DIARIO  RITIRO SPIRITUALE

Milano, Casa Madre PIME, 11 ottobre 2001

Sono trascorsi esattamente trenta giorni da quando, l’11 settembre scorso, uno spaventoso atto terroristico faceva crollare le "Torri Gemelle" di New York, provocando migliaia di morti – non sapremo mai esattamente quanti.

E’ stato detto e scritto da molti che quell’avvenimento avrebbe segnato una svolta nella storia, e che nulla, a partire da quella data, sarebbe più stato come prima.

A distanza di un mese constatiamo che questa previsione sembra vera, anche se ancora non possiamo capire "quanto" il mondo sia cambiato. Certamente ci sono nel mondo occidentale più incertezza e più paura, ci sono i segni di un rallentamento economico che potrebbe diventare grave, si stanno diffondendo odio e tensioni; c’è anche una guerra in atto e un paese di 22 milioni di abitanti sta sotto le bombe da alcuni giorni.

L’elenco delle cose cambiate potrebbe allungarsi molto.

Se lo ricordo brevemente non è per dirvi ciò che già conoscete, ma per motivare la scelta dell’argomento per questo ritiro: potremmo noi raccoglierci a meditare e pregare insieme senza tener conto di tutto questo? Credo di no. La scelta del tema è in un certo senso obbligata, anche se vi confesso che ho esitato a lungo e mi accingo a parlare con non poco timore: temo di offrire elementi di riflessione e preghiera non sufficientemente profondi, troppo personali e non sufficientemente fondati sul Vangelo; temo di essere frainteso, poiché l’argomento è delicato e suscita emozione in tutti; temo di suscitare più un dibattito che un approfondimento personale da operarsi in preghiera, come si dovrebbe fare in un ritiro spirituale.

Tuttavia, parlo lo stesso, e vi chiedo scusa se non saprò farlo bene.

Tutti, in questi giorni, siamo diventati consiglieri di Bush. Si è assetati di notizie, come drogati o alcolizzati sentiamo un bisogno ossessivo di vedere, ascoltare, discutere anche se non ci sono elementi nuovi, sentiamo sempre le stesse cose, sappiamo bene (o dovremmo sapere) che le informazioni sono frammentarie, insicure e spesso volutamente false, messe in circolazione per confondere, spaventare o comunque per non dare appigli e conoscenze all’avversario.

Credo che questo continuo parlare e riparlare della stessa cosa (pensate a quanti dibattiti televisivi!) esprima il nostro bisogno di comunicare per trovare sicurezza: nella persona che parla e discute con noi in un certo senso troviamo un alleato, è un punto sicuro che ci fa superare lo sgomento e il senso di insicurezza che la situazione genera. Sapendo, o credendo di sapere che cosa avviene, ci sembra quasi di essere partecipi, di potere in qualche modo metterci al riparo.

In realtà, il gran parlare, continuando a dire e ridire che l’America dovrebbe, che avrebbe dovuto, che siamo d’accordo, che non siamo d’accordo, che non si poteva far diverso o che si dovrebbe assolutamente far diverso manifesta la nostra impotenza. La sgradevole realtà è che chi parla tanto può niente, e chi davvero può qualcosa parla pochissimo e certo non sta ad ascoltare noi. Le sorti del mondo sono nella mani di un fondamentalista che nessuno di noi conosceva fino a pochi mesi fa, di un presidente che nessuno di noi ha eletto, e dei loro uomini.

Dico ciò non per criticare, ma per prendere atto della realtà.

Lo dico anche per mettere in chiaro alcuni punti che mi permettano di proseguire nella mia riflessione sgombrando il terreno da possibili equivoci.

Non sarebbe necessario ricordarli, ma… non si sa mai che mi si facciano poi dire cose che non intendo dire e che non penso:

il terrorismo non ha giustificazioni

cercare di capire e spiegare come un certo fenomeno nasce e perché si sviluppa non significa approvarlo

la mia riflessione non vuole entrare in politica, e dire che cosa i politici dovrebbero o non dovrebbero fare: ci sono idee diverse in proposito, anche nel mondo cattolico e fra noi; ciascuno tenga le sue idee su questo punto e non abbia paura che io voglia cambiargliele; e questo per due motivi: perché tanto comunque non servirebbe a nulla (ho già detto che il nostro gran parlare è solo manifestazione di impotenza) ma specialmente perché a noi in quanto credenti e in quanto missionari spetta un altro importante compito, ed è su questo che ho cercato di meditare a lungo nelle scorse settimane.

Non possiamo certo lavarcene le mani. Tuttavia dobbiamo saperci collocare su un piano che sia nostro proprio, dove possiamo dare il nostro contributo che non consista soltanto nell’appoggiare o criticare posizioni che anche altri sono capaci di prendere da soli, senza di noi.

Due giorni dopo l’attentato, il 13 settembre, la liturgia del giorno ha proposto per la celebrazione eucaristica due testi che mi hanno molto colpito e che hanno stimolato la mia meditazione fino ad oggi.

La prima lettura era tratta da Colossesi, cap 3, versetti 12-17; la seconda era dal Vangelo di Luca

Leggere Lc 6, 27-38.

Tornerò sul testo nel suo insieme; per ora mi limito a sottolineare ciò che più mi ha colpito quando l'ho ascoltato nella concelebrazione: Gesù offre con forza alcune esortazioni che sono come una "carta costituzionale" del suo messaggio, e insiste con questa espressione: "se (fate così e così) che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso".

Alcuni commentatori propongono una traduzione un po’ diversa e molto significativa: invece della parola "merito" pongono il termine "grazia", oppure "dono". In altre parole, Gesù non indica un comportamento che permette di accumulare meriti, ma spiega come dobbiamo comportarci a seguito della grazia, dei doni che già abbiamo ricevuto. Il discepolo ha una vita diversa non perché è più bravo, ma perché ha ricevuto un dono particolare che gli permette di seguire il Maestro, il quale ci rivela la vita del Padre. Dio non è un commerciante che dà grazie in cambio di buone azioni, né un giudice che assegna premi o castighi in base ai meriti; è un Padre che gratuitamente dà tutto, compreso il Figlio; che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti, che perdona, che va a cercare la pecora perduta, che attende con ansia il figlio andato via, ecc.

Gesù in questo brano descrive se stesso, e ci dice: se non fate anche voi così, quale fede avete? In che cosa consiste il vostro essere miei discepoli? Che frutti danno i doni ricevuti gratuitamente dal Padre?

Le altre cose, infatti, le fanno pure coloro che non sono discepoli. Non necessariamente si tratta di cose cattive. Non è cattivo fare del bene a coloro che ci fanno del bene, prestare a chi restituisce, amare quelli che ci amano, e Gesù non proibisce queste cose. Dice piuttosto: "Se fate solo questo, che cristiani siete? Questo lo fanno anche gli altri!".

Potremmo forse parafrasare dicendo: "Se ci scaldiamo a dimostrare che Bush doveva bombardare, o se – poiché siamo pacifisti – insistiamo che non lo doveva fare, che fede, che grazia abbiamo? Anche gli altri fanno questo, discutono se sia opportuno, conveniente e lecito fare la guerra oppure no, e come farla, e decidono secondo la loro intelligenza, coscienza, formazione, orientamento politico, convenienza, ecc.".

Spesso ne discutono bene, con rettitudine e intelligenza e ne sanno più di noi: nel mare di cose scritte, ne ho trovate alcune molto belle e sagge, scritte da non credenti.

Dopo aver detto questo, Gesù continua: "Voi invece…".

Già, voi invece. Come continuerebbe oggi, nella situazione in cui ci troviamo?

Mi sono venuti in mente due passi, due episodi evangelici che possono orientarci almeno su ciò che Gesù non farebbe e direbbe.

Il primo è in Mt 22, 15-22: il ben noto passo sulla liceità o meno di pagare il tributo a Cesare. Ci sono interpretazioni diverse su ciò che Gesù vuole insegnare con questa risposta sconcertante. Mi sembra comunque fuori dubbio che un messaggio sia chiaro: "Non sono venuto per risolvervi i problemi politici". Il Vangelo non è un prontuario di comportamenti morali adatto ad ogni epoca e ad ogni problema.

Ciò significa evitare due atteggiamenti opposti:

Ritenere il Vangelo incapace di darci indicazioni per il nostro vivere concreto. I film di Bud Spencer e Terence Hill (e tanti altri…) presentano i missionari o membri di una setta cristiana non violenta come persone buone e ingenue che si lasciano calpestare dai cattivi senza reagire, finché arrivano i due simpatici mascalzoni che s’impietosiscono della loro stupida bontà e incominciano a scazzottare i cattivi tirando i buoni fuori dai guai e ristabilendo la giustizia, e noi tutti ridiamo e siamo contenti che ci sia qualcuno che non prende troppo alla lettera il Vangelo, altrimenti sarebbero guai… è in fondo questo il modo di pensare di chi qualche giorno fa mi diceva: "Gesù dice di porgere l’altra guancia, ma le guance sono due soltanto, e dopo il secondo schiaffo io faccio come voglio e incomincio a menare le mani…". E’ una battuta, ma rivela un modo di pensare già ben descritto dal Manzoni quando i principotti mettono a tacere chi li richiama al perdono dicendo: "Cose buone dal pulpito, ma noi siamo uomini di mondo…".

Pretendere – al contrario - che il Vangelo ci dia le risposte pronte. A questo proposito ricordo la richiesta di quel tale che in Lc 12, 13 ss chiede a Gesù: "Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità". Cioè: "Intervieni a mio favore, convincilo che ha torto". Gesù non gli dà soddisfazione; anzi, dopo aver detto che aiutarlo non è compito suo, insegna che bisogna "tenersi lontani da ogni cupidigia" e racconta la parabola dell’uomo ricco che dopo aver accumulato molti beni si crede a posto e invece nuore quella stessa notte.

Gesù ci dà criteri, ci indica strade da percorrere, e poi ci invita a usare testa e libertà per fare le nostre scelte.

Non risolve il problema di chi vuole dividere l’eredità con un fratello, ma va oltre, o se preferite va più a fondo, perché il Vangelo è per la conversione dei cuori, per aprirci a Dio e vivere in lui, non per organizzare più o meno bene la vita sociale in base a regolette intelligenti.

E’ la fatica specialmente dei laici cristiani, che devono restare poggiati sul Vangelo e assumersi le loro responsabilità senza pretendere che siano tutte uniformi e garantite.

Tutto qui?

Tutto qui per un certo aspetto, ma molto di più per un altro. Gesù non risponde in merito all’opportunità o meno di opporsi a Cesare, né aiuta a dividere l’eredità; però – come ho detto – va più a fondo, va a ciò che è nostro proprio e che è diverso da ciò che "anche i peccatori fanno".

Noi quindi, se vogliamo essere discepoli, non possiamo sorvolare, accontentarci di pensare che Gesù non dice nulla in proposito dunque devo cavarmela da solo…

Per cercare di meditare su queste esigenze che Gesù ci mette davanti, al posto della soluzione ai problemi immediati, mi rifaccio ad un altro testo, Lc 13, 1-5.

Era successo un fatto di sangue e alcuni Galilei forse rivoltosi, e forse intenti a compiere sacrifici illeciti erano stati uccisi da Pilato; ed era successo che la torre di Siloe era caduta su 18 persone uccidendole. Gli interlocutori pensavano certamente che si dovessero cercare i colpevoli, forse le vittime stesse o forse no. Gesù taglia corto: "Non erano più colpevoli di voi, ma se non vi convertirete tutti perirete tutti allo stesso modo".

Fatti di sangue, disgrazie e guerre sono un richiamo alla tragica fragilità dell’uomo, al fatto che è l’intreccio fitto e inestricabile di peccato che conduce a queste conclusioni. Gesù vuole che se ne prenda coscienza non per trovare a chi dare la colpa e così stare tranquilli, ma per cambiare la nostra vita.

Avete presente quante accanite discussioni – sempre con gli stessi argomenti – si stanno tenendo in questi giorni sul fatto che la colpa sia in fondo degli Americani, che hanno commesso tante ingiustizie nel terzo mondo, hanno sfruttato il petrolio, hanno sostenuto lo stato di Israele – a cui si risponde che i musulmani sono fanatici, che i Palestinesi sono strumentalizzati, che con i fondamentalisti non si può ragionare perché vogliono solo imporsi e vincere e così via.

C’è del vero in tutte queste cose, su cui si discute con rabbia impotente. E’ giusto cercare le cause, le ragioni; è vero però anche il fatto che si vorrebbe trovare una risposta univoca e chiara, in modo da sentirci a posto in coscienza e stare più tranquilli, ben schierati dalla parte della giustizia. Si vorrebbe poter concludere che se la colpa è da far risalire agli Americani capitalisti, noi non c’entriamo; se la colpa è tutta del fanatismo islamico c’entriamo ancora meno.

Gesù ragiona in un altro modo. La ricerca di responsabilità politiche e morali è giusta, anzi doverosa, ma "anche i peccatori fanno questo": cercano il colpevole per punirlo. Ci può bastare questo? Se facciamo così come fanno gli altri, dov’è la nostra fede? Che merito ne abbiamo?

Gesù parla di conversione: questi avvenimenti sono un appello a cambiare. Non dice: "Se non si convertiranno periranno tutti", dice "Se non vi convertirete perirete tutti". Dice a noi.

Certo, tutti hanno bisogno di conversione, ma quella su cui posso direttamente operare e quella su cui Gesù mi chiede conto è la mia – non quella degli altri. E se credo di non averne bisogno, sono come un cieco che crede di vedere (cfr. Gv 9, 40: "Se foste ciechi non avreste alcun peccato, ma siccome dite: noi vediamo, il vostro peccato rimane") o come un "cieco guida di ciechi" (Mt 15, 14).

Un primo spunto di conversione che ci è chiesto è già emerso e consegue da ciò che ho detto: dobbiamo smetterla di tirare Dio a destra e a sinistra secondo le nostre convinzioni, e diventare più umili e rispettosi.

La bestemmia è certamente orrenda quando consiste nell’insultare esplicitamente Dio con le parole. Vi assicuro però che sento ancora più orrenda l’affermazione sicura e urlata che Dio sta con una parte o con l’altra. "Non nominare il nome di Dio invano" dice Deut 5, 11

Quanto più si usa Dio per avvallare le proprie posizioni, tanto più dovremmo sentire il bisogno di un atteggiamento opposto, un silenzio adorante, la necessità di accostarci al mistero del Dio che Gesù ci rivela nei piccoli, nei sofferenti, nella Croce. Gesù non si è mai schierato con nessun gruppo, né mai ha combattuto un gruppo come tale; ha sempre spezzato gli schematismi, cercato le persone all’interno di ciò che le schiaccia e le omologa; si è lasciato crocifiggere fuori dalla città, scomunicato dai politici e dalle autorità religiose, dai gruppi che al suo tempo contavano qualcosa.

Ci ha insegnato che anche nella comunità cristiana ci sono grano e zizzania, e non dobbiamo pretendere di far noi la selezione perché ci sbaglieremmo (cfr Mt 13, 25-30); così come nel mondo pagano ci sono la Cananea, il Centurione, Naaman il Siro e altri di cui elogia la fede, Samaritani di cui elogia la riconoscenza.

Non mi basta dunque riempirmi bocca e cuore di pesanti critiche al mondo islamico o all’arroganza americana, né decidere che tutto sommato bisogna pure fare una scelta di campo e andare dove c’è il male minore: anche i peccatori fanno questo. Noi dobbiamo ricordare e sentire profondamente che Dio, il Dio che Gesù ci rivela, è nuovamente crocifisso da ciò che accade, che sta a fianco di chi sta soffrendo, chiunque sia, e che ci manda un forte invito a convertirci perché non accada di peggio.

Il peggio accadrebbe non perché ce lo manda lui come castigo, ma perché ce lo procuriamo noi con la nostra ostinata cecità, con il nostro buon senso stolto che continua ad accettare che le cose non possono andare diversamente.

In un articolo pubblicato su La Stampa qualche giorno fa, Enzo Bianchi scrive che in situazioni di violenza, odio, ingiustizia, oppressione "non dobbiamo chiedere a Dio dov’è, ma piuttosto chiederlo all’uomo! Uomo, umanità, dove sei? Nessuno può oggi pensare di alzare il dito verso Dio e accusarlo, neppure per crimini che vengono inopinatamente perpetrati nel suo nome, a causa di un fanatismo religioso; tutti dovremmo saper distinguere un idolo da Dio, il dio perverso dal Dio vivente e vero". E non basta pensare che io non sono fra i fanatici, perché tutti siamo tentati di portare Dio dalla nostra parte invece di continuare a cercarlo dove lui ci ha insegnato a cercarlo, senza mai presumere di averlo sicuro alleato delle nostre scelte e quindi garante della nostra vittoria. "La solidarietà cristiana – scrive ancora Bianchi – conforme a quella manifestata da Dio nell’incarnazione e nell’abbassamento fino alla morte di croce del Figlio, non può mai darsi contro qualcuno".

La zizzania è anche in mezzo a noi, e il male è anche dentro di noi, guai a pensare di averlo già estirpato e di essere giusti; guai a desiderare la distruzione del nemico perché sbaglia. Gesù infatti non viene per chi è giusto, ma per chi sbaglia.

Questa considerazione mi conduce ad accennare ad un altro passo biblico, anch’esso proposto alla nostra attenzione dalla liturgia di questi giorni. Si tratta di Giona.

Ieri abbiamo letto la parte conclusiva del libro, quella che ci presenta con vivacità e molta ironia un Profeta arrabbiato con Dio perché è troppo buono, e arrabbiato con se stesso perché gli ha dato retta ed è diventato strumento della misericordia di Dio. Giona voleva che Ninive sprofondasse nell’inferno con tutti i suoi stramaledetti abitanti peccatori; ha fatto di tutto per andarsene lontano, poi non ha potuto fare a meno di annunciare ai Niniviti il pericolo incombente. Sperava che non lo ascoltassero, e si è seduto sulla collina aspettando di vedere fuoco e fiamme divorare la città peccatrice.

Invece Ninive si è pentita e Dio l’ha perdonata. Anzi, a ben guardare, Ninive si è convertita perché Dio ha avuto misericordia di lei mettendola in guardia.

Giona non può sopportare una cosa del genere, ma il Signore ha pietà anche di lui, profeta testone. Lo scopo del libro non è descrivere la conversione di Ninive, ma la conversione di Giona. In realtà, il libro resta senza conclusione, proprio come la parabola detta "del Figlio prodigo": il Padre esce per convincere il figlio maggiore ad entrare e partecipare alla festa, ma non si sa se il figlio sia entrato oppure no. Dio spiega a Giona come il suo cuore sia attento a tutti, anche ai Niniviti peccatori, come e più di quanto lui sia attento alla piantina di ricino che gli fa ombra. Non sappiamo se Giona s’è convinto oppure è rimasto della sua idea!

"Se non vi convertirete perirete tutti allo stesso modo" dice Gesù, e convertirsi vuol dire lasciare che il Signore trasformi la nostra testa e il nostro cuore per renderli un poco più vicini ai suoi fino ad arrivare – dice Luca – ad essere "misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro" (Lc 6, 36).

Gesù non lancia invettive contro le folle sbandate, ne ha compassione. Le invettive sono per chi disprezza le folle, per chi si ritiene giusto e a posto – e sono anch’esse un tentativo di far riflettere, di portare al pentimento.

Di fronte alla violenza e all’odio che dilagano ovunque, di fronte alla follia di chi usa Dio per distruggere, noi in quanto discepoli non siamo chiamati a decidere chi ha torto e chi ha ragione per distruggere i cattivi una volta per tutte e così rendere il mondo più pulito: anche i peccatori fanno questo. Tutta la storia è percorsa da questo tentativo di risolvere i problemi una volta per tutte e così sarà anche in futuro.

Noi siamo chiamati ad avere in modo più vivo e intenso compassione, e a sentire con acuta sofferenza il dolore del mondo, perché è il dolore di Cristo stesso che muore nelle vittime delle Torri gemelle ma anche nell’Afgano colpito dalle bombe, anche se era un poveraccio reso fanatico da una religiosità sbagliata e deviante.

Dobbiamo sentire un appello fortissimo ad obbedire al nostro Maestro, il quale parla molto chiaro con tutta la sua vita, e anche nel passo di Vangelo che ho citato all’inizio.

"Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano".

Gesù risponde al male non con la distruzione del peccatore, ma prendendo il male su di sé, facendosene carico; risponde con un amore più intenso, accompagnato dal fare il bene in modo più gratuito e più generoso, senza calcoli.

Amate, fate del bene.

Non solo agli amici, non solo a chi è indifferente, non solo al nemico se cambia atteggiamento, ma mentre è nemico, mentre odia, mentre maltratta.

Questo è ciò che i peccatori non fanno e che noi discepoli siamo chiamati a fare, perché così ha fatto Gesù, che ha dato la vita per noi quando ancora eravamo peccatori, scrive Paolo.

Noi dobbiamo amare i Talebani. Non le loro intenzioni malvagie, la loro religiosità che, al di là delle parole, è idolatria. Però dobbiamo e vogliamo amare le loro persone anche se hanno costumi da straccioni, facce stralunate, mitra in mano, sguardi sprezzanti, parole insultanti e violente. Noi dobbiamo amare i nemici dei talebani, gli occidentali. Anche quelli che sono contenti della guerra perché faranno soldi vendendo armi, quelli che vogliono dominare il mondo perché si ritengono superiori, e per sentirsi grandi, sicuri, ricchi nel condurre i loro affari, quelli di cui il salmo dice "L’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono" (Salmo 49, 13); ora si propongono come difensori dei valori, domani riprenderanno a distruggere proprio i valori in cui crediamo e a deridere le nostre realtà più belle: la fede in Dio, la semplicità, la bontà, la mitezza, la sobrietà…

Dobbiamo amarli gratuitamente, nessun altro se non Gesù lo fa. Amarli perché sono uomini e donne creati da Dio e amati da Lui. Dio desidera che Bin Laden vada in paradiso con Lui, e sta facendo di tutto perché possa aprirsi alla grazia e accogliere il suo perdono.

E noi che possiamo fare per metterci dalla parte di Dio che vuole conquistare l’amore di Bin Laden come quello di Bush, e offre ad entrambi il suo perdono?

Possiamo anzitutto crederci e poi, se crediamo, parlarne. Annunciare questa buona notizia di cui siamo missionari, una buona notizia davvero nuova anche dopo 2000 anni di cristianesimo.

Possiamo pregare, e chiedere a Dio di convertire il nostro cuore perché diventi capace di amare. In uno straordinario diario scritto per un anno e mezzo prima di essere deportata in un campo di concentramento dove troverà la morte, la giovane ebrea Etti Hyllesum, che già ha provato il campo di lavoro e sperimenta la paura, il disprezzo, il crescere dell’odio, scrive fra l’altro: "Quando trovi nell’altro qualcosa che vorresti distruggere, cercalo e distruggilo in te stesso". Gesù l’aveva preceduta con il richiamo a togliere la trave dal nostro occhio, quando ci disturba la pagliuzza nell’occhio del fratello…

Possiamo, oltre che pregare, fare il bene. A Bin Laden? A Bush?

Se fosse possibile sì, certo.

Se non è possibile in maniera diretta, siamo comunque chiamati a farlo indirettamente.

In queste situazioni siamo giustamente indignati e addolorati per le tante persone che muoiono, specie se sono "civili innocenti", come si dice. Si tratta certo di un orrore, una tragedia, ma in fondo ogni uomo deve percorrere la strada che lo conduce alla morte. Peggio è che si avvelenano i cuori. Siamo avvolti da un’atmosfera inquinata da paura e odio, proprio mentre il Vangelo ci dice: "Non abbiate paura di coloro che uccidono il corpo e dopo non possono fare più nulla" (Lc 12, 4). Noi invece abbiamo paura di chi può ucciderci, o toglierci il nostro benessere e la nostra tranquillità, e non ci preoccupiamo del fatto che i cuori sono conquistati dalla faziosità, dal giudizio, dal desiderio di violenza e di vendetta.

A queste cose si risponde soltanto moltiplicando l’amore, e il bene.

Dobbiamo tornare in noi stessi e depurare il nostro spirito, liberarlo dalle istintività maligne, scuoterlo da quel torpore e da quella tiepidezza che ci portano ad accontentarci di pensare e fare le cose che anche i peccatori pensano e fanno. Non basta schierarci dalla parte del buon senso e del male minore e pensare che ora è importante fare questo, poi ci penseremo.

No. Proprio queste circostanze difficili sono un appello a capire meglio il Vangelo, a viverlo più radicalmente, a superare le ambiguità.

Quanto più il mondo impazzisce, e ci sembra che interi popoli siano preda della follia, tanto più dobbiamo pensare che è necessaria la missione – cioè la venuta dello Spirito di Dio che è amore pace e perdono e invito al pentimento. Dobbiamo sentire compassione per le folle, e perciò pregare perché ci siano operai per la messe, pregare per essere noi operai disponibili a quel lavoro che Gesù vuole e fa, e che conduce alla croce – non il lavoro del solo buon senso, o peggio ancora dell’inimicizia e delle armi.

La cattiveria che mostra tutto il suo volto feroce deve invitarci ad essere più buoni.

Dico senza paura questo termine un po’ fuori moda, sempliciotto, e lo ripeto: essere più buoni.

Nelle piccole e nelle grandi cose, con tutti, anche quando non conviene, non siamo apprezzati o capiti, e specialmente con chi non è affatto buono con noi: questa è la nostra lotta contro il male, questo è l’appello del Vangelo.

Nessuno di noi è capace di vivere perfettamente il cammino di Gesù: non soltanto non ha calcolato che le guance sono due, e dopo il secondo schiaffo poteva rispondere a pugni, ma ha dato la vita nelle mani dei nemici e si è lasciato uccidere.

Non possiamo essere alla sua altezza, ma possiamo chiedere che ci dia la forza di non rinnegarlo, di essere forti non per bravura ma per la forza che viene dallo Spirito; chiedergli di seguirlo con cuore pentito, come Pietro. Possiamo desiderare ciò che lui desidera, e tendere con questo desiderio a vivere come lui pur nella nostra debolezza. Possiamo almeno non stravolgere il vangelo e non chiamarlo a giustificare le nostre vigliaccherie, il nostro peccato, il nostro cuore non ancora convertito.

Come Giona sulla collina, ogni sera ci sediamo davanti al televisore per vedere che cosa succede. Vogliamo vedere la vittoria del bene e la sconfitta del male, e siamo preoccupati.

Non ci eravamo preoccupati altrettanto per la guerra fra Iran e Iraq (anzi, forse ci siamo rallegrati che si pestassero fra loro), né per la guerra fra Etiopia ed Eritrea, né per i morti di Timor est o per la violenza che sconvolge il Kashmir. Oggi ci preoccupiamo perché – come è successo Giona – il ricino che riparava la nostra testa dal sole si è seccato, e la testa ci fa male: non siamo più solo spettatori, ma abbiamo perso la nostra sicurezza e temiamo in qualche modo di essere coinvolti. Allora ci lamentiamo, preghiamo per la pace o imprechiamo contro chi ci ha tolto la tranquillità e minaccia il nostro benessere.

Il Signore, come a Giona, ci dice: ora ti preoccupi, ora che temi per la tua vita o anche solo per il tuo benessere? E io non dovrei avere preoccupazione e compassione per milioni di uomini che vivono sulla faccia della terra, cristiani, musulmani, buddisti, indù, atei che siano?

Il Signore ci invita a non preoccuparci del ricino che è seccato e a cambiare il cuore, per desiderare che "il peccatore si converta e viva", per essere partecipi della sua paternità, della sua tenerezza per ogni uomo.

Siamo cristiani e siamo missionari per questo: la grazia che ora ci è data è di poterlo riscoprire con maggiore intensità, convinzione, gioia, per viverlo meglio ovunque ci troviamo: qui in Italia o in Bangladesh dove, per grazia di Dio, sono contento di poter andare proprio ora, anche se ho paura.

P. Franco Cagnasso

 

Luca 6:27-38

27 Ma a voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, 28 benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. 29 A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l'altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. 30 Dà a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. 31 Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. 32 Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. 33 E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. 34 E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. 35 Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo; perché egli è benevolo verso gl'ingrati e i malvagi. 36 Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. 37 Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; 38 date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio».

 

Matteo 22:15-22

15 Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. 16 Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. 17 Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?». 18 Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate? 19 Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. 20 Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l'iscrizione?». 21 Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». 22 A queste parole rimasero sorpresi e, lasciatolo, se ne andarono.

Luca 13:1-5

1 In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. 2 Prendendo la parola, Gesù rispose: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? 3 No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. 4 O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? 5 No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».