Piero Gheddo
IL VANGELO DELLE 7.18 ![]()
Marcello
Candia, il manager della carità in Amazzonia
Oggi è la festa di Tutti i Santi. Conoscere un santo è vedere e toccare
con mano il Vangelo vissuto nella vita di tutti i giorni. Quando Dio vi fa la
grazia di conoscere una persona che vive in profondità e sincerità la vita
cristiana, voi capite la differenza che passa tra il Vangelo proclamato e
predicato, come facciamo spesso noi preti, e il Vangelo vissuto.
Ho avuto la grazia di conoscere a lungo e intimamente un « santo» del nostro
tempo: Marcello Candia, industriale milanese, figlio del fondatore di
un'industria chimica e lui stesso dirigente d'azienda, che a 49 anni ha venduto
tutte le sue proprietà ed è andato in Amazzonia brasiliana a vivere con i
poveri e i lebbrosi, costruendo con i suoi soldi 14 grandi opere di assistenza e
di educazione. È morto il 31 agosto 1983 a 67 anni. In lui la fede in Gesù
Cristo era diventata vita e imitazione del modello divino. La sua vita è stata
interamente donata agli altri e ha lasciato in tutti una profonda traccia di
vita spirituale e di carità fattiva. Amava definirsi «l'industriale della
carità»: ha avuto infatti una vita profondamente spirituale e unita a Dio e,
nello stesso tempo, tutta impegnata per aiutare il prossimo più povero.
Marcello Candia nasce a Pozzuoli (Napoli) nel 1916, figlio di genitori milanesi,
terzo di cinque fratelli e sorelle, primo maschio di famiglia. Viene educato per
dirigere l'azienda fondata dal padre, la Candia, che fabbrica ancor oggi
estintori d'incendio e altri prodotti chimici. Marcello si laurea tre volte, in
chimica, biologia e farmacologia; avrebbe voluto diventare anche medico per
realizzare il suo sogno di carità, ma deve interrompere gli studi a causa della
guerra, a cui partecipa come chimico nell'arsenale di Piacenza, guadagnandosi
anche una medaglia al valor militare.
Una delle sue frasi preferite era questa: « Chi ha molto ricevuto deve dare
molto». Ed egli ricordava l'educazione ricevuta in famiglia: il papà gli aveva
insegnato l'impegno nello studio e nel lavoro, l'onestà, il coraggio. La mamma,
che morì quando aveva 16 anni, l'aveva educato alla fede e alla carità verso i
poveri. Così Marcello ha quasi una doppia vita: da un lato manager industriale
intelligente, attivo e fortunato; dall'altro iniziatore e sostenitore di una
serie di opere di carità come il villaggio della madre e del fanciullo,
l'assistenza ai carcerati, l'invio di medicine e di aiuti alle missioni, la
fondazione di organismi di laicato missionario e di un «Collegio per gli
studenti d'oltremare»che gli aveva chiesto il cardinal Giovanni Battista
Montini, arcivescovo di Milano.
Intanto cresceva in lui il desiderio di donarsi totalmente a Dio e alle
missioni. Si mantiene libero, nonostante le molte occasioni di matrimonio, e nel
1965, a 49 anni, quando avrebbe potuto cominciare a pensare alla pensione, vende
la sua industria, sistema fratelli e sorelle, e parte con i missionari del Pime
per l'Amazzonia brasiliana dove costruisce un grande ospedale e varie altre
opere di assistenza sanitaria, vivendo poveramente e totalmente dedicato ai suoi
poveri.
Le sue 14 opere per i poveri del Brasile continuano mantenute dalla Fondazione
Marcello Candia [Corso Lodi, 47 - Milano - te!. (02) 5463789], il ricordo della
sua santità personale rimane vivo in tutti quelli che l'hanno conosciuto.
Racconterò nei prossimi giorni alcuni episodi della sua vita. Una volta un
giornalista che lo intervistava gli chiese qual era il segreto della sua
esistenza. Rispose: «Ho sempre pregato molto. Ho capito fin da ragazzo che è
Dio che fa tutto, noi siamo solo suoi strumenti. Tutto il mio lavoro ha profonde
radici in Dio».
Lavorava dalle 12 alle 14 ore al giorno, tutti i giorni. Non l'abbiamo mai visto
concedersi un giorno di vacanza vera e quando tornava a Milano e veniva da noi,
missionari del Pime, non l'abbiamo mai visto alla televisione: a lui
interessavano solo i poveri, le sue opere di carità, l'amore di Dio. Una vita
interamente donata. Una volta, a chi gli diceva che doveva riposarsi un po',
risponde: "lo penso che il modo migliore per rimanere giovani è di dire
sempre di sì al Signore, in tutto quello che Dio ti chiede e ti ispira. La
giovinezza è realizzare nella nostra vita il progetto di Dio».
Il culto dei
morti tiene la famiglia unita in Vietnam
Nei miei viaggi in Vietnam sono stato invitato parecchie volte a cena da
famiglie amiche, di religione buddhista o cattolica. Quando entrate in una casa
vietnamita, vi portano anzitutto davanti all'altare di famiglia, su cui sono
esposte le tavolette degli antenati. L'altare è, per le famiglie ricche, un
mobile finemente lavorato a volte imponente; per le più povere è un semplice
tavolino in un angolo della stanza di soggiorno. Le tavolette degli antenati
sono piccole tavole di legno laccato su cui sono scritti i nomi dei defunti, a
volte con le foto dei defunti stessi. Esse indicano la presenza dei defunti in
seno alla famiglia: per i vietnamiti i morti non sono scomparsi, ma vivono come
spiriti, quindi invisibili, ma egualmente vivi e attivi, partecipando alle
vicende familiari. La famiglia conserva le tavolette degli antenati fino alla
terza o quarta generazione, tutte allineate sull'altare; quelle delle
generazioni precedenti sono sepolte sotto l'altare e sotto la casa oppure al
tempio.
Ho parlato molte volte con amici vietnamiti di questa credenza molto viva, che
rappresenta la religione fondamentale del popolo vietnamita, su cui poi si
innestano le religioni storiche, buddhismo, confucianesimo, cristianesimo,
islam. Mi hanno detto: «I morti sono presenti fra noi e ci proteggono: essendo
esseri spirituali, possono vedere cose che noi non vediamo, agire sulla psiche
degli individui, togliere il malocchio e l'influsso degli spiriti cattivi. I
morti ci stanno vicini per aiutarci. Chiedono a noi di pregare per la loro pace
eterna e di esercitare la virtù della pietà filiale, che consiste
nell'onorarli e nell'imitare i loro buoni esempi, continuando le migliori
tradizioni della famiglia».
La fede nella sopravvivenza dei defunti esercita un grande e positivo influsso
sulla vita dei vietnamiti: il ricordo costante degli antenati, il timore di
offenderli, il desiderio di averli come protettori, sono sentimenti che regolano
il comportamento degli individui come delle famiglie. Anche per il malfattore
più incallito, mancare di rispetto ai propri morti è ritenuto il peccato più
grave che egli può commettere.
Invitato a cena da amici vietnamiti, prima di sederci a tavola si va all'altare
degli antenati, davanti al quale la famiglia si raduna almeno una volta al
giorno, alla sera: bruciano l'incenso ai morti, fanno prostrazioni rituali,
accendono candele, pregano e poi offrono ai defunti un po' del cibo preparato
per la nostra cena, nel caso che anche loro volessero gradire. Quando in
famiglia c'è un dissidio, ci si raduna davanti all'altare degli antenati e dopo
le cerimonie si discute come mettersi d'accordo, perché la divisione in
famiglia offende i defunti, li fa soffrire.
Forse, cari amici che mi ascoltate, noi pensiamo troppo poco ai nostri cari
defunti. Viviamo in un mondo secolarizzato, che ci fa perdere la dimensione
spirituale e trascendente della vita: i nostri cari defunti li piangiamo nel
momento e nei giorni della scomparsa, ma poi spesso li dimentichiamo. La festa
dei defunti che celebriamo oggi, 2 novembre, è l'occasione per ripensare ai
nostri cari morti, per ricordare gli esempi positivi della loro vita. Essi sono
nella pace di Dio, che è Padre e vuole la salvezza di tutti. Noi preghiamo
perché il Signore li accolga nella sua pace eterna.
lo ho fatto questa esperienza. Quand'ero più giovane, pur avendo perso papà e
mamma, la nonna e tante altre persone care, pensavo poco ai miei defunti. Poi,
dopo che sono stato in Vietnam, da una ventina d'anni ad oggi, ho cominciato a
pensare con sempre maggior intensità ai miei morti, a pregare per essi, a
chiedere il loro aiuto, la loro protezione, a ricordarmi i loro buoni esempi
perché siano di stimolo alla mia vita. Ebbene, debbo dire che tutto questo mi
ha fatto, mi fa del bene: li sento vicini, parlo con essi, mi chiedo a volte
come si sarebbe comportato mio padre o mia madre in certe situazioni e ne ricavo
sempre un buon pensiero. Se Gesù ha detto che « Dio non è il Dio dei morti,
ma dei vivi» (Matt. 22, 32), perché non dobbiamo abituarci al pensiero che i
nostri cari sono ancora vivi, ci sono vicini e ci aiutano?
Una
visita a Santa Laura, la città morta nel deserto salato del Cile
Nell'estate del 1972 sono andato in Cile: era l'ultimo anno del governo
socialista di Allende, pochi mesi dopo il generale Pinochet conquistava il
potere con un colpo di stato militare. Il Cile era tutto un ribollire di
scioperi, manifestazioni, attentati terroristici, scontri a fuoco di opposti
estremismi. Questo in città e villaggi del centro-sud, mentre nel grande nord
desertico il tempo sembrava essersi fermato. L'interesse di queste terre è solo
minerario. A Chuquicamata c'è la più grande miniera di rame a cielo aperto del
mondo, un enorme buco nella terra, largo cinque chilometri, lungo due e profondo
più di uno: basta scavare e tirar fuori il minerale quasi puro. Altre miniere
di ferro, molibdeno, carbone, manganese, punteggiano il deserto infuocato che
giunge fin sotto le Ande, i cui picchi innevati raggiungono i 6000 e più metri.
Una terra orrida e affascinante. Nel deserto non cresce nulla, neppure un filo
d'erba, poiché non piove mai e il terreno è composto in prevalenza di sale: si
chiama infatti salar o desierto salado. L'ho attraversato tutto in
auto fino al villaggio di San Pedro de Atacama, dove c'è l'unica sorgente
d'acqua.
Ho anche visitato la città fantasma di Santa Laura, fra Iquique e Arica, le due
città del nord, lungo la costa, ai confini con la Bolivia (anzi, nel secolo
scorso questa era terra boliviana). Santa Laura è nata alla fine dell'800 come
città mineraria ed è stata chiusa all'inizio degli anni trenta quando i costi
di estrazione del salnitro sono diventati proibitivi. Oggi è un monumento
storico, perfettamente conservato: infatti non piove mai, tutto si presenta come
se fosse stato abbandonato non da quarant'anni, ma il giorno prima.
Ecco la cittadina che aveva 10 000 abitanti, con case, strade, scuole, locali
pubblici, ristoranti, negozi, persino alcuni manifesti sui muri, ingialliti ma
perfettamente conservati. Ecco le miniere con i nastri trasportatori, le torri
con gli ascensori per la discesa nel ventre della terra, i carrelli di trasporto
del salnitro, le baracche dei minatori con i letti a castello e persino alcune
fotografie di familiari ancora attaccate alle pareti... gli uffici con tavoli e
sedie... tutto abbandonato e aperto e ben conservato. Sono entrato anche in una
delle due chiese: sedendo nei banchi sembrava che da un momento all'altro
cominciasse la celebrazione eucaristica. Ho visitato varie case private: che
tristezza!
Fa una certa impressione restare mezza giornata in una città. abbandonata da
quarant'anni e trovare tutto intatto come quando era piena di vita, di commerci,
di voci, di suoni, di movimento. Dove sono finiti i 10 000 uomini e donne che
vivevano a Santa Laura nel 1930, l'anno dopo che nascevo io? Forse più della
metà sono morti, gli altri dispersi ai quattro venti. Tutta la vita intensa di
una città non esiste più. Cancellata come un sogno.
Mi viene in mente il Salmo 90 che dice: «La nostra vita dura settant'anni,
ottanta se tutto va bene; tutto il nostro agitarci è fatica e dolore, la vita
passa presto, ancora un poco e non saremo più qui tra i viventi». Il Salmo
continua dicendo: « Facci capire, o Signore, che abbiamo i giorni contati,
allora troveremo la vera saggezza del cuore» (Sal. 90, l0, 12).
Il pensiero della morte non è, cari amici, un pensiero di tristezza. Per chi
non ha fede, la morte è un mistero, una tragedia, un pensiero fastidioso a cui
si cerca di pensare il meno possibile. Per chi ha fede, la morte è l'incontro
dell'anima con Dio, il Padre nostro che sta nei cieli, che ci ha creati per Lui,
per vivere eternamente felici con Lui.
Ieri, 2 novembre, abbiamo celebrato la festa dei morti e ricordato i nostri cari
defunti, pregando per loro; ma soprattutto abbiamo detto loro: « Aspettateci,
anche noi verremo, prima o poi, dalla vostra parte. Anche voi pregate per noi».
I nostri cari defunti ci siano vicini in questi giorni e ci aiutino a maturare
questi pensieri nella nostra esistenza.
Fra le tribù
guerriere della Papua Nuova Guinea
La Papua Nuova Guinea è stata definita « il paradiso degli etnologi e dei
linguisti». Basti pensare a questo dato: in tutto il mondo ci sono oggi circa
3000 lingue catalogate come viventi, di cui poco meno di un migliaio parlate
nella grande isola di Nuova Guinea, a nord dell'Australia. E si tratta di vere
lingue, non dialetti!
La Papua Nuova Guinea è uno dei paesi più sconosciuti del globo, con popoli
che vivono ancora in parte nella preistoria e vasti territori forestali
praticamente inesplorati. Ci sono stato nel 1980. Fra Goroka e Mount Hagen,
mentre percorriamo in jeep l'unica strada asfaltata degli altopiani centrali,
fra alti monti e rigogliose foreste, improvvisamente dobbiamo fermarci: duecento
metri davanti a noi un assembramento di uomini in tenuta di danza, con le alte
piume dell'uccello del paradiso sul capo, scudi e lance, corpi quasi nudi, volti
deturpati da righe di vari colori, ossa di animali al naso, conchiglie al
collo...
Francesco Sarego, il missionario veronese del Divin Verbo che mi accompagna,
ferma la macchina sul ciglio della strada, osserva attentamente a rispettosa
distanza, poi dice: « Mi pare che si possa passare. Tu non dire nulla, alza e
agita le mani in segno di saluto. Questi non scherzano, se ti scagliano addosso
una freccia, per te è finita. E basta poco per insospettirli o indispettirli
».
Stiamo attraversando una regione non ancora esplorata. La lunghissima strada
degli altopiani corre in regioni che le mappe dell'Istituto geografico
australiano, fatte su rilevamento aereo, ogni tanto indicano con larghe chiazze
bianche in cui sta scritto: «Quando abbiamo volato su questa regione il tempo
era nuvoloso ». Nessuno è mai andato a vedere cosa c'è sotto le nubi!
Scendiamo dall'auto e andiamo verso il gruppo con le braccia alzate, sventolanti
in segno di saluto. Ridiamo, convinti di fare bene. Ogni tanto Francesco lancia
urla altissime, quasi un saluto, chissà come verranno interpretate: «Uuuuuh,
uuuuh, uuuuh! » La sua voce è potente e ben modulata. Dall'altra parte
rispondono più voci sullo stesso tono: «Uuuuuh, uuuuh, uuuuuh!» Forse hanno
capito che siamo amici e rispondono al saluto, ma mi sento un brivido correre
lungo la schiena. Fra un urlo e l'altro Francesco tira il fiato e sorride
rassicurante: «Non hanno intenzioni cattive», dice. Già, e se le avessero?
Beh, se sono qui a raccontarvi questa avventura è perché non le avevano! Ma
sono primitivi davvero. Se non siamo i primi uomini bianchi che vedono, ci manca
poco. Ci accolgono in un'atmosfera festosa, eccitata e dopo i primi gesti di
sospetto nei nostri confronti (siamo osservati, toccati, annusati come animali
rari), vediamo facce distese e gesti di amicizia. Siamo poi rimasti più di due
ore in loro compagnia, hanno fatto per noi la danza della cerimonia di caccia,
ho potuto anche scattare buone fotografie.
Questa piccola avventura in Papua Nuova Guinea la racconto per dire che non
bisogna mai aver paura nei confronti dell'uomo diverso, di chi non ha la nostra
lingua, i nostri costumi, il nostro tipo di civiltà tecnicamente evoluta. Gli
uomini, davvero, sono tutti fratelli e anche se all'apparenza sembrano tanto
diversi, i sentimenti di fondo dell'animo umano sono eguali sotto tutti i cieli
e a tutte le latitudini. Ne ho incontrati tanti, in situazioni molto simili a
quella appena descritta, ma ho capito una grande verità: se voi trattate bene
gli altri, gli altri trattano bene voi.
Il razzismo nasce dalla paura del diverso, è in fondo un sentimento di chiusura
e di egoismo, nel sentirsi migliori di altri. Oggi il mondo diventa sempre più
piccolo e non c'è bisogno di andare in Papua Nuova Guinea per incontrare uomini
e popoli diversi da noi, culture diverse, lingue diverse.
Il comandamento di Gesù vale anche oggi: «Ama il prossimo tuo come te stesso»
(Giac. 2, 8).
Una bambina
nel lebbrosario di Aleixo (Manaus, Amazzonia)
La prima volta che ho incontrato dei lebbrosi, ad H yderabad in India, avevo
paura di stringere loro la mano, di bere nel bicchiere che mi porgevano. Poi mi
sono abituato a considerarli fratelli e sorelle sfortunati, uomini e donne in
tutto eguali a me, ma colpiti da una malattia che li rende deformi e
discriminati nella società umana.
Nel mondo vi sono circa 20 milioni di lebbrosi, di cui solo un terzo, più o
meno, sette-otto milioni, sono curati: gli altri non ricevono cure adeguate per
mancanza di medici e infermiere, medicine e centri mobili di assistenza. La
lebbra è la malattia dei poveri, in un mondo che privilegia i ricchi. Non si è
ancora trovato il vaccino contro la lebbra, che permetterebbe di sconfiggerla,
solo perché è la malattia dei poveri; i ricchi, ben nutriti, con una buona
igiene personale, difficilmente ne vengono colpiti. Il dottor George Thumma, che
ho incontrato nel lebbrosario cattolico di Bangalore, mi dice: « Si fanno pochi
studi sulla lebbra per mancanza di finanziamenti. Hanno calcolato che per
trovare il vaccino ci vorrebbero cinque o sei miliardi di dollari. Ma chi spende
questa somma enorme per i malati di lebbra che sono quasi tutti poveri diavoli?
Nel nostro stesso paese, che ha dai sei ai sette milioni di lebbrosi, lo stato e
la finanza privata non dedicano grandi somme a questo scopo. Infatti i lebbrosi
appartengono quasi solo alle fasce più povere e discriminate della società
indiana».
La lebbra non è però la malattia più grave che colpisce l'umanità: nel mondo
ci sono 70 milioni dì sordi, 15 milioni di ciechi, 15 di paralitici, 12 di
epilettici, 150 milioni di handicappati motori. Ogni anno ci sono nel mondo
circa 110000 persone che diventano permanentemente invalide per incidenti.
Perché, cari amici, questa mattina vi do queste brutte notizie? Perché non
sono «brutte notizie», ma semplicemente la realtà del mondo in cui viviamo
che deve provocarci, attirare la nostra attenzione, la nostra collaborazione.
Non possiamo pensare: « lo sto bene, ai malati ci pensi lo stato! » Certo, lo
stato ci deve pensare, ma il malato, l'handicappato non ha solo bisogno di cure,
di assistenza tecnica, necessita anche di comprensione, di compassione (cioè di
patire-con), di sentimenti fraterni che lo facciano sentire come gli
altri.
Quando Gesù racconta la parabola del buon Samaritano, che andava da Gerusalemme
a Gerico e s'imbatte in un uomo spogliato e ferito dai briganti, la prima cosa
che dice non è che quel samaritano prestò le sue cure al ferito. Ma dice:
«Passandogli vicino, lo vide e si mosse a compassione di lui» (Luc. 10, 33).
Gesù dice ancora: «I poveri li avrete sempre con voi» (Matt. 26, 11): anche
la più perfetta organizzazione statale, assistenziale, medica, non potrà mai
bastare a togliere i poveri dalla nostra vita, a liberarci dalla presenza di
tanta gente scomoda.
Gesù dice anche che saremo giudicati sulla carità: « Avevo fame e mi avete
dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero nudo e mi avete
vestito, carcerato e mi avete visitato, sono stato forestiero e mi avete
accolto, malato e mi avete visitato» (Matt. 25,3536). La vita cristiana è
amare Dio sopra tutto e tutti e il prossimo come noi stessi. Tutto il prossimo,
anche il più lontano, il più povero, il più ributtante.
Anni fa sono andato a visitare il lebbrosario di Aleixo in Amazzonia brasiliana,
presso la città di Manaus, la regina del Rio delle Amazzoni. Una bambinetta di
circa quattro anni, figlia di lebbrosi e anche lei rinchiusa nel lebbrosario
(oggi la situazione in Brasile è molto cambiata, in meglio), mi si è attaccata
alla veste (allora portavo ancora la veste bianca) quando ho visitato il reparto
dei bambini e non mi ha più abbandonato per tutta la lunga visita attraverso i
vari reparti. lo le ho dato una caramella, ogni tanto le facevo una carezza,
l'ho tenuta un po' sulle ginocchia bevendo il caffé. Dopo due ore, mentre stavo
uscendo dal lebbrosario, la bambina ha cominciato a piangere e ad attaccarsi
ancor più alle mie gambe. Farfugliava qualcosa. Chiedo alla suora cosa dice. Mi
risponde: « Portami via con te! » Beh, quella bambina la ricordo come il
simbolo, la sintesi di tutte le sofferenze e le emarginazioni del mondo. La sua
invocazione è rivolta a tutti noi.
Quella volta sotto
un bombardamento in Vietnam...
Quasi trent'anni fa, nel luglio 1959, viaggiavo in aereo da Londra a Milano;
un piccolo Douglas con una trentina di posti, carico di turisti italiani. Sopra
le Alpi, nel primo pomeriggio, veniamo a trovarci in una tempesta: pioggia
torrenziale, tuoni, lampi, vuoti d'aria, l'aereo tremava tutto e saltellava.
Legati ai sedili, eravamo terrorizzati. Forse perché l'aereo era piccolo o
forse perché erano i primi voli popolari, per cui quasi nessuno aveva ancora
fatto esperienze simili. A me, inseguito, è capitato di peggio.
Ma quella volta ero spaventato anch'io, tanto più che parecchi gridavano,
diverse donne piangevano... La hostess dell'aereo continuava a dire: «Il
comandante dice di stare calmi che non c'è alcun pericolo. Per favore, non
gridate, rimanete seduti in silenzio...»
Parole inutili. La paura, il terrore si erano impadroniti di quelle trenta
persone, ci aspettavamo da un momento all'altro di finire contro una montagna o
che l'aereo venisse spacçato in due da un fulmine o da uno scossone più
violento degli altri.
Io pregavo e pensavo: « Mi spiacerebbe morire in questo modo, a trent'anni di
età...» Poi mi rivolgo alla hostess che è proprio davanti a me e le dico di
darmi il microfono. Mi guarda stupita, ma quando affermo che voglio far pregare
i passeggeri si convince.
Dico al microfono: «Scusatemi, sono un sacerdote missionario, ho anch'io paura
come voi e forse più di voi. Il comandante ci assicura che l'aereo è sicuro,
ma forse ci dà maggior sicurezza pensare che siamo tutti nelle mani di Dio. Per
cui penso che in questo difficile momento è meglio che chi vuole si metta a
pregare con me. E gli altri, per favore, facciano silenzio ».
Ho incominciato a recitare il Padre Nostro, poi l'Ave Maria, e in un momento la
paura è passata: o almeno, nessuno più ha gridato. Sono passati ancora dieci
minuti di sballottamenti e vuoti d'aria, ma infine siamo usciti indenni dal!'
occhio del ciclone.
Diverse persone sono poi venute a ringraziarmi e il comandante stesso dell'aereo
mi ha detto che anche lui aveva bisogno di una parola di fede e di sentirsi
sicuro nelle mani di Dio.
In seguito ho ripensato a quella esperienza: perché mi sono lasciato prendere
dalla paura? La paura è un sentimento più che naturale, in chi si trova
davanti a un grave pericolo, a una minaccia che non sa come scongiurare. Paura
anche del futuro, di una difficile situazione, di una disgrazia, del mistero che
ci circonda…
Ho promesso a me stesso che ogni volta che insorge in me un senso di angoscia,
di preoccupazione, di tensione, di paura, di pessimismo per quanto debbo
affrontare: ebbene, appena sento di essere dominato da questi sentimenti, allora
prego. Mi affido a D,io, mi getto nelle braccia di Dio e dico: «Signore,
pensaci tu!»
Quante volte il pensiero della paura provata su quel piccolo aereo in volo sulle
Alpi mi è stato utile per superare stati di tensione e anche di terrore, per
ritrovare la calma! Specie in varie situazioni di guerra che ho vissuto, in
Vietnam, in Cambogia, in Etiopia, Eritrea, Uganda, Ciad, Angola, Zimbabwe,
Nicaragua, Salvador... Di guerre e guerriglie ne ho vissute tante e ho visto che
quando si è interiormente calmi si superano più facilmente i pericoli. Una
volta in Vietnam, una bomba ci è scoppiata vicino, buttandoci a terra e
facendoci fischiare grosse schegge tutto intorno (una l'ho anche portata a casa
e la tengo sempre sul mio tavolo). Il missionario francese che era con me, il
padre Arnould, dopo mi dice: «Come mai non sembri spaventato e sei rimasto
calmo in tutto questo bombardamento?» «Beh», ho risposto, «non pensavo alle
bombe, ma pregavo e pensavo che solo Dio ci poteva salvare ».
Cari amici, anche se l'Italia è in pace, credo che siamo tutti sottoposti a
tensioni, pericoli, paure. Ricordiamo cosa ha detto Gesù: «Due passeri non si
vendono forse per un soldo? Eppure non uno di essi cade a terra se Dio vostro
Padre non vuole. Quanto a voi, Dio conosce anche il numero dei vostri capelli.
Perciò non abbiate paura: voi valete più di molti passeri» (Matt. 10, 29-30).
Una notte nel
mare in tempesta fra Bombay e Goa (India)
Quand'ero giovane mi piaceva molto andare in montagna. Ho due fratelli che
sono discreti alpinisti, qualcosa l'ho imparato anch'io, qualche vetta delle
Alpi l'ho scalata. Il più bel ricordo delle arrampicate estive è legato alla
notte che ho passato alla Capanna Regina Margherita, quasi sulla cima del Monte
Rosa, a più di 4000 metri. Eravamo giunti al pomeriggio avanzato dalla Capanna
Gnifetti, mentre il sole stava tramontando. Poi la notte silenziosa dell'alta
montagna quando non c'è vento, con un cielo stellato tanto vicino da poterlo
quasi toccare con le mani.
Al mattino prestissimo, la levata del sole è stata gloriosa, indimenticabile.
Il disco solare sorgeva tra le brume mattutine, diradando le tenebre,
sollevandosi a poco a poco come mosso da una forza misteriosa e possente: ecco
che illumina la punta Dufour, il Liskamm, il Cervino, il Bianco in lontananza;
poi le cime più basse e la pianura padana che sta risvegliandosi dal sonno.
Lontano, oltre gli Appennini, luccica il Mar Ligure. Pareva di essere sospesi
tra cielo e terra, innalzati in un'atmosfera irreale, pulita, quasi da un
balcone affacciato sull'universo. In circostanze come questa la preghiera di
lode al Signore, creatore e signore del mondo, mi viene spontanea, come quel
mattino in cui, dalla casa dei missionari del Pime a Darjeeling in India, ancora
immersa nell'oscurità totale, ho visto il sole sorgere e sfolgorare
sull'imponente massiccio del Kanchenjunga (più di 8000 metri!)
Ti ringrazio, Signore, che mi hai risvegliato questa mattina.
Ti ringrazio perché mi dai ancora la gioia di vedere il sole che sorge e una
giornata di tempo da spendere.
Ti ringrazio, perché mi fai vivere in sintonia con il respiro del mondo,
perché hai creato per me il sole, la luna, le stelle, le montagne, il mare, la
pianura, i fiumi.
Sono immerso in Te, o Signore, vivo in Te, Tu mi dai la vita, Tu mi sostieni e
mi proteggi in ogni momento. Fa che non lo dimentichi mai: se Tu mi abbandonassi
un solo istante, io cadrei nel nulla.
Che bello, amici, lodare il Signore appena ci svegliamo al mattino. Il nostro
primo pensiero deve essere per Dio, per ringraziarlo di essere vivi e per tutto
quello che ci dà. La lode del Signore apre il nostro cuore alla contemplazione
della natura, all'amore del prossimo, alla gioia della vita, alla speranza del
futuro. Dimentichiamo per un momento i nostri piccoli e grandi problemi, per
lodare il Signore. A volte preghiamo solo per chiedere qualcosa a Dio. Ma Gesù
dice: «Il vostro Padre celeste sa quello di cui avete bisogno, prima ancora che
voi lo chiediate» (Matt. 6, 8). Allora, che senso ha la preghiera? Il primo
significato è quello della lode, del ringraziamento: la creatura che si sente
piccola davanti al mistero di Dio, manifestato anche nella bellezza e
grandiosità della natura, e sente il bisogno di ringraziarlo per tutto quello
che ci dà, anche quando lo offendiamo, anche quando ci dimentichiamo di Lui.
Una volta, ho trascorso tutta la notte su un vecchio e sgangherato battello che
andava da Bombay a Goa, stracarico di gente, come sono tutti i mezzi di
trasporto in India: nelle cabine, nei dormitori, lungo i corridoi, non c'era un
posto libero per distendersi e cercare di dormire. Mi sono trovato un posto sul
ponte più alto, a fianco della cabina del comandante. Là ho passato la notte,
più pregando che dormendo, anche perché il traghetto dondolava parecchio e
stando in alto si era continuamente sballottati qua e là dalla furia delle
onde. Il cielo stellato, l'acqua nera che si alzava minacciosa come una
muraglia, il nostro piccolo e fragile guscio quasi disperso nell'oceano, tutto
mi faceva sentire piccolo, impotente, in braccio a forze più grandi di me,
immerso nel buio. Se quella barcaccia fosse andata a fondo, nessuno si sarebbe
salvato.
Come non pregare in quelle circostanze? lo dicevo: Ti ringrazio Signore, perché
mi mantieni in vita. Ti ringrazio che guidi questo vecchio catenaccio attraverso
i flutti tempestosi al porto sospirato. Ti ringrazio che proteggi questi tuoi
figli e stendi su di noi la Tua mano paterna e potente.
Ricordatevi: il primo pensiero al mattino e l'ultimo alla sera sia per il
Signore. La nostra vita è nelle sue mani.
Alle radici dell'apartheid in
Sud Africa
Sono stato due volte in Sud Africa, l'ultima volta pochi anni fa, quando già
era iniziato, da parte del governo, un certo movimento di graduale riformismo
delle strutture dell'apartheid, la separazione delle razze per legge, ereditata
dalla storia e dalla cultura dominante dei bianchi. Non sono tra quelli che
demonizzano i bianchi sudafricani, anzi mi sono sforzato di capirli: l'apartheid
è frutto della storia e cultura dei boeri, che dovevano difendersi dai
colonizzatori inglesi da un lato e dalle tribù guerriere africane dall'altro.
Forse noi, alloro posto, avremmo fatto altrettanto. Di più, avendo visitato
tutta l'Africa, credo di poter dire che il Sud Africa è l'unico paese moderno,
evoluto, con una solida economia in crescita, che rappresenta, quando sarà
abolito il razzismo di stato, la miglior speranza per tutto il continente
africano. Dobbiamo aiutare il Sud Africa a evolversi in senso democratico,
aiutare i bianchi a togliersi di dosso la paura dei neri: non quindi le sanzioni
economiche o il boicottaggio del Sud Africa, che esasperano i contrasti, ma la
collaborazione in tutti i campi, unita alla ferma condanna del sistema di
apartheid, che comunque sta evolvendo.
A Soweto ho avuto una lunga intervista con un pastore luterano nero, il
reverendo Nelson Seloane, decano,della Evangelical Lutheran Church, la Chiesa
Luterana di origine tedesca, che condanna anch'essa l'apartheid. Incontro
commovente con un esponente moderato dei neri, e sono la stragrande maggioranza,
che non pretendono tutto e subito, ma vogliono almeno essere trattati come
persone, stabilire un dialogo, entrare in comunicazione fraterna con i bianchi.
Seloane mi ripete una frase famosa in Sud Africa, del romanziere Alain Paton:
«Non vorrei che quando i bianchi avranno imparato a rispettare e amare noi
neri, i nostri giovani avranno imparato a odiare ». La corsa è contro il
tempo, per un cambiamento pacifico, non violento o una rivolta violenta.
«Dicono che i cambiamenti ci sono», dice Seloane, «ma ancora non si vedono in
quello che più importa, l'atteggiamento dei bianchi, che dovrebbe essere di
rispetto e invece continua spesso a essere di violenza psicologica. Se vado in
banca, mi sento chiamare ho} da un giovane impiegato bianco che potrebbe
essere mio figlio, io che ho 5 7 anni. Ma lui è bianco e io sono nero. Se ci
fossero dei bianchi che lo correggono, mi andrebbe bene. Invece tutto va avanti
come prima e quel giovane bianco, come tantissimi altri, si rivolge a me, nero,
come a uno che non sa nulla, non capisce nulla, non conta nulla».
«Nella Chiesa Luterana», continua Seloane, «io sono un'autorità e ho un
giovane assistente bianco. Ma quando vado negli uffici governativi debbo farmi
accompagnare dal mio assistente bianco se voglio essere ascoltato. Vado a nome
della Chiesa Luterana, una delle più antiche in Sud Africa: io sono l'autorità
della Chiesa, ma mi ricevono perché c'è lui che è bianco, lui parla per me,
perché se parlassi io sarei considerato un nulla. E questo avviene perché lui
ha più esperienza di me, ha più cultura? No, solo perché lui è bianco e io
nero.
«Se i bianchi accettassero il dialogo, sarebbe diverso. Noi siamo gente
moderata e di buon senso, capiamo benissimo che una situazione storica non si
può cancellare da un momento all'altro. Vogliamo solo discutere, essere
considerati persone come i bianchi, avere libertà di parola. Invece la
mentalità profonda dei bianchi è educata al razzismo, al senso di superiorità
razziale del bianco rispetto al nero e non si vede per il momento un'educazione
contraria da parte del governo, che incominci nelle scuole, alla radio, alla
televisione, sui giornali. Non c'è nulla. Le racconto un fatto capitato a me.
C'è stato un incidente d'auto poco lontano da casa mia. Nell'auto fracassata da
un pullman c'erano un uomo e una donna bianchi svenuti. Ho aiutato anch'io a
tirarli fuori e li abbiamo adagiati su due tappeti a fianco della strada. Quando
è arrivata la polizia, un poliziotto bianco mi ha detto brutalmente: "Tu
negro vattene e pensa ai fatti tuoi". Me ne sono andato triste: non è
nemmeno più possibile fare un gesto di carità in situazione di emergenza... »
Noi parliamo del razzismo in Sud Africa: ma qual è il nostro atteggiamento
verso i lavoratori del terzo mondo che sono in Italia? Non siamo un po' razzisti
anche noi italiani?
Marituba:
da « anticamera dell' inferno» a «villaggio della pace»
Questa mattina vi parlo ancora di Marcello Candia, l'industriale milanese che
vendette tutte le sue proprietà e andò a vivere gli ultimi vent'anni fra i
lebbrosi e i poveri dell'Amazzonia, spendendo per essi tutte le sue sostanze e
energie. Il più importante settimanale illustrato del Brasile, «O Manchete»,
lo definì nel 1975 <d'uomo più buono del Brasile», ma egli non amava
queste esaltazioni della sua persona. Quando qualcuno gli faceva un complimento
per quanto aveva realizzato in Amazzonia, subito diceva: «Ma lei non sa cosa
fanno i missionari e le suore... Quelli sì che sono eroi per davvero... »
L'ho conosciuto per circa trent'anni. Aveva una profonda vita spirituale, di
preghiera. Se aveva del tempo libero, lo dedicava alla preghiera, da cui traeva
la forza psicologica e spirituale di essere sempre gioioso, sempre ottimista,
mai pessimista anche nelle situazioni più difficili. Ho avuto la fortuna di
doverne scrivere la biografia, dopo la morte: e ho interrogato qualche centinaio
di testimoni. Nessuno ricorda di averlo mai visto scoraggiato, né di aver mai
sentito da lui parole di critica verso altre persone. La sua fiducia in Dio lo
rendeva sempre gioioso.
Veniva a Milano tutti gli anni per due-tre mesi in prossimità del Natale, per
chiedere aiuti: i suoi soldi li aveva spesi tutti e aveva iniziato varie opere
di carità (lebbrosari, scuola per infermiere, un piccolo Cottolengo, assistenza
sociale in una favela di Rio de Janeiro, ecc. ). Una volta ci chiede di pregare
perché il giorno dopo doveva andare a visitare un industriale di attrezzature
sanitarie per comperare gli strumenti necessari alla camera operatoria
dell'ospedale che stava costruendo a Macapà, capitale del territorio amazzonico
dell'Amapa, alle foci del Rio delle Amazzoni. Poi aveva fatto varie telefonate a
conventi di clausura di Milano, che lui aiutava, per chiedere una preghiera.
Diceva che non poteva spendere per comperare quella camera operatoria; sperava
che gliel'avrebbero regalata.
Torna tardi alla sera di quel giorno. Era a cena da noi missionari del Pime.
Mentre lo accompagno in ascensore gli chiedo com'è andata. «Bene», mi dice,
«adesso vado in cappella a ringraziare il Signore». Dopo un quarto d'ora
arriva in sala da pranzo e mentre comincia a mangiare gli siamo tutti attorno a
chiedergli com'è andata, se gli hanno regalato la camera operatoria.
«No», dice, «ho dovuto pagarla interamente. Non m'ha nemmeno fatto lo sconto
». Allora io dico: «Ma come, mi avevi detto che era andata bene ». «Sì »,
riprende Marcello, «perché se il Signore mi ha chiuso una strada, me ne
aprirà un'altra». E non disse più una sola parola sull'argomento, nemmeno per
lamentarsi o criticare quell'industriale che non l'aveva accontentato.
Non è che fosse un uomo senza difetti, anzi era un carattere difficile, forte,
imperioso. La santità non significa impeccabilità, ma donazione totale della
vita a Dio e al prossimo: santità significa combattere il proprio egoismo ed
essere disponibili alle necessità del prossimo, specie il più lontano e
ripugnante.
Nel 1966, l'anno dopo che era arrivato in Amazzonia, Marcello Candia andò a
visitare illebbrosario di Marituba, vicino alla città di Belem: un villaggio
cintato e protetto dalla polizia, in cui vivevano un migliaio di lebbrosi, che
non potevano uscirne. Allora era chiamato <d'anticamera dell'inferno». Lo
visitai anch'io nel 1966 e rimasi stomacato dalla sporcizia, abbandono,
isolamento dei lebbrosi. Marcello Candia, mentre costruiva l'ospedale e altre
opere, andò a abitare a Marituba, vi portò alcune suore infermiere, vi
costruì il «Centro sociale Città di Milano », portò ai lebbrosi attrezzi di
lavoro, di artigianato. Più tardi andò a sostituirlo un vescovo missionario,
monsignor Aristide Pirovano del Pime, che ancora vive là tra i lebbrosi.
Sono tornato a Marituba nel 1979, 13 anni dopo: oggi la gente e i lebbrosi non
chiamano più Marituba <d'anticamera dell'inferno», ma «il villaggio della
pace ». È andato a vederlo anche Giovanni Paolo II nel suo viaggio in Brasile
(8 luglio 1980), che baciò Candia dicendo gli: «Ho sentito tanto parlare di
lei». Il bacio del Papa come sigillo di una vita spesa per il prossimo.
Nelle carceri di San Vittore a
Milano
Nella mia vita di sacerdote e missionario ho fatto anche l'esperienza di
servire per alcuni anni come cappellano nelle carceri milanesi di San Vittore, a
quel tempo con circa 1700 carcerati, di cui 300 donne. Il cappellano titolare
era monsignor Cesare Curioni: io uno dei suoi due aiutanti. I carcerati hanno
molto tempo a disposizione e parlano volentieri col sacerdote, per avere una
parola di conforto e perché la condizione di prigionieri in cui vivono li
invita alla riflessione, a interessarsi dei temi supremi della vita, forse anche
a pentirsi di quanto di grave eventualmente hanno commesso.
Per me quegli anni sono stati veramente educativi, mi hanno spalancato le porte
di un mondo e di situazioni umane che assolutamente non solo non conoscevo, ma
nemmeno immaginavo. Per cui ringrazio sempre il Signore di avermi dato quella
èducazione profonda alla vita, alla conoscenza dell'uomo e dei problemi
dell'uomo. Ho capito soprattutto una cosa: quanto è vero e sublime
l'ammonimento di Gesù: «Non giudicate e non sarete giudicati, perdonate e
sarete perdonati» (Matt. 7, 1; Luc. 6,37). Spesso, uscendo dal carcere dopo ore
di conversazione con amici carcerati, mi dicevo: «Chissà, se io fossi stato
nelle loro condizioni, come mi sarei comportato! lo ho ricevuto moltissimo dalla
vita, due santi genitori, una famiglia unita, il dono della fede e una profonda
educazione cristiana. Quanti hanno ricevuto meno di me...»
Ricordo che ho seguito per circa due anni un giovane romano di 23-24 anni. Era
stato arrestato la prima volta a 17 anni ed era finito nel carcere minorile per
tre mesi, poi era tornato in carcere altre tre volte, sempre per brevi periodi.
Mi sono fatto raccontare la sua vita, a varie riprese, eravamo diventati amici.
Una vita durissima, che spiegava anche, almeno in parte, lo sbocco a cui quel
povero ragazzo era arrivato. A volte mi diceva: «Padre, cosa posso fare io
nella vita, se sono stato educato solo a rubare? Mio padre è in carcere da
molti anni, mia madre non l'ho nemmeno conosciuta, fin da ragazzo sono stato
allevato da un fratello di mio padre che mi ha insegnato a compiere piccoli e
grandi furti, approfittando della mia agilità di bambino. E possibile che io
riesca a essere qualcosa di diverso? Quando uscirò dalla prigione, anche se
volessi trovare un lavoro onesto, tutti mi segneranno a dito e, come mi è già
capitato, mi licenzieranno appena sapranno che sono stato arrestato e condannato
per furti...»
Spero che questo giovane si sia messo sulla retta via. Stando in carcere per tre
anni, aveva preso il diploma di scuola media e poi si era impratichito di
meccanica nei laboratori di San Vittore e nella scuola per carcerati di Pavia.
lo l'ho seguito per un po' quando è uscito, poi non ho sentito più nulla di
lui. Posso assicurargli, se per caso in questo momento mi sente (si chiama
Roberto), che ogni giorno prego per lui, come per tanti altri che dalla vita
hanno avuto così poco.
La storia di questo giovane mi richiama alla mente un'altra parola di Gesù: «I
poveri li avrete sempre con voi» (Matt. 26, 11). I poveri non sono solo quelli
che non hanno soldi, ma anche quelli che non hanno ricevuto un'educazione, una
famiglia unita, un avviamento onesto alla vita: sono anche quelli che cadono,
che sbagliano, che finiscono in carcere, colpevoli o, come anche succede, non
colpevoli ma giudicati tali dagli uomini.
I casi umani sono infiniti, cari amici. Noi dobbiamo sentire nella nostra vita
il peso di tutte queste storture: siamo anche noi chiamati in causa, possiamo
fare qualcosa per aiutare i nostri fratelli. Quanto abbiamo ricevuto dalla vita
(intelligenza, cuqre, educazione, posizione sociale, fede, finanze) non
è nostro, ma ci è dato per spenderlo per gli altri. Saremo giudicati sulla
carità, specie verso i poveri, gli ultimi. «Ero carcerato e siete venuti a
visitarmi », dice Gesù. Di coloro che sono in carcere, anche se fosse per
colpa loro, anch'io mi debbo sentire fratello e voler loro bene.