CARLO MARIA MARTINI

Cardinale Arcivescovo di Milano

LA MADONNA DEL SABATO SANTO

Lettera pastorale per l’anno 2000-2001

Introduzione

I  Nel silenzio e nello smarrimento del Sabato santo

II  Il Sabato santo di Maria

III  Verso l’ottavo giorno, nel sabato del tempo

I

Nel silenzio e nello smarrimento del Sabato santo

Ci rappresentiamo anzitutto l’atteggiamento prevalente nei discepoli il giorno dopo la morte di Gesù, per poi interpretare il nostro tempo alla luce di questa loro esperienza.

A. Lo sconcerto dei discepoli

Mi sembra che il vissuto dei discepoli nel sabato dopo la crocifissione del Maestro sia quello di un grande smarrimento. Perché sono tanto smarriti?

Perché il loro Signore e Maestro è stato ucciso, il suo appello alla conversione non è stato ascoltato, le autorità lo hanno condannato e non si vede via di scampo o senso positivo da dare a tale evento. C’è stato, a partire dalla Cena pasquale, un succedersi vorticoso di fatti imprevedibili che li ha sorpresi e resi muti. Come i due discepoli che camminano verso Emmaus nel primo giorno della settimana, hanno il cuore triste (Lc 24,17); le anticipazioni che avevano avuto (le previsioni della Passione fatte più volte da Gesù), i gesti rassicuranti che li avevano sinora sostenuti (i miracoli del Maestro, il suo amore mostrato nell’ultima Cena) sono svaniti dalla memoria. Si ha l’impressione che Dio sia divenuto muto, che non parli, che non suggerisca più linee interpretative della storia. E’ la sconfitta dei poveri, la prova che la giustizia non paga.

A ciò si aggiunge la vergogna per essere fuggiti e per aver rinnegato il Signore: si sentono traditori, incapaci di far fronte al presente. Manca ogni prospettiva di futuro, non si vede come uscire da una situazione di catastrofe e di crollo delle illusioni, sono assenti persino quei segni che incominceranno a scuoterli a partire dal mattino della domenica (come le donne al sepolcro vuoto, cf Lc 24,22-23).

B. Ma perché fermarsi al Sabato santo?

Ma qui si pone la domanda: perché fermarsi al Sabato santo? Non siamo forse già nel tempo del Risorto? Perché non lasciarci ispirare anzitutto dalla Domenica di Pasqua? Perché riflettere sullo smarrimento dei discepoli dopo la morte di Gesù e non invece sulla loro gioia quando lo incontrano vivente (cf Gv 20,20: "E i discepoli gioirono al vedere il Signore")?

E’ vero: siamo già nel tempo della risurrezione, il corpo glorioso del Signore riempie della sua forza l’universo e attrae a sé ogni creatura umana per rivestirla della sua incorruttibilità. Il nostro atteggiamento fondamentale deve essere di letizia pasquale.

E tuttavia la luce del Risorto, percepita dagli occhi della fede, ancora si mescola con le ombre della morte. Siamo già salvati nella fede e nella speranza (Rom 8,24), già risorti con Gesù nel battesimo quanto all’uomo interiore, ma la nostra condizione esteriore rimane legata alla sofferenza, alla malattia e al declino. Il peccato è vinto nella sua forza inesorabile di distruzione e però continua a coinvolgere innumerevoli situazioni umane e a riempire la storia di orrori. I poveri sono oppressi, i prepotenti trionfano, i miti sono disprezzati.

Siamo in una situazione simile a quella dei due discepoli di Emmaus nella mattina di Pasqua. Gesù è risorto, le donne hanno trovato il sepolcro vuoto, gli angeli hanno detto di non cercarlo tra i morti (Lc 24,2-6.22-23), ma il loro cuore è ancora appesantito: sono "stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti" (Lc 24,25). Siamo simili agli apostoli nel Cenacolo, che hanno già sentito parlare della risurrezione e tuttavia sono ancora chiusi in casa per la paura (Gv 20,19).

In altre parole, il tempo che viviamo è quello in cui la "buona notizia" del Signore risorto è accolta da alcuni ed è respinta da altri, e deve farsi strada fra la diffidenza e il rifiuto. Gesù crocifisso è già nella gloria del Padre ed è Signore dei tempi ("Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra", Mt 28,18), ma l’evidenza della sua risurrezione e la gloria del suo trionfo permangono velati e vanno contemplati con lo sguardo della fede, superando il trauma del Venerdì santo e lo smarrimento del Sabato, per accogliere il disegno misterioso della salvezza proprio a partire dalla croce ("Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?", Lc 24,26). Siamo quindi nel regime della fede e della speranza, in cui è necessaria l’apertura della mente per accogliere la "buona notizia" ("allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture", Lc 24,43) e l’allargamento degli orizzonti per sperare "contro ogni speranza" (Rom 4,18) di fronte alle condizione di morte che regna nell’umanità. Infatti "l’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte" (1Cor 15,26).

Siamo in un tempo che viene definito "del già e del non ancora": Gesù è già risorto e glorioso, la sua grazia incomincia a trasformare i cuori e le culture, ma non si tratta ancora della vittoria finale e definitiva che si avrà solo col ritorno del Signore alla fine dei tempi. Perciò i sentimenti di smarrimento e di paura dei primi discepoli nel Sabato santo vanno contrastati e vinti con la fede e la speranza di Maria. Cerchiamo allora di renderci conto di quanto nel nostro tempo è segnato dalla diffidenza, per sottoporlo alla grazia della letizia pasquale.

C. Il nostro modo di vivere questo sabato della storia

Nell’inquietudine dei discepoli mi sembra di poter riconoscere le inquietudini di tanti credenti oggi, soprattutto in Occidente, a volte smarrirti di fronte ai cosiddetti segni della "sconfitta di Dio". In questo senso il nostro tempo potrebbe essere visto come un "Sabato santo della storia". Come lo viviamo? Che cosa ci rende un po’ smarriti nel contesto odierno della nostra situazione? Una sorta di vuoto della memoria, una frammentazione del presente e una carenza di immagine del futuro.

1. Anzitutto la memoria del passato si è fatta debole. In realtà non mancano ricordi che ci potrebbero sostenere e dare fiato: esiste nel nostro contesto europeo e nazionale la memoria di un grande cammino cristiano legato a prestigiosi simboli e a luoghi di grande suggestione – basta pensare alle grandi cattedrali, a luoghi come Roma, Assisi ecc. – . Molte sono le tracce che la tradizione ebraico-cristiana ha lasciato nel modo di concepire la vita, di onorare la dignità della persona, di promuovere l’autentica libertà; la presenza del cristianesimo ha segnato la nostra storia con vestigia indelebili.

Ma tale memoria si è indebolita sul piano del vissuto quotidiano. Molti non riescono più ad integrarla nella loro esperienza in modo da ricavarne comprensione sicura del presente e fiducia per il futuro. Il procedere lento e però progressivo del secolarismo (in forme differenti secondo i diversi ambiti di vita) suscita la domanda: dove stiamo andando? Cresce la difficoltà di vivere il cristianesimo in un contesto sociale e culturale in cui l’identità cristiana non è più protetta e garantita, bensì sfidata: in non pochi ambiti pubblici della vita quotidiana è più facile dirsi non credenti che credenti; si ha l’impressione che il non credere vada da sé mentre il credere abbia bisogno di giustificazione, di una legittimazione sociale né ovvia né scontata.

2. Se la memoria delle radici del passato si fa debole, l’esperienza del presente diviene frammentaria e prevale il senso della solitudine. Ciascuno si sente un po’ più solo.

Tale solitudine si riscontra anzitutto al livello della famiglia: i rapporti all’interno della coppia e i rapporti genitori-figli entrano facilmente in crisi e ciascuno ha l’impressione di doversi aggiustare un po’ da sé.                

Diminuisce la capacità di aggregazione delle grandi agenzie sociali e persino della parrocchia, in particolare per quanto riguarda i giovani. Non pochi movimenti sembrano dare segni di invecchiamento o almeno di non sufficiente ricambio generazionale.

Si frammentano le aggregazioni politiche e i vari tentativi di coalizione soffrono per il riproporsi di individualismi di gruppo. Anche là dove operano con successo e dedizione realtà molteplici di volontariato, si coglie una certa incapacità a lasciarsi coordinare per un’azione più efficace, a entrare "in rete".

Ne consegue una autoreferenzialità che chiude su di sé singoli e gruppi. In questo contesto non stupisce il crescere di una generale indifferenza etica e di una cura spasmodica per i propri interessi e privilegi.

Siamo dentro a un grande movimento di globalizzazione, che sembrerebbe corrispondere alla tendenza verso la manifestazione della fraternità e unità del genere umano che nasce dalla rivelazione biblica. Eppure tale processo di universalizzazione degli scambi di beni, di valori e di persone avviene nel quadro di un neoliberismo e di un neocapitalismo che punisce ed emargina i più deboli e accresce il numero dei poveri e degli affamati della terra.

3. La fatica di vivere e interpretare il presente si proietta sull’immagine di futuro di ciascuno, che risulta sbiadita e incerta. Del futuro si ha più paura che desiderio. Ne è segno la drammatica diminuzione della natalità, come pure il calo delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Una metafora di paura del futuro si ha probabilmente nell’accresciuta inclinazione dei giovani a vivere e a divertirsi nella notte. Ci si aggancia all’attimo fuggente dimenticando le incertezze e gli smarrimenti del giorno, evitando di confrontarsi con un oggi e un domani impegnativi (non ci sarà qui anche un richiamo a leggere, nella tradizione cristiana della Veglia pasquale e delle altre grandi veglie e adorazioni notturne, una possibilità, finora poco esplorata, di offrire risposte di significato all’inquietudine che qui si esprime?).

Anche quella grande visione di futuro che è espressa nel fenomeno della mondializzazione fa prevedere per il domani del mondo piuttosto una unità di dominio dei più forti e dei più ricchi, una unità della torre di Babele (cf Gen 11,1-9), che non una unità di comunione di beni, una unità della Pentecoste e della primitiva comunità di Gerusalemme (cf Atti 2-4).

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