reportage di un amico giornalista

Carissimo achille, ti mando un reportage di un mio amico giornalista che, per conto di Sat 2000, l'emittente dei vescovi, è andato in brasile per documentare dove vanno a finire i soldi dei contribuneti donati alla chiesa cattolica (8xmille) credo sia un racconto emozionante. Sandra

Tra gli Yanomami

Carissimi amici,
sono di nuovo a Manaus dopo due giorni trascorsi tra gli Yanomami a Catrimani, nello Stato di Roraima. Da Boa Vista abbiamo raggiunto la zona con due piper da sei posti ciascuno. Dopo un'ora circa di volo ci ha sorpreso un violento acquazzone, uno di quelli amazzonici che non ti fanno vedere ad un metro di distanza. Un aereo, partito prima, è riuscito ad atterrare. Il nostro, invece, ha volteggiato sulla pista almeno tre volte entrando ed uscendo dalla colonna d'acqua per poi rendersi conto che non poteva atterrare. Sembrava uno di quegli sport estremi che non amo tanto. Per emergenza siano dovuti atterrare su un'altra pista vicina, a Deminì, a circa 65 chilometri. I primi Yanomami li ho visti sbucare da un varco nella foresta. Tre ragazze e un bimbo. Si sono avvicinati solo dopo aver visto che tra noi c'era il missionario italiano che vive tra loro dal 1968. Proprio quel missionario che ha scoperto che in quella zona del Brasile vivevano gli Yanomami. Da allora li ha difesi, fatti conoscere in tutto il mondo e denunciato le uccisioni e le violenze causate dai cercatori d'oro, da chi lucra sul legname e dal Governo brasiliano. Oggi, una grossa area di quasi 100mila chilometri quadrati a nord Brasile è stata riconosciuta "Terra indigena Yanomami", ma è continuamente violata.
Questa è la loro terra da sempre, considerando che è una delle tre popolazioni più antiche delle Americhe. E sapermi lì, tra loro, per me a dir poco è stato emozionante. Mi trovavo tra quel popolo il cui nome è stato l'unico che da bambino sono riuscito a memorizzare, quasi considerandoli come il prototipo di tutti gli indios. Solo dopo un'oretta (e siamo all'altro ieri) siamo ripartiti da Deminì, il nostro scalo d'emergenza, per raggiungere gli altri a Catrimani dove il nostro pilota è atterrato piegando un'ala dell'aereo. Nel pomeriggio, con una barca di quelle fluviali siamo andati in un villaggio a quaranta minuti circa di navigazione sul Rio Catrimani. La foresta amazzonica che ti scorrre ai lati ti rimane dentro con quelle coste lunge e interminabili. La vegetazione è ricca perchè non è uniforme. Vicino ad un albero o ad un fiore non ce n'è mai un altro uguale. La foresta la vedi sorella e amica, su di te, ma allo stesso tempo come un tempio da non violare.

Raggiunto il punto di approdo, ci siamo inoltrati nella foresta per raggiungere il villaggio. Un bambino ci è venuto incontro per darci alcune bacche con dei semini che producono un colore rosso. Quel gesto stava a significare che ci saremmo dovuti colorare di rosso il viso per entare nel villaggio con intenzioni conviviali. Uno Yanomami, dal nome Manino, ci aiutati a prepararci il viso. Sbucati dalla foresta, ci siamo ritrovati dinanzi ad un'opera d'arte che non ha nulla da invidiare a quelle europee: un'emorme capanna del diametro di 40 metri circa e alta una ventina; tutta in paglia. Un vero monumento nel tempio amazzonico. Sentiamo delle urla da dentro la capanna che è anche il loro villaggio, dove svolgono la vita comunitaria. Quelle urla sono il primo benvenuto.

Appena dentro, non vediamo nulla per il forte contrasto tra la luce esterna e la semioscurità. Non appena gli occhi si sono adattati alla nuova situazione di luce, vedimao una trentina di Yanomami, i mitici Yanomami, che danzavamno in circolo per farci festa. Non mi vergogno a dirvi che mi sono emezionato e rimasto inebetito dinanzi a tanta cordialità e calore umano. Loro non usano convenenevoli, non hanno alcuna espressione per salutare, non usano dire grazie, prego, scusa, perché sono pacifici, cordiali, dunque non hanno bisogno di tante formalità. Ci hanno fatto riprendere e fotografare, anche se non lo gradiscono. Il motivo è questo: gli Yanomami hanno l'usanza di cancellare ogni traccia di chi muore, addirittura raspano il punto dove era attaccata la sua amaca; quindi si chiedono: chi brucerà quelle foto e quelle immagni quando io morirò. Ma a noi hanno concesso di farlo perché eravano con il missionario che ormai considerano uno di loro. Ed anche perché hanno saputo da lui che noi rappresentiamo quella parte dei NAP (sono entocentrici: per loro esistono solo gli Yanomami e i non Yanomami che identificano come Nap) che ha destinato a loro dei soldi per l'attività sanitaria e di alfabetizzazione.

Sono i soldi dell'otto per mille arrivai tra gli Yanomami. Di quei fondi ne è stata usata una parte per formare 7 microscopisti, così sarannno in grado di individuare loro stessi alcune malattie, specialmente la malaria che in questa zona ha le forme peggiori (speriamo bene!). E' stata una bella sensazione vedere alcuni giovani Yanomami al lavoro con i microscopi nel loro villaggio. Sembrebbe una fiction. Ed invece è tutto vero. Dal nostro punto di vista possiamo affermare che loro vivono allo stato primitivo, nella polvere, nel fango, senza alcune precauzioni, senza norme igieniche. Ma è solo il nostro punto di vista. Hanno un'altra concezione del vivere civile. Loro vivono nella foresta e la foresta non ha le strade asfaltate, non ha le fognature, le tubature d'acqua. Ha la terra, gli alberi, gli animali, l'acqua dei fiumi e dei laghi. Questa è la loro civiltà.

Sulla strada del ritorno, ci accorgiamo che è troppo tardi. Qui, all'equatore la notte piomba all'improvviso, senza neanche troppo tempo per salutare il giorno che muore. La notte ci sorprende e il cammino fluviale da fare sarà controcorrente. Ci impieghiamo due ore aiutandoci con le torce per individuare le rapide e i rami che sbucano da fiume. Ogni tanto sentiamo qualche tonfo sotto la chiglia della barca. Dopo un lauto banchetto concesso nella notte alle zanzare, alle zecche della foresta e agli altri insetti, finalmente arriviamo. Un altro respiro di sollievo. Dopo una giornata di forti emozioni tra i mitici Yanomami e le avventure da "Camel trophy", mi sono abbandonato nell'amaca facendomi cullare dal dondolio spontaneo dei miei movimenti. Anche il suono della pioggia battente dell'Amazzonia sul tetto della casetta della missione dove ho dormito, ha avuto la sua magia. Non riesco a descrivere le sensazioni della foresta che va ascoltata, e non solo ammirata.

Il giorno dopo, e cioè ieri, abbiamo trascorso un'altra giornata tra questo popolo meraviglioso dagli occhi a mandorla, dai capelli a caschetto, vestiti con un cordino rosso alla vita da cui pende una pezzetta che copre l'organo genitale, ornati sul viso con bastoncini che attraversano naso o bocca o tutti e due insieme (è il loro piercing), con tracce di colori rossi e neri sul corpo. Questa è la loro ricchezza ed io mi sento di averla condivisa, anche per soli  due giorni. Questa notte ci trasferiremo a Salvador de Bahia dove inizieremo il secondo documentario.

Un abbraccio fraterno. Maurizio.

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