Piero Gheddo
 IL VANGELO DELLE 7 e 18 (sommario)  IL VANGELO DELLE 7.18
  CONTINUA

Raccolta dei testi trasmessi alla radio nel 1988 
per la rubrica "Parole di Vita"


Kushpur, villaggio cristiano nel mare dell' Islam in Pakistan
L'India ci insegna la dimensione contemplativa della vita
Perché i poveri aumentano di numero e i
ricchi diminuiscono?
Ricordo di mio padre Giovanni, uomo buono
In Ciad, paese povero dell'Africa, studiare è un privilegio
Molti bambini nel campo profughi di Harare in Zimbabwe
In visita ai monasteri di clausura: un cuore grande come il mondo
Se non diventerete come bambini...
Natale di guerra a Dak-To in Vietnam
Natale in Guinea-Bissau: una caramella divisa in due

 


  Kushpur, villaggio cristiano nel mare dell' Islam in Pakistan

Ho parlato ieri della condizione in cui vive la donna in Pakistan e in genere nei paesi islamici. Voglio ora raccontare la storia di Kushpur, villaggio cristiano con circa 6000 abitanti fondato da un missionario cappuccino belga all'inizio del nostro secolo. Siamo nel cuore del Pakistan, nella pianura del Punjab attraversata dal fiume Indo e dai suoi affluenti, una campagna ben irrigata, con campi modernamente coltivati. Qui all'inizio del secolo c'erano solo foreste. Quando i missionari cappuccini e domenicani convertirono i primi villaggi e famiglie, dovettero portarli fuori dall'ambiente islamico e fondarono questo villaggio disboscando le foreste e ricavandone campi. Oggi Kushpur (che nella lingua del Punjab significa «Il villaggio della felicità») è l'unico paese cristiano nel mare dell'Islam.
Avendo visitato numerosi villaggi musulmani nella stessa regione del Punjab, la differenza si vede subito: la pulizia delle case e delle strade; la libertà con cui le donne si fermano a parlare e si lasciano persino fotografare (altrove questo è considerato quasi un crimine); la vivacità dei ragazzi e delle ragazze a scuola, nel gioco, nella vita del paese; l'unità delle famiglie che ha permesso la fondazione di gruppi cooperativistici per lo scavo di pozzi, la canalizzazione dell'acqua, la commercializzazione dei prodotti della terra.
Parlo con la signora Maddalena Keshwan, una mamma di cinque figli (di cui uno sacerdote), che presiede l'Associazione Santa Caterina da Siena delle donne di Kushpur.
«Nei villaggi musulmani», mi dice, «ci sono tante divisioni, fazioni, clan familiari, invidie e lotte per dominare. Qui a Kushpur viviamo in buona armonia. Ma il segno più evidente dell'influsso cristiano è che noi donne abbiamo una nostra personalità e libertà, siamo riconosciute come persone, possiamo parlare, organizzarci e contare qualcosa nella vita del villaggio. La nostra Associazione ha unito le donne, ha raccolto aiuti e abbiamo realizzato varie opere pubbliche, come il deposito d'acqua per tutto il villaggio, un centro di cucito e la scuola di alfabetizzazione per gli adulti».
Donna Maddalena mi porta in giro per Kushpur e vuole che vada a fotografare alcune sue collaboratrici che mi trattengono un po' in casa, offrendomi tè da bere. Così vien fuori la cosa più interessante. La vita a Kushpur è così diversa da quella dei villaggi islamici vicini, che vengono quasi ogni giorno gruppi di uomini musulmani a vedere come vive"Un villaggio cristiano, soprattutto come mai le donne sono così libere e gli uomini che lavorano. Già, perché nei villaggi musulmani lavorano soprattutto le donne e i bambini: l'uomo che ha raggiunto i trent'anni e ha generato alcuni figli ha la vita assicurata, non lavora più seriamente, passa la giornata a chiacchierare con gli amici, a giocare, a fare piccoli lavori di artigianato. L'uomo adulto, parlo naturalmente dei villaggi rurali e che vivono secondo una mentalità e cultura antica, non lavora.
È una mentalità difficile da cambiare: perché nel villaggio cristiano di Kushpur le cose vanno diversamente? Mi risponde un missionario domenicano italiano, padre Remigio Botti, in Pakistan da più di vent'anni: {{ Gli uomini cristiani sono continuamente richiamati al dovere di lavorare, a rispettare la moglie, a mandare bambini e bambine a scuola senza farli lavorare. La comunità cristiana è impostata in questo modo e influisce positivamente anche sui meno disposti a cambiare atteggiamento. La testimonianza di Kushpur è veramente eccezionale, vengono anche da lontano per vedere un villaggio cristiano, in cui l'uomo lavora, la donna è diventata persona e i bambini vanno tutti a scuola».
Chissà se la gente che mi conosce come cristiano, che guarda a me, alla mia famiglia, è colpita in modo positivo o negativo; chissà se il mio modo di essere, di comportarmi, di parlare, rivela la fede in Dio e il tentativo di imitare il modello di Cristo. La testimonianza per il cristiano è un dovere, indispensabile fra i musulmani del Pakistan ma anche fra gente che non vive più da cristiana come in Italia. «Voi siete il sale del mondo», dice Gesù rivolto ai discepoli, «voi siete la luce del mondo. Non si accende una lampada per metterla sotto un secchio, ma piuttosto su un candelabro, perché faccia luce a tutti quelli che sono in casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e ringrazino il Padre vostro che è nei cieli» (Matt. 5, 13-14).

 

  L'India ci insegna la dimensione contemplativa della vita

Il cardinale Carlo Maria Martini pubblicò nel novembre 1980 (pochi mesi dopo la sua entrata in Milano come arcivescovo) la sua prima lettera ai fedeli ambrosiani intitolata: La dimensione contemplativa della vita, in cui afferma che chi non sa fare silenzio, chi non desidera e non cerca di parlare con Dio nel silenzio, è meno uomo, perché gli manca una dimensione essenziale dell'esistenza, quella appunto contemplativa.
In una città e in una diocesi così attive (noi milanesi, si sa, ci vantiamo spesso di lavorare tanto!), causò un po' di stupore il fatto che il primo messaggio del nuovo arcivescovo fosse dedicato alla meditazione, alla contemplazione. Ma Martini spiega che il suo discorso vuol essere un messaggio {< per tutti gli uomini di buona volontà di Milano e dell'intera diocesi, spesso appesantiti dall'accumulo delle fatiche quotidiane e dalla molteplicità delle preoccupazioni»; un appello «a ogni uomo e donna che intenda condurre un'esistenza ordinata e sottrarsi a quella frattura tra lavoro e persona che minaccia oggi un poco tutti».
Cosa dice in sintesi il cardinale Martini? Che il silenzio, la preghiera, la contemplazione aiutano a vivere meglio e a lavorare meglio e di più. Chi nella vita è disordinato e non riserva alcun tempo al raccoglimento e alla contemplazione è meno uomo perché si svuota di energie morali e spirituali. E allora, a che vale tutto il suo agitarsi?
Una dozzina di anni fa sono andato a vivere una settimana nel monastero del famoso guru cristiano Beda Griffith, un monaco benedettino inglese che vive in India da quarant'anni e ha fondato un centro di preghiera sulla riva del fiume sacro del sud India, il Kavery, nello stato del Tamil Nadu: una serie di capannucce di fango, paglia e pavimento di cemento, poste in un boschetto lungo la riva del fiume. Poco lontano il villaggio di Thannirpally, fra le risaie, le palme e i bananeti. Il nome del monastero è Shantivanam, cioè « Luogo della pace» in lingua tamil.
A Shantivanam vanno anche molti indù, musulmani, buddhisti, attirati dalla fama di santità di Beda Griffith. Il quale mi dice: «Vedi, noi cristiani non ricerchiamo Dio nella nostra vita. Crediamo già di possederlo. Abbiamo il Vangelo, l'Eucarestia, la Chiesa, ci illudiamo di conoscere Dio. Fra i non cristiani invece, la ricerca di Dio fa parte dell'esistenza comune, non solo dei monaci. Fanno grandi sacrifici per questo: mortificazioni, pellegrinaggi, digiuni, preghiere. Qui al monastero vengono numerosi universitari, uomini politici, persone importanti nella società indiana, per i quali due-tre periodi di preghiera e di contemplazione ogni anno sono abituali. Credo che l'India debba insegnare almeno questo a noi cristiani: saper rinunziare a qualcosa della vita che passa, per cercare Colui che non passa, cioè Dio».
A me aveva dato queste norme di vita: « Dio si rivela solo nel silenzio e nella povertà. Rinunzia a quello che è superfluo, togli le distrazioni della tua vita, mangia di meno, prega di più. Non vivere una vita superficiale, chiedi a Dio che ti faccia conoscere il suo volto. Se vivi con distrazione, Dio ti sfugge, ma si manifesta a chi lo cerca con cuore sincero ».
Anche Gesù si ritirava a pregare: «In quei giorni Gesù andò sul monte a pregare» (Luc. 4, 12). «Allora Gesù uscì e si ritirò in un luogo isolato, mentre la folla lo cercava» (Luc. 4, 42). La gente lo cercava e lui si nascondeva per pregare, per stare solo con Dio.
Il cardinale Martini avverte, ne La dimensione contemplativa della vita, che preghiera e contemplazione non sono fuga dalla realtà della vita, ma un chiedere a Dio le forze morali e spirituali per meglio affrontare le fatiche e le durezze dell'esistenza. «L'ansia della vita», scrive, «non è la legge suprema, non è una condanna inevitabile. Essa è vinta da un senso più profondo dell'essere dell'uomo, da un ritorno alle radici dell'esistenza». Auguro a tutti di saper trovare, nelle nostre frenetiche giornate, il tempo necessario al riposo, al silenzio, all'incontro con Dio.

 

  Perché i poveri aumentano di numero e i ricchi diminuiscono?

Tutte le volte che vado in Africa, torno in Italia col cuore gonfio di sentimenti contrastanti: ho visto popoli poveri, di una povertà che nemmeno riusciamo a immaginare, eppure ricchi di umanità, di gioia di vivere, di ottimismo e di speranza nel futuro; in Italia trovo un popolo ricco, evoluto, istruito, che ha certamente più dello stretto necessario per vivere, eppure incontro ovunque gente che si lamenta, che non è contenta, che è pessimista sul futuro. Un chiaro segno di questa diversità di situazioni umane sta nel problema demografico a livello mondiale, che può essere così schematizzato: all'inizio del nostro secolo, i popoli dei paesi ricchi e industrializzati (Europa, Russia compresa, Nordamerica, Giappone, Australia) erano il 40 per cento della popolazione mondiale; nel 1950 erano solo il 32 per cento, mentre oggi il Nord del mondo ha il 25 e il Sud il 75 per cento della popolazione mondiale. Le proiezioni demografiche dicono che nel 2000 il rapporto sarà del 19 e dell'81 per cento! Così, in un secolo, i ricchi della terra sono passati dal 40 al 19 per cento, i poveri, dal 60 all'81 per cento...
Perché, nonostante tutte le politiche demografiche dei governi e delle Nazioni Unite" i poveri crescono di numero e i ricchi diminuiscono? E evidente: perché la povertà, quando non è proprio miseria disumana e mancanza del necessario, è forse la condizione di vita più umana, più umanizzante, cioè che mette l'uomo in condizione di essere più uomo. Insomma bisogna incominciare a prendere sul serio la parola di Gesù, il quale dice: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio» (Ll!c. 6, 20); o ancora la parola del Libro del Siracide: «E meglio vivere da poveri, che godere di cibi sontuosi» (Sir. 29, 22).
Conosco bene uno scrittore africano, Albert Tévoédjré, del Benin, che fu per vari anni funzionario delle Nazioni Unite a Ginevra e che ora è tornato a vivere in Africa. Mi diceva: «Debbo ritrovare per me e per la mia famiglia una condizione di vita meno disumana di quella che avete qui nell'Europa ricca». Albert ha scritto un bel libro intitolato: La povertà ricchezza dei popoli (editrice E.M.I., Bologna), in cui afferma: « L'opulenza non paga sul piano della crescita umana. La ricchezza non è avere più soldi, ma più partecipazione, più cultura, più relazioni sociali, più sentimenti di umanità verso il prossimo ».
Gesù non condanna la ricchezza in sé, ma il cattivo uso della ricchezza, che noi definiamo avarizia, cioè l'usare dei beni materiali solo per sé, senza farne parte al prossimo più bisognoso. «Guardate di star lontano da ogni avarizia», dice Gesù (Luc. 12, 15), «perché la vita di un uomo, pur nell'abbondanza, non dipende dai beni che possiede ».
Un sacerdote amico mi diceva qualche tempo fa: «La mia esperienza di parroco da quasi trent'anni in una cittadina industriale di media grandezza è questa: il nocciolo duro del paganesimo moderno, di cui tutti siamo più o meno inquinati, è l'idolatria del denaro. Più ancora che il sesso o il consumismo (debolezze disumanizzanti, ma quasi sempre abbastanza contenute), più che il fanatismo ideologico (in cui si possono trovare componenti di idealismo non del tutto negative e da cui si guarisce abbastanza presto), credo che il denaro rappresenti il simbolo e l'idolo concreto di una civiltà che allontana l'uomo da Dio e quindi anche dalla disponibilità a aiutare il prossimo più povero. Venti o trent'anni fa capitava che in occasione di una eredità ci fosse chi rinunziava in favore dei parenti più poveri o dava in opere di carità; oggi non ho più sentito che capiti, anzi, più le famiglie sono ricche, tanto più si accapigliano per il denaro ».
Perché questo? È evidente: il denaro sostituisce Dio, dà alla persona e alla famiglia quella sicurezza che solo Dio dovrebbe dare, se la fede fosse davvero viva e vissuta. Dobbiamo staccarci, cari amici, tutti, anche noi preti siamo tutt'altro che al riparo da questa tentazione, dallo spirito di ricchezza, che porta l'uomo a volere sempre di più, a non essere mai contento di quello che ha. Quand'ero ragazzo, prima dell'ultima guerra, nelle nostre famiglie c'era molta povertà e anche indigenza, ma c'era anche maggior solidarietà, serenità di vita, fiducia nella Provvidenza di Dio. Bisogna diventare poveri di spirito, come ci chiede il Vangelo, per ritrovare la serenità e la pace del cuore.

 

  Ricordo di mio padre Giovanni, uomo buono

Questa mattina voglio raccontarvi un bellissimo ricordo di mio padre Giovanni, che aveva perso la moglie a 34 anni ed era rimasto solo con tre figli piccoli, noi tre fratelli, il più grande dei quali ero io di cinque anni. Dopo la morte di mia mamma, vivevamo con la nonna Anna e zia Adelaide, sorella di papà. La nostra non era una famiglia povera ma nemmeno. ricca; era però molto unita e profondamente religiosa, in un piccolo paese della pianura vercellese, Tronzano, il paese del riso.
Una domenica mattina, tornavamo dalla Messa grande delle undici. La nonna e la zia avevano preparato il pranzo e noi bambini, entrando con papà nel cortile in quella grande casa di campagna, in cui vivevano parecchie famiglie, vediamo un povero seduto fuori della porta di casa nostra, che stava mangiando la minestra. Uno di quei poveri di campagna, senza fissa dimora, pieni di pulci e di pidocchi, che giravano a cercare l'elemosina e vivevano di espedienti e di lavoretti saltuari.
Mio padre vede il povero seduto fuori e lo invita a entrare. Poi dice alla nonna e alla zia: «Oggi Gesù Cristo è venuto a trovarci e si ferma a pranzo da noi. Facciamogli un posto alla nostra tavola».
Beh, cari amici, questo episodio della mia infanzia mi è rimasto impresso nel cuore e credo abbia contribuito alla mia formazione umana e cristiana più di tutti i libri di teologia e di tutte le prediche che ho studiato e sentito nella mia vita. Mi rivolgo ai papà e alle mamme: che bello sarebbe, se i vostri figli potessero raccontare di voi questi fatti, questi esempi! Ricordatevi: la prima educazione che date ai figli non sono le parole, le raccomandazioni, ma è la vostra vita.
Di mio padre non ho molti ricordi. Quando partì per la guerra avevo undici anni e poi non è più tornato. Ma ricordo di lui un'altra cosa che, ripensandoci, mi edifica sempre. Il fatto che ogni giorno andava alla Santa Messa delle sei del mattino; anzi, andavamo assieme perché svegliava e portava anche noi suoi tre figli, che facevamo i chierichetti. Ricordo che veniva in chiesa, andava nel coro dietro all'altare, si inginocchiava nell'oscurità e a volte si lasciava vincere dal sonno. Lavorava molto durante la giornata e anche alla sera era spesso impegnato: era giovane, il sonno non gli bastava mai. Quando giungeva il tempo della Comunione, uno di noi, se papà non veniva, andava a chiamarlo in coro. Poi, dopo la Messa, in sacrestia, papà si scusava col sacerdote.
A casa mia si recitava il Rosario tutte le sere, dopo cena. Poi noi bambini andavamo a letto presto, perché alle cinque e mezzo ci dovevamo alzare per andare a Messa, mentre mio padre continuava a lavorare fino a tardi nella notte. Al mattino, preferiva rischiare di venire in chiesa a dormire, piuttosto che starsene a letto: la Messa e la Comunione tutti i giorni, come il Rosario alla sera, erano per lui impegno prioritario di vita.
A Tronzano molti ricordano ancora mio padre per la sua grande bontà e disponibilità ad aiutare tutti. Era un uomo buono, equilibrato, benvoluto da tutti, molto conosciuto perché dirigeva a Tronzano la distribuzione delle acque del Canale Cavour e di altri canali del « Distretto irriguo Ovest Sesia,) e quindi visitava continuamente le cascine, i proprietari, gli incaricati delle chiuse dell'acqua. Lo chiamavano per fare da paciere quando c'era qualche disputa nelle famiglie, fra agricoltori e braccianti. Qualche volta mi portava con sé, seduto sulla canna della bicicletta. Ricordo una volta, in una cascina lontana dal paese: siamo rimasti làtutto il pomeriggio. lo giocavo con i bambini del posto e papà era seduto in casa con i rappresentanti di due famiglie per una questione di eredità: si sentivano le urla fin dal cortile. Tornando a casa ricordo che mi diceva: « Piero, sono fratelli, ma bisticciano per pochi metri quadrati di terra lasciati in eredità dal loro padre. Sono riuscito, con l'aiuto di Dio, a farli andare d'accordo e a non andare in tribunale. Ma com'è brutto quando in una famiglia c'è l'egoismo che crea divisioni!"
Di mio padre mi restano solo pochi ricordi come questo. Non finisco mai di ringraziare il Signore per i genitori che mi ha dato.

 

  In Ciad, paese povero dell'Africa, studiare è un privilegio

Pochi giorni fa una giovane coppia di amici mi telefonano invitandomi a cena, perché parli ai loro due figli, di quattordici e diciassette anni. «Non hanno voglia di studiare », mi dicono, «mai una volta che li vediamo con un libro in mano. Eppure gli insegnanti dicono che sono intelligenti, ma non si applicano in nessun modo. Vieni tu e prova a parlarci». Credo che questa situazione sia comune in tante famiglie.
Sono andato a cena e ho raccontato questo fatto. Anni fa sono stato in Ciad, paese dell'Africa a sud del deserto del Sahara, molto povero, devastato dalla siccità e dal deserto che avanza. Le famiglie hanno molti figli perché un buon numero muoiono in giovanissima età, per malattie e denutrizione. Ho visto ragazzi di otto-dieci anni al lavoro; bambine della stessa età che si guadagnano ogni giorno il cibo nei lavori agricoli, in umili servizi artigianali, lavando i panni degli altri ad esempio, andando a raccogliere legna da vendere. Pochi sono i ragazzi e le ragazze che riescono a proseguire gli studi dopo la terza elementare, per cui andare a scuola è considerato un grande privilegio.
Nella capitale del Ciad, Ndjamena, ho incontrato un giovane gesuita lodigiano, padre Dorino Livraghi, che svolge il suo lavoro fra gli studenti delle scuole medie e superiori della città: sono circa 7000 in tutto, la metà di quelli dell'intero paese che conta circa cinque milioni di abitanti. Già il fatto che vi siano solo circa 15 000 studenti sopra le elementari su cinque milioni di abitanti ci dice che studiare è un privilegio riservato a pochissimi.
Padre Dorino mi dice: «Molti di questi studenti vengono dai villaggi e quando arrivano in città i loro sogni svaniscono: li aspettano giorni ancor più duri di quelli passati nella savana o nel deserto. Buona parte degli studenti hanno difficoltà a trovare un posto da dormire e dove mangiare tutti i giorni. A parte pochissime eccezioni, cioè i figli di famiglie ricche che qui sono una minoranza infima dell'uno o due per cento, gli altri fanno sacrifici sovrumani per poter studiare ed essere promossi: ad esempio, studiano e lavorano; mangiano sì e no una volta al giorno; dormono presso parenti o amici non in un letto, ma per terra, sotto una tettoia, sulla paglia. Quasi tutti hanno un solo vestito, cioè un paio di pantaloni, una camicetta, un paio di sandali: loro stessi, una volta la settimana, vanno lungo il fiume in un posto isolato fra la vegetazione e si lavano il vestito facendolo poi asciugare al sole e indossandolo subito dopo ».
Una sera, con padre Dorino, sono andato a passeggio per le vie centrali della capitale del Ciad, illuminate dalla luce elettrica. Sotto ogni lampione c'erano dai cinque ai dieci ragazzi e ragazze, dai dieci ai diciotto anni, seduti per terra, che studiavano in gruppi, su uno o due testi. «Non possono comperarsi i libri di scuola», mi dice ancora padre Livraghi, «perché costano troppo per loro. Alla sera si ritrovano quelli di una stessa classe, su un libro: uno legge e gli altri prendono appunti sui loro quadernetti. Per questi ragazzi e ragazze la bocciatura è una tragedia. Dovrebbero tornare al villaggio sconfitti e diventare la favola degli amici rimasti a lavorare. Per questo fanno sacrifici incredibili pur di poter studiare. Alla missione ci capita tutti i giorni di dar da mangiare a ragazzi e ragazze che non sono riusciti a mangiare nulla negli ultimi due o tre giorni e non stanno letteralmente in piedi...»
Ecco, cari amici, il racconto che ho fatto ai due ragazzi di una famiglia benestante a Milano, quella sera che sono stato a cena da loro. Alla fine ho detto loro: «Ricordate che voi siete dei privilegiati della vita. Centinaia di milioni di ragazzi e ragazze della vostra età hanno ricevuto molto meno di voi. Tutto quello che avete ricevuto è un dono di Dio che va speso bene, per costruire la vostra vita nello studio, nel lavoro, nell'impegno per fare il bene e aiutare gli altri». Ecco i discorsi che dobbiamo fare ai giovani d'oggi: farli riflettere . perché non disperdano gli anni migliori della vita.

 

  Molti bambini nel campo profughi di Harare in Zimbabwe

Visitando i villaggi africani, la cosa più comune che vi capita è di vedervi circondati da bambini e bambine dal primo all'ultimo minuto: spuntano fuori da tutte le capanne, vi precedono e vi seguono, vi osservano in continuazione, sono felici se fate loro un saluto, una carezza, un cenno di amicizia. Ricordo nel 1980 in Zimbabwe, il paese che in passato si chiamava Rhodesia, quando sono andato a visitare alcuni campi di rifugiati dalla guerriglia ad Harare, capitale del paese, in condizioni miserabili di vita: decine di migliaia di persone sotto teli di plastica sul nudo terreno, fra la polvere, e quando piove, il fango. I loro villaggi erano stati distrutti, i campi bruciati, la guerra li aveva costretti a rifugiarsi nella periferia della capitale, in una sterminata distesa di capannucce e di tende fornite loro dalla Croce Rossa Internazionale.
Mi accompagna un missionario gesuita olandese, Roland Von Nidda: molti ci corrono incontro, chiamano il missionario, lo salutano da lontano, accorrono per stringergli la mano. Una donna c'invita a entrare nella sua baracca di cartone e di tela cerata. Si entra solo abbassando, e di molto, la testa. L'interno è un quadrato di cinque metri per cinque. Sul nudo terreno tre sgabellini, con alcune coperte ben piegate che, distese per terra, servono di letto la notte; in un angolo un po' di pentole e legna per il fuoco; appesi a rami sporgenti entro la capanna, alcuni capi di vestiario.
«Questa notte », dice la donna, ancor giovane, « io e i miei quattro figli non abbiamo potuto coricarci, perché pioveva forte e l'acqua aveva inondato il pavimento: c'era fango dappertutto. Siamo rimasti tutta la notte seduti sugli sgabelli, solo il bambino più piccolo è riuscito a dormire in braccio a me. Gli altri piangevano...»
Anche in questo campo profughi, come in mille altri villaggi africani, folle di bambini ovunque. La natalità, nonostante la guerra e la miseria, è altissima: difficile trovare una donna giovane senza un bambino piccolo in braccio o in grembo! Di fronte a situazioni come questa, noi siamo subito portati a dire: «Facciano meno figli! » Lo sento dire spesso, parlando dei popoli poveri dell'Africa. Qualcuno aggiunge che, assieme agli aiuti alimentari dovremmo mandare in Africa anche pillole anticoncezionali.
Non è qui il caso di discutere questo tema. La Chiesa ha sempre parlato di paternità responsabile, condannando ogni riduzione forzata delle nascite e invitando all'educazione, alla formazione di una coscienza e di una responsabilità nei genitori. D'altronde, i fallimenti di Cina e India nelle campagne forzate anticoncezienali, dovrebbero far riflettere. Cito solo il caso della Cina, dove è obbligatorio per le giovani coppie avere solo un figlio: se ne hanno due vengono punite. Così è invalsa l'abitudine di tenere solo il figlio maschio: se nasce una femmina la si sopprime appena uscita dall'utero materno. Tutti i genitori, potendo avere un solo figlio, lo vogliono maschio. Oggi il governo cinese cerca di fare marcia indietro, perché si accorge che negli ultimi vent'anni mancano milioni di bambine!
Vorrei limitarmi a due riflessioni molto semplici, su un problema evidentemente molto complesso. La prima me l'ha suggerita la giovane mamma africana con quattro figli nel campo profughi dello Zimbabwe. Avendole chiesto perché avesse così tanti figli in una condizione di estrema povertà, mi risponde: «Quattro non sono tanti, penso che ne avremo ancora uno o due. Noi siamo poveri, ma vogliamo educare bene i nostri figli. Mio marito aveva sette fratelli e sorelle, noi eravamo in sei. Anche le nostre famiglie erano povere, ma in famiglie numerose hanno potuto darci tanto affetto e una forte educazione alla solidarietà, all'aiuto vicendevole».
Secondo. In Italia, da circa trent'anni, abbiamo seguito il ragionamento opposto a quello della giovane mamma africana: meglio un figlio solo o al massimo due, purché abbiano tutto, non manchino mai di nulla sul piano materiale. Beh, con quali risultati nel campo dell'educazione dei figli? « I figli sono un dono del Signore», dice il Salmo 127, «e i bambini la sua benedizione ».

 

  In visita ai monasteri di clausura: un cuore grande come il mondo

Uno dei miei appuntamenti preferiti, quando torno da un viaggio nel terzo mondo, è la visita ad alcuni conventi di suore di clausura. Ne conosco una dozzina, che visito quasi tutti una volta l'anno, proiettando alle sorelle le diapositive a colori del mio viaggio. I motivi di queste visite sono due: primo, perché sono convinto che il più grande aiuto che possiamo dare ai missionari è quello della preghiera: in realtà non solo ai missionari, ma a tutti coloro ai quali vogliamo bene. Quando preghiamo per una persona cara, le facciamo il più grande dono perché le otteniamo l'aiuto di Dio, che vale più di tutti gli aiuti dell'uomo. Così, quando dico a un amico, a un parente: «Ti ricordo nella preghiera, celebro una Santa Messa per te», sono convinto che gli faccio il più grande regalo possibile. Questa è la fede nell'aiuto di Dio che dobbiamo avere. Così, quando faccio vedere alle suore di clausura le immagini dei paesi e dei popoli che ho appena visitato, esse s'impegnano nell'aiuto della preghiera per tutti i popoli del mondo, per tutte le Chiese e i missionari fino agli estremi confini della terra. Il loro cuore diventa veramente cattolico, cioè universale.
Ma c'è un secondo motivo per queste mie visite ai conventi di clausura. Forse voi che ascoltate non siete mai stati in un convento di clausura. Probabilmente ne avete un'immagine errata, di tristezza, di chiusura, quasi di un carcere a vita. Ebbene, la realtà è del tutto diversa, le sorelle che si sono donate totalmente a Dio nella clausura sono vive, gioiose, piene di curiosità, di interessi, di amore per tutti. Andare a visitarle è per me un'esperienza umana e cristiana profonda, gratificante, incoraggiante. Non le vedo mai tristi, mai pessimiste, sempre allegre, serene, fiduciose in Dio. Per me la loro vita è un richiamo alla fede e all'amore di Dio e del prossimo, che vale un corso di esercizi spirituali. Fra l'altro, in questi monasteri, ogni volta che ci vado (in alcuni di essi posso entrare anche nella clausura) trovo nuove vocazioni, delle ragazze giovani che a venti o trent'anni si consacrano per tutta la vita al Signore.
Una volta ho chiesto a una di esse che conoscevo già da prima: «Come mai, voi che siete chiuse tutto il giorno, in un ambiente ristretto, che non vedete la televisione e non leggete i giornali (eccetto il quotidiano cattolico «Avvenire»), come mai siete così vive, avete interessi così vasti?» E le raccontavo che, tornando dai miei viaggi intercontinentali, vado a proiettare le diapositive in vari ambienti: parrocchie, scuole, biblioteche comunali, centri culturali, gruppi giovanili. Ebbene, in nessun ambiente trovo tanto interesse, tanta curiosità riguardo ai paesi che presento, come tra le sorelle di clausura.
Suor Chiara ci pensa un po' e poi mi risponde: «Vedi, noi ci siamo consacrate alla ricerca di Dio e sembra che rinunziamo a una vita veramente umana. Invece è vero il contrario: è proprio cercando Dio che ci appassioniamo, ci innamoriamo profondamente dell'uomo, delle vicende umane, di tutti gli uomini ».
Se dovessi definire le suore di clausura, direi che hanno «un cuore grande come il mondo». Come Santa Teresa di Gesù Bambino, che morì a 24 anni in un monastero della Francia del secolo scorso, eppure è stata proclamata «protettrice delle missioni» con San Francesco Saverio, che percorse decine di migliaia di chilometri per annunziare Gesù Cristo. Un cuore grande come il mondo, per amare tutti gli uomini, per essere fratelli e sorelle di tutti, almeno con l'interesse e la preghiera. Con le sorelle di clausura ho fatto negli ultimi tempi un'altra esperienza. Da due anni pubblico, assieme alle due riviste di cui sono direttore, «Mondo e Missione» e «Italia Missionaria», l'agenzia quindicinale «Asia News», cioè notizie dall'Asia: informazioni, interviste, documenti, articoli sull'Asia scritti dai nostri corrispondenti nei vari paesi asiatici.
L'Asia è il continente più trascurato dalla stampa italiana. Ebbene, mando l'agenzia anche ai conventi di clausura, oltre che a molte altre persone: le risposte più interessanti, appassionate, le ho ricevute proprio dalle sorelle rinchiuse nei monasteri. Anche l'Asia così lontana è per loro interessante.
In Italia, forse non lo sapete, vi sono circa 190 monasteri di clausura femminili e una quarantina di maschili. I contemplativi indicano una via che anche noi dobbiamo percorrere: la ricerca di Dio per diventare più umani, più uomini.

 

  Se non diventerete come bambini...

Una quarantina di anni fa, quand'ero ancora studente di teologia, venne in Italia per una breve vacanza un vescovo missionario, monsignor Erminio Bonetta, figura leggendaria fra i missionari del Pime, che aveva aperto alla penetrazione evangelica le regioni inesplorate della Birmania orientale, ai confini con Cina, Laos e Thailandia, abitate da tribù guerriere come i Wa, che avevano la triste fama di tagliatori di teste. La vita di monsignor Bonetta era stata un'avventura appassionante, trascorsa per più di quarant'anni nell'isolamento quasi completo, fra monti, foreste e fiumi da passare a guado.
Quando era venuto a Milano nel 1948 aveva portato a noi giovani studenti del seminario missionario del Pime una ventata di fede e di gioia schietta e scoppiettante. Il racconto delle sue avventure di missione ci appassionava. Monsignor Bonetta, nonostante la vita grama che aveva fatto, le sofferenze, le persecuzioni subite, era rimasto nel cuore come un bambino, semplice, affettuoso, fratello di tutti quelli che incontrava anche per la prima volta.
Diceva a noi studenti: «Ma qui a Milano avete perso il senso di umanità. Qui per la strada nessuno ti saluta. Salgo sul tram e incomincio a parlare con tutti: mi guardano con occhi strani come se facessi qualcosa di sconveniente. Ma là in Birmania tutti si salutano, mi fermo a parlare con quelli che incontro, chiedendo notizie della famiglia e dei campi. Qui nella mia Milano ho trovato una freddezza mortale nei rapporti fra le persone, una aridità di cuore che non mi piace ».
Monsignor Bonetta aveva visto giusto. Uno dei mali più gravi del nostro tempo è l'aridità del cuore, l'incapacità di comunicare, di avere cordiali rapporti con tutti. Monsignor Bonetta saliva sul tram e incominciava a raccontare le sue storie delle tribù e foreste birmane, pensando di interessare la gente. Invece veniva preso per un tipo strano, originale. Mi chiedo se era più uomo lui, che aveva il cuore aperto alla comunicazione, alla fraternità, o gli altri che erano chiusi ciascuno nella sua corazza di incomunicabilità.
La solitudine è indubbiamente la condizione di vita normale nel nostro tempo e nel nostro mondo ricco e tecnicizzato. Siamo sempre a contatto con decine e centinaia di persone, per la strada, in treno, in tram, allo stadio, in chiesa, al lavoro, eppure sostanzialmente l'uomo moderno è un solitario, un isolato, incapace di esprimere cordialità, affetto, interesse all'altro, di ringraziare e complimentarsi con gli altri.
Ricordo un altro grande «santo» del nostro tempo, di cui vi bo già parlato: Marcello Candia, l'industriale milanese che vendette tutte le sue fabbriche e proprietà nel 1964 e venne con noi missionari del Pime in Amazzonia, dove spese gli ultimi vent'anni della sua vita tra i poveri e i lebbrosi, spendendo per essi tutto quello che aveva. Ebbene, Marcello Candia, nonostante i molti fastidi, le sofferenze fisiche, era sempre gioioso, allegro come un bambino. Poi ringraziava sempre. Credo che la parola più comune sulla sua bocca fosse: «Grazie! » rivolta a tutti, per qualsiasi circostanza. Io lo aiutavo in lavori di segreteria, gli facevo articoli, trasmettevo notizie ai giornali e lui mi diceva «grazie! » in continuazione, anche quando non c'era motivo. Una volta gli ho detto: «Perché mi dici sempre grazie? lo faccio solo il mio dovere di missionario e di amico». Mi rispose: «Dire grazie a te fa bene a me, mi fa sentire più uomo, cioè più bisognoso dell'aiuto degli altri».
Cari amici, dobbiamo interrogarci sul grado di cordialità che manifestiamo verso gli altri, sull'interesse che abbiamo al nostro prossimo, alla sua vita, ai suoi problemi. Quale semplicità, quale gioia manifestiamo nel nostro agire quotidiano? Oppure siamo di quelle persone sostenute, fredde, calcolatrici, che guardan'o gli altri dall'alto al basso, per le quali fare un sorriso costa una fatica tremenda? Una volta un alto dirigente d'industria che conosco da anni mi dice: «Sabato e domenica ho fatto il nonno con i miei tre nipotini. Che bello! » lo gli ho detto: «Perché non fai un po' il nonno anche con i tuoi dipendenti?» Mi ha guardato stupito.
Il Vangelo dice: «Se non diventerete come bambini, non entrerete nel Regno dei cieli» (Matt. 18, 3). Il bambino è l'immagine più bella del regno di Dio fra noi: piccolo, semplice, indifeso, ingenuo, fiducioso nella bontà del prossimo, che fa gioia e tenerezza a guardarlo.
Noi certo siamo cresciuti, siamo adulti, abbiamo delle responsabilità: ma dobbiamo riconquistare le virtù del bambino, la semplicità, la gioia, la capacità di stupirci, di gioire, la fiducia nel prossimo, il senso di dipendenza da Dio e dagli altri uomini. Non prendiamoci troppo sul serio, cari amici. Non ne vale la pena.

 

  Natale di guerra a Dak-To in Vietnam

Il Natale ispira pensieri di pace. Ma vi sono tante guerre nel mondo, molti popoli non godono il bene della pace. Ho passato diversi Natali in guerra. Voglio ricordare il più drammatico, quello del 1967 in Vietnam.
Ero capitato a Kontum una settimana prima di Natale. Kontum è una delle città più importanti degli altopiani del Vietnam del Sud, attorno a cui ha infuriato per lunghi anni la guerra. Il vescovo monsignor Paul Seitz mi dice: «Ti mando a passare il Natale a Dak-To, dove da più di tre mesi non riusciamo ad andare perché la guerra ha tagliato la strada. Là c'è un missionario francese isolato con i suoi cristiani, chissà come sarà contento che tu vada a trovarlo nei tre giorni di tregua! »
Così sono partito con una jeep della missione e due giovanotti che mi accompagnavano. Abbiamo impiegato tutta la mattina della vigilia di Natale per fare gli 80 chilometri fra Kontum e Dak-To: una strada piena di buche, diversi villaggi bruciati, la gente era sulla strada e ci salutava, portavamo sul fronte della jeep una grande croce bianca che si vedeva da lontano, con una bandiera bianca che svolazzava attorno alla croce. La tregua era ben rispettata, ai posti di blocco dell'esercito sudvietnamita e dei vietcong passavamo facilmente.
Quando siamo arrivati a Dak-To nel pomeriggio, il padre Arnould ci ha accolti a braccia aperte. Gli portavamo la posta, un po' di medicine e di altri rifornimenti e soprattutto notizie del vescovo e degli altri missionari. Il grosso villaggio di Dak:fo, in fondovalle, era tutto imbandiérato: quella povera gente, circa 2000 tribali venuti dalle foreste vicine, cercavano di dimenticare, almeno per pochi giorni, che c'era la guerra. L'indomani sarebbe stata una giornata memorabile, con danze, musiche, giochi popolari, cerimonie religiose. E soprattutto una giornata di pace!
Ma mentre il cielo sta scolorendo e luccicano le prime stelle della notte di Natale, mentre le suore vietnamite stanno preparando il cenone natalizio, ecco che, improvvisamente, come un tuono a ciel sereno, un tonfo improvviso, agghiacciante, viene a rompere la quiete della notte. Un tuono? Un colpo di mortaio? Usciamo correndo all'aperto ed ecco che si spalancano le cateratte dell'inferno, il cielo s'infiamma di lampi, la terra trema per i colpi di maglio di un'artigliera che sembra impazzita. Non ci sono dubbi: la tregua è rotta, avremo un altro Natale di guerra.
Beh, amici, il villaggio di Dak-To è proprio in fondo alla valle, con americani a destra e nordvietnamiti sulle colline di sinistra che si sparano sulla nostre teste: nella notte oscura, le strisce luminose dei proiettili infuocati solcano il cielo e scoppiano sulle colline di fronte. Se non fossero scoppi di morte, sembrerebbe uno spettacolo di fuochi d'artificio, nella notte in cui è nato il Signore.
Che notte santa abbiamo passato! E che Messa di mezzanotte, con i Banhar tremanti, donne e bambini con gli occhi lucidi e noi tutti imploranti: «Signore, salvaci da questo inferno! »
Verso le quattro di mattino, un ufficiale americano è venuto a dirci che dovevamo tutti metterci in cammino verso le linee sudvietnamite, perché, presi di sorpresa, non avrebbero potuto tenere per lungo tempo il fronte. Vi risparmio la descrizione del giorno di Natale 1967, con duemila persone in fuga verso la pace: uomini, donne, bambini, malati, vecchi, su carri agricoli, a piedi, con i bufali e i robusti cavalli delle montagne vietnamite. La fuga, continuamente bloccata dai combattimenti, durò cinque giorni: di 2000 persone giunsero a Kontum 1800, con numerosi feriti.
Quando nella notte del nostro Natale canteremo con gli Angeli: «Gloria a Dio nell'alto del cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (Luc. 2, 14); quando ci scambieremo gli auguri di Buon Natale nella pace del Signore, ricordiamoci che nel mondo sono in corso una ventina di guerre grandi e piccole: esse sono il segno dell'egoismo dell'uomo, della nostra mancanza di amore. Siamo tutti responsabili delle sofferenze che la guerra porta a milioni di fratelli e sorelle.

 

  Natale in Guinea-Bissau: una caramella divisa in due

Natale 1987. Sono in Guinea-Bissau, piccolo e povero paese dell'Africa occidentale, colonia portoghese per 500 anni, indipendente dal 1975. La notte di Natale vado con padre Giuseppe Fumagalli, missionario del Pime, a celebrare la Messa in un villaggio della tribù dei felupe, Edgin: un villaggio isolato nella foresta, dove c'è una bella chiesa in muratura. Padre Fumagalli aveva avvisato per tempo che a mezzanotte ci sarebbe stata la Messa e la chiesa era strapiena di gente venuta anche dai villaggi vicini: non tutti cattolici, sono venuti anche i musulmani, anche gli animisti, per vedere la festa dei cristiani. Notte stellata d'incanto, con canti, danze, scambio di doni, testimonianze al microfono di felupe che, prima e dopo la Messa, raccontavano le loro storie personali, il cammino compiuto per giungere al Battesimo.
lo porto sempre, quando vado in questi paesi molto poveri, oltre al resto, qualche chilo di buone caramelle italiane. Là non ci sono e so che ai bambini piacciono moltissimo. Quella notte di Natale avevo chiesto al padre Fumagalli quanti bambini pensava che ci sarebbero stati a Edgin. Mi aveva detto: una cinquantina al massimo. Così ho contato sessanta caramelle e le ho portate con me in un sacchetto di plastica. Dopo la Messa, dinanzi alla chiesa, alla luce di due fari potenti, il padre Giuseppe chiama tutti i bambini e dice loro di allinearsi perché io avrei dato a ciascuno una caramella. Grida di gioia, eccitazione, salti di esultanza. Ma i bambini escono da tutte le parti e io vedo subito che sono ben più di sessanta. «Niente paura», mi dice padre Giuseppe e fa mettere i ragazzi a due a due. Così io passo col mio sacchetto distribuendo una caramella ogni due bambini, che si tengono per mano. Ma il fatto che mi ha commosso è che quei ragazzini e bambini si sono seduti per terra a due a due; hanno scartocciato la caramella e hanno cominciato a succhiarla un po' l'uno e un po' l'altro, senza bisticciare, dividendosi il piccolo dono proprio come fratelli.
Mentre guardo quei bambini succhiarsi la caramella in due, penso: in questa stessa notte di Natale, in Italia, nella mia Milano, i bambini hanno molto di più, doni, dolci, musiche, regali. Ma mi chiedo: saranno felici come questi bambini africani, che hanno gli occhi lucidi dalla gioia, seduti per terra a dividersi una caramella in due?
I missionari poi mi spiegano che la parola più comune usata in Guinea- Bissau è parti, di origine portoghese, che non significa «partito politico», ma dividere, condividere. Nella povertà, tutto è comune, c'è la spontanea condivisione di quel poco che si ha. Un esempio: la Guinea- Bissau è un paese attraversato da tre grandi fiumi, ma senza un solo ponte. Quando arrivate al fiume, dovete attendere il traghetto o la barca scavata in un tronco d'albero. A me è capitato di dover attendere il traghetto, dato che dovevamo portare l'auto al di là del fiume, per quasi un'intera giornata: o perché il motore del traghetto non funziona o perché manca il gasolio o anche perché il guidatore è andato per i fatti suoi o è ubriaco. Niente paura, in Africa bisogna saper aspettare. Per il cibo non c'è problema. O ne avete portato voi oppure vi sedete vicino a chi sta mangiando e vi dà qualcosa, con la massima naturalezza, senza nemmeno dover chiedere.
Perché i popoli poveri sono più disponibili alla condivisione di noi che siamo ricchi? È facile rispondere: chi è povero ha poco da perdere, chi è ricco perde molto, è più attaccato a quello che ha. Ma c'è un motivo più profondo: la povertà educa a capire l'altro, a essere ospitali e attenti verso chi soffre. Direi che educa anche alla gioia, alla serenità della vita. Non parlo della povertà disumana che diventa miseria e mancanza del necessario, ma del non avere troppo, del non essere attaccati alle ricchezze materiali, del dare più importanza ai valori umani (fraternità, amicizia, condivisione, aiuto al prossimo) che non all'inseguimento del denaro e del superfluo.
L'egoismo è la tomba di ogni gioia e serenità di vita. E i ricchi attaccati alle loro ricchezze sono, molto spesso, più egoisti dei poveri. Ecco perché Gesù dichiara: «Beati voi poveri, perché Dio vi darà il suo Regno»(Luc. 6, 20).