XII AG - GROTTAFERRATA 6 Maggio - 17 Giugno 2001

"Identità e Spiritualità"

Testo definitivo – 11/6/2001

1. CHI SIAMO?
2. ASPETTI PROBLEMATICI 2.2  Cambiamenti sociali e culturali
2.3. La Chiesa e la missione
2.4. Situazioni personali e comunitarie
3. RIVITALIZZARE IL NOSTRO CARISMA
4. IL NOSTRO ISTITUTO 4.2. Ad extra
4.3. Ad gentes
4.4. Ad vitam
4.5 Insieme
5. CELEBRARE LA PARTENZA, SEGNO DI RINASCITA
1. CHI SIAMO?
L'inizio del Nuovo Millennio con le sue attese, inquietudini e promesse ci spinge a vivere in modo rinnovato il dono della nostra vocazione. Dentro tale dono troviamo energia e intelligenza per rispondere alle attese, guarire le inquietudini, lavorare per il compimento delle promesse dei popoli e del mondo. Per ravvivare il dono fattoci, restiamo in ascolto di tutto ciò che lo Spirito Santo, protagonista della missione, va suscitando nelle chiese, nel mondo, e nella tradizione del nostro istituto.

Noi, missionari del PIME, chiamati da Dio alla sequela del Cristo, siamo una comunità internazionale di missionari, laici e presbiteri, consacrati per tutta la vita alla testimonianza e alla scoperta del Regno di Dio, anzitutto tra i popoli che non conoscono Cristo. (Cfr. X AG, Tagaytay, DM)

L'unica nostra chiamata si esprime nella molteplicità di età, culture, nazionalità, modi di pensare e di vivere, preti e laici, presenti fra noi. Riconosciamo in questa diversità non un ostacolo, ma una ricchezza per la nostra testimonianza.

2. ASPETTI PROBLEMATICI
Il PIME, come altri istituti missionari, sta attraversando una fase critica che tocca l'evangelizzazione in genere e il cuore del carisma missionario.
2.2 Cambiamenti sociali e culturali
Siamo davanti a grandi cambiamenti sociali e culturali di cui spesso non ci rendiamo conto o di fronte a cui rimaniamo incapaci. Il mondo attuale è, marcato sempre più da fenomeni come la globalizzazione che, mentre unisce tutte le nazioni in una struttura globale di mercato, rischia di appiattire ogni cultura e emarginare nell'ingiustizia ampi strati della popolazioni mondiale.

Nello stesso tempo - e quasi per reazione - in molte parti del mondo cresce una difesa talvolta violenta della propria cultura fino a divenire esclusivismo etnico e religioso. In un mondo che ruota in modo sempre più vorticoso, si é accresciuta una diffusa esigenza di spiritualità (NMI 33). Mentre ciò manifesta la grande sete di Dio presente in molti uomini e donne, c'è il rischio che tale ricerca di Dio approdi a una spiritualità intimista, che rifugge da un impegno nella storia.

Presente é anche una delusione profonda verso l'uomo e la realtà, che - soprattutto nel mondo occidentale - si manifesta in un nichilismo pragmatico e distruttivo. Anche la postmodernità rivela che vengono sempre meno le certezze, i valori obiettivi e la ricerca di un comune significato.

Questi nuovi modi di pensare ed agire suggeriscono sottilmente un'immagine dell'uomo e della società, dove l'economia vale più della persona; il commercio più della gratuità, il gruppo più del mondo; i propri sentimenti più della realtà.

2.3. - La Chiesa e la missione
Vi sono aspetti problematici anche nel campo ecclesiale e della missione. Nel loro insieme essi fanno emergere interrogativi che chiedono una risposta. Talvolta essi appaiono come sfide, talaltra essi sono urgenze da considerare e su cui riflettere.
Fra gli elementi che determinano questa fase elenchiamo:
- Una "debolezza cristologica", che rischia di ridurre l'evangelizzazione ad una attività prevalentemente sociale, caritativa o di organizzazione pastorale. Tutto questo mette in questione la radice stessa della missione;
- L'ampliamento degli ambiti dell'evangelizzazione, non legata più solamente a territori lontani, ma a gruppi umani non cristiani presenti pure in territori tradizionalmente cristiani. Questi elementi rischiano di mettere in questione il nostro essere ad gentes e ad extra
- L'ampliamento del concetto di missione, che rischia di diluire la nostra caratteristica di missionari ad gentes, secondo la tradizione paolina (cfr. 1 Cor 1, 17)
- La teologia della chiesa locale e l'emergere di nuovi soggetti e forze missionarie. che ci richiede ubbidienza ai pastori delle chiese che serviamo e collaborazione con le altre forze missionario
- Il dialogo tra le religioni e la necessità di un maggiore contatto con le religioni non cristiane ci trova talvolta impreparato a gioire per le ricchezze dello Spirito presente nelle altre religioni.
- L'indifferentismo religioso ed una errata concezione del dialogo interreligioso che crea nel missionario imbarazzo, paura ed incertezza ad offrire il dono specifico cristiano del Vangelo, che viene concepito come un violare la libertà di coscienza
2.4. - Situazioni personali e comunitarie
Vi sono anche motivi di crisi che toccano in modo specifico la vita delle comunità e dei singoli:
- difficoltà di mantenere vivo il senso dell'ad gentes al punto dì coinvolgerci nel lavoro pastorale e mettere in secondo piano la presenza nelle situazioni di frontiera e missionarie.
- Un certo imborghesimento, che lentamente ci conforma alla mentalità della società.
- Il senso di protagonismo e la difficoltà di collaborare con le Chiese locali e anche l'incapacità di andare oltre la fase dì supplenza e l'appiattirsi in quello che si fa.
- L'importanza eccessiva delle risorse economiche, che rischiano di ridurre l'opera di evangelizzazione a quella di una società assistenziale.
- L'animazione può ridursi ad un efficientismo senza anima, ad una pubblicità ad effetto,
- Gravi difficoltà ad adattarsi ad ambienti e culture diverse o a cambiamenti dì compiti e servizi, specie dopo molti anni nello stesso luogo e lavoro
- La fragilità umana e spirituale della nostra personalità apostolica, accresciuta dalla mentalità contemporanea che sfugge a decisioni definitive e vocazionali.

Tutte queste sfide e constatazioni ci pongono davanti alla necessità di ritrovare i motivi fondanti della missione ad gentes e ad extra, di fare scelte coraggiose e stimolare la creatività e l'entusiasmo. In una parola: dobbiamo rivitalizzare il nostro carisma.

3. RIVITALIZZARE IL NOSTRO CARISMA
"No, non una formula ci salverà, ma una Persona e la certezza che essa ci infonde: Io sono con voi" (NMI, n. 29).
Per rivitalizzare la nostra identità PIME nei nuovi contesti storici non possiamo non partire una ripresa della centralità di Cristo nella nostra vita, dall'incontro con la Trinità nell'unzione battesimale e nel mandato che abbiamo ricevuto.

Molti hanno sottolineato che occorre riaccendere con radicalità evangelica il carisma che abbiamo ricevuto, secondo le componenti che da sempre fanno parte della nostra storia: gentes, ad extra, ad vitam, insieme.

Vivere con maggiore intensità queste caratteristiche ci rende umili. Il bene che Dio ci ha dato di compiere ci rallegra, ma ci spinge anche a ravvederci. Accogliendo l'esempio del Papa, desideriamo prendere coscienza del nostro passato con onestà e chiarezza, fino a chiedere sinceramente perdono delle nostre colpe. Rivitalizzare il nostro carisma è anche desiderio di ravvedersi.

Il ritorno alla radicalità evangelica ci fa soprattutto comprendere che la missione è realizzata attraverso la testimonianza personale, fatta di dono di sé, gratuità, capacità di relazione, amore universale senza esclusioni, sull'esempio di Cristo che ha vissuto la sua missione fino alla morte e alla morte di croce.

Nello stesso tempo, per la ripresa del nostro carisma, è urgente viverlo "insieme": insieme pregare, insieme scrutare i segni dei tempi, insieme progettare, insieme imparare dalla memoria viva dei nostri confratelli.

La nostra vocazione di missionari del PIME è il dono ricevuto di una nuova umanità, dove vivono riconciliate universalità e particolarità, individuo e impegno nella storia. Questo dono, è anzitutto un essere prima che un fare. Esso ci spinge ad essere compagni di cammino per l'uomo contemporaneo, nel dialogo e nel servizio, senza la pretesa di avere soluzioni per tutti i problemi di oggi. Allo stesso tempo, le crisi del presente non fermano la speranza e lo sguardo in avanti. La nostra vocazione infatti ci fa essere segni profetici del dono di Gesù Cristo al mondo, capaci di intraprendere nuove strade perché agli uomini di oggi risuoni, in modo nuovo, l'annuncio della salvezza.

Il desiderio di rivitalizzare il nostro carisma ci impone atteggiamenti e scelte fondamentali, quali ad esempio:
- destinare persone per nuovi areopaghi e per aree particolarmente difficili o chiuse
- impegnarsi di più al servizio delle varie forme di povertà e smarrimento che affliggono l'umanità
- dare più spazio al rapporto con i non cristiani, non chiudendoci nella sola attività pastorale
- non temere di fare scelte non totalmente condivise, se sono fedeli al Vangelo
- non temere la mancanza di risultati
- ascoltare lo Spirito che ci precede sempre in luoghi, culture, persone destinatari della nostra missione.
Desideriamo qui riprendere in modo più specifico alcune delle caratteristiche del nostro carisma e il ruolo degli istituti missionari
4. IL NOSTRO ISTITUTO
Il Concilio Vaticano II ha riaffermato la missione come compito della Chiesa universale che si realizza nella Chiesa locale. Questo fatto, in sé positivo, può rischiare talvolta di produrre un impoverimento o annacquamento del nostro carisma. Talvolta la missione della chiesa locale è così sottolineata da vedere la missione ad gentes e ad extra come "una sottrazione di forze". Talaltra, nei paesi tradizionalmente di missione i missionari del PIME riducono il loro impegno alla pastorale locale o a funzioni di supplenza, mortificando il nostro carisma verso i non cristiani. L'epoca della missione ad gentes e degli istituti missionari non è finita (cfr RM 1, 66 e NMI 56)
4.2. Ad extra
Il nostro Istituto è nato 150 anni fa come espressione della missionarietà della Chiesa locale. Il PIME in tutti questi anni è stato esempio e modello della missione. La vocazione missionaria dei membri del PIME, nasce e matura nell'esperienza cristiana di una chiesa particolare, ma rispondendo alla natura del suo essere, sente l'esigenza di superare i propri confini. Attraverso la partenza ad extra fuori dei propri confini, della propria cultura e chiesa, il missionario del PIME richiama tutti i cristiani a vivere la missione nel loro ambito quotidiano e a collaborare nell'evangelizzazione universale.
Il rinnovamento del nostro carisma passa per una riaffermazione di questa nostra caratteristica. Per questo, anche oggi nelle chiese di origine, la partenza dalla propria chiesa si conferma come luogo privilegiato per l'animazione missionaria.
A causa dei fenomeni dell'emigrazione mondiale, ormai molti paesi di antica tradizione cristiana ospitano - talvolta in situazioni di emarginazione - gruppi consistenti di non cristiani. Il PIME non considera suo l'impegno diretto per questi gruppi.
Ma proprio vivendo con radicalità il suo carisma ad extra il PIME favorirà l'universalità della missione. Il costarle rapporto del partente con la chiesa che lo ha generato, permetterà di animare le nostre comunità di origine, favorendo l'incalzante spinta di Cristo, che si rivolge soprattutto agli ultimi e a coloro che non lo hanno conosciuto (C 1,8,14, D 8,31,44).
4.3. Ad gentes
La tradizione dell'Istituto si è sempre espressa con una forte caratteristica ad gentes. Nei 150 anni passati i missionari del PIME, andando in luoghi lontani e impervi, hanno lanciato i primi semi dell'evangelizzazione. Oggi, in molte missioni del PIME le chiese, con gerarchia e clero diocesano, sono già fondate e i nostri missionari, insieme al clero locale, collaborano all'evangelizzazione del territorio.
Non possiamo però ridurre il nostro impegno a semplice supplenza. Per questo nelle chiese di arrivo, consegnando il nostro carisma ai vescovi, avremo premura dì:
- Favorire gli strumenti che più sono consoni all'evangelizzazione e alla collaborazione tra le chiese: conoscenza delle culture, studio della lingua, inserimento mirato e adeguato, acculturazione e inculturazione
- Stimolare le chiese locali ad andare oltre i loro confini sia in direzione dell'ad gentes sia in direzione della collaborazione tra chiese.
- Riservarsi aree o situazioni in cui il PIME possa esprimere il suo carisma vivendo in maniera preponderante l'ad gentes per l'evangelizzazione. (Cfr Dir e Cost. C 1,4,30,31,32 et D4,12,14, 23,30,31,32,44, 48).
- In varie situazioni, la nostra vocazione ci spingerà ad essere segni profetici per le chiese in cui lavoriamo, accettando impegni che vanno oltre i confini della pastorale ordinaria, in situazioni di povertà, marginalizzazione, immigrazione, AIDS, curando di vivere la profezia in comunione con la chiesa locale e nella lettura attenta dei segni dei tempi. Fa parte di questi segni profetici lo studio e i tentativi di evangelizzare quelle nazioni che sono chiuse alla presenza di forme missionarie tradizionali.
4.4. Ad vitam
Gli Istituti missionari diventano anche il luogo dove l'ad vitam assume connotazioni precise. Oggi molti sacerdoti e laici si dedicano alla missione ad gentes per un certo periodo. Il nostro Istituto propone la vocazione missionaria come risposta ad un progetto che impegna con totalità e per tutta la vita. Il rendere un servizio in patria o l'impossibilità per malattia di andare in missione non sminuisce la realtà dell'ad vitam. Mai però dovrebbe venir meno il desiderio della partenza. (IL, p. 12)
4.5 Insieme
Il nostro essere "insieme" esige una presa di coscienza e una attitudine a vivere e a lavorare fra confratelli di differenti età, culture e provenienze. Ricchezze nascoste e fatiche ordinarie, vanno affrontate e vissute nel nome del Signore che ci garantisce la sua presenza "là dove due o più sono riuniti" nel suo nome (Mt. 18,20).
4.5. l. La comunione: principio educativo
Nella formazione iniziale si abbia cura a sviluppare attitudini di dialogo e di ascolto, di responsabilità vera e di capacità di discernimento ritenendole fondamentali al carisma missionario. Si incoraggi e si creino occasioni per formare una mentalità interculturale ed interreligiosa,
Nell'impegno di formazione permanente si maturi sempre più la comunione fraterna, educando all'internazionalità, verificando e animando le situazioni di vita in cui tale comunione tende a venire meno.
4.5.2. La comunione: contemplazione del Mistero
Perché il cuore degli uomini venga illuminato dalla conoscenza del Cristo, il missionario deve riflettere in qualche modo il Volto del Signore. Si impone perciò come necessità assoluta, l'incontro con Lui, nella Parola di Dio, nell'Eucarestia e nelle varie forme di preghiera evangelica (contemplatori di Cristo), pena la perdita dell'efficacia del mandato dì evangelizzare.
Solo una comunità in preghiera con il Padrone della Vigna e in dialogo leale e libero coi suoi membri, diventa segno di fraternità per il mondo e riceve luce dallo Spirito per i propri impegni. Ogni comunica diverti sempre più il luogo in cui vi siano momenti di comunicazione della propria esperienza di fede (es. negli esercizi spirituali), e momenti di ritrovata ed offerta riconciliazione, anche sacramentale.
4.5.-'3. La comunione: fare spazio al fratello
Si curino nelle persone quei fondamenti umani di ogni relazione quali la lealtà, la chiarezza, il coraggio nell'esprimersi, nel cercare, nell'ascoltare; si elimini il timore ed il sospetto, il tatticismo e l'insinuazione. Nell'abbandono gratuito di noi stessi nei confronti dell'altro, si coltivi un'impostazione positiva del cuore e della mente per giungere alla scoperta che nelle reciproche differenze c'è un dono che ci viene offerto: l'esistenza dell'altro e il suo modo di amare Dio e il prossimo.
Nel progettare impegni, leggendo insieme i segni dei tempi, si abbia cura di valorizzare ogni membro come una preziosa risorsa, accogliendo la novità e il contributo dell'altro, anche, il più giovane, o il più anziano, condividendo le gioie e i dolori di ognuno.
Le risorse più preziose dell'Istituto sono le persone. Si tenga presente a livello centrale una distribuzione oculata del personale; a livello di Circoscrizioni si stabilisca una policy economica che garantisca un sostegno regolare al lavoro del missionario che non ha altre risorse.
"Non ci facciamo illusioni : senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz'anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita." (NMI. 43)"
4.5.4. Preti e laici consacrati
La ragione del nostro essere "insieme" è la nostra comune chiamata alla missione.
Pur avendo ruoli differenti, presbiteri e laici consacrati devono vivere con radicalità celibato, povertà e obbedienza, per essere modelli di disponibilità, condivisione, e corresponsabilità.
Solo così i fedeli prenderanno coscienza della dimensione missionaria della loro vocazione cristiana.
5. CELEBRARE LA PARTENZA, SEGNO DI RINASCITA
Il "rito della partenza e della consegna del crocifisso" per noi missionari del PIME di varie chiese e nazioni segna in modo definitivo la nostra scelta per la missione ad gentes e ad extra. Per rimanere fedeli alla nostra tradizione, dobbiamo ridare senso pieno e vitale a questo rito, con la forza e la chiarezza che aveva alle origini, quando i nostri primi missionari partivano per sempre senza nemmeno pensare a un ritorno in patria. Questo ci aiuterà a superare stanchezza e accomodamenti e a riscoprire la gioia dell'essere inviati.
Partiamo:
a) Perché scelti personalmente da Cristo per "essere con Lui ed essere inviati" (Cfr. Mc 3, 14-15) come annunciatori del Vangelo.
b) Per essere testimoni della novità portata da Cristo, dell'amore e della paternità di Dio verso coloro che ancora non l'hanno conosciuta e sperimentata specialmente i poveri. La testimoniami potrà esprimersi con modalità diverse, come la presenza silenziosa, l'annuncio esplicito, il dialogo e il servizio, ma in tutti i casi è la bontà e la misericordia di Dio che sono rivelate. Solo così possiamo diventare ponti di riconciliazione e unità fra chiese e popoli, in. cammino verso la comunione finale.
La partenza è sempre un dono senza rimpianti e nostalgie. L'attaccamento alla propria patria, chiesa, cultura, famiglia può diventare una contro-testimonianza e un non totale coinvolgimento nella missione. Lasciare il proprio paese non è solo un semplice spostarsi da un luogo all'altro, ma qualcosa di fondamentale della nostra spiritualità. Esige uno spirito di distacco radicale. Occorre rivedere continuamente la nostra "partenza": andare, lasciare persone e cose per saper dare tutto a Colui che ci ha chiamati.
Ci accompagnano in questo cammino le figure di Abramo, nostro padre nella fede e lo stesso Gesù, il Buon Pastore che ha dato la vita per le sue pecorelle, che si è spinto a cercare la pecora smarrita, che anela a ricondurre "altre pecore che non: sono di quest'ovile" (Gv 10, 16). Nello stesso tempo, partiamo con la ricchezza della santità del PIME, resa attuale in ogni epoca dalla testimonianza di tanti nostri confratelli missionari e martiri.

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