PICOLI GRANDI LIBRI   Charles De Foucauld
LA MIA FEDE
Città Nuova Editrice, 1974

Parte seconda
GRANDI INTUIZIONI DELLA FEDE

Charles de Foucauld non è un teologo, e non bisogna perciò aspettarsi da lui una sintesi della fede cristiana. La sua stessa vocazione non è di facile comprensione, se la si vuole inquadrare in un contesto logico, ben definito e classificato. Bisogna porsi in una diversa prospettiva, se si vuol comprendere la sua anima. Per ciò, più che parlare del contenuto della sua fede, è preferibile parlare delle intuizioni della sua fede. Chi dice intuizione, dice luce penetrante, che quale freccia acuminata arriva al fondo di una verità, e lascia nel cuore una ferita inguaribile. Le intuizioni si moltiplicano e nuovi fuochi si accendono. Ma non bisogna cercarvi concordanze, concatenamenti, e neppure una sintesi intellettuale. Sono slanci sempre nuovi, che recano il segno della libertà dello Spirito.

« Il vento spira dove vuole, tu ne odi la voce, ma non sai donde venga né dove vada; cosí è di chiunque è nato dallo Spirito » (Gv. 3, 8).

Non è solo dello Spirito che si dice: « Non sai donde venga né dove vada » ma anche di chi è nato dallo Spirito, cioè di colui che crede e vive di fede.

Così, la fede di fratel Charles è caratterizzata, come la sua vita, da grandi intuizioni, ciascuna delle quali gli appariva come assoluta, totale, alla quale apre la sua anima come si trattasse dell'intuizione ultima e definitiva - ma anche come fosse la prima ricevuta nella freschezza dell'anima - donde lo slancio di giovinezza che gli fu proprio e il suo bisogno imperioso di correre dritto allo scopo.

I capitoli che seguono vorrebbero porre in risalto queste intuizioni, ma leggendole bisogna pensare che ognuna di queste intuizioni potrebbe essere ritenuta come l'unica intuizione, quella che esprime l'essenziale della sua fede e della sua vita.

GESÙ DI NAZARET

Riscoperta di Dio nei sacramenti della penitenza e dell'eucaristia, sacramenti di Gesù Cristo: ottobre 1886.

Pellegrinaggio in Terra santa, la terra di Gesù. Natale 1888: Betlem. Alcuni giorni dopo, Gerusalemme, il Cenacolo, il Monte degli Ulivi, il Calvario. Gennaio 1889: Nazareth.

Nella Chiesa di Cristo, bisogna passare attraverso Gesù Cristo per arrivare a Dio. «Nessuno viene al Padre, se non per mezzo mio» (Gv. 14, 16). Ma il mistero di Cristo è molteplice. Come molteplici sono i modi, per ognuno di coloro che sono salvati nel nome di Gesù, in cui si è attuato questo contatto di fede col Figlio di Dio fatto uomo, al punto da fargli gridare: «Mio Signore e mio Dio!», come Tommaso, quando toccò le piaghe di Cristo risorto.

Per Charles de Foucauld, il modo fu « Gesù di Nazareth », cioè, come lui dice con frase espressiva: «Dio, operaio di Nazareth». In questo mistero la sua fede attinse all'incarnazione del Verbo e Gesù divenne per lui: « il mio Bene-Amato Fratello e Signore Gesù ».

Gesù di Nazareth, per lui, è Gesù nel suo stato di abbassamento, il suo stato di povertà, il farsi piccolo, umile, in una vita che egli definisce: « abiezione, povertà, umile lavoro, oscurità ». Queste espressioni ricorrono continuamente nei suoi scritti. Non dimenticherà mai, in tutta la sua vita, una frase ripresa da una predica dell'abate Huvelín: «Gesù ha scelto talmente l'ultimo posto, che nessuno mai ha potuto avere l'ambizione di strapparglielo». Da ciò il suo grido: «Ogni giorno di più, desidero precipitare nell'estremo abbassamento, al seguito di Nostro Signore».

Così gli appariva Gesù di Nazareth dopo quel giorno del gennaio 1889, quando per la prima volta mise piede a Nazareth. Il 24 giugno 1896 così scriverà:

«Ho gran sete di vivere finalmente questa vita, che ricerco da sette anni, che (... ) ho intravista, immaginata, percorrendo le strade di Nazareth, percorse da Nostro Signore, povero artigiano, inabissato nell'oblio e nell'oscurità».

Ugualmente il 12 aprile 1897, alcuni giorni dopo il suo arrivo a Nazareth:

«Mi sono stabilito a Nazareth (...) Dio nella sua bontà mi ha fatto trovare qui tutto ciò che cercavo: povertà, solitudine, abbandono, lavoro umilissimo, dimenticanza completa, la più perfetta imitazione di quella che fu la vita dei Signore Gesù in questa stessa Nazareth (... ). Ho abbracciato qui l'umile e oscura esistenza di Dio, operaio di Nazareth».

Io credo che queste parole traducono perfettamente la primordiale intuizione della sua fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo: «l'esistenza umile e oscura di Dio, operaio di Nazaret».

Non si tratta d'altro che, tradotta nel suo linguaggio che sottolinea questa condizione dell'Uomo di Nazareth, dell'intuizione dell'umiltà fondamentale del mistero di Cristo, così come è stato espresso da san Paolo:

« Lui che era Dio non volle tenere per sé gelosamente il rango che l'uguagliava a Dio. Ma annientò se stesso assumendo la condizione di schiavo e facendosi simile agli uomini » (Fil. 2, 6-7).

«L’incarnazione - scrive Charles de Foucauld - ha la sua origine nella bontà di Dio (... ). Ma una cosa appare innanzi tutto sì meravigliosa, sì stupefacente, da risplendere come luce abbagliante: è l'umiltà infinita che racchiude in sé tale mistero Dio, l'Essere, l'infinito, la Perfezione, il Creatore, l'Onnipotente, l'immenso e sovrano Signore di tutto, si fa uomo (... ); compare sulla terra come un uomo, anzi come l'ultimo degli uomini».

Non vedere Gesù, nel presepio, durante i suoi trent'anni a Nazareth, sulle strade di Galilea e Giudea, fino alla Croce, non vederlo che nell'umiltà, nella povertà, nell'abbandono, nell’abiezione, nella solitudine, nella sofferenza, nel disprezzo, sempre come « l'ultimo degli uomini », è legittimo, è frutto di una conoscenza obiettiva del Vangelo?

La fede non è una luce razionale, essa penetra come un dardo nel cuore del mistero, e con la conoscenza intuitiva che ne ricava, getta luce sulla totalità del mistero. Sembra semplificazione del mistero, ma è sapienza divina e linguaggio dello Spirito di Dio.

San Paolo afferma che non vuol «conoscere altro che Gesù Cristo, e Gesù Cristo Crocifisso» (1 Cor. 2, 2).

Il profeta vede alla stessa maniera dell'Apostolo. Parlando del « Servo » dice:

« Privo di bellezza, di splendore, sgradevole a vedersi, fatto oggetto di disprezzo e rifiutato dall'umanità, uomo di dolore, provato dalla sofferenza. Come un uomo di fronte al quale ci si copre il volto, fu vilipeso e rigettato » (Is. 53, 3).

E il salmo 22, di cui Cristo, sulla Croce, ha pronunciato le prime parole, aggiunge:

« Io, verme e non uomo, vergogna del genere umano, rifiuto del popolo ».

Essere crocifisso, quando si è il Figlio unico di Dio, non è l'estremo limite dell'abiezione?

Si capisce come i sapienti, i profeti e gli apostoli proiettino su tutta la vita umana di Cristo questa luce che brucia gli occhi e fa «piangere di dolore e di amore».