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VEGLIA MISSIONARIA DI PREGHIERA
Venga il tuo Regno!

... Per proclamare ai prigionieri la liberazione ...

PRESENTAZIONE
Venga il tuo Regno!

Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l'unzione,
e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio,
per proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
per rimettere in libertà gli oppressi,
e predicare un anno di grazia del Signore.
(Lc 4,18-19)

Con queste parole del profeta Isaia Gesù presenta la propria missione all’inizio del suo ministero in Galilea. Gesù è venuto ad instaurare il Regno di Dio, quel regno di giustizia, pace e amore che era stato promesso nelle Scritture e che si rende manifesto nelle parole, nelle opere e nella presenza di Cristo.

È Lui che dona pienezza alla vita di ogni uomo e donna della terra; è Lui che ponendosi come modello ci impegna a lavorare perché tutti abbiano una vita piena attraverso la conoscenza dell’Amore di Dio.

Il cristiano è uomo di speranza perché osa credere di più alla forza dell’Amore del Cristo Risorto che alle delusioni che vengono da un mondo che sembra andare alla deriva.

In questo ciclo di Veglie Missionarie di Preghiera, vogliamo fare nostro l’impegno di ogni battezzato ad estendere il Regno di Dio su tutta la terra, perché ogni uomo e ogni donna possa conoscere Cristo e diventare uomo e donna di speranza, partendo da chi ci sta più vicino.

Insieme vogliamo pregare ed interrogarci per costruire con i Popoli del mondo un Sogno: un mondo nel quale

ai poveri sia annunziato un lieto messaggio,
ai prigionieri la liberazione,
ai ciechi la vista;
agli oppressi la libertà,
a tutti la grazia e l’amore di Dio!

Buon cammino!

SALUTO

C.: Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

T.: Amen.

C.: Il Signore, che guida i nostri cuori nell’amore e nella pazienza di Cristo, sia con tutti voi.

T.: E con il tuo spirito.

INTRODUZIONE:
... Per proclamare ai prigionieri la liberazione ...

In questa veglia approfondiremo la seconda parte del passo scritto dal profeta Isaia, quella in cui Cristo afferma di essere mandato: "…per proclamare ai prigionieri la liberazione…".

E’ un messaggio di gioia. La gioia di chi recupera la libertà dopo la prigionia. Cristo è mandato per annunciare agli uomini che la misericordia del Padre è più grande del nostro peccato, che "c’è più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione".

Cristo non soltanto parla di misericordia e la spiega, ma soprattutto egli stesso la incarna e la personifica. In lui, Dio diventa particolarmente "visibile" quale Padre "ricco di misericordia", pronto a rimetterci in libertà.

La mentalità contemporanea, tende ad emarginare dalla vita e a distogliere dal cuore umano l’idea stessa della misericordia; essa sembra porre a disagio l’uomo, il quale, grazie all’enorme sviluppo della scienza e della tecnica, vive nella convinzione di poter fare da sé, di poter vivere anche senza il fratello a cui spesso si nega il perdono.

Il missionario, e ciascuno di noi, siamo da Cristo chiamati e mandati ad annunciare al mondo un messaggio di liberazione, di perdono, di misericordia, e dobbiamo farlo con nuovo entusiasmo e con rinnovata generosità, affinché tutti possano udirlo, specialmente coloro che si sentono condannati, e che maggiormente hanno bisogno della misericordia di Dio e dei fratelli.

INVOCAZIONE ALLO SPIRITO

Vento del suo Spirito, che soffi dove vuoi, libero e liberatore,
vincitore della legge, del peccato e della morte... vieni!
Vento del suo Spirito che alloggiasti nel ventre e nel cuore
di una cittadina di Nazareth... vieni!
Vento del suo Spirito che ti impadronisti di Gesù
per inviarlo ad annunciare la buona notizia
ai poveri e la libertà ai prigionieri... vieni!
Vento del suo Spirito
che ti portasti via nella Pentecoste i pregiudizi,
gli interessi e la paura degli apostoli
e spalancasti la porta del cenacolo
perché la comunità dei seguaci di Gesù
fosse sempre aperta al mondo,
libera nella sua parola, coerente nella sua testimonianza
e invincibile nella sua speranza... vieni!
Vento del suo Spirito che ti porti via
sempre le nuove paure della Chiesa
e bruci in essa ogni potere
che non sia servizio fraterno e la purifichi
con la povèrtà e con il martirio... vieni!
Vento del suo Spirito che riduci in cenere
la prepotenza, l‘ipocrisia e il lucro,
e alimenti le fiamme della giustizia e della liberazione
e che sei l'anima del Regno... vieni!
Vieni o Spirito, perché siamo tutti vento nel tuo Vento,
vento del tuo Vento,
dunque eternamente fratelli.

Amen.

I LETTURA: Dal LIBRO di GIONA (3, 10 - 4, 11)

In quel tempo, Dio vide le azioni dei ninivìti, che cioè si erano convertiti dalla loro cattiva condotta. Dio allora si pentì del male che aveva detto di far loro e non lo fece.

1Ma ciò dispiacque molto a Giona, che si irritò. 2Egli pregò il Signore e disse: «Ah, Signore, non era forse questo il mio pensiero, quando ero ancora nel mio paese? Per questo io la prima volta ero fuggito a Tarsis, perché sapevo che tu sei un Dio pietoso e misericordioso, paziente e di molta grazia e che ti penti del male che hai minacciato. 3Ora, dunque, Signore, prendi la mia vita, perché è meglio per me morire che vivere!». 4Il Signore rispose: «È giusta la tua collera?».

5Allora Giona uscì dalla città e si sedette di fronte ad essa. Si costruì una capanna e vi sedette dentro all’ombra, per vedere cosa sarebbe capitato alla città. 6Ma il Signore Dio procurò un ricino che crebbe al di sopra di Giona, perché vi fosse ombra sopra la sua testa e fosse liberato dal suo male. Giona si rallegrò molto del ricino.

7Al sorgere dell’aurora del giorno dopo, Dio mandò un verme a rodere il ricino, che si seccò. 8Quando spuntò il sole, Dio fece soffiare un turbinoso vento orientale, così che il sole colpì la testa di Giona. Egli si sentì venir meno e chiese di morire, dicendo: «È meglio per me morire che vivere!». 9Dio disse a Giona: «È giusto che tu sia irritato per il ricino?». Rispose: «Sì, è giusto che io mi irriti fino a morirne!». 10Ma il Signore soggiunse: «Tu hai compassione del ricino, per il quale non hai faticato e che non hai fatto crescere, poiché in una notte è sorto e in una notte è finito. 11E io non dovevo aver pietà della grande città di Ninive, nella quale ci sono più di centoventimila esseri umani, che non distinguono la destra dalla sinistra, e tanti animali?».

Parola di Dio.

T.: Rendiamo grazie a Dio.

SALMO 103

Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tanti suoi benefici.
Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue malattie;
salva dalla fossa la tua vita,
ti corona di grazia e di misericordia;
egli sazia di beni i tuoi giorni
e tu rinnovi come aquila la tua giovinezza.
Il Signore compie gesti di salvezza
e agli oppressi fa giustizia.
Ha rivelato a Mosè le sue vie,
ai figli d'Israele le sue opere.
Buono e pietoso è il Signore,
lento all'ira e grande nell'amore.
Egli non continua a contestare
e non conserva per sempre il suo sdegno.
Non ci tratta secondo i nostri peccati,
non ci ripaga secondo le nostre colpe.
Come il cielo è alto sulla terra,
così è grande il suo amore verso quanti lo temono;
come dista l'oriente dall'occidente,
così allontana da noi le nostre colpe.
Come un padre è buono con i suoi figli,
così il Signore è buono con quanti lo temono.
Perché egli sa che siamo stati plasmati dalla terra,
ricorda che noi siamo polvere.
Come l'erba sono i giorni dell'uomo,
come il fiore del campo, così egli fiorisce.
Lo investe il vento e più non esiste,
e il luogo stesso in cui è sbocciato più non lo riconosce.
Ma la grazia del Signore è da sempre,
dura in eterno per quanti lo temono;
la sua giustizia per i figli dei figli,
per quanti custodiscono la sua alleanza
e ricordano di osservare i suoi precetti.
Il Signore ha stabilito nel cielo il suo trono
e il suo regno abbraccia l'universo.
Benedite il Signore, voi tutti suoi angeli,
potenti esecutori dei suoi comandi,
pronti alla voce della sua parola.
Benedite il Signore, voi tutte sue schiere,
suoi ministri, che eseguite il suo volere.
Benedite il Signore, voi tutte opere sue,
in ogni luogo del suo dominio.
Benedici il Signore, anima mia.

II LETTURA:
Da un biglietto ritrovato nel lager di Ravensbrück, accanto al cadavere di un bambino...

"Signore, ricordati non solo degli uomini di buona volontà, ma anche di quelli di cattiva volontà.

Non ricordarti di tutte le sofferenze che ci hanno afflitto. Ricordati, invece, dei frutti che noi abbiamo portato
grazie al nostro soffrire: la nostra fraternità, la lealtà, l’umiltà, il coraggio, la generosità, la grandezza di cuore
che sono fioriti da tutto ciò che abbiamo patito.

E quando questi uomini giungeranno al giudizio,
fa’ che tutti questi frutti che abbiamo fatto nascere
siano il loro perdono".

DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI (8, 1-11)

1Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. 2Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. 3Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, 4gli dicono: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. 5Ora Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». 6Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere con il dito per terra. 7E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». 8E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. 9Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.

Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. 10Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». 11Ed essa rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

Parola del Signore.

T.: Lode a te, o Cristo.

Testimonianza di Suor Sandra Covini

Preghiera dei fedeli

Padre nostro

Gesto

Benedizione

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Per l’approfondimento…

"La medicina si chiama misericordia"
Una giornata in baraccopoli con Padre Adriano Pelosin

Per la sua gente di Bangkok è Po A. Da noi, in Italia, Adriano Pelosin. Per nascita è veneto - di Loreggia, in provincia di Padova - e per vocazione prete nel Pime e dunque missionario. Tra pochi mesi avrà sessant’anni, da otto va e viene tutti i giorni in alcune baraccopoli della capitale thailandese. Grazie a lui sono nate quattordici case-famiglia che dalle sue mani ricevono i mezzi finanziari il sostentamento e dalla sua voce il carburante spirituale che alimenta i percorsi di liberazione di uomini, donne e bambini.

Suor Angela lo conosce da poco più di un anno, e lo tratteggia come «un uomo di Dio, una persona molto libera e che permette agli altri di essere liberi, di sbagliare e di riprendersi. Non si fa problema dello scandalo altrui. È capace di criticare, ma in modo costruttivo. Non teme di portare alla luce il marciume e di parlarne apertamente. Di primo acchito un approccio così può lasciare interdetti, ma alla fine porta frutto. Come nel Vangelo: la misericordia e la verità camminano insieme».

Po A non ha in tasca soluzioni, incassa fallimenti e prende cantonate. Come tutti, più o meno. È uno che non lascia indifferenti: c’è chi è pronto a prenderlo in castagna e chi a condividerne lo slancio. Tutti gli riconoscono generosità e onestà intellettuale.

Non plagia le persone, Adriano. Preferisce il «Volete andarvene anche voi?», alla maniera del suo Maestro. Non ha fondato un movimento, ma non vuole camminare da solo. Accoglie ogni collaborazione senza andarla a cercare. La accudisce finché c’è; le lascia percorrere la sua strada, quando un bivio li separa.

Al momento, i suoi più stretti collaboratori sono una quarantina di persone, di età e provenienze diverse. C’è l’ex travestito, dalle mani affusolate e femminili, e il giovane tribale rubacuori; l’ex detenuta e l’ex suora; il tipo spirituale e quello praticone; chi è con Adriano dal primo giorno e chi è arrivato da poco. Trovi suor Angela dall’Italia, ma anche suor Mieko e suor Noella, due donne già mature inviate dalla provincia giapponese delle Suore della carità di Ottawa per iniziare una nuova comunità in Thailandia in mezzo ai poveri. Accanto all’onesto siede il furbo, che fiuta l’odore dei soldi e cerca di trar vantaggio dalla situazione.

La libertà d’animo che governa le scelte di padre Adriano gli si è riacutizzata dentro dopo l’infarto e la depressione che lo aggredirono nel 1986, mandando in frantumi il progetto di una vita da missionario senza macchia e senza paura coltivato sin da ragazzo, come mi raccontava anni fa.

Quell’evento traumatico costrinse Pelosin a un faticoso lavorio interiore. Pregando e riflettendo, in questi anni ha raggiunto intuizioni spirituali che hanno gettato una luce nuova sulla sua vita. A chi lo incontra propone un cristianesimo che è essenzialmente esperienza personale di misericordia, di affrancamento dal male, di dignità certa perché radicata in un Creatore che non smette mai di creare, amando e riscattando ciascuno. «Io - spiega - tratto tutti come figli di Dio che hanno bisogno di sapere da dove sono nati e perché». Parole che ne richiamano altre, pronunciate tempo addietro: «I missionari devono avere sempre il coraggio di andare, di essere aperti a nuovi contatti».

Se il suo dire avesse magici effetti taumaturgici, questo prete girerebbe tra le baracche a gridare «Liberi tutti!», come facevamo nei giochi da bambini. Ma crescendo impariamo che la vita non è un gioco e la libertà non piove dai tetti. Così padre Adriano, senza trascurare gli adulti, si concentra sui più piccoli. Perché sono i più indifesi e meritano tutto il bene possibile, perché l’argilla della loro libertà è ancora plasmabile e qualunque buon seme gettato può diventare un florido albero, perché se non accadrà era comunque un dovere provarci.

Dunque l’azione di Pelosin è essenzialmente un’opera religiosa, un atto di culto al Padre, prima che un intervento assistenziale. Il cammino dell’Esodo, le pagine bibliche dell’alleanza tra Dio e il suo popolo, la narrazione del Figlio che si sacrifica per riaffermare l’Amore e vincere il male hanno per padre Adriano un carattere dirompente, intelligibile a tutti. Alla sua gente buddhista propone senza remore la preghiera, la Bibbia e la catechesi, convinto che il cielo della religiosità popolare thailandese sia troppo vuoto per sostenere una vita densamente umana.

Qualcuno, poi, decide liberamente di condurre a fondo il cammino, iniziare il catecumenato nella parrocchia retta dal Pime e ricevere il battesimo nella Veglia pasquale. Per scelta, Pelosin avvia al sacramento solo chi è maggiorenne.

Po A è in Thailandia dal 1978, ma i primi anni li ha spesi a Lampang, più a nord, in diocesi di Chiang Mai. I problemi di salute e il prudente consiglio dei medici e dei superiori lo hanno costretto a ripiegare su Bangkok nel 1987 per condurre una vita più tranquilla. Da allora ha cominciato le sue incursioni nelle baraccopoli cittadine. Negli ultimi otto anni la frequentazione s’è fatta quotidiana e ha imposto una certa cornice organizzativa, per dare risposte non velleitarie alle molteplici richieste d’aiuto.

A una grande mistica come santa Teresa d’Avila si attribuisce l’aforisma «Teresa da sola non può fare nulla, Teresa con Dio può fare molto, Teresa con Dio e i soldi può fare tutto». Pelosin, probabilmente, sottoscriverebbe.

La rete di solidarietà che ha preso forma intorno a lui costa. Ogni mese dalle casse escono tra il milione e mezzo e i due milioni di bath (pari a 30-40 mila euro). Tanto danaro non inquina il rapporto spirituale tra il missionario e i suoi? Non rischia di riproporre l’antico rischio che qualcuno faccia da satellite al prete solo per i vantaggi economici che ne trae?

«La questione è cruciale - riconosce padre Adriano -. Io stesso me lo chiedo: "Se non ci fossero soldi andrebbe meglio?". A me personalmente i soldi non servono. Né per vivere, né per lavorare. Servono però a mantenere i bambini orfani e tutto il resto. Io vi scorgo un segno di solidarietà dell’umanità. Quando uno si mette a fare del bene agli altri, si innesca un dinamismo tale per cui in tanti vogliono partecipare all’impresa e si genera anche una realtà positiva di ordine spirituale. Poi c’è sempre chi ne approfitta. Tra noi qualcuno ha rivenduto il latte in polvere destinato ai bimbi per comprarsi l’alcol, oppure ci sono ragazzi che usano i soldi per i videogiochi.».

La domenica mattina il piccolo popolo di padre Adriano anima il grande portico del centro parrocchiale di Nostra Signora della misericordia a Pak Kret. Tutto si conclude con un pranzo in comune, consumato frugalmente, e i giochi spontanei dei bambini. Visto da fuori sembra un momento di serenità sincera. Questa gente se la merita. Sarebbe già un bel dono del Giorno del Signore.

Mondo e Missione / Dicembre 2005

"In Sierra Leone a tu per tu con la guerra"
Suor Maria Angela Bertelli

Raccomanda di scrivere poco di lei, dimenticando, forse, quanto sia facile lasciare tracce del proprio passato pubblico in quest'epoca dell'informatica pervasiva. Internet racconta che suor Maria Angela Bertelli (46 anni) nel 1996 è stata insignita del premio Servitor pacis dalla Path to Peace Foundation, organismo collegato alla missione diplomatica della Santa Sede presso le Nazioni unite di New York.

La motivazione la menziona con altre sei consorelle che nel gennaio del 1995 furono rapite in Sierra Leone e rimasero per quasi 2 mesi nelle mani della guerriglia.

La memoria di quei giorni è ancora viva nell'animo di suor Angela. E' in Sierra Leone da due anni quando, nel Natale del '94, i ribelli liberiani invadono l'area orientale del Paese per impadronirsi dei giacimenti diamantiferi circostanti la città di Kenema. Le saveriane riparano tutte nella comunità di Kambia, vicino al confine con la Guinea Conakry, decise a restare con la popolazione locale. Il 25 gennaio i ribelli sopraggiungono inattesi. Sfondano la porta e con i fucili puntati, rapiscono le sette religiose: sei italiane e una brasiliana. "Io ero la più giovane - spiega suor Angela - mentre Lucia coi suoi 65 anni, la più anziana. I ragazzi a quell'ora stavano andando a scuola. Hanno preso gli studenti delle superiori e li hanno costretti a caricarsi sulla testa il bottino saccheggiato nelle case. S'è formata così una fila di un centinaio di ragazzi, altrettanti ribelli e noi sette. Ci hanno fatto camminare dentro la foresta, diretti al loro campo base. Per raggiungerlo abbiamo percorso quasi 180 chilometri e attraversato una cinquantina di villaggi con sette giorni e mezzo di cammino senza sosta".

Durante tutta la detenzione le suore vivono e pregano impotenti in mezzo a quell'orrore. "Quando ci si avvicinava ad un villaggio, un'avanguardia dei ribelli cominciava a sparare per mettere in fuga la gente. Se qualche uomo si fermava a cercare di difendere il territorio veniva ucciso, torturato o bruciato vivo. Il dolore più grande è stato veder fare del male agli altri, a quei ragazzi che conoscevamo e alle ragazzine, forzate ad essere le donne dei ribelli".

Il 24 febbraio l'esercito sierralionese sferra un attacco al campo per cercare di liberare le italiane, ma i ribelli hanno la meglio. Tutti si trasferiscono in un altro campo dove i viveri sono ancora meno e l'acqua scarseggia. Le religiose hanno attacchi di malaria, dissenteria e altre malattie. Gli assalti delle forze governative continuano dal cielo: i bombardieri lanciano ordigni alla cieca sopra la foresta vergine.

"E' in quel secondo campo che abbiamo sperimentato anche misericordia da parte dei ribelli. Alcune delle loro donne, di nascosto e ben consapevoli di rischiare punizioni ci portavano da mangiare una ciotola di riso o dei fagioli. Poca cosa per sette persone, ma ci ha permesso di sopravvivere".

Dopo 56 giorni le sette suore vengono liberate con una marcia forzata notturna per raggiungere il luogo dell'appuntamento con il saveriano mons. Giorgio Biguzzi, vescovo di Makeni.

"Ho negli occhi la scena finale. - racconta suor Maria Angela - Un ribelle chiede al vescovo se è un uomo di Dio. Lui risponde di si. "Io da bambino ho ricevuto il battesimo" e si inginocchia per chiedere la benedizione. Gli altri, per rispetto dell'uomo di Dio, fanno lo stesso. Trenta ribelli in ginocchio che prendono la benedizione dal vescovo. Avevano fatto tanto male, un male ingiustificabile come le torture, ma abbiamo capito che non dovevamo giudicare. Molti di quei ribelli erano stati costretti ad imbracciare le armi sin da piccoli. Non avevano alternative. Se fossero fuggiti rischiavano la vita per mano dei loro compagni o della gente".

La guerra in Sierra leone è continuata sino al 2002 e le saveriane fino ad oggi non vi hanno ancora fatto ritorno.

Tratto da: Mondo e Missione / Dicembre 2005

Confessare il Padre misericordioso
( Leggi prima Lc 15,11-24 )

L’abbraccio del padre "soffoca" la confessione del figlio, fermandola nel momento in cui traspare la parte più sana del pentimento, la parte che esprime una coscienza di sé di fronte al gesto del peccato compiuto. Il figlio non riesce a dire quello che ha preparato, dove è lui a proporre ciò che il padre dovrebbe fare e ciò che lui stesso dovrebbe essere, secondo i suoi pensieri e la sua volontà. Lui vorrebbe infatti presentarsi come servo – nonostante la fuga da casa a motivo del suo percepire il padre come un padrone e dunque se stesso come servo e non come figlio.

Questo episodio della parabola ci dischiude un aspetto particolare della vita spirituale. Sappiamo bene infatti come in essa la confessione del peccato costituisca un momento delicato. Si può confessare il peccato spinti da un nevrotico senso di colpa. Tale senso di colpa è già conseguenza di un’impostazione della vita spirituale che ha ancora tanto da purificare. In sottofondo vi si può ancora trovare una falsa immagine di Dio, quella che corrisponde ad un Dio sostituito da proiezioni autoritarie ed appesantito da censure causate da una confusione legalistico-moralista. A monte di un tale senso di colpa si trova frequentemente una vera e propria sostituzione del Dio personale con delle leggi. Personificare i precetti e le leggi è infatti un errore che può creare tante anomalie.

D’altro canto oggi vediamo spesso che confessare il peccato può anche essere confuso con una semplice conversazione, con una sorta di counseling psicologico.

Nel momento della confessione del figlio minore, il padre si presenta come il vero sfondo della confessione. Questo ci induce a pensare che la confessione del peccato avviene all’interno di un’altra confessione: confessare il peccato si può solo sullo sfondo della confessione del Padre come Dio della misericordia. Confessando il Padre Dio dell’amore, confesso me come figlio di questo stesso Padre. Ed è proprio all’interno di questa confessione unica, ma duplice- confessione del Padre e di me come figlio peccatore- che viene collocata anche la storia della relazione tra me, figlio, ed il Padre. Tale confessione è possibile solo se siamo mossi dal pentimento. E il pentimento è un movimento preciso del cuore umano. Non può essere confuso con un semplice sentimentalismo, ma è un autentico sentimento religioso, che di per sé è sempre necessariamente situato all’interno dell’amore. Il pentimento è quel pianto dolce, quel singhiozzo di riscoperta della propria innocenza negli occhi di Colui contro cui si è peccato. È un’esperienza di autentica umiltà che scalda il cuore e fa tornare la persona nell’abbraccio di Colui nei confronti del quale abbiamo peccato. Il pentimento non è un raffinato gioco psicologico per tenere l’uomo nella situazione umiliante di chi sbaglia sempre e sempre deve ammettere davanti ad un Dio perfetto le proprie mancanze. Il pentimento è scoprire l’inganno in cui siamo caduti con il peccato: l’inganno e la stoltezza di non godere e vivere la pienezza della libertà dell’amore del Padre e di non gustare le cose del Padre, che sono anche le nostre. Il pentimento porta a smascherare l’inganno di essere entrati con Dio nel gioco delle categorie mio-tuo, posso-non posso, ecc…

Solo un sano pentimento può evitare il gioco di riproporsi con autopunizioni e autocensure. Per questo vediamo che il figlio, nonostante sia intenzionato a presentarsi come servo, non riesce a dirlo al Padre, perché il Padre lo precede con il suo amore.

Tratto da: M. I. Rupnik, Gli si gettò al collo;
Lectio Divina sulla parabola del padre misericordioso. Ed. LIPA, Roma, 1997.

Da un’intervista con P. Giuseppe Pierantoni
Missionario dehoniano, per sei mesi prigioniero
di un gruppo di fondamentalisti islamici nelle Filippine (16 Aprile 2002)

Il primo sentimento che provo è di gratitudine per questa esperienza che mi è stata donata: io non l'ho cercata, non avrei mai avuto il coraggio di cercare cose del genere. Mi è stata data, mi è stata imposta. E allora capisco che viene da una sapienza superiore che è anzitutto quella di Dio che ha guidato tutta l'esperienza anche attraverso la collaborazione di uomini. Mi ha fatto fare sopratutto l'esperienza della precarietà, della povertà che è quella della maggior parte della gente di questa zona. Vederla negli altri ti fa soffrire perché a volte ti senti impotente, ma hai ancora la tua vita, la tua stessa vita nelle tue mani. Invece in questi sei mesi ho fatto l'esperienza dell'impossibilità di gestire la propria vita, di non poter garantire il mio futuro, nemmeno il mio domani.

[…] Dall'inizio del rapimento ho sentito che non si trattava solo di una esperienza umana o politica, neppure religiosa in realtà, quanto di una esperienza spirituale voluta e guidata da Dio. Durante il mio rapimento, tanto per fissare ciò che è passato dentro di me, ho sentito dentro una grande calma. Avrei voluto reagire istintivamente sul momento, poi, ho avuto il coraggio dell'abbandono.

Quando sono entrati nel convento quei cinque rapitori per immobilizzarmi, in quel momento ho sentito rabbia, solo rabbia. Avrei voluto reagire, ma ho ricordato quello che era avvenuto a un prete missionario irlandese due mesi prima. Era stato ucciso nel tentativo di essere rapito. Perché lui aveva reagito. Quindi mi è venuta questa memoria davanti a me e ho pensato: "Lasciamo fare questa gente." Usciti dal convento, abbiamo corso nel buio, ho perso i sandali, trascinato da quella gente, ho sentito solo questo desiderio di pregare che nessuno morisse, che non ci fosse spargimento di sangue.

Finalmente siamo arrivati a una barca, ci siamo allontanati e lì ho trovato una grande calma, ho potuto parlare con uno dei rapitori che mi ha parlato abbastanza gentilmente. Allora in questa occasione ho sentito dentro di me questa voce che diceva: "Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi". Quindi si trattava di scoprire il senso di una missione: non era tanto una esperienza che dovevo fare, ma una missione che mi era data. Poi ho sentito ancora una voce che diceva la frase di Gesù: "Se uno ti chiede di fare un miglio con lui tu fanne due." Quindi disponibilità e gratuità, andare oltre il previsto. E la terza cosa che ho sentito dentro in questo periodo breve delle prime dieci ore del rapimento e del viaggio sulla barca, è stata questa frase, ed è la più importante. La frase che Gesù dice a Marta prima di aprire il sepolcro di Lazzaro e di farlo uscire: "Non ti ho detto che, se crederai vedrai la gloria di Dio?" Questa frase mi ha suggerito che il progetto di Dio in questa situazione era di manifestare la sua gloria. E tutto quello che dovevo fare io era abbandonarmi alla fede, accettare la mia impotenza, sapendo che lui avrebbe manifestato la sua potenza. E questo mi ha guidato in tutta l'esperienza e mi ha aiutato a superare anche i miei sentimenti di rabbia, di dolore, di preoccupazione per la mia famiglia. Nella fede che lui avrebbe guidato e aiutato tutti gli altri fuori, soprattutto la mia famiglia.

[…] Durante le prime ore sentivo dentro di me la voce che diceva: "Tu hai il dovere di proteggere la tua vita, hai il dovere di tentare di dare dei problemi ai tuoi carcerieri, un dovere di combattere contro il male." Come ho superato questa cosa che io ho sentito come una tentazione? Non era la voce dello Spirito, era la voce del mio egoismo. Prima di tutto, per la mia esperienza di obiettore di coscienza, ero abituato a pensare alla teoria della legittima difesa come una forma di tradimento dello spirito evangelico. Tu hai il diritto di difenderti, per cui ti difendi dalle esperienze che Dio ti vorrebbe far fare. Non sei più l'agnello mandato in mezzo ai lupi ma sei un'altro lupo che combatte per la sua sopravvivenza. Quindi ho pensato che qui devo rinunciare a questo diritto di una legittima difesa: sto subendo un abuso, mi dovrei difendere, però accetto più o meno liberamente di abbandonarmi e di non difendermi. E questo è stato secondo me la chiave per una esperienza profonda. Credo che è questo che ha garantito la mia serenità, la mia salute psico-fisica.

Forse sarei adesso cattivo, arrabbiato, pieno di amarezza, dopo sei mesi di abuso. Invece sono sereno, contento di essere sopravvissuto, con un bel ricordo di tutto quello che ho vissuto, proprio perché ho superato, ho lasciato alle mie spalle questo diritto. In fondo mi sembra che questa sia la missione della Chiesa che è quella di rinnovare il sacrificio dell'agnello, Cristo, che è innocente e pronto a morire. Questo salva tutti, salva noi stessi, salva la storia dell'uomo dalla logica del diritto. Che è in fondo la logica di questi rapitori. Forse è anche la logica dell'islam fondamentalista, la mentalità della legge. Se qualcuno riesce a vincere questo, emerge la grazia, la gratuità - perdono nei confronti del tuo oppressore. Mi veniva in mente ancora una frase di Gesù che dice: "Se pregate per chi vi vuole bene, cosa fate di particolare? pregate per i vostri persecutori; allora sarete come il Padre vostro che è nei cieli" E questa è la missione della Chiesa, essere come il Padre, essere liberi, gratuiti, pensare solo al bene, al bene dell'altro. Tutto il resto vi è dato in aggiunta. Questa era la mia logica.

Ho avuto anche una volta almeno un sentimento di segno opposto. In alcune situazioni di questo esilio ho manifestato un atteggiamento diverso da questo abbandono, quando, per stanchezza o per rabbia, mi sono rifiutato di obbedire e mi sono lasciato andare, e ho capito che non stavo facendo né il bene mio né il bene di quella gente. Mi sono arrabbiato molto perché avevo fame, ero stanco, mi avevano promesso che mi avrebbero portato qualcosa da mangiare e, dopo una settimana, mi portavano tre latte di sardine che mi sarebbero dovute bastare per non so quante settimane. Ho detto: "Ma smettetela, siete voi che volete uccidermi." E questo ha creato sentimenti diversi in loro. C'era uno che si sentiva offeso, mi voleva picchiare, gli altri mi hanno difeso, però anche loro sono rimasti molto male. Come se io li avessi traditi. Allora ho capito che non bisogna mai tradire il bene che è nell'altro, anche se è un bene limitato. Se l'altro fa qualcosa di bene, bisogna che noi siamo fedeli a quel bene anche se non è sufficiente per legittimare il suo comportamento. Però è importante per lui che diamo fiducia al bene che c'è in lui…

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MISSIONARI DEL PIME
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Tel. 0422 / 707486 e-mail: rettore.vallio@pime.org

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CALENDARIO 2005-2006

03 Dicembre - "Ai poveri sia annunziato un lieto messaggio"
07 Gennaio - "Ai prigionieri la liberazione"
04 Febbraio - "Ai ciechi la vista"
04 Marzo - "Agli oppressi la libertà"
13 Maggio -
"A tutti la grazia e l’amore di Dio!"

Le Veglie si svolgono nella Chiesa parrocchiale di San Nicola
in Vallio, con inizio alle ore 21:00.
Chi vuole venire per cena avvisi i padri entro il venerdì.

www.giovanipime.it