PICOLI GRANDI LIBRI   Charles De Foucauld
LA MIA FEDE
Città Nuova Editrice, 1974

Parte seconda
GRANDI INTUIZIONI DELLA FEDE

LA PAROLA DEL VANGELO CHE HA TRASFORMATO LA MIA VITA

Da Tamanrasset, il lº agosto 1916, esattamente quattro mesi prima della sua morte, scrive a Louis Massignon:

«Non c'è, credo, parola del Vangelo che abbia fatto su di me piú profonda impressione, e trasformato del tutto la mia vita, di questa: 'Tutto ciò che fate a uno di questi piccoli, lo ritengo fatto a me'. Se si considera che queste parole sono proferite dalla Verità increata, uscite da quella stessa bocca che ha, detto: 'Questo è il mio corpo... questo è il mio sangue', con quale energia non si è portati a cercare e ad amare Gesú in questi 'piccoli', nei peccatori, nei poveri».

Ciò che va sottolineato in questo passo, non è tanto il riferimento al secondo comandamento.

«in tutto simile al primo», quanto il richiamo all'Eucaristia. E come la sua fede vede, sotto le specie consacrate del pane e del vino, il Corpo e il Sangue di Gesú, cosí vede «in ogni essere umano, dietro il velo delle apparenze, un essere ineffabilmente sacro, un membro, una porzione del Corpo del nostro Bene-Amato Gesú ».

Questo realismo della espressione, che richiama il linguaggio di san Giovanni Crisostomo, traduce la sua fede nel Corpo mistico di Cristo. Tutti gli uomini, per un titolo o per l'altro, sono membra del corpo di Cristo, poiché Cristo, con la sua incarnazione, è diventato in modo eminente uno di loro. Non si danno esclusività, né per il ricco, né per il povero, poiché tutti sono stati creati ad immagine di Dio, ma la preferenza è rivolta al povero.

Mentre scriveva a Nazaret, nel 1899, le costituzioni e il regolamento per il suo progetto di fondazione dei Piccoli Fratelli del Sacro Cuore, cosí descrive la carità universale che vuole veder regnare nella Fraternità:

«Non soltanto i Piccoli Fratelli ricevano con gioia gli ospiti, i poveri e i malati che si presentano loro, ma insistano perché entrino quelli che incontrano nei pressi, chiedendo loro come una grazia, come fece Abramo agli angeli, in ginocchio se necessario, di non 'passare davanti alla soglia dei loro servitori', senza accettare la loro ospitalità, i loro servigi, le manifestazioni del loro amore fraterno. Che si sappia ovunque in giro che la Fraternità è la casa di Dio, dove ogni povero, ogni ospite, ogni malato, è sempre invitato, chiamato, desiderato, accolto con vera gioia e gratitudine da fratelli che lo amano, gli vogliono bene e considerano il suo ingresso sotto il loro tetto come l'arrivo di un tesoro. Essi sono, in realtà, il tesoro dei tesori, Gesú stesso: "Tutto ciò che fate a uno di questi piccoli, lo ritengo tatto a me"».

E cosí si comportò finché rimase a Béni-Abbès.

«Voglio abituare tutti gli abitanti, cristiani. musulmani, ebrei e adoratori di idoli, a guardarmi come loro fratello, il fratello universale (... ). Tutti cominciano a chiamare questa casa ' la Fraternità ' (la Khaoua, in arabo) e questo mi piace moltissimo, e a rendersi conto che i poveri hanno qui un fratello, e non soltanto i poveri, ma tutti gli uomini».

Lui che chiama il Signore Gesú il suo BeneAmato Fratello, il Fratello Maggiore, vuol essere guardato dagli uomini, che son membra di Gesú, come loro fratello. Un medesimo sangue fraterno unisce tutti gli uomini, non soltanto il sangue umano che ci viene da Adamo, ma il sangue di Cristo, Figlio di Dio fatto uomo.

Ora, a Béni-Abbès, nel 1902, come piú tardi al suo arrivo all'Hoggar, nel 1905, la prima angoscia che attanaglia la sua anima è la grande tragedia degli schiavi.

Vuole che si passi subito all'azione, e scrive: «Entrare in minuti particolari sul modo inumano con cui sono trattati gli schiavi del Sahara e delle oasi, mi sembra che significhi impostare male il problema. Sono maltrattati, è vero, ma, trattati bene o male, il vero grande male, l'enorme ingiustizia è che son schiavi».

Altri, oltre lui, si è mostrato indignato per le forme di schiavitù umana, che è una delle manifestazioni piú vergognose e immorali dell'oppressione e dello sfruttamento di persone umane da parte dei propri simili. E anche ai nostri tempi esistono altrettante forme ingiuste di oppressione. Ma per Charles de Foucauld, al di là di questa ribellione dello spirito e del suo cuore, si tratta di una dolorosa percezione per la sua fede di cristiano.

A chi gli consiglia pazienza e prudenza, risponde:

«Non ho il minimo desiderio di mettermi a parlare o scrivere, ma non posso tradire i miei figli, e non posso non fare, per Gesú, che vive nelle sue membra, quello di cui ha bisogno: è Gesú che si trova in questa dolorosa condizione».

Cosí, nell'uomo che soffre, che è oppresso, che è schiavo, la sua fede viva vede Gesú che soffre, che è oppresso, che è schiavo.

Che cosa avverrebbe sulla terra, se tutti i cristiani avessero la stessa fede, lo stesso sguardo soprannaturale?