Piero Gheddo
IL VANGELO DELLE 7.18 ![]()
Amazzonia
brasiliana: anche gli indios Cumarumà pregano
Amazzonia brasiliana, rio Curipì, affluente di destra del Rio Oyapoque che
divide il Brasile dalla Guyana francese. Mi trovo in visita agli indios
Cumarumà, nel nord del territorio dell'Amapà, in una regione completamente
ricoperta di foresta e attraversata da placidi fiumi. Questi indios non sono
ancora evangelizzati né in alcun modo toccati da quella che chiamiamo
«civiltà moderna». Oggi la situazione è cambiata, ma io racconto un viaggio
del 1966.
Sono su un barcone a motore in compagnia di un missionario del Pime che è qui
da quasi vent'anni, il padre Giorgio Basile di Benevento: in Amazzonia non ci
sono strade, tutti i viaggi e i trasporti avvengono per via fluviale, eccetto i
pochi per via aerea. Per giungere fra gli indios Cumarumà abbiamo fatto quattro
giorni di barca partendo dalla cittadina di Oiapoque sul fiume omonimo. Mentre
ci avviciniamo al primo villaggio dei Cumarumà, posto su un rilievo di terra
lungo il fiume, improvvisamente si scatena un furioso acquazzone. Padre Giorgio
spegne il motore e ferma la barca a poco più di 100 metri dal villaggio,
gettando l'ancora.
«Perché », gli chiedo, «non sbarchiamo? »
«Non possiamo disturbarli mentre pregano», risponde.
In quel momento vedo una quarantina di indios, uomini, donne, vecchi, bambini,
quasi del tutto nudi, che escono di corsa da una grande capanna e, sotto la
pioggia, si mettono in fila lungo la riva del fiume. Poi, tutti assieme,
dondolandosi e piegandosi in avanti, si mettono a cantare una nenia lamentosa.
« Pregano il dio del fiume e delle acque», dice padre Giorgio, « perché non
mandi più una inondazione come quella di due anni fa, che ha spazzato via il
loro villaggio e ucciso più di metà degli abitanti ».
La danza e il canto corale sono forme di preghiera fra le più usate per
esprimere il bisogno che l'uomo sente di Dio. Non si conoscono popoli che non
pregano, perché la preghiera è una delle più profonde esigenze dell'animo
umano. Nel secolo scorso, in base alle prime indagini etnologiche, alcuni
studiosi sostenevano di aver scoperto delle tribù che ignoravano la preghiera.
Poi hanno dovuto ricredersi; anzi fra i documenti lasciati dagli uomini
preistorici (graffiti, statuette, strumenti) si sono trovati numerosi segni che
indicano l'uomo orante.
Probabilmente siamo noi, uomini moderni, tecnicamente sviluppati, quelli che
trovano la maggior difficoltà a pregare, anche se il grande teologo Karl Rahner
scriveva: « I veri atei non esistono. Anche quelli che si proclamano tali, se
ci parlate assieme scoprite che anche loro si sono fatti un'immagine di Dio e
dialogano con Lui. Ma rifiutano il Dio delle religioni ».
La preghiera degli indios Cumarumà, che abbiamo ricordato, è di tipo
utilitaristico, come quella che mi' hanno tradotto di un gruppo di negritos
dell'isola di Mindanao nelle Filippine. I quali, quando uccidono un cinghiale,
ne offrono la parte migliore a Dio cantando in coro: «O Signore della foresta,
ti offriamo una parte di questo cinghiale, affinché tu sia buono con noi e ci
dia ancora un altro cinghiale ».
Anche noi preghiamo spesso così, chiedendo a Dio quelle grazie di cui sentiamo
la necessità. Ma esiste anche la preghiera mistica, quella di unione a Dio,
dell'uomo innamorato di Dio, quale tutti dovremmo diventare.
Il vero senso della fede e della religione è di vivere la vita di Dio, di
essere il più possibile vicini a Lui e simili a Lui, che è la fonte di ogni
perfezione e di ogni felicità.
È la preghiera del Salmo 62, che riporta il canto dell'anima assetata di Dio:
O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco,
Di Te ha sete l'anima mia,
A Te anela la mia carne,
Come terra deserta, arida, senz'acqua...
Nel mio giaciglio di Te mi ricordo,
Penso a te nelle veglie notturne.
Tu sei stato il mio aiuto: Esulto di gioia all'ombra delle tue ali.
A Te si stringe l'anima mia, La forza della Tua destra mi sostiene.
Due pensionati di Verona in
Guinea- Bissau
Nel gennaio scorso sono andato in Guinea- Bissau, paese dell'Africa
occidentale molto povero, ex colonia portoghese. Là ci sono molti italiani,
missionari, suore, volontari laici, tecnici inviati dal governo italiano, medici
e anche due pensionati, marito e moglie, entrambi di famiglia contadina, che
sono andati in Africa a insegnare ai giovani africani a coltivare la terra. Di
questi due voglio parlarvi: Elio e Maria Zen, di Cadidavid in provincia di
Verona.
Elio ha lavorato 27 anni in fonderia e poco meno nelle ferrovie dello stato: a
63 anni è, come si dice, «un fusto», con la passione della terra ben
coltivata. Maria Zen è l'immagine classica della contadina padana: cordiale,
robusta, «ciacolona» (come si dice in Veneto, chiacchierona), ma soprattutto
grande lavoratrice. Fin da bambina ha coltivato i campi, suo padre coltivava e
conciava tabacco.
Elio e Maria hanno tre figli e quattro nipotini, ma da due anni sono venuti in
Africa, appena Elio è andato in pensione. Lavorano a Catiò a servizio della
missione cattolica e di padre Pedro Belcredi che li ha chiamati con quest'unico
scopo: impiantare nel profondo sud della Guinea-Bissau un orto e portare qui
verdure che ancora non conoscono: zucchini, cipolle, coste, insalata, carote,
pomodori.
«Mio marito alcuni anni fa aveva male alle gambe e alla schiena», mi racconta
Maria Zen. «Si avvicinava l'ora della pensione, si sentiva invecchiare e aveva
appena sessant'anni. Ci siamo detti: perché non andiamo anche noi in Africa a
portare la nostra esperienza in campo agricolo? Da quando siamo venuti in Africa
abbiamo cominciato a star bene, è stata un'esperienza umana bellissima e anche
fisicamente ci ha fatto bene. Qui in Africa bisogna essere sempre in movimento e
questo fa bene ».
In due anni, i coniugi Zen hanno impiantato, con l'aiuto dei missionari del
Pime, un orto che è la meraviglia della regione. Hanno con sé una ventina di
giovani che imparano e poi torneranno nei loro villaggi a fare altrettanto.
«Qui non coltivano bene la terra», dice Elio, «grattano un po' la superficie
e gettano qualche seme, ma raccolgono un decimo di quanto si potrebbe con un
minimo di tecnica agricola. Mia moglie ha insegnato a seccare bene il tabacco:
è la prima volta che questo succede in Guinea-Bissau e la cosa ha interessato
anche le autorità».
Chiedo ai coniugi Zen chi provvede alle loro spese. «Il viaggio ce lo siamo
pagati noi. All'inizio abbiamo avuto aiuti dalla nostra parrocchia e dal Centro
missionario diocesano di Verona. Ma dopo due anni l'orto e l'essiccatoio del
tabacco cominciano a rendere, tra qualche anno i giovani africani potranno
andare avanti da soli, hanno tanta voglia di imparare ».
Pare impossibile che, a sessant'anni e pensionati in Italia, due coniugi
riescano a essere utili ai giovani africani. Dove hanno fallito tanti progetti
costosi di governi e di organismi internazionali, riescono due pensionati quasi
senza mezzi e senza nessuna specifica preparazione. Certo, hanno dovuto
adattarsi all'Africa e non è stato facile: il clima, le lingue (che non sanno),
il cibo, le abitudini diverse. Ma quando c'è buona volontà, spirito di
sacrificio e desiderio di essere utili al prossimo, qualcosa di buono si
combina.
Forse l'esempio dei coniugi Zen può far bene anche a noi. Se fossero rimasti in
Italia, adattandosi all'idea di riposare e non far nulla, sarebbero invecchiati
anzitempo. In Africa hanno trovato una seconda giovinezza non solo morale, ma
anche fisica.
Non è detto che tutti dobbiamo andare in Africa. Anche in Italia possiamo
essere utili agli altri in mille modi: oggi la società offre tante possibilità
di volontariato anche organizzato. Importante è educarci a capire che solo
amando il nostro prossimo, rinunziando a qualcosa per gli altri, sacrificandoci
per chi ha bisogno di noi, diamo un senso alla vita, troviamo la gioia di
vivere. L'egoista non è mai felice. L'uomo buono trova la pace del cuore.
La crisi di un
missionario italiano in Corea
In un'assemblea parrocchiale qui a Milano mi è capitato di sentirmi dire: «
Voi missionari andate lontano ad annunziare Cristo fra i non cristiani. Perché
non vi fermate qui in Italia, dove i credenti sono ormai minoranza e i non
credenti o i non praticanti assoluta maggioranza?» Mi è stato facile
rispondere: « Scusi, ma lei cosa ne fa del suo Battesimo? Perché Gesù Cristo
non lo annunzia lei con la parola e con la sua vita e come lei tutti quelli che
hanno ricevuto il Battesimo e il dono della fede? »
Domenica prossima 23 ottobre è la « Giornata Missionaria Mondiale», che si
celebra tutti gli anni in tutte le chiese e parrocchie del mondo cattolico: è
un giorno in cui siamo invitati a pregare e ad aiutare i missionari, ma anche a
riflettere sul fatto che tutti noi battezzati siamo chiamati a essere
missionari, a partecipare alla missione della Chiesa. « Lo spirito missionario,
animato dal fuoco della carità, è in qualche modo la prima risposta della
nostra gratitudine a Dio, nel comunicare ai nostri fratelli la fede che abbiamo
ricevuto» (così scriveva già trent'anni fa Pio XII nell'enciclica Fidei
Donum, 1957).
La missione è di tutti i battezzati perché è comunicazione di mia vita, di
un' esperienza: chi ha incontrato Cristo, chi vive con gioia la vita di Cristo,
è naturalmente portato a farsi missionario nell'ambiente in cui vive, nella
propria famiglia, sul lavoro, nella scuola, nella vita professionale. Madre
Teresa così definisce il missionario: « Un cristiano talmente innamorato di
Gesù Cristo, da non desiderare altro che di farIo conoscere e amare dagli
altri». La domanda che dobbiamo porci è questa: sono veramente innamorato di
Gesù Cristo? Cosa conta la fede nella mia vita? Il Vangelo è un'esperienza
globale, totalizzante di vita: Gesù Cristo non è solo una consolazione
psicologica in certi momenti difficili, ma l'orientamento unico di tutta
l'esistenza, il modello divino-umano a cui mi ispiro e da cui traggo forza e
coraggio per vivere da cristiano, nonostante tutte le mie debolezze e i miei
peccati.
Domenica prossima 23 ottobre saremo tutti invitati a pregare per i missionari e
ad aiutare le missioni. Siamo anche invitati a iscriverci alle Pontificie Opere
Missionarie, che dipendono direttamente dal Papa per l'aiuto equamente
distribuito a tutte le missioni del mondo. Diamo generosamente ai missionari,
perché tutte le opere di carità che la Chiesa esercita nel mondo dei poveri,
nel cosiddetto terzo mondo, sono mantenute da queste offerte che si raccolgono
nella giornata missionaria mondiale in ogni comunità cristiana, da ogni
famiglia di battezzati.
Non pensate però di aver adempiuto al vostro impegno missionario con una
preghiera e un'offerta anche generosa. Un missionario italiano che ho incontrato
l'anno scorso in Corea del Sud, il padre Francesco Faldani, francescano
conventuale, mi diceva: « Dopo trentacinque anni che sono in Corea, dove ho
battezzato almeno cinquemila coreani, sono tornato in Italia per alcuni mesi e
mi è rimasta nel cuore una grande tristezza. Ho trovato un paese evoluto,
ricco, industrializzato. Tutti hanno l'automobile, anche due automobili, due
case, vivono nell'abbondanza. Ma la fede, la preghiera, la vita cristiana mi
sono sembrate in decadenza. Il dio denaro ha sostituito il Dio di Gesù Cristo.
I danni morali di questo abbandono della fede si vedono ovunque. Allora sono
andato in crisi anch'io. Che senso ha, mi sono detto, che io sia andato in Cina
e poi sia venuto qui in Corea ad annunziare Gesù Cristo, se poi nella mia
Italia, tra i miei fratelli e sorelle tutti battezzati non si sa più che cosa
è la fede e una vita di fede? »
Ecco il dolore più grande che proviamo noi missionari: sentire, vedere, toccare
con mano che la fede che noi andiamo a testimoniare e annunziare ad altri popoli
diminuisce in Italia e si spegne nel cuore di molti. Fermiamoci noi in Italia?
No, tradiremmo la nostra vocazione: noi siamo chiamati per andare fino agli
estremi confini del mondo. Siete voi, cari fratelli e sorelle, che dovete essere
i testimoni della fede, i missionari della fede in Italia. Cosa ne hai fatto del
tuo Battesimo?
Fra i più poveri del Bangladesh
Sapete quanto dà ogni italiano a testa, ogni anno, per le missioni e i
missionari? Facciamo una premessa: l'Italia cattolica ha oggi nel mondo circa
19000 missionari, di cui 8000 suore, 7000 sacerdoti, 3000 fratelli (laici
consacrati a vita) e 1000 laici. I missionari italiani li ho trovati in ogni
paese del mondo. A volte sono capitato in piccoli paesi che faticate a trovare
sulla carta geografica: ad esempio, lo Swaziland in Africa, il Bhutan o la
Birmania in Asia, il Belize in America Latina; ebbene anche in quelli ho trovato
presenti missionari o suore italiani.
Sono i migliori messaggeri del nostro paese, i testimoni della carità verso i
poveri, gli ultimi. Li ho visti in lebbrosari, in situazioni di guerra (quando
tutti gli stranieri erano scappati), in pericolo di vita per le persecuzioni e
l'odio di chi è disturbato dalla testimonianza e dall'annunzio di carità e di
giustizia, fra i profughi e gli affamati delle regioni più povere del pianeta
terra.
Ripeto la domanda: sapete quanto dà ogni italiano, in media e in un anno, per
aiutare i missionari nelle loro opere di fede e di carità? Ve lo dico io:
esattamente 260 lire a testa, nemmeno il prezzo di una tazzina di caffé.
Lo scorso anno 1987 le Pontificie Opere Missionarie hanno ricevuto da tutti gli
italiani circa 16 miliardi di lire, cioè meno di 300 lire a testa. Sedici
miliardi possono sembrare tanti: ma vanno distribuiti fra più di 3000 missioni
in tutto il mondo. E poi, di fronte ai 16 miliardi dati alle missioni, gli
italiani spendono, tanto per ricordare qualche cifra, 3000 miliardi per
importazione di liquori (whisky, ecc.), 2000 miliardi di lire per i regali ai
bambini in occasione di Natale, più di 60 000 lire a testa per le spese
di tabacco...
Voglio leggervi la lettera di un missionario del Pime in Bangladesh, padre
Giuseppe Cavagna: «Sono vecchio ormai e da 46 anni vivo in Bengala. La mia è
una vita vissuta tutta a livello dei più poveri. Ogni giorno è una processione
di cristiani e non cristiani che vengono a raccontarmi le loro miserie, le loro
situazioni di fame poiché in Bangladesh, nonostante i progressi generali del
paese, non mancano mai le famiglie che mangiano sì e no una volta al giorno;
comunque fra quelli che non posseggono terra, e sono più del 50 per cento dei
bengalesi, un solo piatto di riso al giorno rappresenta la meta da raggiungere,
il massimo di soddisfazione a cui un povero diavolo può aspirare! Gli aiuti che
mi mandate ogni tanto dall'Italia non bastano per tutti quelli che vengono a
chiedere e per le opere di sviluppo che abbiamo iniziato: scuole, assistenza
all'agricoltura, dispensari medici e medicine, cibo agli affamati... »
La giornata missionaria mondiale di domenica prossima 23 ottobre è un richiamo
a donare generosamente per un'opera di carità e di annunzio di Cristo con la
carità, per rispondere al comando del Signore che ha detto: «Il vostro
superfluo datelo in elemosina» (Luc. 11,41). E ha anche detto: «In
verità vi dico, ogni volta che avete fatto queste cose al più piccolo dei miei
fratelli, le avete fatte a me» (Mt. 25, 34-36, 40).
La giornata missionaria mondiale non si riduce certo a un aiuto economico ai
missionari: l'abbiamo già detto ieri. Noi missionari vi chiediamo una preghiera
e una riflessione sulla vostra vita cristiana, affinché siate anche voi
missionari nella vostra vita. Ma debbo dire che anche l'aiuto economico ha la
sua estrema importanza. Dato che ho visitato i missionari in ogni parte del
mondo, potete credermi: quello che date generosamente domenica prossima è
l'ossigeno indispensabile per tutte le missioni del mondo.
Giovanni XXIII diceva: «Quello che date ai missionari lo date a Dio e lo
ritroverete al termine della vostra vita come un sicuro tesoro in cielo ».
In Angola ho provato
cosa vuol dire aver fame
Non avete mai provato la vera fame nella vostra vita? A me è capitato in
Angola, nel 1975, dove ho dovuto digiunare per cinque giorni di seguito. Ero
andato in questo paese africano esteso sei volte la nostra Italia nel momento in
cui stava giungendo all'indipendenza dopo quattro secoli di colonizzazione
portoghese: i soldati portoghesi si ritiravano, ma i tre movimenti di
liberazione che li sostituivano erano in guerra fra di loro. U n paese
prostrato: ovunque morte e distruzione.
Con il cappuccino padre Mariano ho fatto un viaggio avventuroso di cinque giorni
in auto, per andare dalla capitale Luanda fino a Huambo, passando per regioni in
guerra, contese fra i tre movimenti di liberazione. Ogni venti o trenta
chilometri un posto di blocco di guerriglieri dell'uno o dell'altro movimento di
liberazione: poveri ragazzi con fucili e bastoni in mano, pronti a uccidere o a
essere uccisi. Padre Mariano mi diceva: «In queste situazioni di guerriglia, i
militari sono come i cani: se si accorgono che hai paura, sospettano che
nascondi qualcosa e allora la va male. Tu ricordati di sorridere sempre».
Così, quando venivamo fermati da gruppetti di uomini armati, più briganti che
militari, porgevamo loro sigarette, medicine e un ampio sorriso a bocca larga.
Per strada non abbiamo trovato nessun villaggio abitato: solo capanne bruciate,
la gente era fuggita in foresta. Purtroppo avevamo pensato di poter facilmente
acquistare del cibo lungo il cammino. I militari mangiavano manioca bollita,
radici amare, topi e vermi arrostiti, tutto cibo che il mio stomaco rifiutava.
Padre Mariano riusciva a mangiare qualcosa, ma io non mandavo giù niente; e
quel che passava, poco dopo tornava su.
Così, per cinque giorni (con due giorni fermi in un villaggio distrutto perché
la guerra aveva bloccato la strada) ho fatto veramente l'esperienza del digiuno.
Bevevo acqua bollita e mangiavo alcune caramelline Golia di liquirizia
che avevo in borsa. I primi due giorni ho resistito bene, poi è stato un
calvario: sentivo i crampi allo stomaco per la fame, di notte mi giravo e
rigiravo sulla nuda terra, per trovare una posizione in cui prendere sonno. Il
digiuno mi era particolarmente penoso perché la temperatura era sui 40 gradi
all'ombra e di giorno dovevamo essere continuamente in movimento; di notte poi
si dormiva male, dove capitava.
Fatto sta che giungendo nella città di Huambo, dopo cinque giorni, mi sono
pesato: ero diminuito di otto chili e non sono certo un peso massimo.
Letteralmente non stavo più in piedi.
Ho capito a fondo, in quei giorni, cosa vuoI dire sentire la fame, morire di
fame. Quando leggo sui giornali che in vari paesi dell'Africa o dell'Asia c'è
tanta gente che soffre la fame, mi tornano alla memoria quei giorni di
spasimante sofferenza, che per fortuna sono finiti in fretta. Pensate che
proprio in questi giorni vi sono diversi paesi, Etiopia, Mozambico, Vietnam,
Cambogia, ad esempio, che hanno chiesto urgenti aiuti perché milioni di uomini,
donne, bambini, sono condannati alla morte per fame.
Pochi di noi, forse, hanno sperimentato cosa c'è sotto queste notizie che ogni
tanto leggiamo sui giornali: la sofferenza disumana di tanti uomini e donne come
noi, che hanno i nostri stessi diritti alla vita.
Gesù ha detto: «Il vostro superfluo datelo in elemosina» (Luc. 11,41); e poi
ancora: «Chi ha due tuniche ne faccia parte a chi non ne ha e chi ha da
mangiare faccia altrettanto» (Luc. 3, 11).
Lo so benissimo che la fame nel mondo dei poveri non si risolve con l'elemosina
privata. Ma intanto è già importante per ciascuno di noi non considerare
queste notizie come fastidiose, da rimuovere dalla nostra mente e dal nostro
cuore, per vivere tranquilli.
Non posso vivere tranquillo se un mio fratello o sorella muoiono di fame. Debbo
essere disponibile a fare quanto è in mio potere per aiutarli.
Con un po'
di rosari ho fatto contenti i cristiani cinesi
Sono stato in Cina due volte, nel 1973 e nel 1986. La prima volta, durante la
rivoluzione culturale di Mao, non ero riuscito a trovare nessuna chiesa aperta,
nessun cristiano, nessun prete, nessun vescovo. Ogni segno religioso sembrava
cancellato dalla faccia dell'immensa Cina. Non solo i cristiani, ma anche i
buddhisti, i musulmani, i confuciani, erano scomparsi: l'ateismo di stato pareva
condiviso pacificamente dalla popolazione.
Poi, il 9 settembre 1976, Mao moriva e i suoi successori dichiaravano subito,
appena un mese dopo la sua scomparsa, di voler cambiare molte cose: la
rivoluzione culturale, che in Occidente molti avevano esaltato come
un'esperienza entusiasmante e positiva per la Cina, veniva condannata. Iniziava
per la Cina un periodo di liberalizzazione in campo economico,. politico,
culturale e anche religioso. Così, verso il 1979-1980, i vecchi cristiani
cinesi incominciano a scrivere ai missionari italiani del Pime che erano stati
espulsi dalla Cina 2025 anni prima.
Lettere molto semplici, di gente di campagna, che ha sperimentato la sofferenza,
la persecuzione, il carcere, i campi di lavoro forzato a motivo della propria
fede religiosa. Interessante notare che nessuno si lamenta: scrivono che hanno
fatto venti o più anni di carcere, ma senza farne motivo di lagnanza. Anzi
qualcuno aggiunge: «Sono contento di aver sofferto qualcosa per la fede in
Gesù Cristo». E non si perdono a raccontare le dure condizioni di vita nei
campi di lavoro, le percosse, i processi subiti: è cosa del passato, su cui non
vale la pena di ritornare.
U n altro fatto colpisce in queste lettere di cristiani cinesi a missionari
italiani che avevano conosciuto venti e più anni prima: è che questa gente
molto semplice ha conservato la fede in condizioni difficilissime, senza chiese
aperte, senza sacerdoti (erano tutti in carcere), senza comunità cristiana,
anzi con uno stato totalitario che per quasi trent'anni ha perseguitato tutte le
religioni.
Uno di questi cristiani scrive: «Quanto ringrazio Dio per aver conservato la
mia famiglia nella fede: anche i miei nipotini più giovani sono stati educati
dalla famiglia. Senza la luce e la grazia di Dio, la vita sarebbe troppo triste
per essere vissuta». Un altro dice: «Abbiamo sempre pregato, tutti i giorni; e
quando era possibile, la preghiera è stata fatta da tutta la famiglia
riunita».
I cristiani cinesi chiedono in queste lettere non denaro, ma oggetti sacri:
rosari, immagini della Madonna, medaglie, libri di preghiere. «La rivoluzione
culturale ha distrutto tutto quello che richiama Dio e i santi. Mandaci dei
rosari e delle immagini sacre da appendere alle pareti, ora che è permesso
avere queste immagini in casa».
Sono tornato in Cina nell'estate 1986, con padre Giancarlo Politi del Pime di
Hong Kong che parla bene il cinese. Abbiamo visitato numerose comunità
cristiane, proprio nei luoghi dove nel 1973 non avevo trovato nessun segno di
presenza cristiana. Molti ci hanno detto che vi sono tante richieste di non
cristiani per l'istruzione religiosa e il Battesimo. Avevo portato con me alcuni
pacchi di rosari, che poi ho distribuito visitando queste famiglie cristiane e
anche sacerdoti e comunità di suore. Credo di non aver mai visto gente così
felice per un regalo: e donavo solo un rosario.
Chissà se noi abbiamo un rosario in tasca, un'immagine sacra nel portafoglio,
il crocifisso e un quadro della Madonna in casa nostra, una medaglietta
religiosa al collo... La fede è fatta anche di piccole cose quotidiane, che ci
richiamano la presenza di Dio.
In Cina, la persecuzione religiosa ha rafforzato la fede, ha dato ai cristiani
un senso forte di cosa vuol dire credere in Dio e in Gesù Cristo. Noi, qui in
Italia, abbiamo piena libertà di praticare la fede. A volte noi missionari
pensiamo: a cosa serve andare in Cina o in Africa ad annunziare Gesù Cristo, se
poi gli italiani perdono la fede?
«Maria è la mamma anche di
noi indù»
Mi ha sempre meravigliato, visitando l'India, paese con 750 milioni di
abitanti e solo 14 milioni di cattolici, vedere quanto è diffusa la devozione a
Maria fra i non cristiani. Ieri ho parlato della Madonna e del Rosario, perché
siamo nel mese di ottobre, dedicato appunto alla devozione del Santo Rosario.
Mi sono trovato anni fa al santuario mariano di Gunadala, nel sud dell'India,
1'11 febbraio, festa della Madonna di Lourdes. Quel giorno erano convenuti a
Gunadala circa 150000 fedeli, in buona parte non cristiani: musulmani, indù,
buddhisti, animisti. Infatti, per tradizione, la Madonna di Gunadala è
incoronata, nel giorno della festa, da un musulmano, mentre migliaia e migliaia
di fedeli di ogni religione si fanno tagliare in quel giorno i capelli,
adempiendo il voto che avevano fatto, di non tagliarsi i capelli se non dopo
aver fatto un pellegrinaggio a Gunadala.
La statua di Maria è posta in alto su una collina e due grandi scale portano a
lei: per tre giorni continui, di giorno e di notte, vi è un continuo salire e
scendere di devoti, che vogliono andare a toccare i piedi della Madonna. Molti
portano il rosario al collo.
Noi che viviamo in una società secolarizzata, dove la fede religiosa è
ridotta, quando c'è, a un pio sentimentalismo privato, rimaniamo colpiti da
questa ondata di sentimento religioso popolare autentico, accompagnato da
grazie, che la gente chiama miracoli. Il primario dell'ospedale civile di
Vijayawada, la grande città di cui Gunadala è periferia, mi raccontava di
poter personalmente testimoniare la guarigione di lebbrosi e di persone ammalate
di cancro o di altre malattie da cui non c'è scampo, dopo la partecipazione al
pellegrinaggio. D'altronde, la stessa devozione popolare la troviamo a Lourdes,
Pompei, Loreto, Medjugone...
Il santuario di Gunadala risale al 1924, quando il padre Paolo Arlati,
missionario del Pime, ricevette dall'Italia una statua della Madonna di Lourdes
e la pose sulla collina che domina la città di Vijayawada, che oggi supera il
milione di abitanti. A poco a poco, senza alcuna sollecitazione, la gente della
città e dei villaggi, in grandissima maggioranza non cristiani, cominciarono a
salire la collina per toccare i piedi alla bianca Signora, offrirle fiori e
incenso, candele e banane. Il movimento di folla crebbe spontaneamente in modo
tale che fu necessario costruire due lunghe scalinate per salire la collina.
Dopo l'ultima guerra, quando le lotte sanguinose fra indù e musulmani
insanguinavano l'India e portarono alla divisione fra India e Pakistan,
Vijayawada, città con molti musulmani, venne salvata da queste stragi
fratricide dalla Madonna di Gunadala, a cui tutti accorrevano in preghiera: i
pellegrinaggi crearono un clima fraterno di comprensione fra indù e musulmani.
L'India ha centinaia di santuari grandi e piccoli dedicati a Maria. Nell'estremo
sud dell'India ho visitato il santuario di Nostra Signora di Kuravilangad, che
risale al secolo III dopo Cristo, un centinaio di anni prima che in Occidente
l'Imperatore Costantino desse ai cristiani la libertà di costruire le loro
chiese. Così pure, al Santuario della Madonna di San Tommaso, su uno sperone di
roccia nella pianura del Coromandel, ho visto il piccolo quadro in legno,
antichissimo, attribuito al pennello di San Luca e raffigurante Maria. Questo
quadretto si vuole sia stato portato in India dall'Apostolo San Tommaso, che lo
teneva al collo. Con tutta probabilità è la prima immagine di Maria che giunge
a noi dall'antichità.
Ma l'immagine della Madonna è molto diffusa nelle case e capanne degli indiani,
cristiani è non cristiani, come pure nei templi indù. Un bramino a cui avevo
chiesto perché questa devozione, mi dice: « Il cristianesimo è la religione
dell'amore, Maria è la mamma anche di noi indù».
In questo mese di ottobre, anche noi siamo invitati a ricordarci che Maria è la
nostra mamma. La recita del Rosario tutti i giorni, anche andando in auto al
mattino verso il nostro lavoro, è il modo migliore per metterci sotto la sua
protezione.
Madre Teresa e Carletto,
il barbone milanese
Conosco personalmente Madre Teresa di Calcutta da quasi 25 anni. La prima
volta l'ho conosciuta nel 1964 proprio a Calcutta, quando ancora pochi parlavano
di lei. Era nella sua « Casa per i morenti abbandonati», vicino al tempio
della dea Kalì (che simboleggia morte e distruzione), dove raccoglieva con le
sue suore i poveri in fin di vita che trovava sui marciapiedi della metropoli,
soli, abbandonati da tutti. « Qui possono fare una morte da uomini», mi aveva
detto, « sentirsi amati da qualcuno ».
Poi l'ho rivista molte volte in Italia e ancora in India. Di lei voglio
raccontare un episodio successo in Italia, qui a Milano, quando Madre Teresa
venne nel 1977. Eravamo alla fine di aprile e una sera (era già buio) l'abbiamo
portata in giro per il parco di Milano, presso l'Arco della Pace. Era con noi un
padre carmelitano della chiesa del Corpus Domini che s'interessava dei poveri e
voleva far conoscere alla Madre alcuni suoi amici.
Nel parco abbiamo incontrato un barbone disteso su una panchina e avvolto in un
soprabito di lana e in una coperta. Il carmelitano lo tocca e gli dice: «
Carletto, ti ho portato un regalo, Madre Teresa. Te l'avevo detto stamattina che
sarebbe venuta a trovarti».
Madre Teresa gli porge la mano e gli dice una frase in inglese. Il vecchietto si
drizza a sedere e dice: «Ueila, mi capisi no...» Allora traduco cosa ha detto
la Madre: «Dio è il tuo migliore amico. Lui non ti abbandona». Perché Madre
Teresa parla così: frasi brevi, che vanno all'essenziale.
L'uomo ci pensa un po', si alza in piedi e poi dice sempre in milanese: «Ha
proprio ragione. Sono convinto anch'io. Dio è l'unico che mi vuol bene. Mi
hanno abbandonato tutti, ma Dio no».
Poi si presenta dando la mano a Madre Teresa: «Permetta che mi presenti, sono
il Cadetto, qui al parco mi conoscono tutti». Sempre in milanese, naturalmente.
La Madre dice ancora qualche frase, poi tira fuori una caramella dal suo sari e
la porge al Cadetto, il quale la scarta e la mangia lì sul momento.
Più tardi, Madre Teresa commenta: «Vedete, i poveri sono sereni come bambini,
sanno godere anche delle piccole cose come una caramella. Questi uomini sono
uguali dappertutto, a Calcutta come a Milano, a New York come a Londra.
Comunicano il sorriso e la tenerezza. lo vorrei chiedere a uno di questi ricchi
che abitano nei palazzi vicini di dormire una notte su una panchina del parco e
poi vedere se hanno ancora la forza morale di continuare a vivere con gioia.
Eppure ci sono uomini che dormono su una panchina come nel palazzo del re ».
Beh, non voglio certo dire che dobbiamo diventare tutti dei barboni. La povertà
può essere disumana e può anche essere una colpa. Ma il saper accontentarsi
con poco è una dimensione essenziale dell'uomo, a cui dobbiamo tornare, perché
non è l'abbondanza delle cose materiali che dà la felicità.
Un economista americano, Kenneth Galbraith, ha scritto: «L'americano medio
consuma almeno tre volte tanto quello che gli è necessario per una vita
pienamente dignitosa e umana. Il di più che consuma lo rende meno uomo, poiché
la troppa abbondanza rende meno uomini allo stesso modo della troppa miseria».
Impariamo ad apprezzare l'austerità di vita. Genitori, educate i vostri figli a
fare a meno di tante cose superflue. Non date loro con facilità tutto quello
che chiedono, perché li rendete infelici. lo ho girato il mondo e ho visto
tanti popoli che ai miei occhi erano veramente poveri, ma avevano l'essenziale:
ebbene, debbo dire che ho trovato in essi più gioia di vivere di quanta ne
ritrovo tra noi, quando torno in Italia.
Lasciatemi chiudere con una frase del Vangelo: «Disse Gesù ai suoi discepoli:
In verità vi dico: un ricco difficilmente entrerà nel regno dei cieli. Ve lo
ripeto: è più facile che un cammello entri nella cruna di un ago, che un ricco
nel regno di Dio» (Matt. 19, 23-24).
Scampato
dalla guerriglia nell'isola di Mindanao (Filippine)
Luglio 1985. La grande isola di Mindanao, nel sud delle Filippine, è
dilaniata dalla guerriglia: due gruppi di guerriglieri (i musulmani e i
comunisti) combattono il governo del Presidente Marcos. Rivedo le scene viste
tante volte in Vietnam, in Angola, in U ganda, in Salvador, ovunque sono stato
in paesi in guerra: villaggi bruciati, attentati terroristici, violenze dei
militari contro gente inerme sospettata di aver favorito la guerriglia,
profughi, morti, torturati... Nelle situazioni di guerra la vita dell'uomo non
vale nulla.
Debbo andare da Zamboanga a Pagadian, circa 230 chilometri, in pullman. Viaggio
pericoloso perché si attraversano regioni di guerriglieri, dove negli ultimi
tempi vari pullman di civili sono saltati su mine o fermati e spogliati dalla
guerriglia. Siamo in tre missionari: con me il padre Sebastiano D'Ambra,
superiore del Pime nelle Filippine, e un giovane missionario americano del Pime,
padre Steve Baumbusch. Il pullman è strapieno come sempre, viaggia lentamente,
si ferma a ogni villaggio o cittadina: dovrebbe metterci sette ore a fare i 230
chilometri del percorso.
In un posto di blocco militare, mentre il pullman sta ripartendo, padre Stefano,
con molta imprudenza, scatta dall'interno alcune fotografie ai militari. E
pericoloso, sono sospettosi di tutto. Ma nessuno sembra essersi accorto. Invece
arriviamo nella cittadina di Imelda e subito la polizia dice: « I tre
missionari scendano». L'ufficiale vuoI portarci dal suo comandante, nella
caserma sistemata su una collinetta. Padre D'Ambra, che parla la lingua visaya,
non vuole, teme qualcosa: in questi posti isolati si è alla mercè dei
militari. Invece, il pullman riparte senza di noi: dobbiamo fare più d'un
chilometro a piedi, nel caldo del mezzogiorno, per andare dal capo del posto di
blocco, con molta paura.
Invece nulla di serio. Dal posto di blocco precedente avevano avvisato per radio
che padre Baumbusch aveva scattato delle foto: consegniamo il rullino
incriminato e possiamo tornare ad attendere il pullman seguente, che passa alle
tre del pomeriggio. Molto spavento per nulla. Ma il bello viene dopo. Una
cinquantina di chilometri dopo Imelda (la cittadina che ha il nome della moglie
di Marcos!), mentre la strada attraversa una fitta foresta, vediamo da lontano
molta gente in mezzo alla strada. Il guidatore rallenta, temendo siano
guerriglieri. Invece sono i viaggiatori del pullman precedente, il nostro
pullman, che sono stati fermati dai guerriglieri e spogliati di tutto quel che
avevano di prezioso, soprattutto soldi, cibo e medicine.
Insomma, quella che sembrava per noi una disgrazia, o per lo meno una perdita di
tempo, si è rivelata una fortuna. lo avrei perso le mie due macchine
fotografiche e tutto il denaro che avevamo per aiutare le missioni che avremmo
visitate. Padre D'Ambra, che aveva fatto tutto il possibile per poter risalire
sul nostro pullman, ringrazia con noi il Signore per non averlo potuto
riprendere... Come non riconoscere, dopo un fatto come questo, che siamo sempre
e totalmente nelle mani di Dio? Noi sperimentiamo ogni giorno la nostra
piccolezza, impotenza, debolezza, di fronte ai pericoli conosciuti e sconosciuti
che ci minacciano.
Quanto cambierebbe la nostra vita, quanto vivremmo più tranquilli, se davvero
ci fidassimo di Dio! «Disse Gesù ai suoi discepoli: Non preoccupatevi troppo
del cibo che vi serve per vivere o del vestito che vi serve per coprirvi...
Osservate i corvi: non seminano e non raccolgono, non hanno dispensa né
granaio, eppure Dio li nutre. Ebbene, voi valete molto più degli uccelli! E chi
di voi con tutte le sue preoccupazioni può vivere un giorno in più di quello
che è stabilito? Se dunque voi non potete fare neppure così poco, perché vi
preoccupate per il resto?.. Perciò non state sempre in ansia nel cercare che
cosa mangerete o che cosa berrete: sono gli altri, quelli che non conoscono Dio,
a cercare sempre tutte queste cose. Voi invece avete un Padre che sa bene quello
di cui avete bisogno. Cercate piuttosto il Regno di Dio e tutto il resto Dio ve
lo darà in più» (Luc. 12, 22-31).
L'uomo
che ha visto nascere e tramontare Mao: Lorenzo Bianchi di Hong Kong
Domani, martedì 10 novembre, la Chiesa celebra la festa di tutti i santi.
Chi sono i santi? Non solo quelli che ricordiamo nel calendario ogni giorno; ma
anche coloro che sono passati in questo mondo facendo del bene, lasciando un
ricordo delle loro virtù e della loro bontà e che hanno rappresentato, per
tutti quelli che li hanno conosciuti, un segno della presenza di Dio.
Certamente di questi «santi », non riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa, ne
abbiamo conosciuti tutti e li ricordiamo con commozione e ammirazione. Speriamo
anche noi di lasciare negli altri, quando non ci saremo più, un buon ricordo di
noi stessi.
Quest'oggi voglio raccontarvi la storia di un «santo» del nostro tempo:
Lorenzo Bianchi, missionario bresciano in Cina e vescovo di Hong Kong, morto nel
1983 e del quale ho scritto la biografia che potete trovare in libreria in
questi giorni: è intitolata Lorenzo Bianchi di Hong Kong ed è edita
dalla De Agostini di Novara, interessante come un romanzo d'avventure.
Lorenzo Bianchi era penultimo di sei figli di una famiglia di Corteno Golgi in
provincia di Brescia. E uno dei ragazzi del '99 (il 1899!) e partecipa a tutta
la prima guerra mondiale sul Monte Grappa, sul Piave, a Vittorio Veneto.
Diventato sacerdote missionario del Pime, parte nel 1923 per il sud della Cina,
dove sta nascendo il partito comunista cinese con l'opera rivoluzionaria di Mao
Tse-tung fra i contadini. La vita di Lorenzo Bianchi è un'avventura
interessante: mentre vive tra i contadini più poveri, segue passo passo il
cammino dei comunisti cinesi, condividendone alcuni ideali ma anche condannando
i loro metodi di violenza e di odio. Dal 1923 al 1952, quando viene espulso
dalla Cina, Lorenzo Bianchi passa mesi e anni in prigione, è condannato a
morte, sfugge a briganti e militari sbandati, organizza la difesa di villaggi
promuovendo lo sviluppo e l'educazione dei poveri contadini cinesi.
Dopo quasi due anni di prigione, nel 1952 viene espulso a Hong Kong ed è
vescovo di questa grande metropoli cinese fino al 1969, quando rinunzia per
lasciare il posto a un vescovo cinese. È l'ultimo vescovo italiano di Hong Kong
e di tutta la Cina, la sua vita riassume bene la storia della Chiesa in Cina e
del popolo cinese nel nostro secolo. Come vescovo di Hong Kong accoglie
centinaia di migliaia di profughi dalla Cina, ai quali annunzia il Vangelo
interessandosi della loro condizione umana e dando loro casa, lavoro,
educazione, assistenza sanitaria. È ricordato per la sua grande bontà di cuore
e accoglienza verso tutti e poi per l'umiltà: ha saputo far lavorare, dare
fiducia, approvare tutto quanto di bello e di buono si faceva nella sua diocesi.
Ho conosciuto Lorenzo Bianchi a Hong Kong e per scriverne la biografia ho
viaggiato e interrogato molti che l'hanno avuto come compagno di fatiche e di
lavoro in Cina. Il giudizio è unanime: ha dato tutto se stesso per i cinesi che
amava come figli e fratelli, senza risparmiarsi mai. Da vero missionario, si è
incarnato nella vita di Cina, amando i cinesi con amore appassionato, tanto che
aveva assunto un aspetto fisico quasi da cinese. Basti dire questo: che
nonostante tutto quello che ha sofferto in Cina, battiture, torture, prigione,
'processi ingiusti, nessuno l'ha mai sentito lamentarsi o parlar male dei suoi
persecutori e del popolo cinese. Anzi, era sempre pronto a lodare le grandi
qualità umane dei cinesi ed era molto ottimista sul futuro della Cina.
Beh, amici, Lorenzo Bianchi di Hong Kong è un santo dei nostri tempi. Un uomo
come noi, ma illuminato e fortificato dall'amore e dalla grazia di Dio. Lo
ricordiamo con venerazione nella festa di Tutti i Santi, come ricordiamo tutte
le persone buone che abbiamo conosciuto. Anche noi vogliamo essere come loro, un
segno della presenza di Dio nel mondo.