PICOLI GRANDI LIBRI   Charles De Foucauld
LA MIA FEDE
Città Nuova Editrice, 1974

Parte seconda
GRANDI INTUIZIONI DELLA FEDE

GRIDARE IL VANGELO CON TUTTA LA PROPRIA VITA

Quando si pronunzia la parola «Vangelo», a proposito di fratel Charles, non si può separarla da quest'altra parola «Imitazione di Gesù», perché il Vangelo non è soltanto il libro che gli dà la conoscenza del Signore che lui adora, ma anche l'unico modello che egli deve imitare esclusivamente: «Scruta le Scritture... e sii Me, solo Me».

Moto, congiunto di conoscenza e d'amore, che si traduce in imitazione. Se non si imita Gesù; non soltanto non lo si ama, ma non lo si conosce. Il Vangelo non è un libro, è la parola efficace di Dio, che penetra e trasforma e rende simili a Colui che ha detto: «Se perseverate nella mia parola, sarete veramente miei discepoli: conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi » (Gv. 8, 32). Che è quanto dire: per arrivare alla conoscenza della verità. bisogna perseverare nella parola di Gesù, custodirla, cioè mettere in pratica i comandamenti del Maestro e seguirlo come un discepolo.

Chi custodisce allora la parola è abitato dalla parola di Dio, che è il Verbo incarnato, Gesú, e «vive il Vangelo», secondo il detto di fratel Charles. «Torniamo al Vangelo. Se non viviamo il Vangelo, Gesú non vive in noi ».

Fratel Charles non lesse il Vangelo per cercarvi grandi idee e un ideale di vita umana perfetta, o per scoprirvi delle linee di forza o una dialettica efficace per la trasformazione della società. Egli vuole invece:

« Impregnarsi dello Spirito di Gesù, leggendo e rileggendo, meditando e rimeditando senza posa le sue parole e il suo esempio: che cadano sull'anima come la goccia d'acqua che cade e ricade sempre allo stesso punto su una lastra di pietra».

Il Vangelo gli presenta dunque una Persona viva: Gesù, il Maestro, il suo «solo Maestro, perché il solo veramente santo». Non si tratta di un ideale astratto di virtù, non cerca una perfezione spinta all'estremo. ma di imitare Gesù, perché:

«La perfezione consiste nell'essere come il Maestro. E' pura follia e peccato, il solo pensare che sia possibile essere in qualche cosa più perfetti di Lui: e "Chi è come Dio?". Non cerchiamo di essere più grandi di Gesù agli occhi degli uomini (... ). Il Maestro è stato disprezzato, il discepolo non deve essere onorato; il Maestro è stato povero, il discepolo non dev'essere ricco; il Maestro è vissuto con il lavoro delle sue mani, il discepolo non deve vivere di rendita; il Maestro andava a piedi, il discepolo non deve andare a cavallo; il Maestro cercava la compagnia dei piccoli, dei poveri, dei lavoratori, il discepolo non deve farsela con i potenti; il Maestro appariva agli occhi di tutti un lavoratore, il discepolo non deve apparire un potente personaggio; il Maestro è stato calunniato, il discepolo non dev'essere lodato; il Maestro era vestito poveramente, era scarsamente nutrito, era miseramente alloggiato, il discepolo non deve andar vestito in modo elegante, essere ben nutrito, avere una casa comoda; il Maestro ha lavorato, si è stancato, il discepolo non deve pensare al riposo; il Maestro ha voluto apparire piccolo, il discepolo non deve voler sembrare grande».

Questo passo, che è caratteristico della sua maniera di meditare sul Vangelo, ci fa vedere che, quando fratel Charles parla dell'imitazione di Gesù, non si tratta, nella sua mente, della sola imitazione interiore delle sue virtù, o soltanto di una conformità della propria anima a quella di Gesù, ma di una imitazione il più possibile perfetta della vita di lui, cioè delle sue azioni, della sua condizione, delle sue fatiche e del suo lavoro, delle sue sofferenze e delle sue pene.

Egli vuol porre i propri passi sulle orme del Maestro, ma «seguirlo il più possibile da vicino» e, ancor di più, vuol «condividere con lui»: « Non posso concepire l'amore senza un bisogno, un bisogno imperioso di conformità, di somiglianza e soprattutto di partecipazione a ogni pena, ogni difficoltà, ogni asprezza della vita... ».

È proprio dei santi il non vedere Gesù come un personaggio d'altri tempi, ma di vederlo vivo ora e di vivere con lui e di conseguenza condividere la sua vita.

Perciò, agli occhi della sua fede, la vita di Gesù rivive - dal presepe alla Croce -, e fratel Charles diventa, con Gesù, povero e umiliato, impegnato nella preghiera e nel digiuno, intento ad un umile lavoro manuale, «l'umile lavoro di Gesù», come dice. Comincia da Nazareth, perché Gesù visse colà per trent'anni. « Sei vissuto trent'anni, povero operaio in questa Nazareth in cui io ho la gioia di vivere, dove sperimento la felicità indicibile, profonda, inesprimibile, la beatitudine di raccogliere letame... »

Linguaggio di uno che ha lasciato ogni cosa, e che guarda il mondo come un mondo di vanità, di false gioie e di false grandezze, e che ha scoperto che Dio si è fatto povero.

«O Signore Gesù, come diventerà subito povero colui che, amandoti con tutto il suo cuore, non potrà sopportare di essere più ricco del suo Bene-Amato!».

Ed è proprio a Nazareth - gli occhi fissi senza posa in Gesù, in quella solitudine, a tu per tu col suo Bene-Amato - che comprende come la volontà di Dio vuol dire: «essere dove Dio ci vuole, fare ciò che Dio vuole da noi, nello stato dove lui ci chiama; pensare, parlare, agire come Gesù avrebbe pensato, parlato, agito, se il Padre suo lo avesse messo in quel particolare stato».

Questo spiega come dopo essersi messo all'ultimo posto in compagnia di Gesù, «povero oltre ogni misura», Charles de Foucauld abbia voluto rassomigliargli in tutto, non soltanto perché «la somiglianza è proporzionata all'amore», ma perché Gesù ha lasciato Nazareth per annunciare il Vangelo. Però la sua vita sarà sempre e da per tutto una vita di Nazareth: «Che io viva dappertutto in una Nazareth, dappertutto nascosto in Gesù».

Come spiegare questo riferimento costante, fino all'ultimo, a Nazareth, mentre la sua vita ci prospetta un'evoluzione tale che, da domestico delle Clarisse, è divenuto apostolo del Vangelo, pronto a recarsi fino agli estremi confini del mondo?

Il fatto è che il mistero di Nazareth fu la luce iniziale nella quale conobbe il Signore Gesù, e i suoi occhi non riuscirono a staccarsi mai più da esso, di modo che tutto quello che fece o fu portato a fare, sotto la spinta di un amore estremo per Gesù, suo Maestro, e quella del desiderio di fare il più gran bene possibile agli uomini, reca impresso per sempre il sigillo di Nazareth.

Che cos'è mai questo sigillo, questa luce di Nazareth?

Prima di tutto la condizione del povero, dell'umiliato, dell'abbandonato, del piccolo, esposto al disprezzo e all'indifferenza degli uomini.

Poi, virtù evangeliche, umiltà, mansuetudine, «essere colui che serve», desiderio di soffrire; bisogno di andare «là dove c'è estrema mancanza» di Dio, tra coloro che sono i più malati, i più abbandonati, che vivono nel deserto; e infine essere il fratello universale, soprattutto il fratello dei più poveri, l'amico di quanti non hanno amici.

È questo che fratel Charles chiama: «Gridare il Vangelo con tutta la propria vita».