PICCOLI GRANDI LIBRI  DIETRICH BONHOEFFER  DIARIO
VENGA IL TUO REGNO

La preghiera della comunità
per l’avvento del Regno di Dio sulla terra

Scritto in tedesco nel 1932 - Edito dalla Queriniana 1976
(L’introduzione di Eberhard Bethge, nell’edizione cartacea non è stata riportata)

O siamo uomini ai margini del mondo, o siamo secolarizzati, il che significa che non crediamo più nel Regno di Dio. O siamo nemici della terra, perché ci sentiamo migliori di essa, o siamo nemici di Dio, perché egli ci rapisce la terra, nostra madre. O fuggiamo davanti alla potenza della terra, o ci appoggiamo ad essa ostinatamente e senza lasciarci muovere da niente. Ma non siamo come i pellegrini, che amano la terra che li porta - e ciò per il solo fatto che essa li porta incontro a quel paese straniero che amano più di ogni altra cosa - altrimenti non sarebbero in cammino. È capace di credere al Regno di Dio solamente chi è così in cammino, chi ama la terra e Dio insieme.

Uomini ai margini del mondo siamo da quando abbiamo ricavato quel pessimo trucco, per cui siamo religiosi, anzi "cristiani", a spese della terra. Si vive molto bene in questa zona così al margine del mondo. Ogni volta che la vita incomincia a divenire pericolosa o troppo impegnativa, si spicca un volo e ci si solleva, leggeri e senza preoccupazioni, nelle cosiddette regioni eterne. Si salta il presente, si disprezza la terra, ci si sente migliori di essa; infatti accanto alle sconfitte in questo mondo si hanno a disposizione vittorie eterne, che possono essere ottenute con grande facilità. È pure facile consolare e predicare con questo atteggiamento. Una chiesa ai margini del mondo può essere certa di conquistare facilmente tutti i deboli, tutti quelli che amano essere ingannati e traditi, tutti i sognatori e i figli infedeli di questa terra. Del resto, quando la situazione incomincia a divenire pericolosa, chi non sarebbe tanto umano da non esser pronto a salire in fretta sul carro che scende dall'alto e promette di portare in un al di là migliore? Quale chiesa sarebbe così crudele, così inumana da non venire incontro, pietosa, a questa debolezza della umanità che soffre – per mettere così al sicuro il suo bottino di anime per il paradiso? L'uomo è debole, non tollera la vicinanza della terra che lo porta, non la tollera perché essa è più forte e perché lui vuol essere migliore della malvagia terra. Egli cerca di svincolarsi, di sottrarsi alla sua serietà. Chi potrebbe prendersela con lui per questo - se non l'invidia di chi nulla ha? L'uomo è debole, non c'è nulla da fare; e come tale accetta la religione che lo pone ai margini del mondo - e d’altra parte sarebbe giusto negargliela? sarebbe giusto lasciare il debole senza aiuto? sarebbe questo lo spirito di Gesù Cristo? No, l’uomo debole deve ricevere aiuto, e questo gli viene da Cristo. Ma Cristo non vuole questa debolezza, al contrario egli rende l’uomo forte. Non lo conduce ai margini del mondo in una fuga religiosa dal mondo, ma lo restituisce alla terra come suo fedele figlio.

Non siate uomini ai margini della realtà, ma siate forti!

L'altra possibilità è che siamo figli di questo mondo. Chi non si sente affatto toccato da quanto detto sopra, dovrebbe stare attento se quanto segue lo può ferire. Noi siamo divenuti schiavi del secolarismo; ed intendiamo del secolarismo devoto, cristiano. Non si pensi affatto all’ateismo o al bolscevismo nelle sue espressioni culturali, ma alla rinunzia cristiana a Dio come Signore della terra. E con ciò si dimostra che siamo asserviti alla terra. Dobbiamo chiarire il nostro atteggiamento di fronte ad essa. Non c'è via di scampo. Potenza si oppone a potenza. Il mondo si oppone alla chiesa, la mondanità alla religione. Che altra possibilità c'è se non che religione e chiesa siano costrette a chiarire la loro posizione, a lottare? Perciò la fede deve rinforzarsi e divenire costume religioso e morale; la chiesa, un organo d’azione per un nuovo edificio etico religioso.

La fede, dunque, si arma, perché le potenze della terra ve la costringono. Dobbiamo difendere la causa di Dio. Dobbiamo costruirci una fortezza resistente, nella quale poter vivere sicuri con Dio. E cosi costruiamo il Regno. Anche con questo allegro secolarismo si può vivere ottimamente. L'uomo - anche l'uomo religioso - prova piacere ad azzuffarsi e a mettere alla prova le sue forze. Chi vorrebbe biasimarlo per questo dono della natura - se non l'invidia di chi nulla possiede? E inoltre si può anche parlare e predicare ottimamente con questo secolarismo devoto. La chiesa può star certa che - se si comporta solo un pochino più risolutamente - in questo allegro conflitto avrà dalla sua tutti gli uomini coraggiosi, decisi, bene intenzionati, tutti i figli troppo fedeli a questa terra. Quale uomo giusto non sarebbe pronto a difendere la causa di Dio in questo mondo malvagio? Egli lo farebbe come si racconta degli antichi Egiziani, i quali portavano i loro idoli contro il nemico per nascondersi dietro di loro; ma ora li porterebbe non solo di fronte al nemico, al mondo, ma addirittura davanti a quel Dio che spezza i suoi idoli in terra, che non vuole che l'uomo in terra cerchi di difenderlo, solo perché dotato di forza esuberante - come il forte difende il disarmato -, ma che vuol condurre lui stesso la sua causa e prendersi cura o meno dell'uomo secondo la sua libera grazia, che vuol essere lui il Signore in terra, e quindi considera molto mal servita la sua causa da questo allegro zelo. Proprio con questa nostra prontezza nel difendere i diritti di Dio nel mondo, non facciamo altro che sfuggire a lui stesso; amiamo la terra per amore della terra stessa e di questa lotta: ecco il nostro secolarismo cristiano. Ma non possiamo sfuggire a Dio. Egli si riprende l'uomo e lo conduce sotto la sua signoria.

Diventate deboli nel mondo e lasciate che Dio sia il Signore! Ora, l’essere ai margini del mondo e il secolarismo sono solo le due facce della stessa medaglia, cioè del fatto che non crediamo al Regno di Dio. Non vi crede né chi si rifugia in esso sottraendosi al mondo, e lo cerca dove non è la sua tribolazione, né chi pensa di doverlo erigere lui stesso come un regno di questo mondo. Chi cerca di sfuggire alla terra non trova Dio, trova solo un altro mondo, il suo mondo, più buono, più bello, più tranquillo, un mondo ai margini, ma non il Regno di Dio, che comincia in questo mondo. Chi fugge la terra per trovare Dio, trova solo se stesso. Chi fugge Dio per trovare la terra, non trova la terra - come terra di Dio -, ma trova l'allegro teatro di una guerra tra buoni e malvagi, pii ed empi, guerra che lui stesso scatena, trova se stesso. Chi ama Dio, lo ama come Signore della terra così come essa è; chi ama la terra, l'ama come terra di Dio; chi ama il Regno di Dio, lo ama totalmente come Regno di Dio, ma lo ama anche totalmente come Regno di Dio in terra. E questo perché il re del Regno è il creatore e conservatore della terra, perché ha benedetto la terra e ci ha tratti dalla terra.

Ma Dio ha dannato la terra benedetta. Noi viviamo sul suolo maledetto che produce spine e cardi; ma su questa terra maledetta è venuto Cristo, la carne che Cristo assunse era presa da questa terra. Su questa terra è stato innalzato il legno della maledizione, e questo secondo ‘ma’ istituisce il Regno del Cristo come regno di Dio sulla terra maledetta. Perciò il Regno del Cristo è un regno che viene dall'alto sulla terra maledetta. C'è, ma è come un tesoro nascosto nella terra maledetta. Noi vi passiamo sopra e non lo sappiamo; eppure il fatto che non lo vediamo attira su di noi il giudizio. Tu hai visto solo la terra, i suoi cardi e le sue spine, e anche la sua semenza e il suo grano, ma non hai trovato il tesoro nascosto nella terra maledetta. E proprio in questo sta la vera maledizione che pesa sulla terra: non che essa deve portare spine e cardi, ma che nasconde il volto di Dio, che nemmeno i solchi più profondi della terra ci rivelano il Dio nascosto.

Se preghiamo perché il Regno venga, possiamo farlo solo come uomini che poggiano con ambedue i piedi sulla terra. Chiedere che il Regno venga non è possibile a chi cerca di sottrarsi alla miseria propria e altrui, a chi nella solitudine e nel distacco delle ore di devozione vive per la ‘sola beatitudine’; - possono esserci delle ore, per la chiesa, in cui essa può sopportare anche questo; noi non lo possiamo.

L'ora in cui la chiesa oggi prega perché il Regno venga, la costringe a cooperare pienamente con i figli della terra e del mondo, nella prosperità e nella miseria; la obbliga a restare fedele alla terra, alla sua miseria, alla fame, alla morte. La rende completamente solidale con il male e con il peccato del fratello. L'ora in cui oggi preghiamo perché il Regno venga è l'ora della, più completa solidarietà con il mondo, un’ora in cui il dolore ci fa stringere i denti e ci fa tremare le mani; non la sola beatitudine bisbigliata in solitudine, ma un gridare e un tacere insieme con gli altri: «Passi questo mondo che ci ha saldati strettamente nella miseria e venga a noi il tuo Regno». L’amare la terra, la «terra che è madre di tutti» (Eccli 40,1), costituisce l'eterno diritto di Prometeo di fronte al vile fuggitivo ai margini del mondo, che lo fa essere vicino al Regno di Dio.

Pregare perché il Regno venga non è possibile nemmeno a chi s'inventa il Regno in ardite utopie, in sogni fantastici, in vane speranze, che vive nella sua propria concezione del mondo, che sa proporre mille programmi e ricette con cui vuole curare il mondo.

Facciamo un'accurata indagine, per vedere se non ci capiti di sorprendere noi stessi in simili pensieri, e scopriremo qualcosa di straordinario. Nessuno di noi, in fondo, sa che cosa vuole; poniamoci la semplice domanda: come t’immagini il Regno di Dio in terra?

Come vorresti che fossero gli uomini? Li vorresti più morali, più pii, più uniformi, meno appassionati? Li vorresti non più ammalati, affamati, non più soggetti alla morte? Vorresti che non ci fossero più avveduti e stupidi, forti e deboli, poveri e ricchi? È veramente strano che, appena cerchiamo di porci seriamente questa domanda e vogliamo rispondere, non sappiamo più che pensare. Certo che vogliamo una cosa, ma poi, per ragioni fondate, quella stessa cosa non la vogliamo. Se vogliamo essere sinceri e seri nelle nostre riflessioni, non siamo più in grado di formarci anche solo un'immagine utopica del Regno di Dio in terra. Non ci è assolutamente data la possibilità di formulare un pensiero universale, di avere una visione d'insieme. Ogni nostro desiderio di mutare la terra maledetta in terra benedetta, di riconquistare questo stato, naufraga di fronte alla realtà che è Dio stesso ad aver maledetto la terra, e che solo lui può ritirare la sua Parola, benedire di nuovo la terra.

Dobbiamo svegliarci dallo stato di esaltazione in cui ci ha trasferiti, come in un incanto, il veleno della terra maledetta; dobbiamo essere sobri. La terra richiede la nostra serietà, non ci permette di fuggire ai margini del mondo in una beatitudine devota, né nell’al di qua di un'utopia secolare; ma ci fa crudamente riconoscere la sua limitatezza ed il suo asservimento. Il suo asservimento è il nostro asservimento, e insieme ad essa noi siamo resi schiavi.

Morte, solitudine e desiderio - ecco le tre potenze che assoggettano la terra, o meglio, quell’unica potenza, l'avversario, il maligno, che non vuol cedere il diritto che si è acquisito sulla creatura caduta; è la potenza della maledizione pronunciata dal Creatore. E perciò con le nostre utopie non riusciamo ad andare oltre la nostra morte, la nostra solitudine, il nostro desiderio - tutte fanno parte della terra maledetta. Ma non ci spetta neppure il superarle; è il Regno che viene a noi nella nostra morte, nella nostra solitudine, nel nostro desiderio, e ciò accade dove la chiesa permane solidale con il mondo e attende la venuta del Regno solo da Dio.

«Venga il tuo Regno» - non è la preghiera dell'anima devota del singolo che vuole fuggire il mondo, non è la preghiera dell'utopista fanatico, dell'ostinato riformatore del mondo -; è la preghiera solo della comunità dei figli della terra che non si isolano, che non hanno da proporre particolari progetti per migliorare il mondo, che loro stessi non si sentono migliori del mondo, ma che perseverano mantenendosi uniti al mondo nella profondità della sua banalità quotidiana, del suo asservimento -, perché appunto sono fedeli in maniera mirabile a questa vita terrena e tengono lo sguardo fisso verso quello straordinario punto del mondo, da cui apprendono con stupore che la maledizione è stata spezzata, che Dio dice il suo sì più radicale al mondo, quel punto in cui, al centro del mondo morente, dilaniato, assetato, qualcosa si manifesta a chi sa credere - e questo punto è la resurrezione di Gesù Cristo. Qui è avvenuto il vero e proprio miracolo. Qui è stava spezzata la legge della morte, qui il Regno di Dio in persona viene in terra da noi, nel nostro mondo; qui Dio si mette dalla parte del mondo, lo benedice annullando la maledizione. Proprio questo avvenimento è il solo che accenda realmente la preghiera per la venuta del Regno. È appunto in questo avvenimento che la vecchia terra viene affermata e si invoca Dio come Signore della terra; ed è pure questo avvenimento che vince la maledizione della terra, la spezza, la uccide e promette la nuova terra. Il Regno di Dio è il regno della risurrezione in terra.

È la nostra incredulità ipocrita che ci porta a opporci a questo Regno. Poniamo a Dio dei limiti dicendo, nella nostra finta umiltà, che Dio non può venire da noi, che è troppo grande, che il suo Regno non può essere instaurato in questa terra, che Dio e il suo Regno sono solo nel mondo eterno dell'al di là. Chi, nella sua umiltà, potrebbe permettersi di determinare i limiti delle azioni di Dio - lui che muore e risorge? Questa umiltà non è altro che la superbia mal celata di colui che vuol sapere da sé che cosa è il Regno di Dio, e con altrettanto malcelato zelo vuol compiere lui stesso il miracolo, vuol creare lui stesso il Regno di Dio; di colui che vede nella crescita della chiesa, nella cristianizzazione della cultura, della politica, dell'educazione, in un rinnovamento dei costumi cristiani la venuta del Regno di Dio; e così cade di nuovo in balìa della maledizione della terra, nella quale il Regno di Dio resta nascosto come un tesoro. Chi si sbaglierebbe tanto sul proprio conto, da non vedere che è Dio stesso e solo lui a compiere questa rottura, questo miracolo, a instaurare il Regno della risurrezione?

Non ciò che Dio potrebbe e ciò che noi potremmo, ma ciò che Dio compie e vuol sempre di nuovo compiere in noi, è il fondamento della nostra preghiera per la venuta del Regno. È il Regno di Dio per la terra, sulla terra che soggiace alla maledizione, è la rottura della legge della morte, della solitudine e del desiderio nel mondo, ed è il Regno di Dio nella sua interezza, la sua azione, la sua Parola, la sua risurrezione. È veramente il miracolo di Dio che infrange la morte aprendo la strada alla vita; è il miracolo che sostiene la nostra fede e la nostra preghiera per la venuta del Regno. Perché dovremmo vergognarci di avere un Dio che fa miracoli, che crea la vita e vince la morte? Un dio, che però non sa fare miracoli, lo siamo noi stessi. Se Dio è veramente Dio - allora lui stesso, allora il suo Regno ha il carattere del miracolo, è il miracolo vero e proprio. Perché siamo così vili? così prudenti? così paurosi? Egli un giorno ci confonderà tutti, quando ci farà vedere cose che sono mille volte più meravigliose di tutto ciò che abbiamo visto sinora. Dovremo vergognarci di fronte a lui, il Dio dei miracoli. E perciò guardiamo alle sue azioni miracolose e diciamo: « Venga il tuo Regno».

La richiesta del Regno non è la preghiera di un'anima impaurita che mendica la propria beatitudine; non è un abbellimento cristiano per i riformatori del mondo. È la richiesta della comunità che soffre e lotta nel mondo per l'umanità tutta e per il compimento della gloria di Dio in essa.

Non io e Dio, ma noi e Dio: così noi uomini di oggi preghiamo; non che Dio venga a dimorare nella mia anima, ma che Dio eriga il suo Regno in mezzo a noi: ecco la nostra preghiera odierna. Come può venire a noi il Regno di Dio? Non altrimenti che con la venuta di Dio stesso, con la rottura della legge della morte, con la risurrezione, con il miracolo, eppure allo stesso tempo con l'affermare la terra, con l'entrare nel suo ordinamento, nelle sue comunità, nella sua storia. Ambedue le cose sono strettamente congiunte. Poiché solo dove si afferma pienamente la terra, la si può seriamente infrangere e distruggere; e solo il fatto che la maledizione che pesa sulla terra è stata spezzata dà la possibilità di prendere sul serio la terra.

In altre parole, Dio guida la terra in modo da infrangere la sua legge della morte. Dio, così, è sempre anche colui che si mette dalla parte della terra e infrange la sua maledizione. Questa terra è, la stessa che egli conserva, la terra caduta, perduta, maledetta. Egli si mette dalla sua parte in quanto opera delle sue mani. Ma lì dov'è Dio c'è pure il suo Regno. Il suo Regno deve percorrere lo stesso cammino che egli percorre. Viene con lui in terra, non si trova in mezzo a noi se non nella duplice forma del Regno finale che abbatte, nega, vince, distrugge tutti i regni della terra, tutto ciò che l'uomo fa per creare un suo regno sottoposto alla maledizione della morte: il Regno della risurrezione, del miracolo; ed allo stesso tempo il Regno dell’ordine che afferma e conserva la terra con le sue leggi, le sue comunità, la sua storia. Il miracolo e l’ordine sono le due forme nelle quali si presenta il Regno di Dio in terra, nelle quali esso si scinde : il miracolo come la forza che infrange ogni ordine, e l’ordine come conservazione in vista del miracolo; ma anche il miracolo completamente nascosto nel mondo degli ordini, e l’ordine che si mantiene nella sua limitatezza mediante il miracolo. La forma in cui il Regno di Dio si manifesta come miracolo, è da noi chiamata: chiesa; la forma in cui si manifesta come ordine, è da noi chiamata: stato.

Il Regno di Dio nel nostro mondo non appare altro che nella sua doppia forma di chiesa e stato. Ambedue sono necessariamente interdipendenti. Nessuna delle due può sussistere per sé. Ogni tentativo dell'una di impadronirsi dell’altra non tiene conto di questo riferimento del Regno di Dio alla terra. Ogni preghiera per la venuta del Regno di Dio, che non si riferisca alla chiesa e allo stato, denota un essere ai margini del mondo o un secolarismo,ed è, in ogni modo, mancanza di fede nel Regno di Dio.

Il Regno di Dio prende forma nella chiesa, in quanto la chiesa è testimone del miracolo di Dio. Testimoniare della risurrezione di Cristo dai morti, della fine della legge della morte che regna in questo mondo posto sotto la maledizione, della potenza di Dio nella nuova creazione, ecco il compito della chiesa.

Il Regno di Dio prende forma nello stato, in quanto lo stato riconosce e tutela l’ordine della conservazione della vita, in quanto si sente responsabile della tutela su questo mondo, perché non vada in rovina, ed impegna tutta la sua autorità contro la distruzione della vita. Il suo compito non è di creare nuova vita, ma di conservare la vita data.

Il potere della morte, dunque, del quale abbiamo parlato, nella chiesa è annientato dalla testimonianza autorevole del miracolo della risurrezione: nello stato esso viene frenato dall'ordine della conservazione della vita. Lo stato con tutta la sua autorità in base alla quale si riconosce pienamente e solo responsabile per l'ordine della vita, rimanda alla testimonianza della chiesa che annunzia la fine del dominio della legge della morte nel mondo della risurrezione. E la chiesa, con la sua testimonianza della risurrezione, rimanda all’attività di conservazione e di ordinamento dello stato nel mondo che si mantiene sotto la maledizione. Così ambedue testimoniano il Regno di Dio, che è completamente Regno di Dio e completamente Regno per noi.

Il Regno di Dio prende forma nella chiesa, in quanto la solitudine dell’uomo in essa è vinta mediante il miracolo della confessione e del perdono; siccome nella chiesa, nella comunità dei santi creata dalla risurrezione, l’uno può e deve portare la colpa dell'altro, l’ultima catena della solitudine, l’odio, è spezzata e la comunità è di nuovo creata e fondata. È l’inspiegabile miracolo della confessione che rende illusoria ogni comunità finora esistente, la supera, l’annulla, la distrugge e permette che qui e ora si crei la nuova istituzione comunitaria del mondo della risurrezione.

Il Regno di Dio prende forma nello stato, in quanto in esso gli ordini delle comunità esistenti vengono mantenuti con autorità e senso di responsabilità. Perché l’umanità non si disgreghi per volontà di singoli e del loro individualismo, lo stato è pronto a mantenere, sempre all'interno del mondo della maledizione, gli ordinamenti delle comunità, del matrimonio, della famiglia, del popolo. Non crea comunità nuove, ma mantiene quelle date; questo è il suo compito.

La potenza della solitudine, nella chiesa, è annientata da ciò che accade nella confessione; nello stato viene frenata dalla conservazione degli ordinamenti comunitari. E di nuovo lo stato, nella sua azione limitata, rimanda all'ultimo miracolo di Dio nella risurrezione, come la chiesa, nella sua autorevole testimonianza sulla fine del mondo, rimanda al mantenimento dell'ordine nel mondo della maledizione.

Il Regno di Dio prende forma nella chiesa, in quanto la potenza del desiderio viene trasfigurata dalla testimonianza del miracolo di Dio. Il desiderio dell'uomo, concentrato solo su se stesso, viene condannato, annientato, distrutto nell'annuncio della croce e della risurrezione di Gesù Cristo. Nel corpo del Crocefisso il nostro desiderio trova il suo giudizio. Ma allo stesso tempo viene trasfigurato e creato a nuovo nel mondo della risurrezione, come orientamento verso il prossimo, verso Dio e il fratello, come sete d'amore, di pace, di letizia, di beatitudine.

Il Regno di Dio prende forma nello stato in quanto in esso il desiderio dell'uomo viene frenato con autorità e responsabilità, lo si tiene nei limiti dell'ordine, poiché uno viene protetto e tutelato dal desiderio dell’altro.

Ma il desiderio non viene distrutto, viene appunto solo frenato, perché possa porsi a servizio della comunità nel mondo caduto, e possa portare frutto. Anche qui c'è amore - ma sempre già immerso nella possibilità dell'odio; anche qui c'è felicità - ma mai senza l'amarezza della sua transitorietà; c'è beatitudine ma sempre sull'orlo della disperazione.

La potenza del desiderio nella chiesa viene superata e trasfigurata; nello stato ordinata e frenata; e l'azione limitata dello stato anche qui rimanda all'autorevole testimonianza della chiesa, così come questa rimanda all'ordine dello stato che esercita la sua funzione in questo mondo di maledizione.

La chiesa pone dei limiti allo stato, come lo stato pone dei limiti alla chiesa. Ambedue devono restare consapevoli di questa reciproca limitazione e sopportare la tensione del cammino fianco a fianco, che qui non dovrà mai trasformarsi in interferenza. Solo così ambedue insieme - e mai isolatamente - testimoniano del Regno di Dio, che qui si manifesta in questa così mirabile, duplice forma.

Non sono, queste, considerazioni teoriche, ma diventano pienamente serie, quando tra chiesa e stato consideriamo il popolo. Il popolo è chiamato a far parte del Regno di Dio e perciò il suo posto è nella chiesa e nello stato. E allora noi stessi, il popolo, siamo il teatro del loro incontro; noi stessi siamo chiamati da un lato a prendere sul serio i limiti e dall'altro a vedere l’anima vitale del Regno di Dio, proprio nel punto in cui si ha l'attrito di questi limiti e scoppia l’incendio.

Se preghiamo «Venga il tuo Regno», preghiamo per la chiesa, perché sia testimone del miracolo della risurrezione di Dio, e per lo stato, perché protegga con la sua autorità gli ordini del mondo che continua ad essere nella maledizione. Che la chiesa trovi il suo compito solo nel miracolo e lo stato solo nell'ordine, e che il popolo di Dio, la cristianità, viva obbediente tra chiesa e stato: ecco in che cosa consiste la nostra richiesta della venuta del Regno di Dio in terra, del Regno di Cristo.

Il Regno di Cristo è Regno di Dio, ma Regno di Dio nella forma stabilita per noi; non quale unico impero visibile e potente, quale 'nuovo' regno del mondo; ma come regno del mondo ultraterreno inserito completamente nel dissidio e nella contraddizione del nostro mondo; allo stesso tempo è come Evangelo della risurrezione e del miracolo, impotente e indifeso, e come stato che ha autorità e potere e mantiene l’ordine. Solo nella giusta interdipendenza e limitazione reciproca il Regno di Cristo diventa realtà.

Questo può sembrare insulso e vuol anche esserlo, e solo così ci chiama all'obbedienza, obbedienza a Dio nella chiesa e nello stato. Il Regno di Dio, non è in un altro mondo ai margini; è in mezzo a noi, richiede la nostra obbedienza alla sua manifestazione contraddittoria, e, nella nostra obbedienza, vuol far sempre di nuovo apparire come in un lampo il miracolo di quel nuovo mondo benedetto, esistente nella sua compiutezza, oggetto della promessa finale. Dio vuol essere onorato da noi in terra, vuol essere onorato nel fratello, e in nessun altro luogo; egli fa scendere il suo Regno sulla terra maledetta. Apriamo gli occhi, liberiamoci dalle fantasie, obbediamogli qui in terra. «Venite, o benedetti del Padre mio, prendete possesso del Regno preparato per voi»; sono parole rivolte dal Signore solo a colui al quale egli potrà dire: «Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da bere. Ciò che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli lo avete fatto a me» (Mt. 25,34-40).

Il Regno di Dio deve durare in eterno, perciò Dio creerà un nuovo cielo ed una nuova terra, ma una terra veramente nuova. Si tratterà sempre del Regno di Dio in terra, su questa nuova terra della promessa, sulla vecchia terra della creazione. Ecco la promessa: questo nuovo mondo della risurrezione, che ora indichiamo con il termine ‘chiesa’ e al quale rimanda lo stato, un giorno lo vedremo. Non resteremo nel dissidio, ma Dio sarà tutto in tutti. Cristo porrà il Regno ai suoi piedi, e il Regno sarà compiuto, il Regno in cui non ci saranno più lacrime, né dolore, né grida, non ci sarà più la morte, il Regno della vita, della comunità, della trasfigurazione. E non ci saranno più chiesa e stato; essi renderanno le loro funzioni a colui dal quale le hanno ricevute, ed egli sarà il solo Signore, il creatore, il crocefisso, il risorto, e lo Spirito che compenetra la sua comunità santa.

Venga il tuo Regno: con queste parole chiediamo anche l’instaurazione di quell’ultimo Regno, nella certezza che esso è già incominciato in mezzo a noi. Viene anche senza la nostra preghiera - dice Lutero -, ma, pregando così, chiediamo che venga anche da noi, affinché noi non ne siamo esclusi.

L'Antico Testamento ci racconta la strana storia di Giacobbe, che, fuggito dalla terra promessa di Dio, venuto in odio a suo fratello, per lunghi anni è vissuto in paese straniero. Ma ora non riesce più a starsene lontano, vuol tornare a casa nella terra della promessa, vuol tornare dal fratello. È in cammino. È l'ultima notte prima che egli possa di nuovo mettere piede sulla terra promessa. Solo un piccolo fiumicello lo separa da questa. Nel momento in cui sta per attraversarlo, però, viene fermato, deve lottare con uno che non conosce: è notte fonda. Giacobbe non deve tornare in patria, deve essere abbattuto proprio all’entrata del paese promesso, deve morire qui. Ma Giacobbe si sente crescere forze inaudite; resiste all'avversario, lo afferra, non lo lascia più, finché non lo sente dire: Lasciami andare, perché l'aurora è spuntata. Allora Giacobbe raccoglie le sue ultime forze e risponde: ‘Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto’. Ha la sensazione che sia giunta la sua ultima ora, tanto dura è la presa dell'avversario. In questo attimo egli sente la benedizione e lo straniero è sparito. Ed il sole spuntò per Giacobbe, ed egli zoppicava per l’anca slogata, ma entrò nella terra promessa. La via era libera, la terribile porta d’ingresso che lo separava dalla terra promessa era abbattuta. La maledizione si era mutata in benedizione. Ed il sole spuntò.

Anche per noi il cammino verso la terra promessa passa attraverso la notte; anche noi possiamo percorrerlo solo come chi è segnato forse in modo singolare dalle cicatrici della lotta con Dio, della lotta per il suo Regno e la sua grazia; anche noi, entriamo nel paese di Dio e del fratello come guerrieri zoppicanti: questo unisce i cristiani a Giacobbe; e sapendo che anche per noi spunterà il sole, possiamo sopportare pazientemente il tempo che ci è stato destinato per il pellegrinaggio, il tempo dell'attesa e della fede. Ma noi sappiamo qualcosa di più che Giacobbe: che non siamo noi a dover venire, ma che Lui viene. Questa è la nostra consolazione oggi, alla vigilia della domenica dei morti: che viene l'Avvento e il Natale. Perciò preghiamo: anche per noi venga il tuo Regno.

 

CENNI BIOGRAFICI

Dietrich Bonhoeffer nacque il 4 febbraio 1906, studiò per un semestre all'università di Tubinga e poi a quella di Berlino, fu assistente di Wilhelm Lütgert ed ebbe la libera docenza con Reinhold Seeberg. Dopo esser stato vicario nella comunità di lingua tedesca a Barcellona e dopo un ulteriore anno di studio al ‘Union Theological Seminary’ di Nuova York iniziò a tenere corsi alla facoltà teologica di Berlino ed allo stesso tempo fu pastore degli studenti del politecnico. Alla fine del 1933 andò a Londra per occuparsi lì di due comunità di lingua tedesca all'estero. Da lì tornò nella primavera del 1935 per dirigere il seminario per predicatori della chiesa confessante a Finkenwalde presso Stettino, finché nel 1940 dovette interrompere definitivamente quest'attività considerata illegale. Nel 1939 tentò di emigrare in America, ma tornò ben presto, convinto di aver preso una decisione errata con questo suo tentativo di emigrazione. Fino a quando fu arrestato, nel 1943, egli si occupò di compiti particolari per la chiesa confessante e partecipò sempre più attivamente ai preparativi per abbattere il regime nazista. Il 9 aprile 1945 fu ucciso nel campo di concentramento di Flossenbürg.

A ventun anni scrisse la sua prima opera Sanctorum communio, la sua tesi di laurea. Nel 1931 fu edita la sua tesi di libera docenza Akt und Sein (Atto ed essere). Da uno dei corsi nacque la sua esegesi di Genesi 1-3: Schöpfung und Fall (Creazione e caduta), pubblicata nel 1933. Durante la sua attività al seminario dei predicatori scrisse Sequela, edito nel 1937, e La vita comune,. edito nel 1939. Lavorò alla sua Etica durante il periodo in cui gli era stato proibito di parlare e scrivere; l'opera è rimasta frammentaria. Il suo internamento gli impedì di portare avanti il lavoro di sistemazione. I frammenti apparvero postumi nel 1949. L'edizione di una scelta delle lettere, uscite in gran parte di nascosto dalla prigione, è stata fatta nel 1952, con il titolo Widerstand und Ergebung (Resistenza e resa); essa ha rinnovato e rafforzato l'interesse per il pensiero e l'azione di Bonhoeffer. Ora il Chr. Kaiser- Verlag di Monaco pubblica i suoi pensieri, le lettere e gli articoli sparsi e inediti in Gesammelte Schriften (Raccolta di scritti).