IL NOSTRO PROGETTO DI VITA   DIO È AMORE   CASE DEL PIME IN ITALIA
Appunti raccolti da P. Francesco Valsasnini

LETTERA AGLI EFESINI PREGHIERA
Tentazioni IL MISTERO DELLA SS. TRINITÀ NELLA NOSTRA VITA
DIO É AMORE LA REALTÀ DELLE TRE PERSONE UGUALI E DISTINTE
DEVE ESSERE IL TIPO DELLA CONVIVENZA UMANA
Esperienza della paternità di Dio
COSÌ IL PADRE CI AMA Lo stupore di essere figli
DIO CI AMA PER PRIMO E SEMPRE DIO PADRE
LA "NOVITÀ" CRISTIANA DIO BUON PASTORE
MESSAGGIO DAL TERZO MONDO

NOI SIAMO DI DIO

Ultima lettera del B. Giovanni Mazzucconi

DIO CI AMA IMMENSAMENTE
DIO TRINITÀ MODELLO DI AMORE

AMAMI COME SEI

TU, SIGNORE, MI AMI INFINITAMENTE DIO CI AMA PERCHÉ CI HA CREATO
ALCUNE CARATTERISTICHE DELL’AMORE DI DIO

AMORE COME PERDONO

NON C'É SPINA SENZA ROSA CRISTO È PROVA E MODELLO DI AMORE
LA FEDE NELL'AMORE DI DIO PER NOI

Questo immenso amore aspetta il nostro sì

   LETTERA AGLI EFESINI

Nei primi 3 capp. della lettera esplode la gratitudine di Paolo per la grazia di annunciare ai pagani le impenetrabili ricchezze di Cristo, le meraviglie compiute dall’amore del Padre in Cristo, non solo per gli ebrei ma per tutti.

- In Lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità 1,4

- predestinandoci a essere per lui figli adottivi 1,5;

- ci ha gratificato nel suo Figlio amato 1,6;

- in Lui abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe 1,7

- facendoci conoscere il mistero della sua volontà di ricondurre a Cristo, unico capo, tutte le cose 1,9-10

- in Cristo siamo stati fatti anche eredi 1,11

- in Lui avete ricevuto il sigillo dello Sp. Santo …il quale è caparra della nostra eredità 1,13

- siamo in attesa della completa redenzione 1,14

- ha manifestato la sua potenza quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli 1,20-21

- lo ha dato alla Chiesa come capo su tutte le cose: essa è il corpo di Lui 1,22-23

- eravamo morti e ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati 2,1-5

- con Cristo ci ha risuscitati e ci ha fatto sedere nei cieli: in Cristo Gesù. 2,6

- ha riunito in Cristo pagani ed ebrei una volta nemici 2,6-19

- tutto questo ha avuto la sua sorgente dall’eternità e avrà sviluppo in tutti i secoli "per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù." 2,7

- tutti siete concittadini dei santi e familiari di Dio 2,19

- tempio santo nel Signore 2,21

- abitazione di Dio per mezzo dello Spirito di Dio 2,22

- in Cristo ci dà la libertà di accedere a Dio in piena fiducia 3,12

   Tentazioni

ogni tentazione comincia col far dubitare che Dio ci ama, a metter in dubbio che ciò che Dio vuole o permette per noi in quel momento, anche se doloroso o difficile, è per il nostro vero bene. Il serpente a Eva: nega che il comando astenersi da quel frutto sia un bene per loro e, mentendo, insinua che Dio è geloso e vuole solo porre loro un limite che li priva di un bene più grande. Se si cede a questa suggestione avviene la rottura con Dio con tutte le conseguenze.

   DIO É AMORE
(1Gv 4,7-21)

Probabilmente il capitolo 4 della 1 lettera di Giovanni è un altro vertice della rivelazione cristiana dell'amore; accomunato al 15 del quarto Vangelo e al 13 della 1Corinti. Finalmente la sapienza cristiana arriva a dare il nome più vero e più comprensivo di Dio: «Dio è amore».

Quando si parla di lui come luce (c 1) siamo ancora nell'ambito dell'immagine e dell'evocazione. Sembra che ci sia un cauto timore a chiamarlo con il suo nome. Al capitolo 4 l'attribuzione è esplicita: «Dio è amore». Il nome è solo uno spiraglio sul mistero. Ma efficace. L'amore esprime il suo dinamismo nella comunione delle tre Persone, e si storicizza soprattutto attraverso la missione del Verbo. Tutti i sentimenti del cuore del Figlio, dalla misericordia al perdono, alla compassione, alla pazienza, al dono totale di sé, sono semplicemente il riflesso di un sentimento infinito: l'amore; che non solo è da Dio, ma è Dio. Il chiamare Dio con tale nome non è una contemplazione astratta, come aveva provato in qualche modo la più acuta mente filosofica del pensiero greco. Essa infatti aveva parlato di Dio come intelletto, vita, ma lontano dal divenire del mondo che veniva considerato luogo della materia e dell'imperfezione. Il contesto in cui si colloca Giovanni è invece quello della esperienza e della storia.

Sono tre infatti i movimenti attraverso cui si mani festa il mistero dell'amore:

—l'amore costituisce l'essere stesso del discepolo ed è via alla conoscenza di Dio (4,7-8);

—l'amore ispira tutta la storia di Dio nella storia degli uomini (4,9-13);

—l'amore è la risposta più vera della comunità cristiana che ha sperimentato l'iniziativa del Dio amore (4,14-21).

«Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio» (4,7)

Il punto di partenza è ancora una volta il vissuto dell’amore fraterno. Tema ricorrente, ma con sfumature diverse in questa lettera. Talora l'amore fraterno è segno rivelatore di un cammino nella luce, di un'opzione che inserisce l'esistenza cristiana nella comunione salvifica di Dio (2,9-11). Altrove l'amore fraterno è l'impegno concreto di chi è passato dalla morte alla vita (3,14) e guarda all'esempio di Gesù totalmente offerto per la salvezza di tutti (3,16).

Nel capitolo 4 l'amore fraterno è la conseguenza impellente del cristiano che fa memoria della sua storia, a partire dall'iniziativa del Padre (4,7.19). Esso pertanto assume significati diversi e convergenti: di criterio, di segno e di strumento. È criterio che consente al credente di giudicare l'autenticità della sua fede e del suo amore verso Dio. È segno che rivela l'effettiva accoglienza dell'agape come dono dall'alto, nei confronti del quale il cristiano si apre come alla fonte della luce. È strumento, perché l'amore fraterno è la strada maestra per corrispondere all'iniziativa proveniente da Dio.

In particolare, al capitolo 4 l'esperienza dell'amore fraterno assume una duplice valenza: essa è l’atto di nascita dei figli di Dio ed è via alla conoscenza del mistero di Dio. Il cardine del messaggio è il seguente: «Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio» (4,7).

In principio vi è l’amore. Là dove stanno le sorgenti del mondo, della vita di ogni vocazione cristiana. L'amore è primo nell'ordine dell'essere, non del fare; perché l’amore è da Dio (4,7). É la persona stessa di Dio che fa essere anche il cristiano, attraverso una nuova nascita. Infatti quando si parla del cristiano, a differenza di altre fedi religiose, si coglie questa connotazione specifica: alla radice della sua identità non c’è un'etica, l'imitazione di un modello, ma una rinascita. C’è un essere che «comincia» ad esistere; c'è una genesi spirituale misteriosa, a opera dello Spirito, che fa essere figli di Dio. Già nei sinottici, Gesù paragona la parola al seme (Mt 13,18-23), quale principio di una vita nuova. Nel quarto Vangelo, Gesù nel colloquio con Nicodemo è esplicito: «Se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio. (Gv 3,3). Poi spiega che il rinascere sottende un'esistenza originata dall'acqua e dallo Spirito. Nella prima lettera di Giovanni, ancor più puntualmente viene spiegato che la nascita da Dio è possibile «perché un germe divino dimora» in noi (1Gv 3,9). Il credente, amando, riconosce la propria vocazione di figlio di Dio. L'amore è una singolare memoria delle proprie radici. Per tutto questo l'amore diventa una via alla conoscenza di Dio, e costituisce l’esperienza umana più efficace per accostarsi al roveto ardente del mistero. L'affermazione sembra audace. Vi è sottesa una precisa convinzione; o una legge della vita spirituale: quella del rapporto di affinità tra conoscente e conosciuto. Se Dio è amore, solo il linguaggio dell'amore permette la comunicazione con lui. Giovanni è perentorio. Se Dio è amore, soltanto l’amore ne consente un qualche approccio. Diversamente «chi non ama non ha conosciuto Dio» (4,8). Gli è semplicemente estraneo. Allora l’esperienza di Dio si colloca sul piano della risposta a un dono. L’amore fraterno è paradossalmente effetto e causa dell’amore divino: deriva dalla sorgente di Dio ed è strumento per riattingervi.

«In questo sta l'amore…» (4,10)

«... non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi» (4,10). Giovanni echeggia l'espressione di Gesù nei discorsi di addio: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16). L'interrogativo universale che viene spontaneo sulla bocca di tutti, di fronte all'abisso del nulla che precede e segue il segmento dell'esistenza umana, è: «perché siamo al mondo? perché la vita?». Esso trova una sola risposta sensata: perché Dio ci ha amati. La genesi e il destino di ogni creatura umana non sono sporgenti sul vuoto, ma sull'abisso dell'amore.

Giovanni, al capitolo 4 versi 9 -13 della I lettera, tratteggia in modo essenziale la storia della salvezza come storia che manifesta l'amore. In essa fanno la loro comparsa i coprotagonisti dell'amore: l'iniziativa del Padre, l'offerta del Figlio, il dono dello Spirito santo, noi peccatori (v 10), i destinatari del perdono di Dio. Nel Padre l'amore è invio del Figlio e comunicazione di vita. Nel Figlio è «espiazione per i nostri peccati» (v 10) e obbedienza nel dono totale sulla croce. Nello Spirito l'amore è dono che si trasforma in potenza del credente.

In questa storia discendente della salvezza, del venire incontro di Dio, permane tuttavia un'abissale sproporzione: tra l'amore e il peccato, tra Dio e la creatura (vv 9 -10). La distanza non è solo ontologica e morale. Si colloca anche a livello di conoscenza. «Nessuno mai ha visto Dio» (4,12). La vertigine di questa infinita distanza, ancora una volta, viene superata dall'amore, che ridiventa possibile nel cuore del credente. Anzi perfetto (4,12). Questa partecipazione del cristiano alla perfezione dell'amore è opera dello Spirito (4,13).

C'è pertanto un duplice movimento nella storia salvata: un amore donante e discendente, e un amore responsoriale da parte del cristiano. La centralità dell'amore è nel cuore del Padre, nella croce del Figlio, nel cuore del discepolo, divenuto tempio dello Spirito. Tutto è dono. Non c'è nulla nell'uomo che provochi l'amore di Dio. In lui permane soltanto il bisogno di Dio, il peccato e l'impotenza. Ma il dono dell'amore è più grande della nostra miseria, è più incidente del nostro peccato.

«Noi abbiamo creduto all'amore» (4,16)

La seconda parte del capitolo 4 (vv. 14-19) abbozza l’esperienza cristiana dell'amore, quasi un itinerario progressivo e coinvolgente. Il crescendo è scandito dal triplice «noi» della comunità cristiana, che reagisce con toni stupiti e sempre più intensi. Risulta evidente un corale atto di fede nel mistero dell'amore:

«Noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo» (4,14).

«Noi abbiamo conosciuto e creduto all'amore che Dio ha per noi» (4,16). «Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo»(4,19).

- Il primo «noi» è uno sguardo tutto concentrato sul progetto salvifico del Figlio, inviato dal Padre come salvatore del mondo. Un atto di fede centrale, portante, che Giovanni esprime come un vedere e un attestare che Gesù è il Figlio di Dio. La fede è un vedere oltre l'umanità di Gesù. Non a tutti è dato di vedere. Nel sondaggio di Cesarea di Filippo (Mt 16,13 -20), molti avevano visto in Gesù solo l'uomo di Nazareth, un profeta fra tanti. Solo la fede consente di vedere oltre. Il salto nel mistero: dall'uomo Gesù al Figlio di Dio, salvatore del mondo (4,14-15).

Il vedere della fede diventa così un attestare. La comunità cristiana non solo è destinataria di un messaggio; ma ne diventa testimone. L'attestare è la conseguenza irrefutabile di chi ha incontrato Dio.

- C'è un secondo «noi» della comunità credente. Questo va oltre l'evento salvifico, sino a coglierne il movente: l'amore. «Noi abbiamo riconosciuto e creduto all'amore...» (v 16). La fede è un riconoscere in Gesù di Nazareth il segno dell'amore del Padre. Solo essa infatti consente di interpretare i molti segni della storia della salvezza, in cui tutto è simbolo dell'amore. Ma il segno più grande, il sacramento centrale, è Gesù Cristo. Il greco usa il complemento diretto: «abbiamo creduto l'amore» (4,16). Un accusativo denso di significato. Per questo, ha ragione Giovanni di appellarsi alle rassicuranti certezze del cristiano: «chi sta nell'amore dimora in Dio» (4,16); l'amore raggiunge in noi «la sua perfezione» (4,17); ci dona fiducia (4,17) e «scaccia il timore» (4,18).

- C'è, infine, il terzo «noi» della comunità cristiana: «Noi amiamo...». Le strade per far esperienza dell'amore del Padre sono due, tra loro convergenti: Gesù di Nazareth e ogni fratello. La professione di fede in Gesù, il Cristo, diventa professione di amore: «Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo» (4,19). Certo non è facile il passaggio dalla carità fraterna a Dio; dall'umanità delle persone al mistero di Dio. L'umanità di Gesù è perfetta; non c'è colpa in lui. L'umanità degli uomini è oggettivamente opaca, è un segno non facilmente evocativo dell'amore di Dio. Eppure, l'amore per Dio passa attraverso questa strada: il riconoscimento degli altri come fratelli.

Amare Dio può risultare relativamente facile, perché è buono, amabile, giusto. Anche se tali attributi non sempre appaiono così evidenti. Amare, invece, Dio nei fratelli è impegno arduo. E tuttavia Giovanni è perentorio: «Chi infatti non ama il proprio fratello che vede non può amare Dio che non vede» (4,20). L'amore per ciò che non è amabile, perché non si lascia amare, è la verità dell'amore, in quanto ricalca l'amore discendente e donante di Dio. Amare Dio significa riconoscere le sue opere, apprezzarle, stimarle. E quale creatura più sublime dell'uomo? Così, il «noi» della fede nell'amore di Dio (4,14 - 16) diventa amore che crede nell'uomo.

Enrico Masseroni, AGAPE, un cammino sulla carità alla scuola del Nuovo testamento, ed Paoline,1991, pp. 193-203

   Esperienza della paternità di Dio

Già l'Antico Testamento esprimeva col nome di Padre la relazione di autorità e di sollecitudine di Dio nei confronti del popolo eletto (Os 11, 1-4.8-9; Ger 31, 9.15-20; Is 49, 14-16).

Ma l'appellativo rimaneva raro, per il timore di ricadere nella concezione della mitologia dove la divinità è padre perché genera il mondo, i semi-dèi, ecc.

Con Gesù, il nome di Padre diventa l'attributo caratteristico di Dio. È il Dio d'Israele come si è manifestato in modo definitivo nei tempi nuovi inaugurati da Gesù: come il Dio che si è avvicinato in modo unico all'uomo, che ha tolto la distanza (peccato) tra Lui e la sua creatura per accoglierla nella sua comunione. E il Dio che ha rivelato la sua Onnipotenza nella capacità di essere dono di Sé illimitato, amore senza misura. E l'umiltà di Gesù, il suo andare verso ciò che è perduto, la sua solidarietà con i disprezzati, il suo comportamento di servizio, il suo o abbassarsi, tutto questo è la maniera con la quale egli ha vissuto sulla terra la grandezza di Dio.

Ora Gesù osa chiamare «Abbà» questo Dio che ha manifestato la sua potenza e il suo amore nella storia d'Israele. Questo nome col quale il bambino, ma anche l'adulto, si rivolgeva al padre suo, esprime intimità, fiducia, tenerezza, e nello stesso tempo rispetto, sottomissione. «L'originalità più sorprendente di Gesù risiede nel fatto che solo lui, nel quadro del giudaismo antico, si rivolge a Dio chiamandolo Abbà»

Primariamente quest'appellativo è da capire in relazione con la novità del Regno di Dio portato da Gesù. «Abbà» dice che Dio si è reso vicino, ha stabilito un rapporto nuovo di intimità, vissuto in prima persona da Gesù stesso, ma del quale rapporto ogni Israelita e uomo è chiamato a partecipare (cf. Rm 8, 15; Gal 4,6 . Il discepolo sa di essere amato personalmente dal Padre. Questa realtà caratterizza tutta la sua esistenza al punto di viverla come una esistenza filiale totalmente relazionata a Dio:

Non chiamate nessuno «padre» sulla terra, perché uno solo é il Padre vostro, quello del Cielo. (Mt 23, 9)

Non a caso, nella parola sul centuplo dato a chi lascia i legami familiari, Gesù promette «cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli...» ma non in padri! Perché ormai il credente ha un solo Padre.

E ciò che lega al Padre, ciò che fa figlio, non è tanto un sentimento, ma la parola di Gesù accolta e vissuta. É il fare la volontà di Dio manifestata da Gesù che raccoglie in famiglia attorno a Gesù: molti fratelli sotto lo sguardo di un unico Padre.

La riflessione dì fede approfondirà il mistero del rapporto Figlio o il Padre, alla luce della comprensione post-pasquale sul Risorto. Nella tradizione cristiana, Dio sarà essenzialmente nominato come il «Padre di Gesù Cristo», e il nome di Padre verrà a definire la relazione essenziale che Lo unisce da sempre al Figlio unigenito: il Padre è tale nell'atto di generare il Figlio suo, nel dono totale di Sé al Figlio. Da parte sua, l'obbedienza di Gesù vissuta sulla terra rivela la maniera sua di essere Figlio, nel libero consenso ad essere generato. Si approfondirà di conseguenza la relazione che il credente ha ricevuto nei confronti di Dio. Il discepolo entra nella stessa intimità che al Figlio da sempre ha con il Padre. Dio si rivolge ora al credente con lo stesso amore col quale ama il Figlio unigenito: «Dio, il Padre invisibile, il Mistero assoluto, ci ama ciascuno e ciascuna esattamente con lo stesso amore che Egli ha per il suo Figlio eterno, amore che Egli ha manifestato agli occhi degli uomini nell'uomo Gesù di Nazaret (...). È nell'atto stesso nel quale Gesù ci rivela che l'intimità di Dio esiste come comunione d'amore, che egli ci prende per mano e ci introduce là». AA vari, Dio è amore nella tradizione cristiana… Roma,Città Nuova 1992 pagg. 67-69

Dio rivela agli uomini chi Egli è in ciò che Egli fa. Ora se il suo amore è la ragione ultima di tutto il suo agire nei confronti dell’uomo, dello stesso suo rivelarsi e del fine di tale agire e rivelarsi, - la piena partecipazione dell’ uomo alla sua vita - ed è amore senza misura e senza confronti, vuol dire che esso è la proprietà più specifica del suo essere, è ciò che lo costituisce essenzialmente: l’amore è la sua natura, è il nome del Dio vivo. Spicq

   COSÌ IL PADRE CI AMA

Iddio ci vede e ci conosce tutti uno ad uno.

Chiunque tu sia, Egli ti vede individualmente. Egli ti chiama con il tuo nome. Egli ti comprende quale realmente ti ha fatto. Egli conosce ciò che é in te, tutti i tuoi sentimenti e i pensieri più intimi, le tue disposizioni e preferenze, la tua forza e la tua debolezza.

Egli ti guarda nel giorno della gioia e nel giorno della tristezza, ti ama nella speranza e nella tentazione, s'interessa di tutte le tue ansietà, di tutti i tuoi ricordi, di tutti gli alti e bassi del tuo spirito. Egli ha perfino contato i capelli del tuo capo e misurato la tua statura, ti circonda e ti sostiene con le sue braccia, ti solleva e ti depone. Egli osserva i tratti del tuo volto, quando piangi e quando sorridi, quando sei ammalato e quando godi buona salute. Con tenerezza Egli guarda le tue mani e i tuoi piedi; sente la tua voce,il battere del tuo cuore ode perfino il tuo respiro. Tu non ami te stesso più di quanto Egli ti ama.

Tu non puoi fremere davanti al dolore come Egli freme vedendolo venire sopra di te, e se tuttavia te lo impone, é perché anche tu, se fosti stato davvero sapiente, lo sceglieresti per un maggior bene futuro.... (Newman)

   DIO CI AMA PER PRIMO E SEMPRE

Tu ci hai amati per primo, o Dio. Noi parliamo di te come se ci avessi amato per primo una volta sola. Invece continuamente di giorno in giorno per la vita intera ci ami per primo. Quando al mattino mi sveglio ed elevo a te il mio spirito, tu sei il primo, tu mi ami per primo. Se mi alzo all’alba e immediatamente elevo a te il mio spirito e la mia preghiera, tu mi precedi, tu mi hai già amato per primo. É sempre così. E noi ingrati, parliamo come se tu ci avessi amato per primo una volta sola. Kierkegaard

   LA "NOVITÀ" CRISTIANA

Dio mi ama immensamente. Dio ci ama immensamente.

Da quel momento scorgo Dio presente dappertutto col suo amore: nelle mie giornate, nelle mie notti, nei miei slanci, nei miei propositi, negli avvenimenti gioiosi e confortanti, nelle situazioni tristi, scabrose, difficili.

C’è sempre, c’è in ogni luogo e mi spiega. Che cosa mi spiega? Che tutto è amore: ciò che sono e ciò che mi succede; ciò che siamo e ciò che ci riguarda; che sono figlia sua ed Egli mi è Padre; che nulla sfugge al suo amore nemmeno gli sbagli che commetto, perché Egli li permette: che il suo amore avvolge i cristiani come me, la Chiesa, il mondo, l’universo. E mi sostiene e mi apre gli occhi su tutto e su tutti come su altrettanti frutti del suo amore.

La conversione è avvenuta. "La novità" è balenata dinanzi alla mia mente: so chi è Dio. Dio è Amore. Chiara Lubich

Dobbiamo credere, pensare, parlare agire secondo la fede. La fede ci dice che Dio ci ama, che egli non ci dimentica mai, che ci accompagna e ci guida sempre. Dio ci ama di un amore attuale, amore personale, vivo, amore infinito. Dio è tutto amore per noi. É di fede. Ci ama ardentemente, spasima d’amore. Non vi intenerisce? Vi ama più di vostra madre, infinitamente di più. Crediamo realmente all’amore di Dio per noi? Crediamo veramente che noi siamo l’oggetto del suo infinito amore, che egli ci tiene cari come la pupilla dei suoi occhi, che ci ama più di nostra madre, infinitamente di più? Se noi lo crediamo noi pure ameremmo Dio perché anche noi abbiamo un cuore che palpita, e qual è il cuore che non riami chi lo ama? S. Leonardo Murialdo

   MESSAGGIO DAL TERZO MONDO

Questa notte ho fatto un sogno.

Ho sognato che ho camminato sulla sabbia accompagnato dal Signore, e sullo schermo della notte erano proiettati tutti i giorni della mia vita.

Ho guardato indietro e ho visto che ad ogni giorno della mia vita, proiettati nel film, apparivano due orme sulla sabbia, una mia e una del Signore. Così sono andato avanti, finché tutti i miei giorni si esaurirono.

Allora mi fermai guardando indietro, notando che in certi posti c’era solo un’orma... Questi posti coincidevano con i giorni più difficili della mia vita, i giorni di maggior angustia, di maggiore paura e di maggior dolore.

Ho domandato allora: "Signore, Tu avevi detto che saresti stato con me in tutti i giorni della mia vita, ed io ho accettato di vivere con te, ma perché mi hai lasciato solo proprio nei momenti peggiori della mia vita?"

Ed il Signore rispose: "Figlio mio, Io ti amo e ti dissi che sarei stato con te durante tutta la camminata e che non ti avrei lasciato solo neppure per un’attimo, e non ti ho lasciato. I giorni in cui tu hai visto solo un’orma sulla sabbia, sono stati i giorni in cui ti ho portato in braccio".

Anonimo brasiliano

   Ultima lettera del B. Giovanni Mazzucconi

...quel Dio che mi salvò allora (da una forte tempesta) sarà con me anche in questo viaggio e, se io non lo abbandono, Egli vuole essere con me per sempre, e finché Egli è con me tutto ciò che mi può accadere sarà sempre una grazia, una benedizione di cui lo dovrò ringraziare. Se nel pericolo Egli vorrà ritirarsi, o farà mostra di dormire sulla punta della nave io, come gli Apostoli, andrò a svegliarlo e a fargli vedere il mio pericolo. Che se poi non volesse ascoltare, gli dirò: Signore comanda che io venga a Te, e la mia anima camminerà sulle acque, andrà ai suoi piedi e starà contenta per sempre.

Non so che cosa Egli mi prepari di nuovo nel viaggio che comincia domani, so una cosa sola, so che Egli è buono e mi ama immensamente; tutto il resto: la calma e la tempesta, il pericolo e la sicurezza, la vita e la morte, non sono che espressioni mutevoli e momentanee del caro Amore immutabile, eterno. Sì miei cari, abbiamo un altro paese, un’altra patria, un regno dove ci dobbiamo ritrovare tutti...dove i dolori e i pericoli passati non serviranno che ad aumentare la consolazione e la gloria (Alla fine del viaggio fu martirizzato).

   DIO TRINITÀ MODELLO DI AMORE

Siccome siamo fatti ad immagine di Dio è utilissimo avere un po’ di luce su questo Dio, e per fortuna Dio ci si è svelato un po’ perché potessimo vivere anche qui in terra un tenue anticipo del paradiso.

La difficoltà di accogliere la luce del mistero della Ss. Trinità dipende dal fatto che invece di annunciarla tenendo per base la rivelazione biblica solo illuminata dalla teologia, si tiene per base la teologia illuminata dalla rivelazione.

La Chiesa ha impiegato secoli a trovare la giusta terminologia per esprimere il dato biblico. Non ci sono mai state difficoltà a credere che il Padre, tanto nominato da Gesù, fosse Dio e l’origine di tutto. Difficoltà ci sono state invece per renderci conto di come i dati biblici (che Gesù è uomo e Dio) potessero esser accettati. Se Gesù era vero uomo non poteva esser Dio, e se era Dio non poteva esser vero uomo. Dopo secoli di discussioni ed errori (arianesimo) si è arrivati a capire che Gesù era una sola persona con due nature e così rispettare tutto il dato evangelico. Quindi Gesù era vero Dio, e quindi della stessa sostanza del Padre, pur essendo vero uomo. Così lo Spirito Santo si è capito che era vero Dio e quindi consustanziale al Padre e al Figlio (la famosa questione della processione dal Padre e dal [o per il] Figlio perché i greci, molto sottili, dicevano che la particella "e" indica due cose diverse). Solo dopo secoli di riflessione si era giunti a capire che Dio era in tre persone uguali e distinte: anche lo Spirito era creatore. C’è anche voluta molta riflessione per fare un po’ di luce sul loro rapporto che è molto affermato nel dato biblico.

La Scrittura non ci presenta la Trinità in modo astratto, ma ci mostra le tre divine persone in azione. Da ciò ci viene luce per comprendere qualcosa di cui poter vivere, perché Dio ci rivela le verità divine anche al di sopra della nostra comprensione perché ci servano per andare a Lui, non per il gusto di dirci qualcosa che non capiamo.

Dio è anzitutto Padre cioè l’eterna sorgente dell’ Amore, è il principio senza principio, la gratuità assoluta, l’eterno Amore. La bibbia ce lo presenta sempre come l’origine di tutto. Da Lui la creazione, il Padre manda il Figlio, è quello che ama sempre per primo per il puro donare. La gratuità assoluta non è una cosa tanto facile e men che meno comune. Ci sono intere civiltà che non hanno il concetto di gratuità. In Giappone ad ogni minimo favore vi fanno un regalino. Ma non è gratitudine, bensì uno sdebitarsi. La cultura di fondo è "do ut des". In Cina e in Oriente meno ancora: a noi missionari chiedono: "Cosa ti viene in tasca per venire qui da noi?" e a volte ci mettono anni per accorgersi che siamo lì solo per loro.

Possiamo esaminarci se siamo capaci amare sempre per primi, e di gratuità assoluta nei rapporti con i membri della nostra comunità, coi superiori, con tutti. Possiamo dire a tutti: "Amo te per te e non te per me"?

La bibbia ci presenta Gesù come il Figlio, Colui che dice sempre sì all’Amore, ci fa capire che non è divino solo l’amare: è divino anche il lasciarsi amare, il ricevere l’Amore. Non è divina solo la gratuità, è divina anche la gratitudine. "Mandato" dal Padre, come in assoluta dipendenza dal Padre sia nel venire al mondo, sia nella via per salvarci (tentazioni nel deserto), sia in quello che ci dice e in quello che non ci dice; va alla passione "affinché il mondo sappia che Io amo il Padre" e finisce la vita dicendo: "Tutto è compiuto." Gesù è l’accoglienza pura, la relazione di fondo col Padre. Lui è uno col Padre, ma riceve tutto dal Padre. Bisogna anche lasciarci amare. Non è una cosa semplice. Bisogna saper esser in silenzio perché un altro parli, esser un vuoto di tutto noi stessi perché l’altro possa donarsi. Per es. Ascoltando, far tacere tutte le tentazioni di giudicare, di dare la risposta, di pensare ad altro, bisogna esser vuoti, allora spesso l’altro riesce comunicarsi (a volte capita che riesce a dire i suoi problemi ed anche le risposte).

Ma queste azioni sono sempre individuali ciascuno personalmente le deve fare. Allora si vede come lo Spirito è quello che crea la comunione. É l’Amore ricevuto e donato, la comunione, il vincolo della carità eterna ed estasi dell’eterno Amore, fa "uscire" Dio da sé, è il dono, l’esodo senza ritorno dell’amore, la libertà della vita divina. Lui fa capire le cose dette da Gesù, le rende vita, lo Spirito lega il Padre ed il Figlio, è l’amore del Padre che si dona totalmente al Figlio ed la risposta totale del Figlio che ritorna l’amore del Padre. É lo Spirito che crea la comunione, la comunità. Lui procede dal Padre e dal Figlio (o per il Figlio come dicono gli orientali). Nei canoni delle Messe c’è una duplice invocazione dello Spirito. Una prima della consacrazione perché il pane ed il vino diventino Corpo e Sangue di Cristo, e l’altra dopo la consacrazione perché "diventiamo in Lui un sol corpo ed un solo Spirito."

Allora vediamo di sviluppare il nostro rapporto con le tre divine Persone, di pregare ciascuna perché ci aiutino a vivere la vita che circola fra loro.

- Innanzitutto dalla luce della SS.ma Trinità risulta che la persona in Dio è "relazione", cioè un rapporto fra i tre, non la chiusura di ciascuno in se stesso, l’affermazione del proprio io. Questo ci dice che noi siamo persone tanto più perfette quanto più siamo in rapporto con Dio e col prossimo, non quando ci affermiamo gli uni contro gli altri.

- Preghiamo il Padre che ci aiuti ad amare sempre per primi, ci ispiri la gratuità assoluta del nostro donare e donarci.

- Chiediamo al Figlio di essere sempre il "sì" all’Amore che ci viene donato. Chiediamo la gratitudine per quanto Dio ci dà e per quanto gli altri ci donano, il saper lasciarci amare, il fare sempre di più il vuoto di noi stessi perché Dio possa donarsi a noi con sempre maggior pienezza. Chiediamo di esser come Gesù che ricambia l’amore con tutto il cuore, la mente e le forze perché è tale l’Amore ricevuto e tale deve esser la risposta.

- Preghiamo lo Spirito Santo perché ci dia la capacità di far comunità, di legarci fra noi, di aprirci gli uni gli altri, di esser agili nel rapporto di dono e di vuoto, di parola e di ascolto perché la comunione fra noi sia sempre più piena, perché possiamo esser una cosa sola come le Persone della SS.ma Trinità.

Così vivremo la vita «a mo’» della Trinità e la testimonieremo, perché saremo "uniti" nel suo nome. Allora Gesù sarà in mezzo a noi per farci comunità d’amore, quindi Chiesa. Questo sarà il modo più efficace per evitare tutte le difficoltà che ci sono oggi nel credere che Dio è amore e per impedire che molti cadano nella tentazione di cercare in varie e strane sette quello che nel cattolicesimo c’è in modo molto più profondo e vero. La vita trinitaria è il DNA della nostra persona e della nostra comunità. Se seguiamo questo disegno insito nel nostro essere ci realizziamo come persone e come comunità, saremo nel mondo il segno e sacramento dell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, cioè saremo Chiesa.

Bruno Forte

   TU, SIGNORE, MI AMI INFINITAMENTE

O, Signore, Dio del mio cuore, infinita è la tua bontà per me. Tu, Signore, mi ami infinitamente di più di quanto io possa amare me stesso. Tu vuoi il mio bene e puoi realizzarlo più di quanto possa fare io, o Signore. Ciò che deciderai a mio riguardo, io lo adoro, o Dio della mia vita. Aiutami a rispondere al tuo amore amandoti con il più grande amore. Signore, dammi la forza di dire "no" a tutto ciò che può separarmi da te. Io non ho nulla e nulla spero se non da te, o mio unico bene. Il mio cuore e la mia libertà sono solo per te, o mio Signore. S. Vincenzo de’ Paoli

La preghiera umile e fiduciosa, la solidarietà spinta fino al coraggio estremo, tutta la storia della salvezza si snoda sulla convinzione che l’apparente insignificanza del povero, in realtà è la forza determinante dei grandi capovolgimenti storici, per cui Dio, da situazioni opprimenti, conduce a sempre nuove liberazioni. Tale convinzione troverà la sua manifestazione piena in Gesù di Nazaret, che dall’alto della sua croce apparentemente annientato, imprime alla storia degli uomini un nuovo corso, radicalmente diverso dal precedente. L'intima essenza dell'amore è donazione. Dio, che è l'Amore, si dona alle creature che ha creato per l'amore. Edit Stein

   ALCUNE CARATTERISTICHE DELL’AMORE DI DIO

La Bibbia paragona l’amore di Dio alle più alte espressioni dell’amore umano: paterno, materno, filiale, fraterno, amicale, di un erede, un alleato. Ogni bontà divina è immensamente superiore ad ogni più alta bontà umana. Alcune caratteristiche:

1. È dono di sé, non di cose. Si fa uno con noi. Implica il perdere sé.

2. Parte sempre per primo, è assolutamente gratuito: Dio non ama ciò che è degno di amore, ma ama per rendere degni di amore.

3. Non si ferma se non è ricambiato ma è sempre fedele. É ricco di misericordia.

4. Ama tutti, buoni e cattivi, anche i nemici. Dio ama l'uomo perfino quando quest'ultimo lo rifiuta.

5. Dopo l’incarnazione ama tutti nel Figlio.

6. Per natura sua l’amore è reciproco. "Amor c’a nullo amato amar perdona". (Dante)

7. Partecipa al nostro cuore il suo stesso amore: lo Spirito Santo

Se non credi che Dio ti ama non hai nulla da sperare. Ma se credi che Dio ti ama non hai nulla da temere. R. Hombach

In fondo esiste un solo peccato: il rifiuto dell’amore di Dio. F. Krenzer

O Signore tutti gli uomini sono figli tuoi ed hanno un posto nel tuo cuore, quindi devono avere un posto anche nel mio. S. Ignazio di Loyola

L’amore fino al limite estremo lo dimostra Gesù nell’Eucaristia che si è fatto pane e vino per potersi donare personalmente a ciascuna persona del mondo di tutti i tempi.

   NON C'É SPINA SENZA ROSA

Qual dolore pensare che la vita di moltissimi uomini non vien vissuta! Non vivono perché non vedono. E non vedono perché guardano al mondo, alle cose, ai familiari, agli uomini col loro occhio.

Mentre, per vedere, basterebbe seguire ogni avvenimento, ogni cosa, ogni uomo con l'occhio di Dio. Vede chi s'inserisce in Dio, chi, conoscendolo Amore, crede al suo amore e ragiona come i santi: "Tutto ciò che Dio vuole e permette è per la mia santità". Per cui gioia e dolori, nascite e morti, angosce ed esultazioni, fallimenti e vittorie, incontri, conoscenze, lavoro, malattie e disoccupazioni, guerre e flagelli, sorriso di bimbi, affetto di madri, tutto, tutto è materia prima della nostra santità.

Attorno al nostro essere gira un mondo di valori d'ogni specie, mondo divino, mondo angelico, mondo fraterno, mondo amabile e anche mondo avverso, disposti da Dio per la nostra divinizzazione, che è il nostro vero fine. E in questo mondo ognuno è centro, perché legge del tutto è l'amore.

E, se per l'equilibrio divino e umano della nostra vita noi dobbiamo, per volontà dell' Altissimo, amare, amare sempre il Signore e i fratelli, la volontà e la permissione di Dio, gli altri esseri - lo sappiano o non lo sappiano - servono, si muovono nella loro esistenza, per amore nostro. Infatti, per quelli che amano, ogni cosa coopera al bene. Con gli occhi oscurati e increduli, non vediamo molto spesso come ognuno e tutti siano stati creati in dono a noi e noi in dono agli altri.

Ma così è. E un misterioso legame d'amore lega uomini e cose, conduce la storia, ordina il fine dei popoli e dei singoli, nel rispetto della più alta libertà. Ma dopo alcun tempo che l'anima abbandonata in Dio ha fatto per sua legge «credere all'amore», Dio vi si manifesta ed ella, aprendo nuovi occhi, vede che da ogni prova raccoglie nuovi frutti, che a ogni lotta segue una vittoria, che su ogni lacrima fiorisce un sorriso nuovo, sempre nuovo perché Dio è la Vita, che permette la tortura, il male, per un bene più grande.

Comprende come la via di Gesù non culmini nella «via crucis» e nella morte, ma nella resurrezione e nell'ascensione al Cielo.

Allora il modo di osservare le cose all'umana si scolorisce e perde senso, e l'amaro non intossica più le brevi gioie della sua vita terrena. Per lei nulla dice il detto pieno di malinconia: "Non c'è rosa senza spina", ma, per l'onda della rivoluzione d'amore in cui Dio l'ha trascinata, vale nettamente l'opposto: "Non c'è spina senza rosa".

Chiara Lubich, Meditazioni

Suor Benigna Consolata Ferrero ha trascritto queste parole rivoltele da Gesù: «Ascolta, mia Benigna, mia gioia: Il più gran piacere che si può farmi è di credere al mio amore; più vi si crede, più il mio piacere è grande e se si vuole che il mio piacere sia immenso, non bisogna mettere limiti a questa fede nel mio amore... Se sono buono con tutti, sono buonissimo con quelli che confidano in me. Sai quali sono che profittano di più della mia bontà?... Quelli che confidano maggiormente. Le anime confidenti sono le ladre delle mie grazie... Scrivi che il piacere che gusto dall'anima confidente è indicibile» (Suor Benigna Consolata pp. 94 e 98).

Dio ha donato alla Chiesa la Madre del bell’Amore per educare i cristiani ad accogliere e a donare a tutti i suoi figli l’Amore di Dio.

   CONSEGUENZE

Dalla percezione vitale della realtà di essere amati così da un Dio segue l'incontenibile contagiosità della scoperta, nasce forte il desiderio di comunicare questa lieta notizia a chi non ha la gioia di saperlo: questo è il fondamento della evangelizzazione e della missione.

Sapendoci così presi cura da un Dio ci sentiamo assolutamente liberi da tutti i condizionamenti delle cose e delle persone. Le vicissitudini di questo mondo ci toccano solo molto superficialmente: di qui un senso di profonda libertà per aderire al disegno di Dio. La morte sarà un incontro con chi ci ama di più.

Da questa certezza di fede (che poi diventa di esperienza) nasce una sicurezza, un coraggio di fronte alle difficoltà interne e a quelle dell’evangelizzazione che sono oggi inferiori a quelle incontrate dagli apostoli all’inizio della Chiesa.

Lo spirito missionario della Chiesa dipende quindi dalla fede e convinzione con cui si accoglie un tale amore. "La missione è l’ indice esatto della nostra fede".

(Enciclica Redemptoris Missio, n. 11)

   LA FEDE NELL'AMORE DI DIO PER NOI

«L'offesa più grande che potete fare a Dio è non credere al suo amore; è questo che l'offende nel suo intimo, è questo che più dolorosamente lo ferisce, perché ferisce Lui in quello che Egli è, Lui che è Amore. Noi forse non abbiamo commesso altri peccati, ma abbiamo commesso questo che ha intristito la nostra esistenza. Il nostro peccato è questo: non abbiamo creduto all'Amore.

Vi è una creatura che ha creduto all'amore di Dio: la Vergine. La santità di Maria è precisamente la sua fede nell'amore. "Beata tu che hai creduto!" dice Elisabetta a Maria. Nessuna misura nell'amore di Dio verso ciascuno di noi; la misura dell'amore di Dio non è in Dio, ma in noi. Tanto riceviamo di amore, quanto crediamo di essere amati. Maria SS.ma ha creduto fino in fondo, ha creduto nella misura più grande che è possibile a una creatura. Perché la Vergine ha creduto, il Verbo in Lei si è incarnato. In quell'istante beato in cui la Vergine si abbandonò tutta all'Amore di Dio, tutta la storia trovò il suo compimento. In quell'istante, perché in quello Ella credette all'Amore e l'accolse.

Eppure noi non crediamo di essere amati. Ed è questo il nostro peccato, il nostro vero, l'unico nostro peccato. Proprio perché non crediamo di essere amati, quello che chiediamo a Dio è che ci dia un po' di salute; chiediamo che il Signore ci apra la porta, ci voglia dare l'ultimo posto nel cielo, come se Iddio fosse avaro, come se Dio fosse geloso delle sue grazie, geloso di quello che Egli invece vuole donarci e ci supplica di ricevere da Lui: il dono di essere Santi.

Se vi chiedo di chiedere a Dio una santità come quella dei più grandi Santi, è il minimo che possa chiedervi in nome di Dio. Dio ha impegnato tutto Se stesso per noi. Vorrebbe dire non stimare abbastanza il Sangue di Cristo che è stato versato per ciascuno di noi, pensare che Egli voglia da noi una santità soltanto comune.

Egli è la Persona assoluta, Egli è l'Amore. In Dio, le Persone divine sono relazioni di amore, sono rapporto di amore. Per questo Egli è l'Amore, è tutto nell'«essere a», nel donarsi, nel comunicarsi.

Colui che ci ama è Dio, l'Infinito, l'Immenso. Ed ama me solo! E questa espressione è teologicamente e metafisicamente vera. Dio non può dividere il suo amore; Egli mi ama come se fossi solo. Egli che è infinitamente semplice, amandomi, mi ama con tutto Se stesso; io sono il termine di tutto il suo amore immenso ed eterno. La Vergine, i Santi, gli Angeli, tutte le bellezze dell'universo, tutto il Paradiso: tutto è per me! Ma più ancora delle bellezze dell'universo lo è Dio stesso. Le bellezze dell'universo, tutti i valori creati sono ordinati a me, sono miei perché Egli stesso per primo è mio. Nulla mi può sottrarre se Egli mi ama. Egli si dona a me, ma con Se stesso anche tutto quello che è suo: non vi è più alcuna cosa che non mi appartenga.

Egli ci ha creati di fatto perché potessimo ricevere questo suo immenso dono di amore. Ci ha voluti il suo amore non certo perché rimanessimo quelli che siamo, ma perché quello che siamo fosse la condizione di essere domani quello che Egli è. E noi siamo, viviamo ora, soltanto per accogliere questo infinito Amore che Egli è, per possedere Dio e trasformarci in Lui. Perciò non volere credere poco al suo amore cosi da ricevere poco! Nella misura che nella tua fede limiti il dono che Egli ti fa, in qualche modo tu restringi Dio, lo soffochi. Il rifiuto dell'uomo di accogliere l'amore di Dio, prima di essere la pena dell'uomo è stato la pena di Dio. Per questo rifiuto Dio ha sofferto la croce.

Mai ti dilaterai così da poter riceverlo tutto. Devi crescere sempre più nella tua fede di essere amato. Mai potrai credere abbastanza di essere amato, perché Egli ti ama sempre più di quanto speri; non soltanto di quanto desideri, ma di quanto tu possa immaginare. L'amore di Dio trascende ogni scienza, dice S. Paolo nella Lettera agli Efesini, supera ogni possibile comprensione dell'uomo. Non potrai mai dilatarti tanto da poter accoglierlo tutto.

Ma non domani, non in Paradiso! Ora e qui devi aprirti, perché ora e qui è per te il Paradiso. Quest'ora, quest'istante è pieno di Dio, se tu lo accogli.

L'esercizio fondamentale della vita religiosa è vivere questo rapporto che è essenziale all'uomo cui Dio si rivela come amore: una fede sempre più pura, un abbandono che deve essere ogni giorno sempre più pieno, e quel dono che accogli oggi diviene condizione per te di credere ancora di più nell'amore di Dio, per ricevere ancora più amore. E tu, proprio perché Egli rimane l'Amore, cresci via via perché "sei" nella misura stessa in cui lo accogli.

Credere nell'Amore: è tutto qui il Cristianesimo. Il Cristianesimo sussiste nella misura in cui la Chiesa chiede agli uomini di credere nell'amore di Dio, ma in un amore concreto, reale, in un amore che realmente discende da Dio fino all'uomo e solleva l'uomo realmente su fino a Dio. E la fede è l'atto onde l'uomo accoglie l'amore; una volta che ha accolto l'amore, l'amore stesso trasforma l'uomo e lo fa simile a Dio. Perché nella misura che avremo creduto noi possederemo Dio, ed è possedendo l'Amore che noi stessi ameremo.

Credere all'amore di Dio! È tutta la vita! Non è la mia parola, è la Parola ultima della Rivelazione divina. In uno degli ultimi scritti del Nuovo Testamento, in una delle sue ultime pagine, si trovano queste parole: "E noi abbiamo conosciuto e abbiamo creduto all'amore che Dio ha per noi". In queste parole S. Giovanni sintetizzava tutta la sua vita di apostolo, tutta la sua vita di discepolo prediletto di Gesù, tutta la sua santità. Ma non soltanto la sua, anche la nostra; perché anche noi dobbiamo conoscere e credere all'Amore.

   PREGHIERA

Signore, eccomi qui, se Tu mi vuoi amare, prendimi. Non voglio opporre alcuna resistenza al tuo amore. Io non ho creduto che Tu mi potessi amare.

Ma dal momento che Tu me lo chiedi, ecco, ora mi abbandono totalmente a Te per essere amato. Non oso dire che Ti amo.

Ma una cosa, Signore, voglio dirTi: Finalmente voglio credere che Tu mi ami. Tu me l'hai detto, Signore, e io non voglio rifiutarmi di credere. Mi abbandono a Te!

Mi offro a Te come sono, povera carta per essere bruciata, legno secco per essere consumato dal fuoco. Mi getto in Te, Signore, perché finalmente Tu mi bruci e mi consumi! Ecco, Signore, sono davanti a Te; non ho altro da dirTi che questo: amami, perché voglio essere amato, perché finalmente ho capito che la mia vita può avere soltanto un senso e un valore nel fatto che Tu mi ami, che Tu vuoi amarmi. Non rifiuto più il tuo amore per me. Questo e null'altro.

Riusciamo a credere che Egli veramente ci ama, senza cantare, senza uscire di noi stessi per la gioia ed essere pazzi?

Siamo amati da Dio!» Divo Barsotti, La fede nell'Amore, Morcelliana

Padre che sei misericordia, tu sai mietere il bene anche dal nostro male. Il tuo amore rende fertile ogni fiore … I giorni, a volte sembrano tutti uguali e vorrei che finisse il mio dolore. Dirò senza vergogna: Ho paura; e tu mi aiuterai perché sai che io esisto. Un giorno capiremo il perché di ogni cosa, raccoglieremo cantando; ora ci abbandoniamo nel tuo amore fedele, o Padre, come preghiere in cammino. Benedetta Bianchi Porro

   IL MISTERO DELLA SS. TRINITÀ NELLA NOSTRA VITA

La SS. Trinità forse per molti è un mistero sterile, senza applicazioni operative. É ora di renderci conto della realtà, è ora di farlo diventare il modulo dell’umana convivenza. La Chiesa esprime il mistero così: C’è un unico vero Dio, un’unica natura in tre persone uguali e distinte: Padre, Figlio e Spirito Santo.

nozione di persona

Quando diciamo che Dio ci ha rivelato che la sua vita intima è costituita da tre Persone uguali e distinte, non bisogna pensare a 1+1+1 perché fanno 3. In Dio non ci sono una persona che si aggiunge all’altra e poi all’altra ancora. In lui c’è l’1x1x1 che fa 1.

In Dio ogni persona è tale perché vive per l’altra. Questo è una specie di marchio di santità, una forma di carattere ereditario così dominante in casa Trinità, che anche quando è sceso sulla terra il Figlio si è manifestato come l’uomo-per-gli-altri. L’uomo è immagine della Trinità e pertanto, per quanto riguarda l’amore, è chiamato a riprodurre la sorgività pura del Padre, l’accoglienza radicale del Figlio, la libertà diffusiva dello Spirito.

Come le tre Persone divine, anche ogni persona umana è un essere-per, un rapporto, o meglio, una realtà dialogica. È vero che la Trinità è molto più che una formula esemplare per noi, e che non è lecito comprimerne la ricchezza ad una semplice funzione di analogia, ma se ai nostri giorni c’è un insegnamento che dobbiamo apprendere con urgenza da questo mistero è proprio quella della revisione dei nostri rapporti interpersonali. Altro che relazioni! La civiltà ci inquina; stiamo diventando corazze. Più che luoghi di incontro siamo spesso piccoli centri di scomunica reciproca, tendiamo a chiuderci. La trincea ci affascina più del crocicchio, l’isola sperduta più dell’arcipelago, il ripiegamento nel guscio più che l’esposizione al sole della comunione e al vento della solidarietà. Sperimentiamo la persona più come solitario autopossesso che come momento di apertura al prossimo. E l’altro lo vediamo più come limite del nostro essere che come soglia dove cominciamo a esistere veramente.

Gesù compie la sua missione terrena con la Pasqua, e la Pentecoste: sono i giorni dei macigni che rotolano via dall’imboccatura dei sepolcri, è lo stesso Amore di Dio comunicato ai cuori dei discepoli, è la ricchezza delle Parole ascoltate che sente l’urgenza di doverle comunicare, è la nascita dell’uomo nuovo con le mani e il cuore che diventano capaci di donare, con le braccia che sanno spalancarsi all’accoglienza, con i passi che sanno accorrere dove chiama il bisogno, e con un cuore in cui si apre un varco senza confini. È la nascita della Chiesa, una società in cui il traboccamento della comunione viene a lambire le sponde delle nostre isole solitarie, e le trasforma in una sola famiglia sul modello della comunione del Padre del Figlio e dello Spirito Santo. Vediamo cosa significa questa vita comunicataci dal dono del Padre, per Gesù nello Spirito Santo.

    LA REALTÀ DELLE TRE PERSONE UGUALI E DISTINTE
DEVE ESSERE IL TIPO DELLA CONVIVENZA UMANA

Ciò vuol dire che a tutti i viventi della terra destinati a formare in Cristo un solo uomo, vanno riconosciute: 1. la dignità della persona, 2. la radicalità della uguaglianza, 3. l’originalità della distinzione.

1. DIGNITÀ DI OGNI PERSONA.

É in questo riconoscimento che si annida la matrice di ogni valore, è qui che si nasconde il segreto della pace, è da qui che nasce la speranza di un mondo nuovo. Ogni persona è pensata e amata da Dio prima della nascita ed ha quindi una dignità immensa. A volte dopo aver visto da vicino colonne di profughi che muoiono di fame, un ubriaco o una prostituta, dentro di noi si agitano larve umane, come immagini vaghe senza identità, rese tali dall’altrui cattiveria, o dalla propria malizia. Ma anche dietro quelle maschere di abbrutimento, in fondo, ma proprio in fondo, con tutta la sua irrepetibile grandezza c’è rintanata una persona, a immagine di Dio, in attesa di dignità e di libertà, c’è un Gesù sepolto in attesa di risorgere, c’è un fiore che il gelo dell’isolamento ha reso un ramo invernale, in attesa di sbocciare alla luce e al calore del nostro amore.

 

2. UGUAGLIANZA DELLE PERSONE.

Uguali a tal punto che il Padre non è più grande neppure del Figlio, e lo Spirito non è inferiore né all'uno né all'altro. L'eterno è venuto a raccontarsi nel tempo proprio per introdurre nella storia l'esigenza totalizzante della pari dignità tra gli uomini che poi è il principio di ogni comunione vera. Gesù ci ha svelato questo segreto di casa per costringerci al rifiuto di ogni discriminazione di razza, di cultura, di averi, di età. Questo è tipico di Cristo ed ideale del cristianesimo.

Se non si riconosce tale uguaglianza l'ingiustizia imperversa, e il potere dell'uomo sull'uomo umilia la turba dei poveri. È inutile consumare tanto tempo sui banchi di teologia a studiare l'uguaglianza delle persone divine, se poi non ci si sforza a cercare serie alternative per mettere in discussione questo perverso sistema economico che fa morire di fame ogni anno 50 milioni di fratelli. Questo mistero della fede ha lo scopo di farci impegnare a denunciare e tentare di risolvere le varie segregazioni razziali, tribali o religiose, ma anche a porre termine all'ignobile discriminazione che si pratica in alcuni nostri ambienti. Non hanno senso i nostri segni di croce "nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo" se non ci diamo da fare perché a tutti gli oppressi del terzo mondo, ma anche a quelli del primo e del secondo, vengano riconosciuti i più elementari diritti umani. Quando riusciremo a capire che le ingiustizie, anche quelle nostre private, non sono solo la causa di tutte le violenze o anche di guerre, ma sono anche eresie trinitarie?

3. DISTINZIONE DELLE PERSONE.

Una luce della SS.ma Trinità è che, pur essendo un solo Dio, le tre persone sono uguali sì ma anche distinte. Non si confondono. Tutto, cioè, esse mettono insieme sul tavolo dell'unica natura divina, meno che i lineamenti non trasferibili della loro persona che sono rispettivamente essere Padre, essere Figlio ed essere Spirito. Sono le uniche ricchezze incomunicabili che ciascuno trattiene per sé, e costituiscono l'unico tratto di un’identità per la quale l'uno si distingue dall'altro.

La Trinità ci fa capire che davanti a Dio non diventiamo mai numero ma rimaniamo sempre volto, e che Lui ci contrassegna non sulla base del codice fiscale ma in forza della nostra identità irrepetibile, esclusiva, unica per cui il tu che Egli rivolge a ciascuno di noi non l'adopera con nessun altro con la stessa gradazione di intimità. Queste cose ce le diciamo per sottolineare che il mistero trinitario, perfino nei termini in cui viene formulato, esprime una incontenibile potenzialità critica nei confronti di tutto ciò che ferisce l'uomo non solo nella sua dignità di persona, e nelle sue aspirazioni di uguaglianza, ma anche nel rispetto della sua individualità. Esso mette sotto accusa ogni sistema spersonalizzante di omologazione, di livellamento, di massificazione. Contesta in radice la boria degli stati che menano vanto della crescita del prodotto nazionale lordo mentre i singoli, distinti, diventano sempre più poveri o anche muoiono di fame. Ed esercita un ruolo contro l’idolatria di tutti i nord della terra che non solo depredano le ricchezze dei popoli del sud, ma pretendono di distruggerne perfino l'identità culturale.

Grazie Signore perché ai tuoi occhi nessuno è inquadrato da una divisa, o appiattito da una casacca. Tu ci chiami per nome e non per numero, ci conosci per faccia e non per sigla. E di nessuno di noi ti sei clonato un doppione di riserva. Se la civiltà informatica tende a ridurci a bit, a informazioni da immagazzinare, tu continui a darci del tu. E se nuove pianificazioni di questa società indistinta ci imprigionano nel cliché, tu continui ad evocare in ciascuno di noi la nostalgia della nostra identità salvata e insieme aperta alla comunione vera e profonda con Te e con tutti i tuoi figli. Grazie o Signore perché almeno tu non ci mandi all'ammasso.

La vita trinitaria ci dà la coscienza che tutte le persone sulla terra sono persone uguali e distinte. Quando uno di questi termini viene offeso o negato si scatenano il peccato, la guerra, la disperazione. Estratto liberamente da:Mons. Tonino Bello, L'eterno nel tempo.

La vita della SS. Trinità ci è stata donata nel battesimo, alimentata dall’Eucaristia, risanata dalla Penitenza. Ringraziamo Dio per questo dono e chiediamogli di farlo crescere in noi e attorno a noi. L’intercessione di Maria, che per prima l’ha vissuta pienamente e ci è stata donata come Madre, ci aiuti a farla raggiungere a maturità.

Così nascerà la civiltà dell’amore.

Vita trinitaria. Prendiamo un esempio dalla natura: la frutta. Non è esempio di comunione quando le piante e frutti sull’albero sono isolati senza rapporto; si è tentato di rimediare facendo il frullato, ma i frutti perdono l’individualità. La soluzione che più rende l’idea di vera comunione è la macedonia che rispetta: l’individualità e il rapporto. Un frutto non vale per quanto costa o è grosso, ma per quanto il suo sapore si combina felicemente con gli altri. Ciascun frutto dà il suo contributo ma è prezioso solo in rapporto con altri frutti. Notare che, per fare la macedonia, c’è una necessaria condizione: che i frutti grossi si lascino tagliare a pezzettini. "Chi perde la propria vita…" (Lc 17,33)

   Lo stupore di essere figli

Si legge nella prima lettera di Giovanni: «Guardate quale amore ci ha donato il Padre: ci chiama figli di Dio e lo siamo davvero!» (3,1). C'è una nota di stupore, quasi di incredula sorpresa, nelle parole dell'apostolo: «Guardate quale amore ci ha donato il padre». Quanto sta dicendo è così importante che Giovanni sente il bisogno di attirare l'attenzione dei suoi lettori: «Guardate». E l'amore di Dio è così grande da sorprenderci: nessuno avrebbe potuto immaginarlo, se non ci fosse stato rivelato. Essere figli di Dio non è un semplice modo di dire, non è una metafora, ma una condizione da prendersi alla lettera «e lo siamo davvero». Basta questa breve affermazione di Giovanni per farci comprendere che - di fronte alla rivelazione del Padre che Gesù ci ha consegnato - la prima reazione non può essere che lo stupore. Lo stupore di fronte a un Dio che prima è Padre e poi creatore. Non aveva bisogno di noi per esprimere la sua paternità, e tuttavia ci ha fatti suoi figli. Lo stupore di scorgere che all'origine di ciascuno di noi non c'è il caso o la necessità, ma il libero amore di un padre, e che - alla fine della nostra vita - non c'è il vuoto, ma un incontro: «Lo vedremo come Egli è» (1Gv 3,2).

Da questo stupore non può che scaturire la lode, il ringraziamento, la contemplazione, gli occhi incantati fissi sul mistero del Padre. Non si abbia paura di questo. Gli occhi fissi sul mistero non distraggono dalla vita e dai suoi molti impegni. Non allontanano dal concreto, ma lo illuminano. Un'esistenza vissuta senza stupore sarebbe scolorita. È lo stupore che rende l'impegno motivato, sereno, generoso e caldo. E ci fa capire che gli uomini non hanno soltanto bisogno di aiuto, ma di accoglienza. E ci fa capire che il servizio più grande che possiamo offrire loro è di aiutarli a incontrare il volto del Padre.

In un antico inno cristiano (forse più antico delle stesse lettere di Paolo), che racconta la storia di Gesù, tutto si conclude con l'espressione: «A gloria di Dio Padre» (Fil 6.11). È con questa battuta che l'intera storia di Gesù - ma anche l'intera storia umana e la nostra stessa storia personale - trova veramente il suo approdo finale e la sua ultima ragione. L'abbassamento di Cristo dalla condizione di Dio a quella di servo, la sua umiliazione, la sua obbedienza, la sua morte in Croce, il suo innalzamento alla destra del Padre, il suo essere confessato Signore dalla Chiesa e da ogni creatura, tutto questo è finalizzato alla gloria del Padre, ricordando però che la gloria non equivale semplicemente a lode, ma significa anzitutto manifestazione. La gloria è la manifestazione visibile, luminosa, del Padre; una manifestazione che l'uomo non può che ammirare e lodare. Vista dalla parte del Padre, la gloria è la manifestazione della sua paternità; vista dalla parte dell'uomo, la gloria è riconoscimento e lode. Così la storia di Gesù - e l'intera storia umana - ha due facce: permettere al Padre di manifestare il suo amore, e permettere a noi di stupirci scorgendolo. Lo stupore di fronte al Padre è il sentimento più alto che ci è dato di provare. Tanto alto da essere un dono dello Spirito, il primo e fondamentale dono dello Spirito. Scrive Paolo (Rm 8,15): «Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre!».

Dio è anzitutto il Padre di Gesù, il Figlio: Padre nel senso più vero del termine, Padre a titolo unico. La meraviglia è che permettendoci di chiamarlo «Padre nostro», il Padre estende anche a noi l'amore che ha per il Figlio, introducendoci in un dialogo che è suo. «Tutto è stato dato a me dal Padre mio: nessuno conosce il figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio, e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Mt 11,25-27; Lc 10,21-22). È questa una delle parole più belle che Gesù abbia mai pronunciato. Solo il Padre conosce il Figlio e solo il Figlio conosce il Padre: si tratta dunque di un rapporto di reciproca conoscenza all'interno del mistero di Dio, un dialogo che appartiene solamente alle tre divine Persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito. Tuttavia non si tratta di un circolo chiuso, ma aperto: «E a chi il Figlio lo voglia rivelare». Anche noi, dunque, possiamo essere chiamati a far parte del dialogo trinitario, introdotti nella vita più intima di Dio. Soltanto Gesù ha potuto rivelarci questa profondità di paternità di Dio e l'insospettata grandezza del nostro essere figli. Conoscere questa paternità di Dio non è merito di alcun uomo, ma puro dono. Non è una conquista, ma una totale gratuità, di fronte alla quale si può solo gioire e ringraziare.

L'evangelista Marco (14,36) ci ha conservato la parola con la quale Gesù si rivolgeva al Padre nel segreto della sua personale preghiera: Abbà, che significa «babbo». La usavano i bambini per il loro papà ma nessun ebreo avrebbe osato rivolgersi a Dio con tanta confidenza. Gesù invece sì, con la semplicità e la tenerezza di un bambino. La sorpresa è che con la medesima parola e con lo stesso tono, la stessa semplicità e la stessa tenerezza, ora anche noi possiamo rivolgerci al Padre. Ce lo dichiara apertamente Paolo: «Che voi siete figli - egli scrive nella lettera ai Galati (4,6) - ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio».

È dunque la preghiera il momento più forte in cui ci viene rivelata la paternità di Dio e la nostra condizione di figlio.

Lodare il Padre, stare costantemente davanti a Lui, mostrare che Dio è Padre, sempre Padre, questa è stata la missione di Gesù. Tutte le sue parole e i suoi gesti, la sua intera vita, tutto è stato indirizzato Lui a questo scopo: glorificare il Padre, rendendo visibile il suo amore. Se ha accolto i peccatori è stato per mostrare che Dio è Padre che accoglie e perdona. Se ha fatto miracoli, è stato per mostrare che la potenza del Padre è amore che salva e libera. Se ha donato se stesso sulla Croce, è stato per mostrare che Dio è un Padre il cui amore - ogni vero amore - è senza limiti. Gesù non si è mai servito della sua grandezza di Figlio a proprio vantaggio, ma sempre per essere la ″trasparenza″ (la glorificazione) della grandezza dell’amore del Padre.

È questa la strada della glorificazione del Padre che Gesù ha percorso e tracciato anche per noi. I testi evangelici che si potrebbero citare sono molti. Ma ci basta osservare la preghiera che il Signore stesso ci ha insegnato. È una preghiera al Padre. Si apre con riconoscimento della sua paternità: Padre nostro. È una preghiera fatta di domande, anche di domande umili come la richiesta del pane per ogni giorno. Ma le prime domande riguardano il Padre stesso: il suo nome, il suo regno, la sua volontà. Il discepolo è invitato a guardare anzitutto in alto. Lo sguardo di chi prega come Gesù va dal cielo alla terra, non dalla terra al cielo. È così che la terra si illumina. Ed è così che - rivolti al Padre - si passa, persino nella domanda del pane, dal mio al nostro. Il riconoscimento del Padre genera la fraternità: tutti fratelli perché figli dello stesso Padre. È riconoscendo il Padre che si scopre la sua predilezione per gli ultimi. Ed è sempre riconoscendo il Padre che la vita si libera dall'affanno e dall'accumulo, superando l'ossessione di conservarsi per aprirsi al dono e alla solidarietà. Editoriale La rivista del clero italiano 11/98 p. 722-725

Dio, che è amore, mandando sulla terra Gesù dice: Voglio andare con colui che amo. Non voglio far calcoli di quanto costa. Non voglio pensare se faccio bene. Non voglio pensare se egli mi ama. Voglio andare con colui che amo. Bertold Brecht

E tu cosa mi domandi, o Signore? Lasciati amare! Tu non mi domandi di più. Non mi domandi se ti voglio bene. Basta che io mi lasci amare dall’Amore, perché anch’io sono un lontano. L’uomo è amato da Dio! È questo il semplicissimo e sconvolgente annuncio del quale la Chiesa è debitrice all’uomo. La parola e la vita di ciascun cristiano sono e devono far risuonare questo annuncio: Dio ti ama, Cristo è venuto per te, per te Cristo è "via, verità, vita!" (Gv 14,6) Enc. Christifideles laici, 34

    DIO PADRE

Smarrimento del senso del Padre, sostituito dalla cecità del caso. Svalutazione dell'appartenenza a una storia, a radici che consentano la percezione della fraternità umana.

Oggi l'umanità pare aver perso il Padre. Il pensiero di un Dio, che è all'origine di tutto ed è ricco di amore e di misericordia, sembra essere uscito dall'orizzonte dei più e dalla loro attenzione esistenziale. Ma così il mondo diviene una specie di malinconico orfanotrofio, abitato da gente che non ha altra alternativa che ritenersi figlia del caso.

Credersi figli del caso: bisogna riconoscere che questo passaggio di paternità - da Dio all'accidentalità cieca - non è molto consolante, anche umanamente parlando, anche attenendoci alla sola ragione. Il caso - se davvero ci rassegniamo a ravvisare in lui l'autore dei nostri giorni - ci delude un po': sarebbe un genitore disinteressato, distratto, incapace di affetto verso i nati da lui; così impassibile e sordo, che a lui non può essere rivolto non solo un palpito del nostro cuore, ma neppure una protesta o un lamento. Una solitudine algida e vuota diventerebbe logicamente il nostro destino. Tra l'altro, quando si annebbia agli occhi dell'uomo la visione della paternità di Dio, anche la paternità umana - senza trascendenti modelli e senza superiori riferimenti - impallidisce, si svaluta, si fa insicura. E ancor più si estingue in noi la coscienza di appartenere a una storia di civiltà, il sentimento di comunione con le nostre tradizioni, la presenza irradiante entro il mondo interiore di quel patrimonio di verità, di bellezza, di umanità che dovrebbe costituire la nostra eredità più preziosa. Senza radici, senza principi indiscussi, senza ideali, le generazioni che si affacciano all'esistenza finiscono con l'essere facile preda di ogni sbandamento e di ogni prevaricazione. Sono purtroppo queste le notizie che sempre più frequentemente ci affliggono. Soprattutto, una volta smarrito il convincimento di un Dio che ci è padre, non ha più alcun sostegno ragionevole non solo il sentimento di una vera fraternità umana, ma neppure quello di una qualche «laica» solidarietà e di una qualche frigida filantropia. Se non c'è un padre comune, perché mai dovremmo crederci e considerarci fratelli? E se non siamo fratelli, quale altro vincolo, se non i comuni interessi, può farci ritenere tra noi connessi e solidali? G. Biffi, Piccolo dizionario del cristianesimo, p. 66-68

   DIO BUON PASTORE

«Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il. Padre conosce me e io conosco il. Padre; e offro la vita per le pecore» (Gv 10, 11-18) L'esperienza dell'amore connota il tratto umano, e cioè un bisogno istintivo e primordiale, cosciente o ignaro di sé, soddisfatto o disatteso e deluso, ma indomabile sempre, di aprire i battenti del cuore perché l'io possa incontrare il tu. Un'alchimia misteriosa mescola i desideri e le paure, il determinismo e la libertà, l'intreccio di domande e di risposte e ne distilla una definizione, l'amore appunto, che rimane un infinito mistero E la riflessione umana cerca da sempre la chiave del mistero, indaga, scruta, scava, ne estrae teorie scientifiche, va affermando principi e sistemi, e l'amore conserva intatto il suo segreto.

Ma l'Amore che c'è «prima», che viene «prima», l'amore assoluto e libero, che è una cosa sola con l'Essere, chiama l'uomo, gli offre il suo abbraccio, tu diventi mio, io sono tuo. E un'appartenenza abissale e sconosciuta all'esperienza umana, un possesso reciproco nel quale il vincolo è libertà e liberazione, è conoscenza. Non la faticosa conoscenza dei nostri rapporti umani, così ambigui sempre; la conoscenza della supposizione o dell'illusione, del desiderio o dell'interesse, per la quale l'altro è ciò che a noi fa comodo che sia. È tale l'amore che ci ama per primo da parteciparci la conoscenza - l'appartenenza vicendevole - di Dio. «Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre».

Ci conosce: «Lui sa cosa c'è dentro il cuore dell'uomo». Dentro il cuore di ciascuno, nel punto più dolente o devastato, cui non vogliamo pensare, che tentiamo di negare, dove piangiamo da soli, e nessuno lo sa. Lui non deve entrare: è già lì, c'era già, prima di noi, non siamo mai stati soli e adesso lo sappiamo. Sappiamo che se vogliamo conoscerci, sapere chi è l'uomo, dobbiamo guardare lui, il Figlio dell'uomo, se vogliamo conoscere Dio dobbiamo conoscere il Figlio di Dio. Il mistero trinitario ci riguarda, ci comprende: «Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita». Il paradosso è sconcertante da togliere il fiato, o da dilatarlo all'infinito. Dice chi siamo, quale valore abbiamo, quale destino. Ma dice insieme la responsabilità e l'impegno che comporta l'essere amati così: si tratta di ricambiare l'amore. E questo tipo d'amore ha una sola strada: quella che segue i passi del pastore buono, i passi sicuri di chi non abbandona mai e non fugge nemmeno quando vede venire il lupo. È una strada che porta lontano, dove forse il cuore impaurito non vorrebbe andare perché teme la croce. Ma, appena oltre la croce, sarà verdissimo il pascolo per sempre.

«Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano» (Gv 10,27-30)

Nel profondo mistero del cuore umano nasce il bisogno di amare e di essere amati. É il prepotente istinto che, forzando i confini dell'io, mette l'uomo in relazione col proprio simile, si colora delle mille sfumature del sentimento e della passione e dei gesti che li esprimono. Essere insieme, conoscersi, riconoscersi, appartenersi reciprocamente, far conto l'uno sull'altro, identificarsi: regole misteriose e meccanismi segreti, volontà tenace, aspirazioni e desideri percorrono e definiscono il dinamismo dell'amore. Ma abitare a vicenda nel cuore dell'altro rimane lo struggimento più grande. Lo sposo, il padre, la madre, il figlio, l'amico, ogni «altro» sono segno e insieme limite: rivelano e lasciano intatto quell'angolo del cuore che custodisce il mistero.

Lì entra soltanto Dio. E vi può compiere, solo che lo vogliamo, in modo totale e assoluto, il prodigio di quella comunione per la quale siamo nati, di quell'appartenenza reciproca che l'uomo neanche può immaginare, né pretendere e neppure sperare.

    NOI SIAMO DI DIO

È un legame di verità e di amore in cui il possesso - le mie pecore - significa libertà e dona libertà. Rende, cioè, capaci di compiere quel destino di salvezza che Gesù ci ha già assicurato con la sua morte e la sua risurrezione; capaci di camminare seguendolo lungo l'itinerario più certo, dietro il suo passo di pastore sicuro, nell'ascolto della sua voce. È la voce più forte di ogni altra: parla col silenzio dell'anima, nel vibrare della coscienza, sopra il tumulto delle grida; è chiara nella confusione dei messaggi e delle dottrine, inequivocabile in mezzo agli ambigui richiami. E proclama, alta, la più consolante certezza: la solitudine dell'uomo è finita per sempre, egli è con Dio, partecipe della sua stessa vita che è una vita eterna.

«Io in loro e tu in me», noi e Gesù, Gesù e Dio: un unico mistero ci comprende; è più che un'appartenenza, è un'identità suprema e per sempre.

Mentre la fede accoglie, se pure con lo sbigottimento e lo stupore come per un dono troppo grande, la verità che oggi il Vangelo ci rivela, ci assale immediato il pensiero che considera la nostra esistenza e riflette sulla sua condizione. E come ci sembra piccola la nostra vita, la vita di ogni giorno, la faticosa vita del nostro compromesso quotidiano, dell'egoismo, della viltà, della necessità, del bisogno, dello sforzo inadeguato. Come sembra lontano quel destino di luce che ci è promesso e che ci è stato assicurato da un amore che non ha temuto la morte. La nostra realtà ci appare come una trama di insuccessi, di angosce, di un soffrire individuale e sociale che pare senza rimedio. E il traguardo della nostra morte si pone come ultimo interrogativo, come una continua sfida a ogni ragione di speranza e, spesso, come una grande tentazione di affermare il nulla.

Ma il pastore conosce le sue pecore, gli sbandamenti del cuore, le paure profonde, l'assalto di tutte le possibili disperazioni: il «non temete» del Vangelo risuona qui più alto e più forte che mai. «Non andranno mai perdute e nessuno le rapirà alla mia mano». Non c'è ostacolo che sia più grande dell'amore di un Dio che ci vuole salvi al prezzo di suo Figlio. Dentro questo amore può attuarsi nella sua pienezza il nostro faticoso presente; dentro questo amore si compirà nell'unificazione universale - e insieme personale - il nostro futuro, quello che non finirà.

Il Paradiso non è il sogno dei bambini della prima comunione: è la felicità assolutamente reale per la quale tutti siamo stati creati e redenti.

A. Anzani Colombo, Per fede per amore, pp. 205-208.

   DIO CI AMA IMMENSAMENTE

«Dio ti ama immensamente. Dio ci ama immensamente».

Ricordo l'impressione profonda che anche in me ha suscitato questo annuncio: ne ho percepito l'importanza fondamentale, la novità, direi, per me assoluta. Nondimeno, a distanza di anni, viene da chiedersi: quanto ne sono stato realmente cosciente? Quanto ne ho compreso pienamente la portata?

La nostra comprensione di Dio e del suo agire si lega infatti spesso a determinate nostre prospettive, si misura sul nostro limitato sentire, si esprime attraverso nostre particolari categorie di pensiero.

Può accadere allora che, sentendoci talvolta imperfetti e quindi tanto poco degni dell'amore di Dio, trasferiamo, in certo modo, questa nostra percezione in Dio e finiamo per credere che Egli non può amarci o, al più, può amarci solo parzialmente.

In realtà non è così. Dio ci ama sempre, infinitamente, e il suo amore ci è vicino e ci sorregge in ogni istante del nostro cammino. Se vogliamo tratteggiare per immagini le caratteristiche dell'amore di Dio, la prima che balza in evidenza è un'immagine familiare alla Sacra Scrittura e presente in molti autori spirituali: Dio ci ama come lo sposo ama la sua sposa.

Egli, simile a colui che è perdutamente innamorato, ama al di là del valore stesso della persona amata; la ama cioè a tal punto da vedere che in lei tutto è bello, tutto è positivo, tutto è comprensibile, perfino le sue deficienze che, seppur viste, vengono tuttavia trascese e sublimate dall'amore.

Ma vi è ancora un'immagine che, in maniera altrettanto efficace, dice l'amore di Dio verso di noi. È l'immagine dell'amore di una madre la quale, qualunque sia la situazione in cui il figlio si trova, fosse anche la più dolorosa e riprovevole, è sempre pronta ad aspettarlo, ad accoglierlo, dimentica di tutto. Perché così è l'amore materno: inestinguibile, essenziale.

È l'amore di cui, in forma eccelsa, ha dato prova Monica per il figlio Agostino. Eppure, al confronto di quello di Dio, l'amore di Monica non ne è che un pallido riflesso. Il Vangelo ce lo rivela in pagine toccanti e, a un tempo, misteriose.

È infatti, quello di Dio, l'amore sconvolgente di un padre che va incontro al figlio perduto (cfr. Lc 15,11-32), che lascia le novantanove pecore per andare in cerca di quella smarrita (cfr. Lc 15,4-7), che invita a perdonare il prossimo «settanta volte sette», così come anche Lui ci perdona senza misurare (cfr. Mt 18,21-22). Di più: è l'amore del Padre che giunge fino a mandare il Figlio, - Lui stesso Dio, uno della Trinità - ad assumere la nostra natura umana e a morire per noi - Lui, uomo come noi uomini - al fine di redimerci da ogni peccato e introdurci così nella festa del suo Regno. Quando si giunge ad attingere, anche solo per un istante, la realtà di un simile amore, allora tutto si trasforma: la vita che ci è data, il mondo che ci circonda, ogni circostanza lieta o triste: tutto acquista il timbro di un dono personale di Dio per me che mi vuole santo come Lui è santo (cfr. 1Pt 1,16). Questo è il fondamento di tutta la vita cristiana: questo amore di Dio per ciascuno, di Dio al quale dobbiamo ridonarci rispondendogli in maniera totale. Estratto da:

P. Foresi, Dio Amore e la preghiera, in Nuova umanità, 2003/3-4 nn. 147-148 pagg. 125-27.

   AMAMI COME SEI

INVITO DI DIO A CORRISPONDERE A TANTO AMORE

«Conosco la tua miseria, le lotte e le tribolazioni della tua anima, le deficienze e le infermità del tuo corpo; so la tua viltà, i tuoi peccati, e ti dico lo stesso: "Dammi il tuo cuore, amami come sei...". Se aspetti di essere un angelo per abbandonarti all'amore, non amerai mai. Anche se sei vile nella pratica del dovere e della virtù, se ricadi spesso in quelle colpe che vorresti non commettere più, non ti permetto di non amarmi. Amami come sei. In ogni istante e in qualunque situazione tu sia, nel fervore o nell'aridità, nella fedeltà o nella infedeltà, amami ... come sei ... Voglio l'amore del tuo povero cuore: se aspetti di essere perfetto, non mi amerai mai. Non potrei forse fare di ogni granello di sabbia un serafino radioso di purezza, di nobiltà e di amore? Non sono io l'Onnipotente? E se mi piace lasciare nel nulla quegli esseri meravigliosi e preferire il povero amore del tuo cuore, non sono io padrone del mio amore?

Figlio mio, lascia che ti ami, voglio il tuo cuore. Certo voglio col tempo trasformarti, ma per ora ti amo come sei... e desidero che tu faccia lo stesso; io voglio vedere dai bassifondi della miseria salire l'amore. Amo in te anche la tua debolezza, amo l'amore dei poveri e dei miserabili; voglio che dai cenci salga continuamente un gran grido: «Gesù ti amo». Voglio unicamente il canto del tuo cuore, non ho bisogno né della tua scienza, né del tuo talento. Una cosa sola m'importa, di vederti lavorare con amore.

Non sono le tue virtù che desidero; se te ne dessi, sei così debole che alimenterebbero il tuo amor proprio; non ti preoccupare di questo. Avrei potuto destinarti a grandi cose; no, sarai il servo inutile; ti prenderò persino il poco che hai... perché ti ho creato soltanto per l'amore.

Oggi sto alla porta del tuo cuore come un mendicante, io il Re dei Re. Busso e aspetto; affrettati ad aprirmi. Non allargare la tua miseria; se tu conoscessi perfettamente la tua indigenza, moriresti di dolore. Ciò che mi ferirebbe il cuore sarebbe di vederti dubitare di me e mancare di fiducia.

Voglio che tu pensi a me ogni ora del giorno e della notte; voglio che tu faccia anche l'azione più insignificante solo per amore. Conto su di te per darmi gioia...

Non ti preoccupare di non possedere virtù; ti darò le mie. Quando dovrai soffrire, ti darò la forza. Mi hai dato l'amore, ti darò di saper amare al di là di quanto puoi sognare...Ma ricordati... amami come sei...Ti ho dato mia Madre: fa passare, fa passare tutto dal suo Cuore così puro. Qualunque cosa accade, non aspettare di essere santo per abbandonarti all'amore, non mi ameresti mai... Va...». (Alons. Lebrun)

    DIO CI AMA PERCHÉ CI HA CREATO

Dio stesso è l’autore dell’intera realtà; essa proviene dalla potenza della sua parola creatrice. Ciò significa che questa sua creatura gli è cara, perché appunto da Lui stesso voluta, da Lui «fatta» … Questo Dio ama l’uomo. … L’unico Dio in cui Israele crede ama personalmente. Il suo amore inoltre è un amore elettivo: tra tutti i popoli Egli sceglie Israele e lo ama – con lo scopo però di guarire, proprio in tal modo, l’intera umanità. Egli ama, e questo suo amore può essere qualificato senz’altro come eros, che tuttavia è anche e totalmente agape. Soprattutto i profeti Osea ed Ezechiele hanno descritto questa passione per Dio per il suo popolo con ardite immagini erotiche. Il rapporto di Dio con Israele viene illustrato mediante metafore del fidanzamento e del matrimonio; di conseguenza l’idolatria è adulterio e prostituzione. La storia d’amore di Dio con Israele consiste nel fatto che l’uomo, vivendo nella fedeltà all’unico Dio, sperimenta se stesso come colui che è amato da Dio e scopre la gioia nella verità, nella giustizia…che diventa la sua essenziale felicità. Benedetto XVI Dio è amore n. 9

   AMORE COME PERDONO

L’eros di Dio per l’uomo, come detto, è insieme totalmente agape. Non soltanto perchè viene donato del tutto gratuitamente, senza alcun merito precedente, ma anche perché è amore che perdona. Soprattutto Osea ci mostrala dimensione dell’agape nell’amore di Dio per l’uomo, che supera di gran lunga l’aspetto della gratuità. Israele ha commesso «adulterio», ha rotto l’Alleanza; Dio dovrebbe giudicarlo e ripudiarlo. Proprio qui si rivela però che Dio è Dio e non un uomo: «Come potrei abbandonarti, Efraim…Il mio cuore si commuove dentro di me…Non darò sfogo all’ardore della mia ira…perché dono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te» (Os 11,8-9). L’amore appassionato di Dio per il suo popolo – per l’uomo – è nello stesso tempo amore che perdona. Esso è talmente grande da rivolgere Dio contro se stesso, il suo amore contro la sua giustizia. Il cristiano vede in questo, già profilarsi velatamente il mistero della Croce: Dio ama tanto l’uomo che, facendosi uomo Egli stesso, lo segue fin nella morte e in questo modo riconcilia giustizia e amore. Id. ibid. n. 10

    CRISTO È PROVA E MODELLO DI AMORE

La vera novità del N. T. non sta in nuove idee, ma nella figura stessa di Cristo, che dà carne e sangue ai concetti – un realismo inaudito. Questo agire di Dio acquista la sua forma drammatica nel fatto che, in Gesù Cristo, Dio stesso insegue la «pecorella smarrita», l’umanità sofferente e perduta. Le parabole della donna che cerca la dramma, del padre che va incontro al figliol prodigo e lo abbraccia non sono soltanto parole ma costituiscono la spiegazione del suo stesso essere e operare. Nella sua morte in croce si compie quel volgersi di Dio verso se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l’uomo e salvarlo – amore, questo, nella sua forma più radicale. È lì che questa verità può essere contemplata. E partendo da lì deve ora definirsi cosa sia l’amore. A partire da questo sguardo il cristiano trova la strada del suo vivere e del suo morire. Id. ibid n. 12

Il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto. Sal 144,14

Dio è Amore. È la certezza più salda che deve guidare la nostra vita, anche quando ci assale il dubbio davanti a grandi calamità naturali, alla violenza di cui l'umanità è capace, ai nostri insuccessi e fallimenti, ai dolori che ci toccano personalmente. Che è Amore, Dio ce lo ha dimostrato e continua a dimostrarcelo in mille modi, donandoci la creazione, la vita (e quanto di bene ad essa è congiunto), la redenzione attraverso suo Figlio, la possibilità della santificazione attraverso lo Spirito Santo. Dio ci manifesta il suo Amore sempre: si fa vicino ad ognuno di noi. seguendoci e sostenendoci passo passo nelle prove della vita. Ce lo assicura il Salmo, da cui è tratta questa Parola di vita, parlando della insondabile grandezza di Dio, del suo splendore, della sua potenza e, insieme, della sua tenerezza e della sua immensa bontà. Egli è capace di gesta prodigiose e, nello stesso tempo, il padre pieno di attenzioni, premuroso più di una madre. Noi tutti dobbiamo affrontare di quando in quando situazioni difficili, dolorose, sia nella nostra vita personale, sia nei rapporti con gli altri e sperimentiamo a volte tutta la nostra impotenza. Ci troviamo di fronte a muri di indifferenza e di egoismo e ci sentiamo cadere le braccia di fronte ad avvenimenti che sembrano superarci. Quante circostanze dolorose ognuno deve affrontare nella vita! Quanto bisogno che un Altro ci pensi! Ebbene, in questi momenti la Parola di vita può venirci in aiuto.

Gesù ci lascia fare l'esperienza della nostra incapacità, non già per scoraggiarci, ma per farci sperimentare la straordinaria potenza della sua grazia, che si manifesta proprio quando le nostre forze sembrano non farcela, per aiutarci a capire meglio il suo amore. A un patto però: che abbiamo una totale fiducia in Lui, come l'ha il figlioletto in sua madre; abbandono sconfinato che ci farà sentire nelle braccia di un Padre che ci ama così come siamo e al quale tutto è possibile. Non può bloccarci neppure la consapevolezza dei nostri sbagli perché, essendo amore, Dio ci rialza ogni qual volta siamo caduti, come fanno i genitori col loro bambino. Forti di questa certezza, potremo gettare in Lui ogni ansia, ogni problema, come ci invita a fare la Scrittura: gettate "in lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi". Anche per noi, i primi tempi del Movimento, quando la pedagogia dello Spirito Santo cominciava a farci muovere i primi passi nella via dell'amore, il "gettare ogni preoccupazione nel Padre" era affare di tutti i giorni, e di spesse volte al giorno. Ricordo che dicevo che come non si può tenere su una mano una brace, ma la si getta via subito perché altrimenti brucia, così, con la stessa sveltezza, gettavamo nel Padre ogni preoccupazione. E non ricordo preoccupazione messa nel suo cuore della quale Egli non si sia preso cura. Ma non sempre è facile credere e credere al suo amore. Sforziamoci in questo mese di farlo in lutti i casi, anche nei più ingarbugliati. Assisteremo volta per volta all'intervento di Dio che non ci abbandona, ma ha cura di noi. Sperimenteremo una forza mai conosciuta prima che sprigionerà in noi nuove e impensate risorse. Chiara Lubich

   Questo immenso amore aspetta il nostro (1)

Nella lunga storia della salvezza Dio si manifesta come un ostinato cercatore di collaborazione, come un tenace mendicante del «sì» degli uomini perché ogni vero amore, come nella Trinità, è reciproco e Dio rispetta la libertà degli uomini.

Dentro questo comportamento di Dio c’è il Suo immenso amore. Ricordiamo: il «no» dei progenitori ed i «sì» di Abramo, Mosé (capp.Es 3 e 4), Isaia (6,5-8) , Maria (Lc 1,26-38) e soprattutto quello continuo di Gesù.

Nella nostra vita Dio passa attraverso la porta dei nostri «sì» e da questo dipende l’avventura della nostra vita di credenti. Ogni vocazione, infatti, ha un «sì» che determina un orientamento, ma poi occorrono tanti altri «sì» che sviluppino l'orientamento della libertà verso il Signore.

Maria anche qui ci è modello e madre. In Lei il «sì» dell’annunciazione ha fondato lo stile di tutta una vita modellata sul «sì». "Dopo l'annunciazione, va da Elisabetta e ridice il Suo «sì» attraverso l'umile servizio nella casa dell'anziana cugina; ridice il Suo «sì» quando ritorna a Nazareth e si trova ad affrontare la prova interiore di Giuseppe (Mt 1,18-25); ridice il Suo «sì» quando si mette in viaggio verso Betlemme e cerca un alloggio che non troverà; ridice il Suo «sì» nella fuga in Egitto... fino all'ora del Calvario. Il «sì» dell'annunciazione diventa una vita: diventa tutta la vita di Maria.

E noi? Il nostro «sì» si sviluppa con la stessa meravigliosa coerenza? Infatti se il primo «sì» non sboccia continuamente e gioiosamente in altri «sì», vuol dire che ha dentro di sé tante zona d’ombra foriere di continue incoerenze.

Nell'umiltà della preghiera riprendiamo in mano il momento del primo «sì», del «sì» fondante, per liberarlo da ogni ambiguità e da ogni reticenza: in ogni momento tutto può ricominciare!

(1) Questo paragrafo è preso e riassunto dal bellissimo libro:

Comastri, Dio è amore, esercizi spirituali predicati a Giovanni Paolo II nel 2003, ed. S. Paolo.