PICOLI GRANDI LIBRI   Charles De Foucauld
LA MIA FEDE
Città Nuova Editrice, 1974

Questo libro, scritto con semplicità e senza alcuna pretesa da un piccolo fratello di Gesù, che fu discepolo di padre Charles de Foucauld per oltre trent'anni, vorrebbe lasciare a fratel Charles la possibilità di testimoniare la sua fede, con la forza, la spontaneità e l'amore di cui essa è imbevuta.
(Dalla presentazione di René Voillaume)

INTRODUZIONE
La vita di Charles de Foucauld è nota; e sono state pubblicate parecchie antologie dei suoi scritti spirituali e della sua corrispondenza. In questa raccolta vorrei far cogliere meglio quale sia stata, nella vita di fratel Charles, la luce folgorante che illuminò la sua marcia, lungo il duro cammino che aveva deciso di seguire.
Cammino duro, effettivamente, che egli scelse quando decise di non appartenere ad altri che a Dio, non volendo impegnarsi per il Signore meno di quanto aveva fatto per la scienza o al servizio della sua patria. Per una nobile impresa umana era capace di eroismo. Cosa fare per Dio? L'impossibile!
Una frase dell'abate Huvelin lo dipinge perfettamente: "La bellezza del fine, cui sentiva di essere stato chiamato, velerà ai suoi occhi tutto il resto, e soprattutto l'irrealizzabile".
E lui stesso scrive il 14 agosto 1901:
«Se la nostra religione è la verità, se il Vangelo è la parola di Dio, noi dobbiamo credere e praticare. Potessimo noi esistere assolutamente e solo per far questo»
.
E lui partì, solo, verso il deserto.
Questa raccolta vuole illustrare, nella prima parte, gli aspetti caratteristici della fede di Charles de Foucauld; e nella seconda, le grandi intuizioni della sua fede. Gli stupendi passi scelti dei suoi scritti contribuiranno a far cogliere direttamente l'eco della sua anima.

parte prima

parte seconda

LA FEDE LE GRANDI INTUIZIONI DELLA FEDE

IL DONO DELLA FEDE

Gesù di Nazaret
LA FEDE VIVA E OPERANTE L'Eucaristia è Gesù
La felicità di Dio
Gridare il Vangelo con tutta la propria vita
La parola del Vangelo che ha trasformato la mia vita
Fu chiamato Gesù, che vuol dire «Salvatore»
La fonte della gioia
Tutto ciò che unisce alla Chiesa... unisce a Gesù
La Vergine Maria e i Santi
La «Sainte-Baume» che è nell'Hoggar
Il Padre mio, che è anche Padre vostro
Perché morire
Conclusione
Appendice: Scritti vari Il Buon Pastore
Meditazione sull'abiezione L'unità con la Chiesa
Gesù nella santa Eucaristia La Chiesa, la sera del martirio dei Ss. Pietro e Paolo
La felicità dell'Amato Meditazioni sulla visitazione
Seguire da povero un Dio povero Maria Maddalena
Come Gesù a Nazaret Solo con Gesù
Quel che avrete fatto a uno di questi piccoli... Completare ciò che manca alla sua Passione
La schiavitù Il pensiero della morte

IL DONO DELLA FEDE

Charles de Foucauld perse la fede assai presto, durante la sua adolescenza. A prescindere da quelle che possano esserne state le cause - molteplici, e assai simili a quelle che spingono oggi un gran numero di giovani a contestare tutto -, egli era arrivato a quello stato, ce lo dice lui stesso, in cui «la fede è completamente morta».
Scriveva il 14 agosto 1901 a Henry de Castries: «Per dodici anni, ho vissuto senza alcuna fede: nulla mi pareva sufficientemente provato. L'identica fede con cui venivano seguite religioni tanto diverse mi appariva come la condanna di ogni fede (...). Per dodici anni rimasi senza nulla negare e nulla credere, disperando ormai della verità, e non credento nemmeno in Dio, sembrandomi ogni prova oltremodo poco evidente».
Però, durante le sue esplorazioni in Marocco, aveva conosciuto alcuni ambienti profondamente credenti, ebrei e musulmani, e ne aveva riportato un senso di grande rispetto per quanto credono, certamente scosso nel suo scetticismo. Scriveva così: «L'Islam ha prodotto in me un profondo turbamento (...); la vista di quella fede, di quelle anime che vivono nella costante presenza di Dio, mi ha fatto come intravedere qualcosa di più grande e più vero degli impegni mondani».
Tanto forte è questa testimonianza nell'Islam che la fede diviene una vera sottomissione dello spirito.
Ma Charles de Foucauld continuerà per lungo tempo a cercare la fede, come di solito si ricerca l'evidenza delle prove.
Poi un giorno, all'improvviso, nella sua anima si fece piena luce e, subito, sbocciò non soltanto la fede, ma il dono di tutto se stesso a Colui in cui crede.
«Nello stesso attimo in cui incominciai a credere che c'era un Dio, compresi che non potevo far altro che vivere per Lui: la mia vocazione religiosa risale alla stessa ora della mia fede».

Come ha fatto l'acqua viva a sgorgare? Si può seguire il cammino nascosto della grazia, fino al momento in cui il dono della fede irrompe nella sua anima?
Nella lettera citata e in una meditazione scritta a Nazaret, nel novembre del 1897, Charles de Foucauld racconta come a riscoperto la fede. Da questi testi ormai noti, stralcio dei brani di una sua meditazione:
«Con la forza stessa delle cose, Tu mi hai costretto ad essere casto. E ben presto, alla fine dell'inverno del 1886, ricondotto da Te a Parigi, in seno alla mia famiglia, la castità mi divenne gioia e bisogno del cuore. (...) era necessario per preparare la mia anima alla verità (...); allora Tu le ispirasti un desiderio della virtù, di una virtù pagana, e mi permettesti di ricercarla nei libri dei filosofi pagani e non vi trovai che vuoto e disgusto (...). Fu allora che mi facesti cadere sotto gli occhi qualche pagina di un libro cristiano, e me ne facesti sentire il calore e la bellezza (...). Mi facesti intravedere che in esso avrei forse trovato, se non la verità (non pensavo che gli uomini potessero conoscerla), almeno qualche insegnamento di virtù, e mi ispirasti a cercare nei libri cristiani gli ammaestramenti di una virtù completamente pagana (...). Mi concedesti che mi familiarizzassi anche coi misteri della religione (...). Nel medesimo tempo Tu serrasti sempre più i legami che mi univano ad alcune anime meravigliose; Tu mi hai ricondotto in seno a questa famiglia, oggetto di attaccamento appassionato fin dai teneri anni della mia infanzia (...). E mi ci hai fatto ritrovare, grazie a queste stesse anime, l'ammirazione di altri tempi; e ad esse hai suggerito di accogliermi come il figliol prodigo al quale non si faceva nemmeno sentire il peso di aver abbandonato la casa del padre (...). Agli inizi di ottobre 1886, dopo sei mesi di questa vita di famiglia, io ammiravo e desideravo la virtù, ma ancora non Ti conoscevo...».

« Che cosa hai escogitato, o Dio di bontà, per farti conoscere da me? .... Quel bisogno di solitudine, di raccoglimento, di sante letture, quel bisogno di entrare nelle tue chiese - io che non credevo in Te -, quel tormento dell'anima, quell'angoscia, quella ricerca della verità, la mia preghiera d'allora: "Dio mio, se esisti, fammelo sapere!" (...). Un'anima meravigliosa Ti assecondava (la cugina Maria de Bondy), ma col suo silenzio, la sua dolcezza, la sua bontà, la sua perfezione (...). Mi avevi attratto verso la virtù tramite la bellezza di un'anima, nella quale la virtù mi era apparsa sì bella (...). Mi attirasti alla verità, attraverso la bellezza di questa medesima anima».

« Tu mi facesti allora quattro grazie. La prima fu di ispirarmi questo pensiero: poiché questa creatura è così intelligente, la religione in cui essa crede così fermamente non dovrebbe essere una follia come io penso. La seconda fu di ispirarmi quest'altro pensiero: poiché la religione non è una follia, forse la verità, che non si trova sulla terra in nessun'altra religione, né in qualche sistema filosofico, dimora in essa? La terza grazia fu di suggerirmi: poniamoci a studiare, dunque questa religione; assumiamo un professore di religione cattolica, un prete istruito, e vediamo cosa ne scappa fuori e se sarà il caso di credere a quello che dice. La quarta fu la grande grazia incomparabile di indirizzarmi, per queste lezioni di religione, a M. Huvelin. Facendomi entrare nel suo confessionale, uno degli ultimi giorni di ottobre, tra il 27 e il 30, penso, Tu, mio Dio, mi hai davvero colmato di ogni bene (... ). Io chiedevo lezioni di religione: lui mi fece mettere ginocchioni e mi fece confessare, e mi spedì a comunicarmi, seduta stante... ».

Scritta due anni dopo la sua conversione, questa meditazione descrive chiaramente il susseguirsi delle tappe e delle grazie di Dio - in questo cammino di ritorno -, ma anche le debolezze e il rischio di ritrovarsi in un vicolo chiuso. La preghiera così bella, ma anche così « strana », come lui stesso la definisce: « Dio mio, se esisti fammelo sapere », ricorda la preghiera del padre dell'epilettico: « Se ti è possibile fare qualcosa, vieni in nostro aiuto ». E Gesù risponde quelle parole: « Se ti è possibile... Tutto è possibile a colui che crede ». E l'uomo riprende tosto: « Credo: vieni in aiuto alla mia poca fede ». Per quella fede nascente e per quell'umile confessione, l'uomo ottenne la guarigione di suo figlio (Mc. 9, 22-24).

Charles de Foucauld, per parecchi mesi ancora, non riesce ad andare avanti nella sua preghiera. Si è messo a cercare la fede come si cerca una certezza razionale. «Questa religione potrebbe non essere una follia... forse è la verità (... ). Mettiamoci a studiare questa religione: assumiamo un, professore di religione, un prete istruito e vediamo cosa ne scappa fuori e se sarà il caso di credere a quello che dice».

La fede non sta in fondo ad una ricerca razionale, non è il frutto di. un’evidenza intellettuale. Se essa è, da parte di Dio, un puro dono della sua misericordia, essa è pure, da parte dell'uomo, l'irruzione della luce di Dio in una intelligenza che si è aperta, sotto l'impulso di una volontà umile. Senza questo atto di sottomissione incondizionata, l'intelligenza rimane sul piano della ricerca razionale, attendendo invano che si faccia luce.

L'abate Huvelin intuì che il momento era arrivato, e che non bisognava cedere oltre a quei desideri di ricerca intellettuale, ma che bisognava fargli compiere quell'atto di umile confessione e di umile richiesta di perdono a Dio. C'era già la fede in atto, ancor prima della luce della fede.

E Charles de Foucauld si sottomise. Si inginocchiò e si confessò. E venne la grande luce. E subito dopo l’Eucaristia, il pane della vita.

Vorrei anche notare che questo accogliere la fede nell'intelligenza, dopo un atto di assenso della volontà, costituì per Charles l'esperienza spirituale di ciò che Giovanni nel suo Vangelo chiama: « fare la verità »: « Chi fa la verità, viene alla luce » (Gv. 3, 21). Questo tratto iniziale marcherà la sua fede riscoperta, di un vigore, di un bisogno, talvolta estremo, di tradursi immediatamente in opere. Più tardi, a commento di un'altra parola di Gesù: «Venite e vedete » (Gv. 1, 39), scriverà:

« Cominciate col 'venire', seguendomi, imitandomi, mettendo in pratica i miei insegnamenti, e in seguito 'vedrete', gioirete della luce, nella stessa misura del vostro praticare... 'venite et videte'; ho potuto vedere così bene la verità di queste parole, attraverso la mia personale esperienza, che mi son sentito come spinto a scrivervi questa lettera per dirvelo »