VEGLIE MISSIONARIE 2004 - 2005  VEGLIA MISSIONARIA DI PREGHIERA
Vallio di Roncade, 06 Novembre 2004

 

 

Presentazione

Quest’anno vorremmo seguire un itinerario di preghiera che ci aiuti a ripercorrere le tappe principali della vita di un missionario.

La partenza dà il via a questa meravigliosa avventura, ovviamente la paura non manca nel compiere questo primo passo. Ci si sente un po’ smarriti e si prende coscienza che in quel momento, l’unica certezza è la fede in colui che ti manda, esattamente come è stato per Abramo.

Arrivati in missione ci si accorge che tutto il proprio "bagaglio", per il quale ci si sente grandi (intelligenza, anni di studio, mezzi finanziari, ecc.), a poco servono senza una buona dose di umiltà. Prima devi imparare una nuova lingua, inserirti in un mondo nuovo. Devi metterti dalla parte di coloro che imparano non di quelli che insegnano; con fatica ci si accorge che bisogna tornare come bambini.

A questo punto si comincia a camminare, si muovono i primi passi vivendo quel mandato missionario che ci è stato affidato prima di partire.

Il missionario si rende conto che il progetto di Dio si sta realizzando e lui si trova nel mezzo, ne è personalmente coinvolto. Lo stupore genera nel cuore del missionario un grande silenzio: solo nel silenzio può contemplare e vivere l’intimità con Dio che il realizzarsi della sua missione gli offre.

Il missionario è sempre più consapevole che si trova in mezzo a quel determinato popolo perché ce lo ha mandato Dio, per cui si sente responsabile nei loro confronti; come una sentinella che vigila , è il primo che scorge il Regno di Dio che sta prendendo piede e si sta realizzando anche lì, in mezzo a quel popolo sperduto in qualche angolo del mondo (magari dimenticato da tutti ma non da Dio).

A questo punto il missionario è in piena comunione con quel popolo, con la vocazione che ha ricevuto in dono e con Dio che lo ha inviato. Ora può accompagnare quel popolo a Dio: questo è l’unico scopo della sua vita. Sarebbe presuntuoso partire subito da qui saltando le tappe precedenti. Sarebbe stupido prefissarsi altri scopi che non sono di Dio.

 

Saluto

C.: Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo

T.: Amen

C.: La pace sia con voi

T.: E con il tuo spirito.

Introduzione

La prima tappa di questo cammino di preghiera ha tra i suoi protagonisti Abramo. Le parole del Signore non gli lasciano molta scelta: deve andarsene subito dalla terra che fino a quel momento lo aveva ospitato, verso un paese sconosciuto.

Con una grande, grandissima promessa: quella di avere una discendenza, ma la moglie Sara è sterile, ed entrambi sono anziani.

"Impossibile" è la parola che quindi ci viene da mormorare.

Incredulità l'atteggiamento nei confronti di tale messaggio.

Invece Abramo crede al Signore, e con Sara si mette in viaggio.

Il primo grande atto di un missionario è credere alla parola che il Signore gli rivolge, anche se umanamente sembra irrealizzabile.

Abramo sarà popolo e diventerà benedizione.

Un auspicio valido per tutti i cristiani, che per fede sono figli di Abramo.

 

Invocazione allo Spirito

Spirito Santo,
novità perenne del mondo
e santità inaccessibile,
che le anime rinnovi nel tuo cuore rigenerante,
concedi al mio cuore
veritiera conoscenza di me stesso.

Infondimi il coraggio
delle decisioni forti e serene,
della perseveranza gioiosa e coerente,
dell’umiltà che provvede,
della disciplina che sostiene,
dell’assidua preghiera che conforta.

Amen 

 

 

 

 

 

 

 

1^lettura (Gn 12,1-9)

1Il Signore disse ad Abram: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti mostrerò. 2Farò di te una grande nazione e ti benedirò e farò grande il tuo nome, e tu diventerai una benedizione. 3Benedirò coloro che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà, e in te saranno benedette tutte le tribù della terra».

4Allora Abram partì, come gli aveva detto il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran. 5Abram prese Sarai, sua moglie, e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i loro beni che avevano acquistato e le persone che si erano procurate in Carran, e s'incamminarono verso la terra di Canaan. 6E Abram attraversò il paese fino al santuario di Sichem, presso la Quercia di More. Allora nel paese si trovavano i Cananei.

7Il Signore apparve ad Abram e gli disse: «Alla tua discendenza io darò questa terra». Allora egli costruì là un altare al Signore che gli era apparso. 8Poi di là andò verso la montagna, ad oriente di Betel, e rizzò la sua tenda, avendo Betel ad occidente e Ai ad oriente. Ivi costruì un altare al Signore e invocò il nome del Signore.

9Poi Abram partì, levando, tappa per tappa, l'accampamento, verso il Negheb.

 

Salmo 121: Lode a Dio, custode di Israele

Laudate omnes gentes, laudate dominum.

 

Alzo gli occhi verso i monti:
da dove mi verrà l'aiuto?
2
L'aiuto mi viene dal Signore,
che ha fatto cielo e terra.

3Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode.
4
Non si addormenterà, non prenderà sonno
il custode d'Israele.

5Il Signore è il tuo custode,
il Signore è come ombra che ti copre
e sta alla tua destra.

6Di giorno non ti colpirà il sole,
né la luna di notte.
7
Il Signore ti proteggerà da ogni male,
egli proteggerà la tua vita.

8Il Signore veglierà su di te,
quando esci e quando entri,
da ora e per sempre.

Laudate omnes gentes, laudate dominum.

2^ Lettura: Le ali della carità

ALLELUIA

VANGELO (Mc 10,28-31)

28Pietro allora gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». 29Gesù gli rispose: «In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, 30che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna. 31E molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi».

Testimonianza di Padre FLAVIO PICCOLIN

Preghiera dei fedeli

Padre nostro

Benedizione

 

 

Per l’approfondimento…

Voglio sognare insieme a Dio

(Testimonianza di Chiara Castellani, medico nella savana)
Vive "in povertà e obbedienza" in uno sperduto ospedale del Congo, malgrado una grave menomazione. L'avventura di una donna coraggiosa che ha scommesso tutto sul Vangelo)

 

"Non cambierei la mia vita per tutto l'oro del mondo". È una donna felice, Chiara Castellani, e non ne fa mistero. Lo dice sottovoce, quasi abbassando lo sguardo, due occhi penetranti e dolci su un volto scavato, qualche capello bianco a farla più vecchia dei suoi 47 anni.

Ma non c'è traccia di spocchia in lei.

E sono parole che ti arrivano dritte al cuore, se solo pensi che a pronunciarle è una missionaria laica nell'Africa dei dimenticati.

Medico, unico medico per 100 mila abitanti in una zona di 5 mila chilometri quadrati, da una decina d'anni Chiara è a capo di uno sperduto ospedaletto nella savana del Congo, dove mancano acqua e luce elettrica. Un medico speciale, che fa i cesarei con la mano sinistra, aiutata da infermieri locali. Perché al posto del braccio destro ha una protesi, da quando - era il 6 dicembre 1992 - la jeep su cui viaggiava si è capovolta e il braccio è finito stritolato dal peso del veicolo: inevitabile l'amputazione. Da medico a paziente ("dall'altra parte del bisturi", come dice lei) in un batter di ciglio.

Ma Chiara resta una donna felice. La disperazione non sa dove stia di casa. "Nzambi, il mio Dio in kikongo, ha pensato bene di salvarmi perché continuassi a sognare insieme con lui e con chi ha una sola speranza, quella di essere amato dal Padre degli ultimi e degli oppressi".
Non tace la sua fede, Chiara. Ma non è una che ami sbandierare la sua ostinata fiducia in Dio ("Non è un abbandonarmi passivo il mio - dice - ma un affidarmi"). Indossa un tau francescano di legno, e tuttavia ripete: "La croce non è di chi la porta al collo, ma di quelli che ci crepano sopra".

Testimonianza come la sua - fatte più di gesti umili e di silenzi che di proclami roboanti o solenni documenti - fanno piazza pulita in un solo colpo di tante disquisizioni bizantine su evangelizzazione e promozione umana e via sdottorando.

È una donna felice, Chiara Castellani. Eppure agli occhi del mondo è una fallita e la sua vita una sequenza di sconfitte che ne fanno un'inguaribile "perdente". Ha studiato ginecologia ("mi piaceva l'idea di far nascere bambini") e si è dovuta riconvertire, suo malgrado, in chirurgo di guerra chiamato ad amputare, estrarre pallottole, ricomporre cadaveri.


Carica di ideali e di entusiasmo come può esserlo una neolaureata al Gemelli che, fin da quando aveva sette anni, sognava andare in Africa per far qualcosa di buono per e con i poveri, Chiara parte invece per l'America Latina negli anni Ottanta insieme col marito:

un compagno di vita e di sogni che alcuni anni dopo la abbandonerà per un'altra donna. Un colpo durissimo per Chiara, che passa mesi di angoscia e incertezza. Un colpo che metterebbe "ko" chiunque: per Chiara si traduce nella possibilità concreta (per quanto non cercata) di condividere nel vivo della carne la condizione di solitudine e dolore delle mujeres solteras (le mogli sole, lasciate dal coniuge) che trova sulla sua strada in Nicaragua.

Non è finita. Sognava di aiutare gli altri e si ritrova "passero con un'ala sola", a mezzo servizio. Eppure, citando don Tonino Bello, Chiara ricorda che "Dio ha creato gli angeli con un'ala soltanto perché volassero abbracciati. Così è capitato a me: da quando sono mutilata ho trovato intorno a me una serie di persone che mi hanno aiutata e sono diventati i miei angeli". Nell'ospedale di Kimbau - pur "sgarruppato" com'è - lavorano sei persone handicappate, di cui due mentali e un ex ubriacone prescrive le ricette.

A ogni tornante del suo singolarissimo itinerario, la vita l'ha segnata nel fisico e in volto. È una "fedeltà a caro prezzo" quella che Dio lungo gli anni le ha chiesto: Chiara ha visto via via i suoi compagni di strada finire sotto i colpi dei contras in Centramerica oppure uccisi dai mercenari congolesi, come il dottor Richard. Al suo arresto Chiara prova a opporsi "con l'unica arma da sempre disponibile a noi donne: le lacrime" (poi gli farà avere una Bibbia nel luogo della sua reclusione). È davvero arduo - qualcosa di molto simile a un martirio grigio, del quotidiano - restare fedeli a un Dio così. Tant'è che nel marzo 1985 Chiara dal Nicaragua scrive: "Io non credo in Dio. Spero solo che esista, che non mi abbia preso in giro anche lui!".

Eppure tutto questo non ha spento il suo sorriso. Scommettendo su Nzambi e un manipolo di fedelissimi amici e compagni di battaglia, Chiara ricomincia puntualmente la sua esistenza, esattamente laddove sembrava essersi tramutata in tomba dei sogni.

Perché se c'è una cosa cui Chiara non sa rinunciare è la sete di futuro, la voglia di costruirne uno migliore in nome del Vangelo.

"Potete toglierci tutto, privarci di qualsiasi diritto - dice, e sembra che lo dica a nome di un popolo, con la sua voce che alterna sussurri e frasi sferzanti - ma non potete toglierci il diritto di sognare. E in Africa ho visto con i miei occhi che i sogni, anche quelli più arditi, si realizzano".


Nel suo piccolo, un sogno - a lungo accarezzato da lei e da coloro, tantissimi, che possono contare su quell'ospedaletto abbandonato dai belgi nel profondo della foresta - Chiara lo sta realizzando: accendere una lampadina a Kimbau. Per questo nei mesi scorsi ha affrontato un tour de force per l'Italia, sottoponendosi a un fuoco di fila di interviste e incontri, lei che pure, per storia e formazione, preferisce parlare con i fatti.

Che si trovi tra le mura amiche dell'Associazione italiana "Amici di Raoul Follereau" (Aifo, che l'appoggia nel suo lavoro a Kimbau) o sotto i riflettori di Canale 5, Chiara non si sottrae al suo imperativo di dar voce ai poveri, a costo di lanciare accuse roventi: punta il dito contro "il diritto alla salute negato in Africa dalle logiche commerciali", chiama sepolcri imbiancati "quei politici che ricevono l'Eucaristia e con le stesse mani hanno dato il loro voto alla guerra", denuncia le pesanti complicità dei media nel silenzio sui mille orrori compiuti in Africa.


Quel che colpisce è lo stile con cui Chiara si muove: quando l'ascolti attaccare la Banca mondiale percepisci di avere davanti non un'attivista generica, ma una persona che ha giocato la sua vita. E non se ne pente. Perciò, se pure è radicale nelle sue posizioni, appare lontana anni luce dagli "arrabbiati col sistema". Di lei l'insospettabile Foglio di Ferrara ha scritto: "è una donna di fede che non si è mai rassegnata a una fede qualsiasi".

Ostinata nella sua dolcezza, Chiara sta per vedere la realizzazione di uno dei suoi sogni: a inizio 2005 (o a fine anno, per i più ottimisti) acqua ed energia elettrica non saranno più un miraggio a Kimbau.

Per un sogno che si va concretizzando, un altro va prendendo forma nella sua diocesi, Kenge: istituire un percorso di formazione ai diritti umani per educare le giovani generazioni del Congo al protagonismo e alla responsabilità. Un sogno che Chiara condivide fortemente con il vescovo mons. Gaspard Mudiso, nelle cui mani il 25 agosto 2002 si è consegnata dicendo: "Prometto di vivere nella povertà e nell'obbedienza, per poter servire il popolo di Dio. Tu, Dio mio, aiutami. Io ho riposto la mia speranza nella tua grazia, aiutami a identificare la mia vita con la vita di Gesù Cristo".

Un voto di obbedienza che le dev'essere costato. Chiara è agli antipodi della cattolica mansueta, quel tipo umano cui, non di rado, la gerarchia fa ricorso come a manovalanza docile, ma senza personalità. Chiara è di un'altra pasta: cresciuta bazzicando don Franzoni negli anni Settanta, di sé ama dire: "Sono sempre stata una disobbediente alla don Milani". Quando si è trattato di scommettere la vita, l'ha fatto per il Vangelo e i poveri. Senza misure.


Vent'anni prima aveva giurato eterna fedeltà a un uomo che poi l'ha tradita (e verso il quale, ancor oggi, conserva parole di insospettabile tenerezza). Ora ha scelto di consegnarsi alla comunità di Kenge e al suo vescovo. Perché? "Per il desiderio di appartenere in modo più completo ai poveri. Voglio obbedire al mio vescovo per poter disobbedire ai potenti".

 

 

CHI E’ Chiara Castellani

 

Nata a Parma nel 1956, Chiara Castellani si laurea in medicina al Gemelli di Roma con specializzazione in ginecologia. A 26 anni, parte come medico volontario per il Nicaragua, dove ben presto scoppia il conflitto civile tra sandinisti e contras. Si ritrova così, suo malgrado, a fare il chirurgo di guerra, a curare feriti e mutilati, rifuggendo ogni tentazione di fuga.

Nel 1991, l'Associazione italiana "Amici di Raoul Follereau" (Aifo) la invia in Congo, dove le affida un piccolo ospedale abbandonato dai belgi nella regione del Bandundu. Sono anni faticosi, ma anche entusiasmanti, di scoperta dell'Africa e della sua gente e di lotta contro la povertà, le malattie, gli abusi del potere. Fino al 1996, quando si scontra nuovamente con la guerra. Prima la ribellione di Kabila, contro il maresciallo Mobutu, poi i movimenti ribelli e le schiere di mercenari contro Kabila, ma soprattutto contro la popolazione civile, vittima delle peggiori violenze e vendette.

Nonostante la perdita del braccio destro, in un incidente stradale nel '92, Chiara Castellani continua la sua strenua e infaticabile lotta per il suo ospedale e la sua gente.

È possibile avvicinarsi a questa donna straordinaria attraverso le pagine del suo libro, "Una lampadina per Kimbau", curato da Mariapia Bonanate per Mondadori. Una raccolta di lettere che spaziano nell'arco di vent'anni di missione. Dedicata ai suoi "angeli custodi" che hanno percorso con minor fortuna il suo stesso cammino.