VEGLIA
MISSIONARIA DI PREGHIERA
Venga il tuo
Regno!
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Ai poveri sia annunziato un lieto messaggio
PRESENTAZIONE
Venga il tuo Regno!
Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l'unzione,
e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio,
per proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
per rimettere in libertà gli oppressi,
e predicare un anno di grazia del Signore.
(Lc 4,18-19)
Con queste parole del profeta Isaia Gesù presenta la propria missione all’inizio del suo ministero in Galilea. Gesù è venuto ad instaurare il Regno di Dio, quel regno di giustizia, pace e amore che era stato promesso nelle Scritture e che si rende manifesto nelle parole, nelle opere e nella presenza di Cristo.
È Lui che dona pienezza alla vita di ogni uomo e donna della terra; è Lui che ponendosi come modello ci impegna a lavorare perché tutti abbiano una vita piena attraverso la conoscenza dell’Amore di Dio.
Il cristiano è uomo di speranza perché osa credere di più alla forza dell’Amore del Cristo Risorto che alle delusioni che vengono da un mondo che sembra andare alla deriva.
In questo ciclo di Veglie Missionarie di Preghiera, vogliamo fare nostro l’impegno di ogni battezzato ad estendere il Regno di Dio su tutta la terra, perché ogni uomo e ogni donna possa conoscere Cristo e diventare uomo e donna di speranza, partendo da chi ci sta più vicino.
Insieme vogliamo pregare ed interrogarci per costruire con i Popoli del mondo un Sogno: un mondo nel quale
ai poveri sia annunziato un lieto messaggio,
ai prigionieri la liberazione,
ai ciechi la vista;
agli oppressi la libertà,
a tutti la grazia e l’amore di Dio!
Buon cammino!
SALUTO
C.: Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
T.: Amen.
C.: La pace sia con voi.
T.: E con il tuo spirito.
INTRODUZIONE:
Ai poveri sia annunziato
un lieto messaggio...
In questo primo incontro cercheremo di approfondire la prima parte del passo scritto dal profeta Isaia che Gesù lesse nel tempio: "Ai poveri sia annunziato un lieto messaggio".
Gesù scelse di nascere in povertà, in una mangiatoia, il Vangelo dice che "non c’era posto per loro nell’albergo".
Ci indica la via per raggiungerlo, chiedendoci di seguire il suo esempio accogliendo i nostri fratelli più bisognosi, più poveri e di vivere in comunione con loro.
Povera è la persona che non conosce l’amore di Dio, che non sperimenta la gioia dell’incontro col Padre.
Il Signore ci ama come figli, ecco perché si è fatto uomo: per donare a tutti noi la salvezza, nessuno escluso, anche a chi soffre, agli emarginati e agli oppressi, senza gerarchie di potere o di ricchezza.
La grazia di sentire la sua presenza, di percepire il filo che ci lega a Lui arricchisce la nostra vita e ci esorta a diventare testimoni del lieto messaggio.
Anche noi possiamo camminare lodando Dio!
INVOCAZIONE ALLO SPIRITO
Siamo qui dinanzi a Te, o Spirito Santo:
sentiamo il peso delle nostre debolezze,
ma siamo tutti riuniti nel tuo nome;
vieni a noi, assistici, scendi nei nostri cuori;
insegnaci Tu ciò che dobbiamo fare,
mostraci Tu il cammino da seguire,
compi Tu stesso quanto da noi richiedi.
I LETTURA: DAGLI ATTI DEGLI APOSTOLI (3,1-10)
1
Un giorno, Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera: erano le tre del pomeriggio. 2 Qui di solito veniva portato un uomo, storpio fin dalla nascita, e loponevano ogni giorno presso la porta del tempio detta Bella, per chiedere l’elemosina a coloro che entravano nel tempio. 3 Costui, vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel tempio, domandò loro l’elemosina. 4 Allora Pietro fissò lo sguardo su di lui insieme a Giovanni, e disse: «Guarda verso di noi». 5 Ed egli si volse verso di loro, aspettandosi di ricevere qualche cosa. 6 Ma Pietro gli disse: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!». 7 E, presolo per la mano destra, lo sollevò. Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono 8 e, balzato in piedi, si mise a camminare. Poi entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio. 9 Tutto il popolo lo vide camminare e lodare Dio 10 e riconoscevano che era quello che sedeva a chiedere l’elemosina alla porta Bella del tempio, ed erano meravigliati e stupiti per quello che gli era accaduto.
Parola di Dio.
T.: Rendiamo grazie a Dio.
SALMO 31
2
In te, Signore, mi sono rifugiato,3
Porgi a me l'orecchio, vieni presto a liberarmi.4
Tu sei la mia roccia e il mio baluardo,Nada te turbe, nada te espante
quien a Dios tiene nada le falta.
Nada te turbe, nada te espante:
solo Dios basta.
6 Mi affido alle tue mani;
tu mi riscatti, Signore, Dio fedele.
7
Tu detesti chi serve idoli falsi,8
Esulterò di gioia per la tua grazia,9
non mi hai consegnato nelle mani del nemico,Nada te turbe...
13
Sono caduto in oblio come un morto,14
Se odo la calunnia di molti, il terrore mi circonda;15
Ma io confido in te, Signore;16
nelle tue mani sono i miei giorni».Nada te turbe...
20
Quanto è grande la tua bontà, Signore!21
Tu li nascondi al riparo del tuo volto,Nada te turbe...
22
Benedetto il Signore,23
Io dicevo nel mio sgomento:II LETTURA: ANNALENA TONELLI
«Scelsi di essere per gli altri: i poveri, i sofferenti, gli abbandonati, i non amati, che ero bambina e così sono stata e confido di continuare fino alla fine della mia vita. Volevo seguire solo Gesù Cristo. Null’altro mi interessava così fortemente: Lui e i poveri in Lui. Per Lui feci una scelta di povertà radicale […]. Vivo a servizio senza un nome, senza la sicurezza di un ordine religioso, senza appartenere a nessuna organizzazione, senza uno stipendio, senza un versamento di contributi volontari per quando sarò vecchia. Sono non sposata perché così scelsi nella gioia quando ero giovane. Volevo essere tutta per Dio. Era un’esigenza dell’essere quella di non avere una famiglia mia. E così è stato per grazia di Dio». Così Annalena Tonelli, nata a Forlì nel 1943, raccontò della sua vita in occasione di un convegno sul volontariato svoltosi in Vaticano nel 2001. Non amava parlare di sé, ma quella volta aveva dovuto cedere alle insistenze. E in quella occasione racconta degli anni giovanili, passati al servizio degli ultimi della sua città e dei poveri del Terzo mondo grazie al Comitato per la lotta contro la fame nel mondo, che contribuisce a far nascere. Ma, aggiunge, i confini della sua azione le sembravano limitati. Così, nel 1969, approda in Africa. Lì comprende presto che si può servire il Signore ovunque. «Ma ormai ero in Africa» racconta: «E sentii che era Dio che mi ci aveva portata e lì rimasi, nella gioia e nella gratitudine». Inizia così la sua opera in favore delle popolazioni somale, sparse tra la Somalia e i Paesi confinanti. Brandelli di umanità ferita che assiste «sulle ginocchia», come ripete spesso. Nel nord del Kenya inizia ad insegnare inglese perché, spiega, era l’unico lavoro che poteva fare «senza arrecare danni a nessuno». Presto inizia a dedicarsi ai malati di tubercolosi, prima portando loro il sollievo di un po’ d’acqua e poi assistendoli nel deserto. La cosa è risaputa e, nel 1976, l’Organizzazione
mondiale della sanità le chiede di realizzare un nuovo tipo di intervento, che risulterà così efficace da diventare un modello applicato in tutto il mondo. Così gli affetti da Tbc iniziano ad affluire presso il centro di riabilitazione per poliomielitici, ciechi e mutilati che nel frattempo, assieme ad alcune compagne, aveva fondato nel deserto. I suoi musulmani le vogliono bene, ma sono angosciati che lei, cristiana, non possa andare in Paradiso. Ma, a poco a poco, si convincono. D’altronde, come potrebbe essere diversamente? Con loro ha un rapporto delicatissimo di stima e amicizia.
Ma non c’è solo l’assistenza agli ultimi. Nel 1984 le autorità del Kenya tentano di sterminare una tribù del deserto. Le sue denunce pubbliche impediscono il genocidio. Per questo è arrestata e portata davanti alla corte marziale, dove le autorità, tutte cristiane, le svelano che era scampata a due imboscate, ma la prossima… «Poi uno di loro, un cristiano praticante, mi chiese cosa mi spingeva ad agire così. Gli risposi che lo facevo per Gesù Cristo che chiede che noi diamo la vita per i nostri amici».
Difficile dar conto delle opere buone che sono germogliate attorno a lei, fuori e dentro la Somalia, anche grazie ai tanti occasionali compagni di strada che il Signore le mette vicino.
Nella sua testimonianza in Vaticano Annalena Tonelli ha detto: «I piccoli, i senza voce, quelli che non contano nulla agli occhi del mondo, ma tanto agli occhi di Dio, i suoi prediletti, hanno bisogno di noi, e noi dobbiamo essere per loro e con loro, e non importa nulla se la nostra azione è come una goccia d’acqua nell’oceano. Gesù Cristo non ha parlato di risultati. Lui ha parlato solo di amarci, di lavarci i piedi gli uni gli altri, di perdonarci sempre».
DAL VANGELO SECONDO LUCA (2,1-12)
1
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2 Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. 3 Tutti andavano a farsi registrare, ciascuno nella propria città. 4 Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, 5 per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. 6 Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7 Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.8
C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. 9 Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, 10ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: 11 oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. 12 Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia».Testimonianza di Padre Bruno Vanin
Preghiera dei fedeli
Padre nostro
Gesto
"Non si può riposare o fare un pasto abbondante
fino a quando un solo uomo o una sola donna
sono senza lavoro e senza cibo".
(Abbé Pierre)
Benedizione
.
Per l’approfondimento…
CHARLES DE FOUCAULD:
LA MISSIONE NEL DESERTO DI OGGI
Intervista con il cardinale Walter Kasper sul cristiano che, da solo, nei primi anni del Novecento, costruiva tabernacoli per «trasportare» Gesù nel deserto algerino di Gianni Valente
Nei primi anni del Novecento, a un francese amante della letteratura e della vita avventurosa, rinomato esploratore, capitò di vivere una delle più suggestive avventure cristiane del secolo scorso. Charles de Foucauld, il monaco che da solo costruiva tabernacoli nel deserto algerino per «trasportare» Gesù in mezzo a coloro che non lo conoscevano né lo cercavano, morto ammazzato da quegli stessi tuareg tra i quali aveva scelto di vivere, nel silenzio e nella preghiera, senza aver guadagnato tra loro nessun nuovo cristiano, è stato proclamato beato dalla Chiesa il 13 novembre scorso.
Tra le schiere sempre più folte dei canonizzati, de Foucauld sembrerebbe a prima vista appartenere alla categoria dei santi estremi, quelli che presidiano le terre di confine dell’avventura cristiana nel mondo. Eppure, la sua storia così irripetibile costituisce un dono di respiro e di conforto.
Ecco l’intervista con il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Che, tra le altre cose, di Charles de Foucauld è un vecchio amico.
Nel 1905, proprio cento anni fa, giungeva a Tamanrasset, sua meta definitiva, nel deserto algerino. So che la figura di de Foucauld le è cara e occupa un posto speciale nella sua vita di cristiano e di sacerdote. Come lo conobbe?
WALTER KASPER: All’epoca in cui ero professore di Teologia all’Università di Tubinga incontravo spesso un gruppo di sacerdoti membri e amici della comunità "Jesus Caritas", sacerdoti che seguivano la spiritualità di Charles de Foucauld. Affascinato dalla figura di Charles de Foucauld, mi sono anche recato in Algeria, sulla montagna dell’Hoggar, dove a suo tempo lui aveva vissuto, e lì, in una semplice capanna nella solitudine della montagna, ho fatto i miei esercizi spirituali. Mi ricordo che ogni sera un topolino con gli occhietti vispi mi faceva visita per avere un po’ del mio pane. Lì a Tamanrasset ma anche altrove, ad esempio a Nazareth o qui a Roma, mi ha sempre colpito la vita delle Piccole sorelle di Charles de Foucauld, la loro vita nella povertà evangelica fra i poveri e la loro vita di adorazione eucaristica.
In quegli anni, in cui lei partecipava agli incontri dei gruppi "Jesus Caritas", cosa la colpiva di de Foucauld? Perché trovava interessante e attuale la sua vicenda?
KASPER: Mi ha commosso l’autentica spiritualità evangelica, spiritualità di Nazareth, spiritualità del silenzio, dell’ascolto della Parola di Dio, dell’adorazione eucaristica, della semplicità della vita e dello scambio fraterno. Più tardi ho compreso l’attualità e l’esemplarità della testimonianza di Charles de Foucauld per i cristiani e il cristianesimo nel mondo di oggi. Charles de Foucauld mi sembrava interessante come modello per realizzare la missione del cristiano e della Chiesa non solo nel deserto di Tamanrasset ma anche nel deserto del mondo moderno: la missione tramite la semplice presenza cristiana, nella preghiera con Dio e nell’amicizia con gli uomini.
A giudicarlo dai risultati immediati, de Foucauld sembra un perdente. Durante la sua vita nel deserto non ci furono conversioni al cristianesimo tra i tuareg. Cosa suggerisce la riproposta della sua vicenda adesso?
KASPER: Il
filosofo e teologo ebreo Martin Buber ha detto che "successo" non è
uno dei nomi di Dio. Anche Gesù Cristo nella sua vita terrena non ha avuto
"successo"; alla fine è morto sulla croce e i suoi discepoli, tranne
Giovanni e sua madre Maria, si sono allontanati e lo hanno abbandonato.
Umanamente parlando, il Venerdì santo è stato un fallimento. L’esperienza
del Venerdì santo fa parte della vita di ogni santo e di ogni cristiano.
Certo, noi dobbiamo fare ciò che possiamo e possiamo anche avvalerci di metodi
moderni. Ma alla fine si tratta della missione di Dio tramite Gesù Cristo nello
Spirito Santo.
Noi siamo solo il recipiente e lo strumento tramite il quale Dio vuole essere
presente; alla fine è Lui che deve toccare il cuore dell’altro; solo Lui può
convertire il cuore e aprire gli occhi e le orecchie. Così, nella presenza,
nella preghiera, nella vita semplice, nel servizio e nell’amicizia umana, come
quella che ha vissuto Charles de Foucauld con i tuareg, il Signore stesso è
presente e operante. Dobbiamo affidarci a Lui e a Lui lasciare la scelta di
come, quando e dove vuole convincere gli altri e radunare il suo popolo.
Questo era ciò che de Foucauld aveva visto accadere nella propria vicenda personale.
KASPER: In una meditazione del novembre 1897 scrive: «Tutto ciò era opera tua, Signore, e tua soltanto... Tu, mio Gesù, mio salvatore, tu facevi tutto, nel mio intimo come al di fuori di me. Tu mi hai attirato alla virtù con la bellezza di un’anima nella quale la virtù mi era parsa così bella da rapire irrevocabilmente il mio cuore... Mi hai attirato alla verità con la bellezza di quella stessa anima». Certamente non possiamo fare di Charles de Foucauld l’unico modello di missione per tutte le situazioni. Nondimeno Charles de Foucauld mi sembra essere un modello per la missione non solo nel deserto fra i musulmani ma anche nel deserto moderno.
I richiami alla missione risuonano tutt’altro che rari. Eppure suonano spesso astratti se non addirittura logoranti.
KASPER: Anche noi cristiani siamo figli del nostro tempo; vogliamo pianificare, fare, organizzare, controllare i risultati... Charles de Foucauld ci suggerisce un approccio diverso: imitare e vivere la vita di Gesù a Nazareth. Ci si potrebbe domandare: Gesù, trent’anni di vita nascosta a Nazareth su trentatré, era forse tempo perduto questo? In realtà, proprio la realtà quotidiana, la realtà ordinaria è il vero spazio pubblico dove si manifesta il dono della vita cristiana. A questo
proposito possiamo ricordare un passaggio importante della costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, al paragrafo 31, dove il Concilio parla della missione dei laici e dice che i laici sono fedeli che vivono nel secolo, cioè nelle condizioni ordinarie quali il lavoro e le altre attività giornaliere. «Lì, nelle condizioni ordinarie della loro vita quotidiana, rendono visibile Cristo col fulgore della fede, della speranza e della carità». Talvolta abbiamo l’idea sbagliata che per essere un laico impegnato nella missione si debba essere un impiegato ecclesiastico, che per quanto è possibile partecipa ai compiti del sacerdote, si fa attivamente visibile nella liturgia, eccetera. Ma la cosa più importante è vivere il Vangelo nella vita quotidiana, nella preghiera, nella carità, nella pazienza, nella sofferenza, essere fratello di tutti ed essere convinto – come dice san Paolo – che la stessa Parola di Dio, se accolta e vissuta da noi, corre e convince.In tanti riconoscono che i cristiani sono diventati minoranza. Ma dicono che proprio per questo occorre darsi da fare, essere creativi, ravvivare la nostra azione. La convince questa impostazione?
KASPER: Sì, se i cristiani si risvegliano, diventando consapevoli della loro condizione, delle nuove sfide e della loro missione. Soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, occorre uno stile dialogante, cioè un atteggiamento di rispetto anche verso coloro che vengono definiti lontani, che conservano magari un legame tenue, ma resistente, con la Chiesa, e un atteggiamento di rispetto verso la cultura moderna, la cui legittima autonomia è riconosciuta dallo stesso Concilio. Non vogliamo e non possiamo imporre la fede, che per sua natura non può essere imposta; vogliamo – come dice il Concilio Vaticano II nella costituzione pastorale Gaudium et spes al paragrafo 1 – condividere le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, e, tramite tale vita di condivisione, dare testimonianza della nostra fede.
E in questo c’entra de Foucauld?
KASPER:
Questo atteggiamento era tipico di Charles de Foucauld. Basti pensare alla sua
amicizia con i tuareg, e soprattutto con il loro capo Musa ag Amastan. Egli non
faceva nulla per convincere e fare proseliti. Il massimo che poteva fare era
rendere avvicinabile Cristo stesso, portando il tabernacolo nel deserto. Ma poi
non ideava strategie elaborate.
Viveva semplicemente la sua vita di preghiera e lavoro. Solo dopo la sua morte
ha trovato seguaci, seguaci che vivono oggi fra i più poveri condividendone le
esperienze quotidiane.
Negli ultimi tempi, nelle discussioni in merito alle radici cristiane dell’Europa, anche alcuni pensatori laici hanno rimproverato la Chiesa di timidezza nel difendere e proporre verità e valori. Cosa ne direbbe de Foucauld?
KASPER:
Charles de Foucauld non ha declamato grandi slogan: il suo comportamento è nato
da una convinzione del tutto diversa. Egli è partito da una fede solida e
vissuta, che in sé stessa, anche senza grandi parole, era una testimonianza
forte e coraggiosa, ma anche umile, del messaggio cristiano e dei suoi valori.
Senza pretese di possesso, senza atteggiamenti di sfida. Alla fine del 1910
scrive: «Gesù basta. Là dove egli è, nulla manca.
Chi si appoggia a lui è forte della sua forza invincibile». Una testimonianza
così può indurre gli altri a riflettere, a porsi domande, può suscitare
ammirazione e,
I tuareg dell’Algeria cosa hanno in comune con noi uomini delle realtà urbane?
KASPER: De
Foucauld porta Gesù Cristo tra «coloro che non lo cercano». Non è
sbagliato dire che, sotto alcuni aspetti, la situazione dei tuareg dell’Algeria
è simile a quella dei nostri contemporanei nella realtà urbana, ovvero alla
nostra stessa situazione, anche se esteriormente la differenza è eclatante; da
loro si tratta di povertà materiale, da noi di povertà spirituale. Il deserto
è certo diverso. Ma il punto comune consiste nel fatto che né loro né noi
siamo veramente "a casa" in nessun luogo; siamo in cammino, siamo
nomadi.
Spesso vaghiamo senza una meta precisa e una solida speranza. Siamo dunque un
popolo presso cui la predicazione del Vangelo e la conversione sono difficili.
In questa situazione, Charles de Foucauld ci dà una risposta profetica ma anche
esigente, in fondo l’unica risposta possibile: una vita evangelica che
manifesta l’alternativa profetica del Vangelo, rendendolo nuovamente
interessante ed attraente.
I poveri sono per de Foucauld i destinatari prediletti della promessa di Cristo. Non le sembra che la percezione della predilezione dei poveri si sia appannata?
KASPER: I poveri e i piccoli sono secondo Gesù i prediletti di Dio e i destinatari preferiti della sua evangelizzazione. Anche san Paolo ci dice che nelle comunità primitive vi erano pochi ricchi, pochi sapienti, pochi potenti e pochi nobili. Il Concilio Vaticano II ha riscoperto e ribadito questo aspetto; dopo il Concilio si è molto parlato dell’opzione preferenziale per i poveri. La grande maggioranza dell’umanità vive attualmente al di sotto della soglia di povertà, e questo è vero soprattutto in Africa, dove Charles de Foucauld ha vissuto, fra i poveri. Ci auguriamo allora che la sua beatificazione riproponga in un senso assolutamente non ideologico l’urgenza di affrontare la sfida della povertà, sia materiale che spirituale, e ci mostri la risposta evangelica, da lui vissuta in modo esemplare, che il mondo odierno deve dare.
LETTERE DALLA MISSIONE
"È stando con gli ultimi
che imparo il Vangelo"
by P. Fabio Motta
Dico grazie al Signore per i giorni trascorsi con i "bambini di strada" nella comunità della Caritas di Manila durante la pausa natalizia.
Credo proprio che il Signore abbia voluto chiamarmi a stare con loro per mettermi alla scuola dei bambini nel festeggiare il mistero del Dio fatto bambino. Inaspettato ma gradito l'incontro ravvicinato anche con i detenuti del carcere di
massima sicurezza di Montinlupa dove ho potuto trascorrere un paio di
giornate.
Due
episodi in particolare mi hanno aiutato a contemplare piu' da vicino il mistero
del Natale.
Mi trovo con i bambini nel giardino e siamo tutti a testa in su. Guardiamo al cielo e seguiamo con gli occhi tutti quei palloni bianchi che abbiamo da poco lasciato volare. Si allontanano trasportati dal vento ma riempiono di speranza i bambini che li hanno lasciati partire…E si', al filo di quei palloncini hanno scritto la loro preghiera a Gesu', il loro desiderio per questo Natale.
"Vorrei che mia mamma venisse a trovarmi", ho letto su alcuni biglietti che ho aiutato a legare al palloncino. "Mi piacerebbe incontrare i miei fratelli", chiedevano altri. Io, che mi aspettavo di leggere le solite lunghe liste di nuovi giocattoli e bambole da ricevere in dono, rimango sorpreso e spiazzato.
Penso fra me… "niente puo' sostituire il bisogno di affetto e di amore che ci portiamo nel cuore." Speriamo davvero che il vento soffi forte e che tutte quelle preghiere raggiungano il cielo.
Sono ora con Daniele e Yesupadam (miei compagni di seminario) all'ingresso delle carceri. Le guardie ci fanno le solite domande di rito: il "pass", i documenti… ci timbrano sul braccio la data del giorno e poi ci lasciano entrare. Superiamo quattro, cinque cancelli e finalmente siamo introdotti nelle "residenze" dei detenuti. Daniele, piu' esperto, ci fa da guida per un po' e poi ci lascia liberi di visitare le celle. Scegliamo il reparto degli ammalati. Le stanze sono sovraffollate, senza ventilatori e l' "arredamento" é davvero molto semplice ed essenziale. Giriamo fra i letti e ogni tanto ci sediamo con loro a chiacchierare. La maggior parte di loro viene da altre regioni delle Filippine. Sono contenti di vederci e vorrebbero intrattenerci. Ascolto volentieri un paio di loro che mi raccontano le loro storie e mi descrivono la vita in carcere. "É dura?", chiedo a loro. Anticipo fra me la risposta scontata. É duro essere in prigione ed ammalati, le medicine non sono sufficienti, il cibo é poco, l'assistenza medica é minima… ma loro mi rispondono: "Mahirap, brod, dahil sa walang dalaw" ("É dura perche' nessuno viene a visitarci"). Anche adesso rimango spiazzato e non so come rispondere; mi ricordo della stessa richiesta alle preghiere dei bambini appese ai palloncini.
É vero, ci portiamo nel cuore l'attesa continua di una visita, di una "presenza" che sia sempre al nostro fianco a darci speranza e a dare senso al nostro cammino. É il significato del Natale: Gesu' viene ad abitare per sempre nella nostra storia. É Gesu' addirittura a desiderare di STARE con noi ed é Lui che viene a cercarci; questa é la Buona Notizia. La nostra missione allora é di essere "presenza" accanto a chi cerca qualcuno al suo fianco.
Davvero "il Signore nasconde i segreti del Regno dei Cieli ai sapienti e li rivela ai piccoli." (cf. Lc. 10:21) Così gli ultimi saranno i primi…
"La casa di Shumon"
by P. Fabrizio Calegari
Approfitto di qualche giorno di vacanza per andare a trovare qualcuno dei ragazzi nei loro villaggi. E’ sempre una bella occasione per imparare a conoscerli meglio. Vedere dove abitano, incontrare i loro genitori, spesso rivela lati nascosti ma importanti della loro storia e del loro carattere. E poi è bello anche solo stare insieme al di fuori del solito ambiente.
Shumon vive con due sorelle e la mamma, vedova da tanti anni. Sono stati battezzati da poco, insieme al resto del villaggio, uno dei più miserabili della parrocchia. Tutti e tre i figli sono studenti nei nostri ostelli, prima nelle elementari e ora alle superiori. Non avrebbero avuto altrimenti modo di andare a
scuola: la mamma si arrabatta come può, a volte anche in modo non proprio lecito. Non è un mistero che la donna abbia più volte fabbricato vino di palma da vendere ai musulmani, la cui presenza non è mai gradita nel villaggio, specie sotto i fumi dell’alcool. Condannarla sarebbe facile. Di fatto le è stato chiesto espressamente di abbandonare questa pratica se voleva ricevere il Battesimo. Poi guardo la loro abitazione e capisco ogni cosa: una casetta di fango le cui pareti paiono stare su con lo sputo, il tetto di paglia che non reggerà alle prossime piogge, una stanza e un letto solo che deve bastare per quattro quando i ragazzi sono a casa, pochi stracci per vestiti appesi su una lista di legno. Difficile immaginare una miseria maggiore. Eppure i ragazzi sono cresciuti che sono uno splendore. Shumittra, la maggiore, ha ormai 19 anni. Da tempo la mantengo negli studi, perché lo merita e perché un villaggio non ha speranza di riscatto se non nell’educazione dei figli.
Shumon è il classico adolescente formato bengalese: in pochi mesi è cresciuto in modo pazzesco, sviluppandosi per il lungo e mettendo in evidenza solo le ossa. Prendendolo in giro lo chiamo "shupari", come la palmetta di betel che cresce alta, dritta e magra. E lui ride, mostrando tutti i denti bianchissimi, con un sorriso da bravo ragazzo.
La mamma mi siede vicino sul bordo del letto, di fianco ai cuscini sudici.
Mi mostra il certificato della borsa di studio che a gennaio ho consegnato anche a Shumon. E’ evidente che ne è orgogliosa. Non si tratta solo del fatto economico. C’è molto di più in quel pezzo di carta. Una mamma lo sa. Shumon se lo è guadagnato con un risultato scolastico brillante e un ottimo comportamento nell’ostello. Dare un premio a ragazzi così riempie di gioia.
Mentre Shumittra di fuori si sta prodigando per prepararmi un tè, la madre mi fa capire che c’è qualcosa di cui vuole parlarmi. L’angoscia traspare palese dal suo viso di donna ancora giovane ma invecchiato dalle fatiche, logorato dalla miseria. Indossa un sari liso e sporco e ha i capelli raccolti in qualche modo. In Bangladesh, le vedove ancora oggi soffrono una condizione di emarginazione e degrado che non è differente da quella dei tempi di Gesù. Mi racconta che il padrone del terreno sul quale c’è la loro "casa" vuole venderlo e quindi le ha intimato di andarsene. Un mese per sbaraccare.
Finisce il racconto e non può trattenere un rivolo di lacrime che scivola via sulle guance sciupate. Gli occhi sono due pozzi di rassegnazione. Le prendo una mano, anche per destarmi da un magone che sta prendendo anche me, sarà che sto invecchiando.
Shumittra entra con il tè, versato in un bicchiere d’acciaio. Sorride debolmente guardandomi e capisce l’argomento del colloquio. Mi offre anche qualche biscotto che io giro subito alla mamma. Il tè è pessimo, fatto al modo tribale, col sale e lo zucchero insieme. Però non lo do a vedere, ne trangugio qualche sorsata facendo attenzione a non ustionarmi la lingua e vigliaccamente faccio i miei complimenti a Shumittra. Lei si schermisce ridendo imbarazzata.
Mi viene in mente che proprio qualche giorno prima ho sentito che non lontano da qui, in un altro villaggio, la Diocesi sta offrendo delle casette in muratura ad alcune famiglie cristiane che si stanno trasferendo lì. Sono certo che ce ne sarà una anche per la famiglia di Shumon. Mentre comunico a tutti questa idea, mi guardano come se parlassi da un altro pianeta. Garantisco che la cosa è possibile, che mi darò da fare. Stavolta è la mamma a prendermi la mano. Cerca di baciarla ma istintivamente la ritraggo perché mi mette a disagio: non sono il salvatore della patria.
"Una casa in muratura!" – dice trasognata la donna. "Non ci sarà più da preoccuparsi che i muri crollino durante la stagione delle piogge…".
Shumon è accoccolato in un angolo della stanzetta. Nella penombra vedo che sorride.
"Mabuti naman!"
un seminarista che studia nelle Filippine
Nelle Filippine è d’uso, come in altre parti del mondo, salutarsi chiedendosi come si sta. Il dialogo suona più o meno così: "Mangandang umaga! Kumusta ka na?" (buongiorno, come va?) e l’altro risponde "Mabuti" o "mabuti naman!" (bene). Naturalmente, come in altre parti del mondo anche qui non si ha intenzione di chiedere veramente come stia l’altro, se non superficialmente. È solo una domanda di cortesia, che ha già una risposta prefissata... ...a meno che uno non voglia dire la verità (la possibilità di non mentire l’abbiamo sempre).
Come parte del mio apostolato in parrocchia, quando ho un po’ di tempo libero accompagno uno dei ministri dell’Eucaristia quando vanno a portare la comunione ai malati dopo la Messa. All’inizio di Febbraio per la prima volta sono riuscito ad andare nell’area chiamata "Phase 1B", fra le zone più povere di questa enorme parrocchia alla periferia di Manila. Abbiamo visitato alcuni ammalati, finché siamo arrivati a casa di Lorena, una giovane donna (36 anni) madre di due bambini (9 e 5 anni).
E’ li, distesa su un letto di bambù, dietro la porta d’ingresso. Nell’entrare in casa, prima che si coprisse col lenzuolo, ho potuto vedere di sfuggita delle escoriazioni sul suo petto. Niente di più. E’ li rannicchiata, con due occhi grandi, pochi capelli, ridotta uno scheletro. Le stringo la mano e saluto "Mangandang umaga! Kumusta ka na?" Mentre parlo però mi dico: "Che domanda stupida. Non vedi come è ridotta questa poverina?" Lorena sorride e risponde "Mabuti naman!".... Bugia scontata. Eppure nel suo sorriso leggo qualcosa di speciale. Sono di fronte a uno degli esempi più riluttanti di malattia terminale e non sento quel normale senso di compatimento.
Mi presento e faccio qualche domanda cercando di intuire se Lorena può ancora ragionare. In un attimo capisco che la malattia non ha alcuna ripercussione sulla sua capacità di ragionare. Parla inglese. Mi racconta di essere ammalata di tumore al seno da poco più di un anno. Il marito guida il "tricycle" (motorette col sidecar che vengono usate come mezzi di trasporto pubblico), ...comunque già la casa dove abita mi aveva dato qualche indizio sul fatto che fossero una famiglia povera. Il ministro dell’Eucaristia finisce il suo lavoro, la saluto e ce ne andiamo.
Eppure quel corpo scheletrito con due grandi occhi sorridenti mi rimane fisso nella mente.
Nei week-end successivi vado ancora a trovare Lorena, che ha una serenità e una pace che non so capire. Mi viene in mente quella frase che la volpe disse al Piccolo Principe: "Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi." Sì, c’è un qualcosa in Lorena che mi dà forza. ...forse è la sofferenza accolta ed offerta... ...forse quella Comunione che riceve ogni Domenica...
Decido di regalarle il libro del Piccolo Principe, pensando che lì rannicchiata possa aver piacere a leggere quelle pagine. Purtroppo però per due week-end di fila non posso andare a trovarla, così il libro rimane con me, nella borsa "dell’apostolato" per diversi giorni. Finalmente oggi, Domenica 17 Marzo riesco a recarmi a casa di Lorena. È la prima volta che ci vado da solo, e pongo molta attenzione nel cercare punti di riferimento che mi dicono se sono nel vicolo giusto. Sì, ci siamo. Alzo la testa, ormai sono vicino...
...fuori dalla casa di Lorena c’è una tenda e tanta gente. Lo riconosco, è il segno che qualcuno è morto in quella casa. Lorena! Avvicinandomi scruto i volti delle persone che mi guardano incuriosite. Una signora sembra più interessata delle altre. Le chiedo in un Tagalog stropicciato: "Sino ay namatay? (chi è morto?), Lorena?" "Yes! She died Last March 9th." (Sì, è morta lo scorso 9 Marzo). Nessun pensiero mi sfiora. Entro in casa e cerco di farmi spazio per fermarmi davanti alla bara aperta. Lorena. Non l’ho mai vista così bella. È la bravura di coloro che hanno imbalsamato il corpo. Saluto il marito, che è dietro a me con il bambino più piccolo in braccio. Scambiamo qualche parola. Mi dice che prima di morire Lorena ha detto che le sarebbe piaciuto che il prete fosse lì. Io guardo ancora la bara, e in un attimo penso al Vangelo della Messa di oggi: "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!" ...non è vero. Dopotutto Lazzaro è morto una seconda volta dopo essere stato risuscitato.
Dico una preghiera. I presenti si uniscono a me, così preghiamo come comunità. Poi do’ il libro del Piccolo Principe al marito, saluto ed esco di casa. Anche oggi non posso permettermi di stare troppo tempo; devo andare alla Messa delle 9 e mezza. Mentre cammino penso a Lorena. Penso alla famiglia che ha lasciato. Penso che sono arrivato troppo tardi... ma non c’è tempo per pensare, sta per iniziare la Messa delle 9 e mezza; poi l’incontro con i giovani del coro; poi il pranzo con i padri del PIME e la valutazione finale dell’anno trascorso; poi l’incontro con i chierichetti sulla Settimana Santa...
...a me tocca spiegare la Veglia Pasquale. È bellissimo! Il mistero di un Dio che si è fatto uomo ed ha vissuto obbediente al Padre fino alla fine. Morto in croce e risuscitato ci ha aperto una via nuova verso il Padre. "La morte di Cristo è per la vita!" dico ai chierichetti. Non è facile farlo capire. Mi serve un esempio. Di fronte a me ci sono dei ragazzi che vengono da "Phase 1B". "Qualcuno di voi conosce Lorena?", chiedo. La conoscono. Racconto ciò che mi è successo in mattinata e chiedo loro: "Dov’è adesso Lorena?" "In cielo!" rispondono.
Ora capisco! Lorena, sei già lì!!! Adesso capisco perchè poteva aver senso il tuo sorriso, i tuoi occhi grandi. Sì, perchè attraverso la tua malattia accolta ed offerta potessi spiegarci che cos’è la Pasqua. Ora capisco! E forse capiscono anche i chierichetti quì davanti a me; forse anche tuo marito, i tuoi figli...
...è proprio vero, l’essenziale è invisibile agli occhi. Grazie Lorena!
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MISSIONARI
DEL PIME
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VEGLIE MISSIONARIE DI PREGHIERA
Venga il tuo
Regno!
CALENDARIO 2005-2006
03 Dicembre - "Ai poveri sia
annunziato un lieto messaggio"
07 Gennaio - "Ai prigionieri la liberazione"
04 Febbraio - "Ai ciechi la vista"
04 Marzo - "Agli oppressi la libertà"
13 Maggio - "A tutti la grazia e l’amore
di Dio!"
Le Veglie si svolgono nella Chiesa
parrocchiale di San Nicola
in Vallio, con inizio alle ore 21:00.
Chi vuole venire per cena avvisi i padri entro il venerdì.