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Tra le tanti voci
che continuano a levarsi intorno al G8, allo scopo di favorire il
necessario discernimento evangelico e di sollecitare e sostenere la
responsabilità di tutti e di ciascuno, desideriamo far giungere anche la
nostra voce di Vescovi della Regione Liguria, nella quale avrà luogo
questo incontro mondiale.
Lo facciamo con questa lettera, rendendovi partecipi di alcune nostre
riflessioni e preoccupazioni pastorali.
1. Nel fare ciò ci sentiamo spinti e animati, in particolare, dalla
nostra fede in Dio e dal nostro amore verso di voi.
La fede cristiana,
infatti, illumina e giudica anche quelle problematiche che il G8 presenta
ed evoca. Essa ci svela il volto e il disegno di Dio, Creatore e Padre.
Egli vuole che l'umanità formi un'unica grande famiglia, nella quale
tutti gli uomini siano riconosciuti come titolari degli stessi diritti e
doveri, in forza della comune e identica dignità personale di ciascuno.
Per questo Dio pone nel cuore di tutti la legge morale che li impegna a
vivere secondo giustizia, solidarietà e amore.
È in Gesù Cristo,
"cuore" della fede cristiana, che si è manifestata
definitivamente l'incommensurabile grandezza della dignità personale di
ciascun uomo. In Gesù Cristo, come scrive il Concilio Vaticano II,
"la natura umana è stata assunta… per ciò stesso è stata in noi
innalzata a una dignità sublime. Con l'incarnazione il Figlio di Dio si
è unito in certo modo a ogni uomo" (Gaudium et spes, 22). Ed è Gesù
Cristo stesso il fondamento incrollabile dell'unità del genere umano e il
principio vivo, con il dono del suo Spirito, del comandamento nuovo della
carità, norma suprema della convivenza sociale.
L'amore poi verso i nostri fedeli ci sollecita a rivolgerci a quanti
ospitano il G8 e ne sono per ciò stesso coinvolti; e non solo per
eventuali problemi e disagi sulla loro vita quotidiana in rapporto alla
casa, al lavoro, agli spostamenti, ma ancor più per lo stimolo alla
riflessione che questo appuntamento racchiude.
2. Il G8 non ci deve
lasciare indifferenti. È, piuttosto, un'occasione che deve suscitare in
noi un forte senso di responsabilità, perché i problemi che saranno
affrontati, e che in qualche modo si riferiscono al fenomeno dell'attuale
globalizzazione, sono quanto mai importanti e in qualche modo decisivi per
le sorti presenti e future di noi tutti e dell'intera umanità.
La doverosa
attenzione alle esigenze della sicurezza di tutti e a quelle di un dialogo
franco e responsabile tra le autorità e le varie espressioni della società
civile, di cui molto si discute in queste settimane, non deve far
dimenticare l'istanza fondamentale che si collega col G8, quella cioè di
dare risposta a quei molti e gravi squilibri e ingiustizie presenti nel
mondo, che un'incontrollata globalizzazione acuisce enormemente.
Si deve anche riconoscere che, se è vero che gli otto Governanti che si
autoconvocano rappresentano solo una minoranza dei Paesi del mondo e
pertanto non possono parlare a nome di tutti i Paesi, è altrettanto vero
che il loro incontro riveste una particolare rilevanza nei confronti dei
grandi problemi planetari. È infatti un incontro che deciderà quali
impegni gli otto Paesi più ricchi e tecnologicamente più evoluti
assumeranno in ordine alla crescita delle economie e delle società meno
ricche, o decisamente povere e affamate, e alla salvaguardia di un
ambiente che è da sempre patrimonio comune e indiviso.
3. Come Vescovi sentiamo viva l'urgenza di risvegliare in tutti, a partire
dai responsabili della cosa pubblica, un sussulto di nuova "moralità"
di fronte ai gravi e talvolta drammatici problemi - di ordine
economico-finanziario, sanitario, sociale, culturale, ambientale e
politico - che si connettono con una globalizzazione non rispettosa dei
fondamentali diritti umani di tutti e di ciascuno.
Sono problemi che non possono non interpellare le coscienze di tutti,
soprattutto di coloro che più concorrono a determinare le linee dello
sviluppo dei popoli e maggiormente dispongono di strumenti efficaci per
correggere e per orientare questo stesso sviluppo.
Perciò, mentre vi offriamo queste nostre riflessioni e vi chiediamo di
assumere ciascuno la propria parte di responsabilità, intendiamo
sollecitare in ultima istanza gli stessi Capi di Stato e di Governo, che a
Genova si incontreranno, perché, consapevoli della loro effettiva
influenza sulle sorti politiche, economiche, sociali e ambientali del
pianeta, sappiano ascoltare il grido di tanti popoli del mondo.
Sono popoli poveri, calpestati nei loro fondamentali diritti umani,
sprovvisti dei minimi mezzi economici di sussistenza, mancanti di
istruzione, impediti di partecipare liberamente alla vita sociale, colpiti
dalla fame, dalla malattia, dalla violenza e dalla guerra. Per questo
siamo convinti che, nell'agenda dei lavori del G8, la prima priorità
debba andare alla lotta programmatica ed efficace contro la povertà.
Sono popoli poveri e
sono popoli giovani: la maggioranza dei giovani della terra! E, tra i
diritti degli uomini, c'è per i giovani un particolare diritto alla
speranza, un diritto a costruire - con la generosità e con il coraggio
che dalla speranza i giovani attingono - per sé e per il mondo un domani
profondamente diverso, meno cinico e meno utilitaristico di quello che li
ha accolti.
4. Noi desideriamo
farci voce di questi popoli, poveri e giovani. Per loro vogliamo invocare
giustizia e solidarietà.
Ma la giustizia -
pilastro fondamentale e irrinunciabile della convivenza umana - può
affermarsi soltanto là dove sono difesi e promossi i diritti umani non
solo di alcuni ma di tutti, a cominciare dai diritti dei più deboli ed
emarginati. Solo così si può camminare verso la vera democrazia, nella
quale tutti godono effettivamente di uguaglianza e di partecipazione
responsabile.
D'altra parte, la stessa giustizia ha bisogno di un'anima che la vivifichi
e la sorregga, e questa non può che essere la solidarietà:
una solidarietà
consapevole e forte, che non è "sentimento di vaga compassione o di
superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o
lontane", ma "determinazione ferma e perseverante di impegnarsi
per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché
tutti siamo veramente responsabili di tutti" (Giovanni
Paolo II, Enciclica Sollicitudo rei socialis, 38). Una solidarietà che,
oggi, nel contesto della globalizzazione in atto, esige di attuarsi
secondo un orizzonte propriamente mondiale.
La giustizia e la
solidarietà dovranno, a loro volta, obbedire al principio di sussidiarietà,
che sollecita tutti a rispettare e a valorizzare l'intervento delle varie
soggettività - di persone, di gruppi e di iniziative - della società
civile.
5. È giudizio
comune che l'attuale processo di globalizzazione - in particolare
nell'ambito economico, finanziario e tecnologico - si configuri come
profondamente ambiguo, perché, mentre avvicina e unisce tra loro i
popoli, genera e alimenta intollerabili emarginazioni, con una vera e
propria esclusione dei più poveri.
Ed è giudizio altrettanto acquisito che la globalizzazione esiga di
essere "governata". Da chi, se non dall'uomo stesso, chiamato a
non subire i processi della storia ma a gestirli? L'uomo
è chiamato a governare la globalizzazione "da uomo" e "per
il servizio all'uomo", dunque con i criteri della razionalità e
della responsabilità.
Come ha detto il
Papa: "La globalizzazione, a priori, non è né buona né cattiva.
Sarà ciò che le persone ne faranno. Nessun sistema è fine a se stesso
ed è necessario insistere sul fatto che la globalizzazione, come ogni
altro sistema, deve essere al servizio della persona umana, della
solidarietà e del bene comune" (Discorso ai membri della Pontificia
Accademia delle Scienze Sociali, 27 aprile 2001). Ed è quanto avviene, in
particolare, con un "governo" da parte della politica, del
diritto e dell'etica.
In tal senso ci rivolgiamo a tutti i responsabili della politica, perché
- anche innovando profondamente strumenti e modelli istituzionali per
adeguarli alle attuali urgenze e difficoltà - ricerchino modalità
efficaci di intervento capaci di "regolamentare" una
globalizzazione largamente e dispoticamente dominata dalla nuova
finanza-economia, al di fuori di qualsiasi riferimento etico, di giustizia
o di solidarietà.
I Governi, per primi,
avvertano la grave responsabilità di servire il bene comune universale,
impegnandosi nella lotta contro la povertà con tutti i mezzi possibili, a
cominciare dalla cancellazione o riduzione del debito estero dei Paesi
poveri.
Ci rivolgiamo
egualmente agli operatori economici e finanziari, perché sappiano
riscoprire l'originario legame che intercorre tra finanza, economia ed
etica: è un legame radicato nello statuto stesso dell'uomo e
perfettamente riconoscibile nel lavoro, ovvero in quella "economia
produttiva", da cui anche la finanza trae origine e legittimazione.
Come la stessa esperienza ci insegna, il rispetto dell'etica torna sempre
a vantaggio della stessa crescita economica: non nei tempi brevissimi ai
quali una certa finanza, di matrice indubbiamente speculativa, ci vorrebbe
abituare, ma certamente nei tempi medi o lunghi che appartengono alla
dimensione dell'uomo e che sono perciò i soli legittimati a giudicare
della qualità delle iniziative economiche e imprenditoriali.
6. A tutti, e in
particolare agli operatori della politica e dell'economia, incombe il
dovere di interrogarsi con la massima serietà sui probabili esiti,
certamente pericolosi e dirompenti, del mantenimento o di un ulteriore
aggravamento del drammatico divario che separa il Nord dal Sud del mondo.
Consentito e
alimentato da una diffusa insensibilità etica di singoli e di popoli, di
operatori privati e istituzionali, promosso da spericolati giochi
economico-finanziari, aggravato da una arroccata quanto iniqua difesa
delle cosiddette "conoscenze proprietarie" (brevetti costosi e
non disponibili e accessibili a tutti) in tutti i settori di attività,
questo solco mostruoso che spacca il mondo e genera ogni giorno nuove
apartheid, si regge su una impensabile concentrazione della ricchezza
mondiale nelle mani di pochissimi, singoli individui o entità
multinazionali.
È per noi spontaneo
il rimando alla parabola evangelica del ricco e del povero Lazzaro, che
con l'attuale fenomeno della globalizzazione dovrebbe essere letta in
termini mondiali drammatici: davanti ai pochi "Epuloni", che
"vestono di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettano
lautamente" e che non si accorgono neppure della miseria che li
circonda, sta l'immensa folla dei "Lazzari", che "giacciono
alla loro porta, coperti di piaghe, bramosi di sfamarsi di quello che cade
dalla mensa dei ricchi" (cfr. Luca 16, 19-21).
Non è difficile
cogliere gli effetti disumanizzanti di una simile situazione di
ingiustizia: in questo abisso di disparità si spegne, soffocata e
cancellata dalla miseria, la dignità dell'uomo cui tutto è negato; si
svilisce la nostra umanità, isterilita e svuotata dal quotidiano
sottrarci alla voce più alta della coscienza; si blocca il cammino verso
una democrazia vera e matura; ne scapita gravemente la stessa economia,
privata ad un tempo di tante vitalità lavorative e imprenditive e di
tanti possibili mercati per i suoi prodotti.
7. Queste riflessioni,
però, si devono allargare a tutti noi e ci devono interpellare
direttamente. Attraverso un faticoso ma indispensabile cammino di
"conversione culturale", è urgente e necessario che arriviamo
finalmente a superare quell'ingiusta concezione dei popoli poveri, visti
come meri soggetti passivi, destinatari, al più, di umilianti interventi
di elemosina - proprio come le "briciole" che cadevano dalla
mensa di Epulone -, e che ci impegniamo invece, a livello dei grandi
programmi come del piccolo quotidiano di ciascuno, nel recupero e nel
rilancio della loro soggettività e della loro responsabilità; quindi
della loro autopromozione sociale ed economica.
Ragione ed
esperienza concordemente indicano l'insufficienza delle pur necessarie
analisi dell'attuale fenomeno della globalizzazione e la sterilità di
contestazioni e dissensi, soprattutto se accompagnati da atti di violenza,
che non si aprano alla formulazione di valide proposte alternative. Ma
anche la stessa doverosa pressione esercitata sugli altri - siano pure i
cosiddetti "grandi della terra" - manca di credibilità e di
legittimazione quando non si accompagna all'impegno responsabile di
ciascuno per la realizzazione di quanto a ciascuno è dato e richiesto di
fare.
Per questo, occorre
che le coscienze di tutti si ridestino e riscoprano in sé i segni
incancellabili di quella naturale solidarietà che tutti chiama alla
condivisione; che, dunque, chiama tutti noi, abitanti del Nord opulento,
ad una vita più sobria ed austera, più consona alla solidarietà operosa
con chi è nel bisogno, più rispettosa della dimensione sociale della
stessa proprietà privata.
Ciò presuppone un
forte impegno educativo, difficile e urgente insieme, che deve vedere come
prime e convinte protagoniste la famiglia e la comunità cristiana.
Queste, a loro volta, devono essere aiutate dalle altre "agenzie
educative", come la scuola e i vari mezzi della comunicazione
sociale.
Nel contesto dell'impegno personale siamo grati alle nostre comunità
cristiane e a tutti quei gruppi che hanno accolto, rispondendo alla sua
finalità di sensibilizzazione morale e di partecipazione economica, la
proposta della Chiesa Italiana, in occasione del Giubileo, per la
riduzione del debito estero di due Paesi dell'Africa.
Sempre nella linea
dell'impegno personale, invitiamo tutti a coltivare costantemente un
duplice e unitario sguardo. Da un lato, dobbiamo guardare al mondo intero
e ai suoi problemi assumendo un respiro veramente "cattolico",
ossia mondiale. Dall'altro lato, dobbiamo rivolgere lo sguardo, fatto
acuto dall'amore, nella comunità in cui viviamo fino a riconoscervi
questo stesso mondo, che di fatto si rende presente con analoghi problemi
nelle nostre stesse Città e Paesi.
Diventerà allora
possibile per ciascuno di noi impegnarci responsabilmente e concretamente
per umanizzare lo sviluppo: è quanto avviene, ad esempio, con
l'accoglienza degli immigrati e con lo sforzo di camminare verso una
giusta integrazione, con la lotta contro le vecchie e nuove povertà che
incontriamo tra le nostre stesse mura. La sfida della globalizzazione si
configura come problema etico di ciascuno e si vince anche e innanzi tutto
operando sui tanti terreni di "periferia" in cui si giocano le
sfide locali che compongono il complessivo fenomeno della globalizzazione.
8. Davvero vorremmo
che per tutti noi cristiani questo G8 in terra di Liguria diventasse
occasione preziosa per rinnovare il nostro impegno a meglio conoscere e ad
approfondire i contenuti della dottrina sociale della Chiesa, su cui
incessantemente e con forza richiama la nostra attenzione il Santo Padre e
di cui sono parte anche queste nostre riflessioni sulla globalizzazione e
sui suoi pericoli di devianza rispetto ai disegni di Dio e ai diritti
dell'uomo.
In questa dottrina troviamo la manifestazione più puntuale e completa di
un pensiero - e insieme di un'esperienza di vita - amorevolmente attento
alle sorti dei poveri. Vogliamo
affermarlo con fierezza: da sempre la Chiesa, pur con i ritardi e le
infedeltà dei suoi figli, si sente quotidianamente chiamata a seguire
l'inequivocabile esempio di Gesù e, pertanto, ad essere vicina ai poveri
e ai sofferenti, a condividerne le difficoltà e le angosce.
Noi stessi vogliamo
rinnovare il nostro impegno a rimanere coraggiosamente fedeli all'opzione
preferenziale per i poveri, nella cui persona c'è una "presenza
speciale" di Gesù Cristo, come ci ammonisce la pagina evangelica del
giudizio finale: "In verità vi dico: ogni volta che avete fatto
queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto
a me" (Matteo 25, 40). Il Papa ci ricorda: "Su questa pagina,
non meno che sul versante dell'ortodossia, la Chiesa misura la sua fedeltà
di Sposa di Cristo" (Lettera
Novo millennio ineunte, 49).
Sentiamo il bisogno di
ringraziare il Signore e, insieme, di dare voce ai non pochi missionari
liguri - siano essi sacerdoti, religiosi, religiose e laici - che, sparsi
nel mondo, offrono il loro servizio quotidiano, spesso in condizioni di
grave difficoltà, alle popolazioni povere dei Paesi di missione. Anche
l'aiuto concreto che con maggior generosità possiamo assicurare ai
missionari è una forma importante di contributo alla causa di una
globalizzazione umana e umanizzante.
Soprattutto sentiamo
il bisogno di invocare Dio, "ricco di misericordia" con tutti,
perché non si stanchi di donarci saggezza e coraggio per assolvere il
compito affidatoci di costruire un mondo più unito nella giustizia e
nella solidarietà. Per questo intensifichiamo la nostra preghiera
personale e comunitaria, specialmente nei giorni del G8, facendo nostra
l'invocazione liturgica della Chiesa nella celebrazione della Messa
"per il progresso dei popoli":
"O Dio, che hai
dato a tutte le genti un'unica origine
e vuoi riunirle in una sola famiglia,
fa' che gli uomini si riconoscano fratelli
e promuovano nella solidarietà lo sviluppo di ogni popolo,
perché con le risorse che hai disposto per tutta l'umanità,
si affermino i diritti di ogni persona
e la comunità umana conosca un'era di uguaglianza e di pace".
I Vescovi Liguri
Genova, 24 giugno 2001
Natività di San Giovanni Battista
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