Piero Gheddo
IL VANGELO DELLE 7.18 ![]()
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Raccolta dei testi trasmessi
alla radio nel 1988
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Il
tam-tam in Costa d'Avorio: importanza della comunicazione
Siamo talmente abituati al telefono, alla radio e televisione, che non
riusciamo nemmeno più a immaginare come si comunica a distanza con altri mezzi
meno sofisticati. Quando sono stato in Costa d'Avorio, un missionario del Pime
che studia la cultura tradizionale della popolazione baoulé, il padre Giovanni
De Franceschi, mi ha introdotto nell'uso del tam-tam. Gli africani trasmettono
notizie a grandi distanze con il tamtam, un tronco d'albero svuotato che,
percosso, produce dei suoni di grande potenza, che si sentono anche a distanza
di chilometri.
Ormai l'uso del tam-tam sta scomparendo. Anche in Africa, e specialmente in
Costa d'Avorio, che è uno dei paesi più evoluti, ci sono ormai telefoni
ovunque e il tam-tam diventa superfluo. Viene conservato come elemento della
cultura tradizionale, ma la maggioranza dei giovani non sanno più usarlo. Padre
De Franceschi mi dice: «In passato, la tribù dei baoulé, come tutte le altre
del resto, aveva organizzato una rete di trasmettitori col tam-tam. In ogni
villaggio c'erano almeno due-tre persone che sapevano usarlo e capivano il suo
linguaggio. Quando succedeva un fatto importante da comunicare: la morte d'un
capo, l'elezione di un altro, la nascita di un bambino, una festività da
celebrare in comune; oppure si voleva chiamare una persona o si segnalava
l'arrivo di un'inondazione o di un malato in stato di necessità; ebbene, in
questi e altri casi entrava in funzione il tam-tam, che in poche ore comunicava
la notizia a tutti i villaggi e quindi a tutti i membri della tribù. Oggi si
usa ancora il tam-tam in alcune circostanze, così mi sono sentito in dovere di
impararne l'uso per comprendere bene questa lingua e cultura».
Come si usa il tam-tam? Padre De Franceschi mi dà alcune dimostrazioni
pratiche. Il baoulé è una lingua a toni, come quasi tutte le lingue africane;
per cui, percuotendo il tam-tam e ricavandone dei toni diversi, si formano le
varie parole o si indica una data persona (i nomi propri hanno tutti due toni).
Naturalmente si tratta di messaggi molto semplici, che si ripetono due-tre
volte, fin che dall'altro villaggio segnalano di aver capito. Un sistema di
comunicazione a distanza ingegnoso, che indica come tutti gli uomini sentono la
necessità di comunicare con i loro simili, di scambiarsi notizie e richiami.
Nel nostro mondo moderno, tecnicizzato, siamo bombardati da migliaia di notizie
e messaggi: stampa, radio, televisione, telefono, la posta (quando funziona!) ci
portano in casa gli avvenimenti di tutto il mondo. Per noi il problema non è di
poter comunicare con gli altri né di sapere cosa succede nel mondo, ma di saper
scegliere la stampa adatta, che possa informarci ed educarci alla fraternità
universale e non chiuderei nel nostro piccolo villaggio.
Oggi voglio segnalarvi la stampa missionaria, le riviste scritte dai missionari
italiani che sono circa 19 000 in tutti i paesi e continenti. Vi chiedo: in casa
vostra arriva una rivista missionaria? Papa Giovanni XXIII diceva: «Non è
veramente cattolica quella famiglia che non legge una rivista dei missionari».
In Italia si stampano una quarantina di riviste mensili, che possono educare noi
e la nostra famiglia ai valori vissuti della vita cristiana, metterci in
comunicazione con i popoli lontani, farci partecipare in un modo fraterno alla
loro vita, alle loro culture.
Vi invito ad abbonarvi a una rivista missionaria, come ricordo di questi tre
mesi che abbiamo trascorso assieme. Vi segnalo le due di cui sono direttore,
edite dal Pontificio Istituto Missioni Estere di Milano (via Mosè Bianchi, 94 -
20149 Milano): «Mondo e Missione», rivista di informazione, di cultura, di
resoconti dei missionari che vivono nel terzo mondo. È un mensile di attualità
che viene usato anche da giornalisti e insegnanti perché informa su paesi e
popoli lontani in modo completo e rispettoso della vita di quei popoli. Poi c'è
«Italia Missionaria», mensile per adolescenti dagli undici ai diciassette
anni, con inserti utili per le ricerche scolastiche, a colori, con disegni,
fotografie e stimoli ai giovani per impegnarsi. Scrivetemi pure.
Una predica nella
festa dell' Epifania in India
Molti anni fa, in India, alla festa dell'Epifania, sono stato invitato a
parlare nella chiesa di un grande villaggio dello stato di Andhra Pradesh, dove
lavorano i missionari del Pime. Essendo l'unico prete disponibile, ho dovuto
celebrare la Messa (ma allora si celebrava in latino!) e anche fare la predica
dell'Epifania. Dato che sapevo solo poche parole di telegu, la lingua locale
(una delle più importanti delle 18 lingue ufficiali dell'India, parlata da più
di 50 milioni di indiani, con una letteratura molto ricca e antica), il vescovo
monsignor Alfonso Beretta mi aveva fatto accompagnare da un catechista che
sapeva bene l'inglese. «Tu parla inglese andando adagio », mi aveva detto, «e
lui tradurrà in telegu, frase per frase, parola per parola ».
Così sono andato in quella grande chiesa di Kammameth, piena di gente, col mio
bel discorso scritto in lingua inglese. Dopo la lettura del Vangelo, la gente si
è seduta e io ho cominciato a parlare, facendo riflessioni sulla festa
liturgica, sul significato teologico dell'Epifania. A ogni frase mi fermavo e
lasciavo al catechista il tempo di tradurre. Ma, man mano che andavo avanti
nella predica, mi accorgevo che mentre le mie frasi erano brevi, il catechista
parlava a lungo; e poi, io non citavo nessun nome proprio, ma lui continuava a
citare Baldassarre, Melchiorre e Gaspare. Dopo la Messa gli chiedo come aveva
fatto la traduzione della mia predica e mi sento rispondere: «Padre, tu dicevi
cose troppo difficili che io non capivo e non sapevo come tradurre. Allora ho
raccontato alla gente la storia dei tre Re Magi, chi erano, da dove venivano
(forse, chissà, dalla stessa India) e cosa hanno fatto quando sono tornati alle
loro case dopo aver visto Gesù... Ma non preoccuparti, ai nostri fedeli la tua
predica è piaciuta molto, anche perché hanno capito tutto e le vicende della
vita di Gaspare, Baldassarre e Melchiorre le racconteranno anche ad altri».
Quell'episodio della mia vita mi ha fatto capire una grande verità: il Vangelo
è il racconto di un fatto, di un avvenimento, di una notizia; cioè comunica la
«Buona Notizia» e usa un linguaggio estremamente concreto, che invita a
cambiare vita, a convertirci. Gesù parla con parabole, cioè racconta dei fatti
che potrebbero anche essere veri, per dare un'indicazione morale. Non fa come in
certe prediche di noi sacerdoti, che la gente non ascolta o non capisce, delle
teorie o teologie astruse, astratte, disincarnate dalla vita quotidiana. Pensate
alla parabola del buon Samaritano, quello che si ferma sulla strada da
Gerusalemme a Gerico per soccorrere quel poveraccio spogliato e ferito dai
briganti. Gesù racconta in modo particolareggiato questo fatto, con tutte le
notizie utili ad inquadrarlo bene, rendendolo estremamente verosimile. Poi, a
chi gli aveva rivolto la domanda: «Chi è il mio prossimo? », dice
semplicemente: « Va e comportati anche tu allo stesso modo» (Luc. 10, 37).
Essere cristiani significa vivere la vita di Cristo e offrire agli uomini degli
esempi concreti di vite spese per Dio e per il prossimo. Quello che convince i
non credenti o i non praticanti non sono i ragionamenti o le dimostrazioni
filosofiche o teologiche, ma i buoni esempi delle vite dei santi.
Anche la nostra vita cristiana deve diventare, agli occhi di chi non crede, un
annunzio di salvezza, una testimonianza di fede e di bontà. Nessuno riesce mai
a essere un vero cristiano, perché il modello di Gesù è infinitamente al di
là delle nostre piccole persone: ma quel che importa è la sincera volontà di
camminare per la via che Cristo ci ha indicato. Non preoccupiamoci troppo delle
nostre cadute, quando sono sinceramente combattute e detestate, quando ripetiamo
ogni giorno al Signore il nostro pentimento e la volontà di togliere il peccato
dalla nostra vita. «La santità», diceva Santa Teresina del Bambino Gesù,
«non è una salita verso la perfezione, ma una discesa verso la vera umiltà»
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Perché
tante conversioni in Cina, dopo quarant'anni di persecuzione?
Stiamo giungendo al termine di queste nostre conversazioni: domani ci daremo
l'ultimo saluto. Lasciate che esprima a voi tutti un primo augurio: domani ne
aggiungerò un secondo. Questo di Gesù: «Voi siete la luce del mondo...
Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere
buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli» (Matt. 5, 14, 16). Di
cosa ha bisogno l'uomo d'oggi, cari amici e fratelli, se non di testimoni del
Vangelo, di bontà, di pace, di amore verso tutti? Ebbene, auguro a voi di
essere questi testimoni nella vostra famiglia, nell'ambiente in cui vivete.
Voglio raccontarvi un fatto che mi ha fatto riflettere. Due anni fa sono stato
ancora in Cina con un missionario del Pime a Hong Kong, padre Giancarlo Politi,
che parla bene il cinese. Abbiamo visitato diverse comunità cristiane, spuntate
quasi dal nulla dopo il periodo di persecuzione ai tempi di Mao Tse-tung. Oggi
c'è in Cina un minimo di libertà religiosa e le comunità cristiane vanno
ricostituendosi; si riaprono le chiese restituite dal governo (erano magazzini,
sale di riunione), tornano dal carcere e dai campi di lavoro forzato sacerdoti,
suore, catechisti, fedeli laici.
In una cittadina vicino a Canton, nel sud della Cina, di nome Sheqi, ho
incontrato il vescovo e un sacerdote, che avevano fatto rispettivamente
venticinque e trentun anni di carcere. Mi dicevano che sono numerose le
richieste di non cristiani di ricevere l'istruzione religiosa ed entrare a far
parte della comunità cristiana. Purtroppo non ci sono libri, non ci sono rosari
e segni sacri, mancano le possibilità per una adeguata formazione cristiana dei
fedeli, occupati tutto il giorno nel duro lavoro.
Ho chiesto come mai ci sono queste richieste di conversione, quando la Chiesa
non predica in pubblico, non può stampare libri né giornali, non usa radio né
televisione, non ha scuole di formazione né centri culturali. Il vescovo mi
risponde: «Noi non predichiamo, ma la nostra vita e la vita dei cristiani
annunzia il Vangelo e una società alternativa a quella presente. Tutti sanno
chi sono i cristiani: ci hanno visti nei lunghi decenni in cui siamo stati
perseguitati, processati e condannati ingiustamente: non abbiamo mai maledetto
nessuno, abbiamo sopportato con pazienza le nostre croci; anche in carcere e nei
campi di lavoro forzato la testimonianza dei cristiani ha convertito molti al
Vangelo. E ora che siamo tornati alle nostre case, non cerchiamo vendette, non
ci lamentiamo per quanto abbiamo ingiustamente patito, aiutiamo tutti quelli che
sono bisognosi del nostro aiuto. lo credo che da qui vengono le molte richieste
di istruzione religiosa e le molte conversioni».
Il cardinal Carlo Maria Martini, in un'intervista (su «Luce» di Varese, 31
gennaio 1982), al giornalista che gli chiedeva com'è possibile far penetrare il
Vangelo nella società d'oggi, così rispondeva: «Il Signore ci chiede non di
riuscire, ma di essere. Prima di tutto ci chiama ad essere Vangelo, ad esprimere
nella nostra vita, come persone e come comunità cristiana, quei valori che
illuminano e sono luce nelle tenebre. Quindi dobbiamo domandarci non in che
maniera illuminiamo, ma in che modo siamo luce e se siamo luce nelle tenebre del
nostro tempo».
Ecco l'interrogativo centrale della nostra vita cristiana, che dobbiamo porci
spesso: io che credo in Cristo, io che ho ricevuto il dono della fede, sono
davvero luce del mondo? Chi vive accanto a me è chiamato alla conversione del
cuore o riceve dalla mia vita principalmente stimoli negativi che lo allontanano
dal Vangelo e dall'imitazione di Cristo?
Undici anni fa, noi missionari del Pime, portammo Madre Teresa a una gioiosa e
solenne festa religiosa allo stadio di San Siro in Milano. Al termine, alcuni
giovani ponevano domande alla grande missionaria dell'India, che rispondeva
brevemente al microfono, in modo che sentivano tutti. Una ragazza le chiese:
«Quale augurio lei rivolge a queste centomila persone e a tutti i milanesi?»
Madre Teresa ci pensò un po' e poi rispose, secondo il suo stile, con due sole
parole: «Belong to Christ», cioè: «Appartenete a Cristo». E lo stesso
augurio che io rivolgo a voi, amici ascoltatori, al termine di questo anno e
delle nostre conversazioni radiofoniche.
In famiglia la prima
esperienza dell'amore
Cari amici, questo è il nostro ultimo incontro, il nostro congedo. Dobbiamo
salutarci perché da lunedì prossimo vi parlerà un altro sacerdote. lo vi
ringrazio di avermi seguito e di avermi scritto tante lettere, alle quali ho
cercato di rispondere personalmente fin dove era possibile. Permettete che
esprima anche il mio ringraziamento a Leda Zaccagnini, che ha curato questi
nostri programmi del mattino. Molti mi hanno chiesto se questi testi verranno
pubblicati: sì, potrete leggere le mie conversazioni radiofoniche su un
volumetto che sarà in libreria entro il mese di gennaio prossimo, intitolato: Il
Vangelo delle 7.18, edito dalla De Agostini di Novara, con prefazione di
Giorgio Torelli e di Leda Zaccagnini. Il titolo può sembrare un po' strano, ma
credo sia facile da ricordare e incisivo: Il Vangelo delle sette e diciotto,
perché questa è l'ora del nostro appuntamento mattutino. Un racconto di vita
missionaria e un pensiero spirituale per iniziare bene la giornata. Entro il
marzo prossimo saranno anche in libreria, edite dalle Paoline, alcune
audio-cassette con le registrazioni radio di queste mie conversazioni.
Oggi la Chiesa celebra la Festa della Sacra Famiglia, a conclusione del ciclo di
festività natalizie. E credo non ci sia immagine più bella della Santa
Famiglia di Nazareth, Gesù, Maria e Giuseppe, per riflettere un momento, in
questi giorni di fine d'anno, in cui ci auguriamo ogni bene per l'anno nuovo che
sta arrivando. Cosa ci auguriamo cari amici? La pace, la gioia del cuore,
l'unità e l'amore all'interno della nostra famiglia e poi fra tutti gli uomini.
Ebbene, nella Famiglia di Nazareth troviamo incarnati, profondamente vissuti
questi doni di Dio, proprio perché in quella famiglia, fra Gesù, Maria e
Giuseppe, c'era Dio al primo posto: ed essendoci Dio, non potevano trionfare
l'egoismo, le rivalità, la gelosia, la prepotenza, l'odio, ma vi era amore,
fiducia vicendevole, pace e gioia del cuore.
La famiglia è la realtà fondamentale della vita dell'uomo, il luogo
privilegiato dell'educazione e dell'esperienza umana e cristiana. In altre
parole, ciascuno di noi sperimenta nella sua famiglia i rapporti con Dio e con
il prossimo e tutti quei valori che ci auguriamo in questi giorni: pace, amore,
unità, serenità di vita, ottimismo e speranza nel futuro.
Pensate un po': che idea può avere di Dio padre un ragazzo il cui papà è
freddo, egoista, prepotente? Che esperienza può fare dell'amore e dell'unità
chi ha i genitori divisi, che non si vogliono bene? Come può crescere con la
gioia nel cuore e pieno di fiducia nel futuro un ragazzo che ha dei genitori
sempre scontenti, insoddisfatti nel profondo?
Lasciatemi ricordare la mia infanzia a Tronzano vercellese, il paese in cui sono
nato e dove ho fatto la prima esperienza di amore e di fede. Eravamo certo una
famiglia che si poteva definire sfortunata: tre fratelli, di cinque, quattro e
tre anni, a cui muore la mamma; pochi anni dopo, il papà va in guerra e non
torna più: non avrebbe dovuto andarci, come padre di tre figli piccoli senza
mamma, ma essendo un fedelissimo dell'Azione Cattolica, soffrì molto per il
regime fascista di quel tempo e andò in guerra per punizione. Noi tre siamo
stati educati dalla zia Adelaide e dalla nonna Anna, oltre che da varie zie e
zii: una famiglia unita, dove ci si voleva e ci si vuole bene davvero: non
ricordo nessun momento in casa mia in cui ci sia stata una vera e profonda
divisione. Anzi, ricordo l'aiuto vicendevole a tutti i parenti in difficoltà.
Da dove veniva tutta quella serenità che abbiamo ereditato? Da dove quella
gioia, quell'ottimismo anche in situazioni molto difficili? È evidente:
venivano da Dio, da nessun altro che da Dio. Non c'è altra spiegazione
possibile. In casa mia si pregava tutte le sere, recitando il Rosario, anzi
ricordo che andavamo nella stalla dei vicini a pregare, perché d'inverno c'era
un po' di caldo. Ogni mattina andavamo a Messa. Ricordo mia nonna Anna che,
quando c'era qualche problema, citava un passo del Vangelo, una frase di Gesù:
la soluzione non poteva che essere quella. Ricordo mia zia Adelaide, sorella di
papà, che ci ha fatto da mamma, insegnante elementare: una donna forte che ci
ha educati al dovere, all'onestà in tutto. Erano persone che educavano noi
ragazzi con la loro stessa vita. lo auguro ai vostri figli, ai vostri nipoti, di
avere anch'essi gli esempi di vita cristiana, di fede e di amore, che ho avuto
io.