrificio per procurarne la salute.
Ogni zelo che non zampilla dal mistero della Croce è effimero, perché solo
l'esempio di quanto Gesù Cristo ha sofferto per le anime può efficacemente
spronarci ad abbracciare i sacrifici inerenti ad ogni opera di vero zelo.
Innamorati di Gesù Crocifisso, saremo indubbiamente grandi salvatori di anime.
Esortazioni ai missionari
11. Gli autori del prezioso libretto Monita ad Missionarios si
domandano come mai missionari, che pure avevano fatto i tre voti di povertà,
castità e obbedienza, poterono nelle missioni cadere vittime dell'avarizia,
della mollezza e della vanità, e non sanno trovare altra ragione, «se non
che si era affievolito molto in quelle regioni (dell'India) lo spirito di
orazione. Ricordato il precetto di Cristo: Vigilate e pregate per non
cadere nella tentazione, dicono che, se tale fu l'ordine di N. Signore
agli Apostoli, quanta ragione abbiamo noi di dire che il missionario
apostolico deve nutrirsi ogni giorno del pane dell'orazione! Se egli trascura di
nutrirsene, necessariamente verrà meno lungo la via della virtù»*. Gravi
parole, scritte centinaia di anni addietro, ma troppo vere anche oggi!
E questi santi autori vogliono che il missionario consacri ogni giorno non meno
di due ore all'esercizio dell'orazione. Io non dico due ore, ma, amati
confratelli, credetelo, un'ora di meditazione, anche divisa in due tempi, come
si praticava negli anni di seminario, non è davvero troppo!
Poiché può avvenire che doveri di ministero ci impediscano talvolta di fare la
nostra meditazione mattutina, all'ora fissataci dal nostro orario, badiamo di
non tralasciarla per questo.
Al missionario fervoroso e di buona volontà non mancherà mai modo di trovare
nella giornata un'ora per segregarsi ed attendere alla sua orazione. Che se
anche ciò non fosse possibile, v'è sempre la sera per poter raccogliersi e
pregare, come usavano fare, sull'esempio di N. Signore, tutti i santi uomini
apostolici.
12. Missionari, uomini cioè anche naturalmente forti e decisi, non
facciamo le cose a metà. Facendoci missionari abbiamo inteso darci tutti interi
a Gesù Cristo. Se non Gli saremo uniti con una grande totale dedizione, che non
può aversi da chi non prega, Egli sarà costretto dalla nostra poca generosità
a starsene lontano da noi; verremo così a privarci di un grande cumulo di
grazie, e indubbiamente cadremo nella nostra miseria.
Siamo uniti a Dio mediante una vita di meditazione e diventeremo strumenti
mirabili delle sue misericordie. Non ci illudiamo lo zelo apostolico, senza del
quale nulla siamo come missionari, non divampa che da un cuore acceso d'amore di
Dio. Quando il nostro cuore sarà unito a Dio nell'intimità della meditazione e
della preghiera, allora «arde il fuoco»* e il nostro amore ci
suggerirà quello zelo ingegnoso, pratico, perseverante, infaticabile che
contraddistingue il vero apostolo di Gesù Cristo.
Amatissimi confratelli, amiamo la nostra meditazione. Essa sola ha il segreto di
far gioconda e felice la nostra vita di Missionari, perché ci trasforma, ci
trasfigura, ci divinizza. Se vi saremo fedeli, se non le lesineremo il tempo, il
Signore ci ripagherà con grande generosità, e noi vi resteremo così
affezionati da meravigliarci come avremo potuto talvolta trascurarla.
Uscendo dalla meditazione, in cui ci siamo illuminati agli eterni splendori di
Dio e delle nostre eterne verità, noi vedremo meglio Gesù in noi, vedremo
Gesù nelle anime, vedremo Gesù in tutto e non avremo altra brama che di
piacergli e procurarne la gioia con ogni nostro potere.
Fedeli alla nostra meditazione, ci sarà facile rimanere fedeli a tutte le altre
nostre pratiche di pietà, ci sarà facile vivere in quello spirito di continua
orazione, che è l'atmosfera nella quale sa muoversi e lavorare il fedele
missionario di Gesù Cristo.
Necessità della preghiera
13. «E’ necessario pregare sempre» (Lc 18,1) è una
raccomandazione per tutti: per noi è una legge, una necessità, una condizione
indispensabile per riuscire nella nostra divina missione intrapresa e per
vincere tutte le difficoltà che vi si oppongono.
Quante difficoltà sul sentiero di un uomo apostolico! Io penso spesso a voi,
amati confratelli, e mentre vi ammiro per le belle e grandi opere che compite, e
vi venero per gli enormi sacrifici che con gioia ogni giorno abbracciate per
amore di Gesù, per amore delle anime, per voi pure tante volte sono
preoccupato, specialmente quando attraverso la vostra corrispondenza intravedo
segni, sia pur lievi, di sfiducia e di tristezza.
Ad onore dei nostri missionari debbo dire che mai nessuno si è lamentato dei
disagi, delle privazioni, delle fatiche delle quali è intessuta la vita di
missione; troppo nobile è il vostro cuore per dare peso e rilievo a queste
cose; ma ci sono difficoltà ed angosce morali che conobbero anche i santi
Apostoli, e S. Paolo ce ne fa spesso cenno nelle sue Lettere: pene ed angosce
che anche voi provate, le quali sono capaci di abbattere gli animi più forti e
generosi, se non sono sostenuti da una potente grazia di Dio.
La poca corrispondenza, le defezioni, l'ingratitudine dei convertiti; la
solitudine e l'abbandono; i malintesi che possono aver luogo tra i confratelli e
con i superiori e il sentirsi mal compresi ed apprezzati; la pochezza dei mezzi
che non permettono di fare tutto quello che si vorrebbe e le male arti dei
pagani e protestanti che ostacolano il progresso delle nostre opere; senza dire
degli assalti delle tentazioni e delle lotte con lo spirito maligno che attenta
alle nostre anime, sono tutte difficoltà capaci di produrre in noi tristezza e
sfiducia.
Chi potrà sostenervi in tali frangenti? Dio, solo Dio, se pregato con spirito
di umiltà e di filiale, fiducioso abbandono. Oh, sì! Tutti hanno bisogno di
pregare, ma quanto maggior bisogno ha il missionario di pregare e di pregare
sempre, egli che va a portar guerra al demonio nei suoi stessi dominii, ed ha
contro di sé tutto un mondo di nequizie, che ama tanto di rimanere nelle sue
tenebre!
Quando in mezzo all'una o all'altra delle vostre difficoltà voi vi gettate ai
piedi di un Crocifisso o del Tabernacolo, e dite a Gesù che è per Lui che
combattete, è per i suoi interessi che soffrite, che è la causa sua che è in
pericolo; quando invece di indispettirvi contro i vostri nemici, per essi
implorate misericordia e perdono, oh! allora, siatene certi, non sentirete più
ombra di avvilimento e di tristezza, ma uscirete dalla vostra fervida orazione
come da un bagno salutare, freschi e rasserenati e sempre o vincitori, o più
forti per continuare il vostro combattimento.
Un'ora di orazione scioglie più difficoltà che molte discussioni; una fervida
preghiera, illuminando lo spirito alla luce eterna di Dio, confortando il cuore
al calore vivificatone del Cuore di Gesù, snebbia il nostro amor proprio, ci
infonde umiltà e generosità, e molte difficoltà, che prima ci sembravano
gravi ed insormontabili, ci appaiono come cose trascurabili.
14. Amati confratelli, bisogna pregare e pregare sempre. Il
missionario ha più del prete in patria non solo la necessità, ma anche la
possibilità di pregare.
La vita di missione trascorsa il più delle volte fra le vaste solitudini, fra
le foreste e i monti silenziosi, fra genti semplici e povere ha non pochi punti
di contatto con la vita degli eremi e molto favorisce lo spirito di
contemplazione e di raccoglimento.
Quando il missionario ha compiuto i suoi giri di missione e si ritira
nel capoluogo del suo distretto, di quanta pace, di quanto silenzio e
tranquillità egli gode! Quanto a lungo può trattenersi egli allora con il suo
Signore che è là nel Tabernacolo della sua chiesetta, che è là
principalmente per Lui! Se il missionario è uomo di fede, quante grazie può
allora ottenere per sé e per le anime che gli sono affidate, quante grazie può
immagazzinare per condurre felicemente a porto i suoi progetti, per far
prosperare le sue apostoliche imprese!
E pure in questi tempi di respiro che il buon missionario fa il suo giorno di
ritiro mensile, per rinnovarsi nello spirito e pigliar nuova lena per proseguire
con sempre maggior fervore e più saldi propositi nella santa sua vocazione di
salvatore delle anime.
15. Solitario nella solitudine, il missionario deve però esser pronto
ad abbandonarla sempre che il suo dovere, il bene delle anime, lo richiede,
memore che la vera santità non sta nel dolce godimento di uno spirituale
riposo, ma nel perfetto adempimento della volontà di Dio, che per lui è il
disimpegno fedele dei suoi doveri di uomo apostolico, che in nulla si risparmia
per procurare la gloria di Dio nella salvezza delle anime.
Ma il missionario santo, se interrompe la sua solitudine materiale, non
interrompe già le sue comunicazioni con Dio. Se non può portare con sé Gesù
Sacramentato, porta con sé il suo raccoglimento e la sua interiore solitudine:
sa che egli è tempio dello Spirito Santo, che Gesù, ogni mattina, scendendo
dal cielo in lui, fa la sua abitazione nel suo cuore. Anche nei più laboriosi
ministeri, egli, come gli angeli nei loro uffici, non distoglie il suo spirito
da Dio, e prega anche viaggiando, anche in mezzo al più intenso lavoro.
Come è facile, come è deliziosa la preghiera che può fare il missionario nei
suoi lunghi e frequenti viaggi! Tante volte la natura, con i mirabili spettacoli
che offre continuamente ai suoi sguardi, l'inviterà alla contemplazione della
bellezza e grandezza di Dio; altre volte la vista dei paesi pagani che
attraversa gli strapperà dal cuore vive suppliche per la loro conversione;
sempre egli può sgranare il suo Rosario e spargere lungo il cammino piccoli
semi di preghiera che non cadranno certamente invano.
Prima la preghiera, poi la predicazione
16. Quanto si sbagliano e di quali e quanti spirituali soccorsi si
privano quei missionari che trascurano l'orazione e gli ordinari esercizi di
pietà, sotto pretesto che non hanno tempo di pregare per la molteplicità dei
loro ministeri, quasi che si possano trattare gli interessi di Dio dimenticando
Iddio, e trascurando l'anima propria!
Miei cari confratelli, non vi sia uno solo tra voi che cada in questo abbaglio
funesto. Non avete certo da faticare più dei SS. Apostoli; ebbene, lo sapete,
essi non accorciarono mai le loro preghiere: preferirono anzi sbarazzarsi di
alcune incombenze pur sante, per applicarsi prima alla preghiera poi
alla predicazione. «Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero
della parola»(At 6,4).
E poi, siamo sinceri: è proprio puro amore di Dio, vero zelo per le anime
quello che rende taluno abitualmente trascurato nelle sue pratiche di pietà?
Egli trova pur tempo per effondersi in tante attività di puro ordine esteriore
e di assai dubbia utilità per un serio lavoro apostolico... egli ha pur tempo
per quelle visite inutili, per quelle letture vane, per quelle partite di gioco
e di caccia, per quelle lunghe ricreazioni e conversazioni protratte fino a
tarda ora... E staremo a lesinare il tempo proprio con N. Signore?
Non dimenticatelo, amati confratelli, oportet semper orare, e quando non
si prega non si è più contenti di essere in Missione, se questa è difficile
ed ardua; o, se offre comodità, vi ci si rimane perché in Italia si starebbe
peggio; ma di bene non se ne fa più: si è di cattivo esempio ai missionari
giovani, di fastidio ai superiori, di nessuna edificazione ai neofiti.
Ho detto che si è di cattivo esempio ai missionari giovani. Il punto è di
sommo rilievo e voglio dirne una parola.
Consigli ai giovani missionari
17. Talvolta ci si lamenta che giovani missionari non danno quel
rendimento che da essi si sarebbe potuto aspettare, non prendono l'avviamento e
la forma di santi ed esemplari operai del Vangelo.
Si attribuisce il fatto assai doloroso a scarsa vocazione, o alla incompleta
formazione che questi giovani avrebbero avuto nei seminari da cui sono usciti. E
può anche essere; ma potrebbe anche verificarsi l'ipotesi che questi giovani,
entrati in missione e trovatisi sciolti dai legami della disciplina del
seminario, non abbiano trovato in quell'ambiente la disciplina ben persuasiva e
trascinante del buon esempio dei missionari più vecchi con i quali furono
destinati a lavorare.
E grave errore pensare che il missionario, mandato in missione quando ha appena
terminato i suoi ordinari corsi di seminario, abbia con questo terminato la sua
completa preparazione. C'è un'altra preparazione, che non si può dare in
Italia: c'è la preparazione immediata che il missionario deve ricevere e se la
deve fare nell'ambiente in cui è destinato a lavorare. Questa in certo modo è
la più importante preparazione, quella che resta per la vita.
Il missionario giovane farà in tutto quello che vedrà fare: anche se scarsa
fosse stata la preparazione ricevuta in Italia, l'esempio vivente dei missionari
provetti che trova sul campo avrà una forza decisiva per educarlo a quelle
virtù, quel metodo di vita che dovranno accompagnarlo in tutti i suoi giorni.
E’ della massima importanza che il novello missionario tenga sempre vivo ed
acceso l'iniziale fervore con il quale generalmente egli parte dalla patria ed
affronta il mondo per lui nuovo della missione. Qui egli deve per convinzione
dedicarsi a quelle pratiche di pietà che in seminario faceva aiutato
dall'orario. Quanto gioverà al missionario per questo il buon esempio dei suoi
confratelli! Quanto deleterio gli tornerà invece un esempio di trascuratezza in
materia così importante! I miei confratelli intendono, meglio che io sappia
esprimermi, tutto quello che voglio dire.
L'esempio è una grande cosa dappertutto: ma ha una importanza massima per noi
missionari, perché missionario vuol dire tutto quello che vi è di più alto,
di più perfetto ed eroico nella sequela di N. Signore; tutto quello perciò che
urta con questa concezione fa male e ferisce lo spirito.
Sono ormai vent'anni che sono in Italia e posso vantare una qualche esperienza
su questo punto. Passano per il seminario missionari reduci «ferventi nello
spirito»( Rm 12,11), e sono d'immensa edificazione:i giovani vedono
ed imparano e si sentono sempre più fortificati nella loro vocazione. La vista
di questi uomini ha più efficacia che tante esortazioni dei superiori. Passa
alcun altro trasandato nella pietà, che dice la S. Messa a vapore, che non si
fa vedere alle pratiche comuni? E’ pure osservato e l'effetto è disastroso.
Non sarà così pure in Missione? Ma chiudo la parentesi.
La nostra patria è nei cieli
18. Per raggiungere le anime, per conquistarle non servono i mezzi
umani. Siamo sulla terra fra gli uomini, ma trattiamo interessi del tutto
celesti e divini, lavoriamo in un mondo soprannaturale. Per muoverci con
successo in questa sfera dobbiamo essere in continua comunicazione con Dio,
dobbiamo essere uomini «la cui patria è nei cieli» (Fil 3,20). Solo
così le nostre parole e le nostre fatiche avranno efficacia, ed arriveranno
fino alle anime, fino al cuore di Dio.
Vi sono dei missionari che pure lavorano, fondano e promuovono opere, predicano
e si affaticano in tanti modi, ma raccolgono pochi frutti e troppo poche anime
convertono. Il fatto è che non pregano abbastanza, ed il loro è un lavoro in
gran parte meccanico, poco o niente vivificato dalla grazia, che è
indispensabile per guadagnare le anime.
C'indispettiamo talvolta di non riuscire a grandi cose, di ottenere pochi
risultati dalle nostre fatiche; ci lamentiamo della durezza di cuore dei neofiti
e dei pagani, che non rispondono alle nostre cure; ma noi, che siamo ben
convinti d'aver molto lavorato, c'interroghiamo se abbiamo pure altrettanto
pregato?
19. Siate uomini di vita interiore, uomini di preghiera e, se anche foste
scarsi di doni naturali, la grazia di Dio supplirà abbondantemente a quello che
vi manca.
Quante volte missionari di pochi numeri, ma santi, hanno ottenuto grandi frutti
di bene in missioni, dove altri più intelligente e bravi hanno lavorato invano!
Vale saper predicare, ma vale molto di più saper pregare. Il missionario che
possiede bene la lingua e sa predicare, ma che prega poco, esporrà ottimamente
le verità della nostra S. Religione, ma lascerà fredde le anime: il
missionario che ha molta intimità con Dio nella preghiera, anche se non è
felice nell'esposizione, avrà sempre il dono di trasfondere lo spirito di Gesù
Cristo nelle anime, che è poi quello che la predicazione deve anzitutto
ottenere. Il primo insegnerà Gesù Cristo, l'altro lo farà vedere. Voi
intendete la differenza! «Se colui che insegna non è uomo di vita
interiore, la sua lingua dirà cose vuote» (S. Gregorio) «Nisi intus
sit qui doceat, lingua doctoris in vacuum laborat».
Né sfiducia, né pessimismo
20. Talvolta la sfiducia, il pessimismo possono insidiare un
missionario nel bel mezzo della sua apostolica carriera. Ebbene, anche qui non
c'è altro rimedio che la preghiera, la quale mettendoci al nostro posto di
supplicanti, ci fa vedere la nostra miseria, e ci fa anche vedere da qual parte
dobbiamo attenderci il conforto ed il frutto delle nostre fatiche.
Non s'incontrano missionari, che sono uomini di preghiera, i quali siano
pessimisti sul lavoro delle missioni. E quando in missione o fuori si sente dire
da qualche missionario, che, dopo tutto, i risultati che si ottengono nel lavoro
apostolico fra gli infedeli non corrispondono agli sforzi che si fanno per
ottenerli, è certo che chi così parla non è uomo di preghiera.
Dobbiamo ritenere come di fede che, come ogni preghiera è esaudita
infallibilmente in proporzione della sua perfezione morale, così ogni fatica
fatta per Dio ad ottenere la conversione delle anime è efficace nella
proporzione con cui è vivificata dalla preghiera. Il risultato delle nostre
fatiche lo vedremo o non lo vedremo quaggiù, ma esso c'è, e Dio ne tien conto.
La fedeltà, l'onnipotenza, la bontà di Dio ci sono garanti di questo, perché,
uniti a Dio per mezzo della preghiera, non siamo più noi che lavoriamo, ma è
Lui che lavora in noi e per nostro mezzo, e Dio non lavora mai invano.
Il missionario non deve mai essere sfiduciato: è un'offesa che egli fa a quel
Dio onnipotente che lo ha chiamato e per il Quale egli lavora. Il vero
missionario è sempre ottimista, è sempre fervido di entusiasmo, di
quell'entusiasmo che un giorno gli fece lasciar tutto e lo mise alla sequela di
N. Signore nelle vie dell'apostolato.
Riandate, cari confratelli, dal principio tutta la storia della vostra santa
vocazione. Quali e quante difficoltà aveste a superare, quanti distacchi,
quanti sacrifici e dolori e lacrime! Avevate davanti un grande miraggio di
eroismi e vi spingeva la brama di dare a Gesù la prova di un più grande amore.
E oggi, dopo che sono trascorsi tanti anni dai fervori della vostra prima Messa,
della indimenticabile funzione di partenza, si mantiene sempre in voi vivo lo
stesso entusiasmo, la stessa brama di lavorare per Gesù, di guadagnargli anime
in gran numero, di soffrire tanto per Lui, che per voi stimò poco dare tutto il
suo sangue e la vita? Se tale è tuttora la disposizione del vostro animo,
godete e ringraziatene Iddio, perché ne avete ben ragione; ma se taluno si
sentisse sfiduciato e scoraggiato, se gli sembrasse di essere illuso, se si
sentisse freddo e senza entusiasmo, si esamini, per favore, quale è stata nei
suoi anni di missione la sua vita di preghiera. Si esamini spassionatamente,
severamente, e forse troverà la chiave dell'enigma, la ragione del suo
raffreddamento, come chiaro gli apparirà pure il rimedio per uscirne.
Il culto dell'Eucaristia
21. Terminando questa breve esortazione, non posso non dire una parola
in particolare su un altro importantissimo elemento di vita interiore, sulla
devozione alla divina Eucaristia che vorrei fervidissima in tutti i nostri
missionari.
Gesù per noi è tutto, e Gesù è nella S. Eucaristia. E allora che cosa ci
può mancare? Se manchiamo di qualche cosa, non è perché ci teniamo lontani da
Lui, che è la sorgente di tutte le grazie? Da queste semplici parole tirate voi
le conseguenze.
Della S. Messa fate il vostro paradiso: il S. Tabernacolo sia la calamita che vi
attiri irresistibilmente. Davanti al S. Tabernacolo passerete le più belle ore
della vostra esistenza e le più utili per il vostro apostolato: attorno ad esso
attirate i vostri neofiti e li farete infallibilmente migliori.
In tutte le case che ha l'Istituto in Italia ogni sera si apre il S. Tabernacolo
e si dà la Benedizione eucaristica. Annetto la massima importanza a questa
pratica, perché, se Gesù ci benedice, non avremo nulla da temere per noi e per
le nostre opere. Questa benedizione la imploriamo non solo per noi, ma per voi
tutti che, sparsi per il mondo fra gravi pericoli e fatiche, avete tanto bisogno
di grazie e di conforto.
«Guardate a Lui e sarete raggianti» (Sal 33,6): stringiamoci attorno al
Cuore Eucaristico di Gesù ed a questa immensa fornace di amore i nostri cuori
si santificheranno e si accenderanno di tanto ardore di zelo da attirare dietro
a noi anime senza numero. Così avremo raggiunto il fine della nostra vita che
è la nostra santificazione, ed il fine della nostra divina vocazione che è la
salvezza delle anime che ci sono affidate.
Esortazioni ai missionari educatori
22. In fine una breve speciale parola anche ai RR. Padri che sono in
Italia. Amatissimi confratelli, che con me dividete la quotidiana fatica per il
buon andamento delle nostre Case, a voi incombe un gran dovere in rapporto a
quanto ho ricordato nella presente lettera.
I nostri venerandi confratelli che sono nelle missioni lavorano principalmente a
formare buoni cristiani; poi che siamo dalla Provvidenza destinati a stare in
Italia, noi lavoriamo a formare dei buoni missionari. Comprenderete facilmente
quanto più arduo, delicato e pieno di responsabilità è il nostro lavoro!
Dall'India e dalla Cina si guarda con grande attesa alle nostre Case, dove si
preparano le forze nuove per i bisogni sempre crescenti dell'apostolato che ci
è stato commesso. Se non prepariamo missionari santi è ben vano il nostro
lavoro; e perciò, se grandissima cura è da porsi per dare ai nostri giovani
una seria e completa formazione intellettuale, molto maggior diligenza e premura
è da impiegarsi nel curare la formazione del loro spirito.
I Rev. Rettori e Padri Spirituali, i Vice-rettori, i Prefetti e quanti attendono
all'educazione e formazione dei nostri alunni, sentano tutta la grandezza, la
nobiltà, la responsabilità del loro ufficio, e facciano che le nostre Case di
formazione siano veri giardini di virtù, tutti spiranti fervore e carità, vere
scuole di Apostoli, nelle quali si miri sempre a Gesù nel S. Tabernacolo, si
veda sempre Gesù nella vita santa ed esemplare dei Superiori e di quanti Padri
vi sono nelle Case.
Si alimenti nei giovani un grande spirito di fede: la fede sia il principio ed
il fine di ogni loro azione, sia la base, il principio informatore del nostro
sistema educativo. Tutto per Gesù deve essere il nostro motto: la nostra
educazione deve mirare ad imprimere Gesù nella mente, nei cuori dei nostri
aspiranti in modo così indelebile, che tutta la loro vita diventi a poco a
poco. una copia di quella di Gesù; solo così potranno ben rappresentare questo
nostro Divino Maestro ai popoli e continuarne degnamente e fruttuosamente la
missione.
E poiché sarebbe vano pretendere che i nostri giovani giungano a tanto solo con
le proprie forze e le nostre cure, con lo spirito di fede cerchiamo di insinuare
in essi anche un grande spirito di orazione. Solo se i nostri giovani
pregheranno, arriveranno ad una meta così alta, quale è quella cui aspirano
venendo a noi.
Non ci illudiamo: buoni tutti gli altri mezzi di favorire le vocazioni, se uniti
a questo essenziale, indispensabile della preghiera; ma se questo sarà
trascurato, i nostri seminari o diventeranno case di sfruttamento e falliranno
o, che è forse peggio, daranno alle Missioni personale impreparato.
Spendiamo dunque bene le nostre fatiche ed il nostro denaro e facciamo che le
nostre Scuole Apostoliche, i nostri Seminari diano il massimo rendimento in
missionari santi, e, se possibile, anche numerosi. E saranno santi, saranno
anche numerosi i missionari che usciranno dalle nostre Case, se con ogni sforzo
ci adopereremo perché Gesù Benedetto, il solo vero Maestro degli Apostoli,
«che fa delle fiamme guizzanti i suoi messaggeri» (Sal 103,4), sia il
centro delle menti, dei cuori di tutti i nostri carissimi alunni.
23. Amatissimi confratelli, abbiamo avuto in sorte una vocazione del
tutto divina, ci è affidato un compito assolutamente sovrumano. Siamo chiamati
ad estendere A Regno di Dio sulla terra e con le anime nostre dobbiamo salvare
quelle di molti altri.
D'altra parte siamo tutti convinti della nostra infinita miseria, e Gesù stesso
ci ammonisce che senza di Lui non possiamo far nulla: come dunque riusciremo a
tanta impresa? In un modo solo: pregando. Senza di Lui non possiamo far
nulla, con Lui potremo far tutto. Siamo uomini di orazione e saremo santi
missionari!
Miei dilettissimi confratelli, gradite queste povere pagine dettate dal
cuore, gradite almeno il mio pensiero, la mia sollecitudine per voi, e nelle
vostre preghiere non dimenticate
il vostro aff.mo nel Signore
P. PAOLO MANNA, Sup. Gen.
: «Quifacit ministros suos ignem urentem». * Monita ad Missionarios è il famoso opuscolo scritto e dedicato al Papa Clemente IX nel 1665 e indirizzato ai Missionari operanti in Cina, Tonchino, Cocincina, Siam, con lettera del 19 febbraio 1669 da Francesco, Vescovo di Eliopoli, Vicario Apostolico del Tonchino e da Pietro, Vescovo di Berito (Beirut), Vicario Apostolico della Cocincina, che nelle edizioni latine degli anni 1669-1744-1782-1807 aveva il titolo di Instructiones, mutato in Monita ad Missionarios quando la S. Congregazione di Propaganda Fide lo fece suo e lo indirizzò a tutti i Missionari. Le edizioni con questo nuovo titolo sono degli anni 1840-1853-1874-1886-1893 stampate a Roma; quelle del 1919-1930 furono stampate a Hong Kong. Esistono due traduzioni in francese: Bruxelles 1920 e Lovanio 1928 curate dai Missionari di Scheut. P. Manna cita ben nove volte questo opuscolo nelle sue Lettere circolari nn. 6, 17, 22.
* Monita ad missionarios (ediz. 1886), Cap. I, art. V, p. 18: ... non sanno trovare altra ragione «nisi quod spiritus orationis multum in his partibus tepuerit. Ricordato il precetto di Cristo: vigilate et orate ut non intretis in tentationem, dicono che, se N. Signore id nominatim Apostolis praeceperit, quam merito missionarium apostolicum dixerimus quotidiane reficiendum esse pane orationis! quem si comedere forte oblitus fuerit, oportet continuo deficiat in via virtutis».
* Monita ad Missionarios, o.c., art. V, p. 13: «Exardescet ignis».