PICCOLI GRANDI LIBRI  Jean Lafrance

Dimmi una parola

Sentenze sulla preghiera

 

Editrice Ancora Milano

 

Prefazione

Ambito

Ritratto

Desiderio

Sinergia

Verità

Nascosto

Orazione

Orazione

Lo sguardo di Gesù

Spirito Santo

Supplica

Maria la madre di Gesù

Pregare per gli altri

 

 

 

Prefazione

 

Nulla stimola di più a pregare dell’incontro con un uomo o una donna, trasfigurati dalla preghiera. Ho avuto più  volte modo di constatare che la presenza di uno di essi all'interno di una comunità, specie se rimane in disparte, nascosto, finisce col diventare contagiosa.

Monsignor Bloom, racconta che l’igumeno di un monastero femminile un giorno gli aveva chiesto consiglio: nella comunità c'era una suora di clausura addetta alla lavanderia, la quale era una donna di preghiera dotata di tale ascendente che tutte le sorelle della comunità andavano a chiederle consiglio per la loro vita di preghiera.

Doveva affidarle una responsabilità ufficiale? Monsignor Antonio de Sourage gli consigliò di lasciarla quieta, al suo posto, concedendole però la più ampia libertà di ricevere le sorelle.

Egli, nel dargli quel consiglio, non faceva che seguire l'ortodossia di tutta la tradizione del deserto di Scété o di Nitria, dove gli aspiranti alla vita monastica diventavano allievi di un anziano (questo era ed ancor oggi il tipo di rapporto di formazione per i monaci in Oriente). Pur senza rivestire un ruolo ufficiale, l'anziano era prima di tutto una personalità carismatica, esperto nel lottare contro la speculazione, abituato al silenzio e, soprattutto, un uomo trasformato dal pregare senza sosta, proprio come Arsene al quale l'allievo andava a far visita semplicemente per aver il piacere divederlo in preghiera. Le mani levate erano simili a dieci ceri ardenti e il suo viso emanava uno splendore insostenibile per chi non fosse immerso nella sua stessa luce.

Il discepolo per la maggior parte del tempo condivideva col Padre spirituale le difficoltà, le pene, le tentazioni o il desiderio di imparare a pregare. Alla fine dell'incontro gli diceva, usando una formula tradizionale: «Padre, dimmi una parola» (rhéma, in greco). Vale a dire: «Tu hai accolto nella preghiera quel che ti ho detto, ora dimmi la parola che ti sale dal cuore alle labbra, ispirati dallo Spirito Santo!». Di solito l'anziano gli rispondeva con una frase breve come questa di san Giovanni Climaco: «Se vuoi imparare a pregare, prendi un testo e scegli un limite di tempo». Sono gli Apoftegmi dei Padri del Deserto o le Parole degli Anziani.

Di primo acchito la parola poteva sembrare oscura e tale da non dare una risposta diretta alla domanda del discepolo. Si dava magari anche il caso che l'anziano non dicesse niente perché riteneva che il discepolo non fosse in grado di capire o sopportare ciò che lui voleva dirgli. In ogni caso, però, il discepolo non era certo esonerato dall'approfondire la parola, meditarla e soprattutto dal pregarla affinché gli rivelasse il suo segreto. Per tornare alla parola di Climaco più sopra citata, non è detto che il fatto di ruminare un testo per un'ora ci introduca nella preghiera del cuore. Si tratta di una parola di vita e prima di capirla bisogna viverla. L'essenziale per il discepolo è di lasciarsi iniziare ad un’esperienza universale della preghiera, vissuta da quell'uomo concreto che è l'anziano o lo Staretz presso i Russi.

Eccoci dunque nel cuore stesso dell'educazione alla preghiera, si tratta soprattutto di un’esperienza, anche se deve essere strutturata, pensata ed espressa nelle categorie della teologia spirituale. L'esperienza è fondamentale e il ruolo del maestro spirituale è quello d'introdurre il discepolo non nella propria, ma nella sua personale esperienza di preghiera che, agli inizi, è allo stato embrionale.

Unico problema dell'anziano sarò riuscire a comprendere a che punto è il discepolo nella sua esperienza di preghiera. In un primo momento, dunque, non si tratta tanto di dare all'intervento un'impostazione pedagogica, ma di trovare come trasmettere o far condividere questa esperienza di orazione.

Colui il quale un giorno ha ricevuto la grazia della preghiera o il dono dell'orazione, sa di aver trovato la perla preziosa del Vangelo e vende tutti i suoi beni per comperare quel tesoro nascosto nel campo del Regno. Egli sa per esperienza che è quella la sorgente dell'unica vera felicità, di una gioia che può ben essere paragonata all'ebbrezza spirituale degli apostoli il mattino della Pentecoste. Sperimenta anche che questa gioia della preghiera è la sola “forza deliziosa”, la delectatio victrix di cui parla sant’Agostino, in grado di sommare in sé tutta la forza delle passioni, soprattutto quelle della carne, senza sopprimerle. Con Teresa d 'Avila potrebbe dire: «Debbo all'orazione tutti i miei beni».

Ma a che serve dilungarsi sulla gioia dell'orazione? Essa non ha nulla a che fare con le gioie terrene donateci dal mondo: nel cuore di chi le si consacra, è un'anticipazione delle gioie celesti. In questo senso l'orazione fa nascere in noi la felicità del cielo e di conseguenza rende relativi tutti i piaceri dello terra. L'anziano lo sa molto bene perché si è consacrato interamente alla preghiera, ma si trova di fronte a una domanda cruciale: come “dire” questa gioia al suo discepolo?

Proprio in questo sta non solo la difficoltà ma addirittura l'impossibilità di esprimere quel che si vive nella preghiera. Per convincersene, basta leggere per esempio gli scritti di Silvano o di altri autori spirituali. Dopo aver tentato di svelare il mistero della dolcezza e dell'umiltà del Cristo, che si assapora nell'orazione o dopo aver preso coscienza dell'esperienza della grazia, non possono far altro che spalancare le braccia e ammettere: «È qualcosa che non si può esprimere, che non si può nemmeno immaginare». Tutti gli spirituali sono d'accordo su questo punto: è pressoché impossibile tradurre l'esperienza dello Spirito vissuta nell'orazione. Tutti, confrontando ciò che hanno scritto o detto con ciò che hanno vissuto, rimangono delusi, provano l'impressione di trovarsi di fronte a un mucchio di ceneri spente, mentre la loro esperienza li aveva portati a muoversi tra tizzoni infiammati sortiti dal Roveto ardente della pratica. Meglio ancora, tutto sembra loro miserabile e risibile e vorrebbero esclamare, come Bernardette quando le mostrarono la prima effige della Madonna di Lourdes: «Oh, ma non è lei!». Ci si potrebbe certo dilungare all'infinito - è il caso di dirlo - ma si resterebbe ancora delusi; allo stesso modo, se si cercasse con tutta la voce che si ha in coro di raccontare ciò che si è vissuto, non ci si riuscirebbe anche perché quando si esagera, si perde di credibilità.

Tutti gli spirituali tuttavia affermano che esistono testi che lasciano trasparire il gusto per l'orazione, libri che risvegliano in noi il desiderio di pregare e accendono nei nostri cuori il fuoco dello Spirito Santo. Per convincersene basta leggere gli scritti di Silvano: dopo poche pagine vien voglia di chiudere il libro e mettersi a pregare. Si direbbe quasi che lo staretz ci trasmette un pò della sua esperienza o almeno ci riporta al nostro stesso desiderio di pregare che si è calato nei recessi più profondi di noi stessi.

L'anziano sa dunque di potersi basare su questa sete di preghiera e questo desiderio dello Spirito che arde nel cuore del discepolo. Sì, parlare di Dio a un uomo non è parlare della luce ad un cieco: l'unica molla che spinge il saggio a parlare è la convinzione che la sua parola, scaturita in lui dalla preghiera, troverà un'eco nel cuore del discepolo.

Prima di parlare, però, egli ha soprattutto la certezza che la sola cosa che gli valga la pena di fare è pregare: ecco perché non è temerario affermare che il ruolo principale dell'anziano è di pregare con fervore per il suo figlio spirituale. E la sua supplica non è né vaga né generica, ma mira ad un preciso obiettivo: lo staretz prega affinché il suo allievo riceva la grazia della preghiera, ben cosciente che lui non ha certo il potere di attirarlo al Padre. Si mette allora a pregare perché ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio. Ma il discorso è più ampio: io sono infatti fermamente convinto che la preghiera abbraccia il mondo intero.

Tutti i monaci orientali vi diranno che pregano per il mondo intero e per tutti gli uomini. L'oggetto della loro preghiera è naturalmente le grazia della salvezza per tutti; gli uomini però non si possono salvare senza la loro libera cooperazione e quindi senza un loro desiderio di salvarsi che si esprime soprattutto con la fede e la preghiera.

Questo è il motivo per cui il monaco prega giorno e notte chiedendo che a tutti gli uomini sia concessa la grazia della preghiera perché siano salvati. Si racconta che un eremita del Monte Athos, il quale pregava e versava lacrime per la salvezza di tutti i confratelli, un giorno, mentre era assorto in preghiera, sentì queste parole: «Accorderò misericordia a qualunque uomo che, fosse anche una sola volta nella vita, ha invocato Dio». Ecco dunque che non possiamo che chieder al Signore che tutti gli uomini invochino il suo Nome e pregarlo affinché faccia scendere sul suo popolo e su tutti gli uomini uno spirito

di grazia e di supplica, come dice il profeta Zaccaria. Con questa intenzione l'anziano intercede quindi per il suo discepolo.

E la sua intercessione non è una parola vana. Non si accontenta di ricordarlo nella preghiera, ma lega la sua anima alla propria ed entra in una vera battaglia di preghiera, un po' come Giobbe che grida a Jahweh: Pelle per pelle. L'anziano dedica realmente la sua vita al suo discepolo in una supplica incessante. In lui c'è una reale passione da rabdomante - lo vedremo in seguito - per captare se il suo discepolo è in ginocchio, e che gli consente di leggere nei cuori mentre non si stanca di pregare affinché gli sia concesso il dono della preghiera. Il discepolo lo sa benissimo e nella lotta che deve sostenere contro l'avversario o contro i pensieri conta sulla preghiera del maestro: «Le preghiere del mio padre spirituale mi ottengono la grazia di respingere la tentazione!». Al contempo egli esprime la sua riconoscenza intercedendo per il suo padre spirituale perché sa bene che quanto più si avanza nella via della preghiera incessante, più si diventa poveri e vulnerabili. A quel punto si ha bisogno della preghiera di tutti “i vecchi amici di Dio” di cui parla san Giovanni della Croce, cioè gli uomini di preghiera.

È in tale contesto di preghiera che s'innesta la richiesta del discepolo citata più sopra: «Padre, dimmi una parola!». Egli non chiede un insegnamento sistematico né un metodo di preghiera perché sa bene che qualunque spiegazione, qualunque illustrazione sarebbe deludente: chiede quindi all'anziano di dirgli una frase breve scaturita dalla sua esperienza più intima nella quale cogliere un qualche tizzone ardente della sua preghiera. Quando questa parola raggiungerà il cuore del discepolo, lo trapasserà, lo illuminerà, al punto che la preghiera ne scaturirà con naturalezza. La parola è fatta per il cuore e il cuore è fatto per la parola. Il genere letterario di queste frasi ha più una connotazione poetica o di “novella “ che non di trattato teorico e la prova che la parola ha raggiunto il suo scopo sta nel fatto che il discepolo si allontana

senza domandare altro perché ha sentito che la preghiera lo ha “sfiorato”.

Di norma l’incontro con un vero spirituale serve a far scoprire il gusto della preghiera. Proprio per questo motivo Teresa d'Avila invita le carmelitane a intrattenersi con uomini di Dio per rinnovarsi nell'orazione. Se l'incontrare un monaco o una carmelitana non accende nel nostro cuore il desiderio di pregare, dobbiamo proprio temere di non aver colto l'essenziale. È in questa prospettiva che bisogno accogliere le parole degli anziani tenendo gli occhi fissi sul loro volto, l'orecchio attento alle loro parole. Diciamo che bisogna incontrarli nella luce di Dio che monda il discepolo e il maestro. Il modo migliore per avvicinare uno staretz è pregare con lui nella convinzione che lui ha tanto bisogno della nostra preghiera quanto noi della sua.

È nella preghiera quindi che vi invito a leggere queste pagine, anzi, ognuna di queste parole che non sono dissimili dal genere degli apoftegmi. Bisogna accoglierle come il discepolo che va a interrogare l'anziano e gli chiede una parola. Esse non hanno nessuna pretesa di sostituirsi ai detti dei Padri del deserto ai quali ci si deve sempre rifare come fonte delle parole basilari, proprio come i monaci del monte Athos o di San Macario in Egitto si formano sempre all'ascesi e alla preghiera leggendo il libro di san Giovanni Climaco La scala del Paradiso, una raccolta di brani per percorrere il cammino della preghiera incessante.

 

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Qualcuno obietterà: ma da dove provengono queste parole e quale autorità le ha pronunciate? Esse vengono in gran parte da un'esperienza di preghiera, dalla tradizione dei Padri e degli Anziani, ma anche da apporti di chi ha reso partecipi gli altri della propria vita di preghiera. Chi le ha scritte - sia chiaro - non è più avanti di altri nella vita di preghiera, ma le ha scritte solo perché sono parole vere e lui - come dice Ruysbroeck – ha avuto la “sventura” di comprenderlo: «Gli uomini di preghiera sono i più felici ma anche i più infelici tra gli uomini». Non si può tralasciare di aggiungere che colui il quale riceve la grazia della preghiera è anche il più felice degli uomini, ma che non è all’altezza di questa grazia a causa del peso della carne e di una certa propensione all’inerzia. Nella sua lotta per essere fedele alla grazia della preghiera egli avanza a tentoni, retrocede e cade, ma ogni volta torna ad essere afferrato dal desiderio incoercibile di supplicare che lo spinge a riprendere il cammino quali che siano i travagli del percorso. Lo Spirito lo guida in questo percorso accidentato e gli mostra la direzione da seguire.

L'uomo vede così quali mezzi concreti gli sono d’aiuto nella preghiera, quali sono gli ostacoli da superare, quali svolte da prevedere e le sacche di depressione da attraversare. Mette dunque a punto delle annotazioni e delle riflessioni che formano una specie di codice della strada della preghiera. Sono dei pareri semplici, dei consigli pratici per rendersi disponibili all'opera dello Spirito nell'orazione. Una specie di legge quadro in cui ciascuno può trovare il suo cammino di preghiera che oscilla tra la libertà dello Spirito e le esigenze minime per conquistare questa libertà.

È quindi necessario avvicinarsi a questo testo in piena libertà purché non si scartino sistematicamente le parole che potrebbero turbarci. Sant'Ignazio dice che bisogna sempre avere un atteggiamento favorevole verso colui che ci guida. Ciò premesso e accettato, diventa possibile muoversi su percorsi diversi e scegliere una parola che alimenti la preghiera del momento. È una specie di borsa della spesa piena di provviste utili nel caso la fame si facesse sentire. Ognuno vi attinge a seconda dell'appetito e della voglia del momento e quando è sazio chiude il libro. Dato che queste parole derivano dall'esperienza e dalla vita, l'opera non segue un piano prestabilito: ogni parola meditata, rimuginata e pregata può, se il cuore è aperto allo Spirito, introdurre nella preghiera. Lo scritto si divide però in due parti: una, piuttosto breve, è più pedagogica e tratta dall’ “ambiente” della preghiera, il richiamo prossimo e immediato a intraprenderla. Una specie, diciamo, di ecologia della preghiera.

La seconda delinea con più precisione i contorni dell’orazione, introduce l'orante in un clima trinitario sotto lo sguardo del Padre e del Figlio. Per entrare in questa comunione a tre abbiamo scelto la via dell'invocazione allo Spirito Santo. Dopo anni di ricerche, di incertezze, di sconfitte, ma anche di schiarite, oggi mi sembra che la supplica è la prima e l'ultima parola, il principio e la fine di ogni preghiera. Nessuno potrà andare oltre la supplica! Neppure la preghiera a Maria ci allontana in alcun modo dall'orazione trinitaria perché la Vergine è strettamente correlata al Padre, al Figlio e allo Spirito. La supplica per il mondo e per i nemici, infine, è - secondo i Padri orientali - il carattere distintivo della preghiera pura. Ogni autentica preghiera cristiana sarà, intimamente legata all'intercessione di Gesù per tutti gli uomini.

In tal senso, la preghiera è una questione di vita, o di morte per gli uomini e per il mondo contemporaneo. Essa trascende il circolo ristretto della vita personale del singolo per raggiungere la vitalità del Corpo stesso della Chiesa. Stando alla parola del Cardinale Daniélou: «L'orazione è un problema politico» (titolo di uno dei suoi libri) nel senso che i luoghi di preghiera sono i polmoni che ossigenano la vita della città. Capisco i Vescovi che hanno chiesto ai monaci e alle monache della loro diocesi di stabilirsi nel cuore della città di nuova formazione: con questa loro presenza d'intercessione essi fanno un atto di fede nella potenza della preghiera.

Ma c'è dell'altro a proposito della situazione della fede nel mondo contemporaneo. Da una ventina d'anni, non si può ignorarlo, assistiamo ad una caduta vertiginosa nelle presenze alle messe della domenica, nella pratica dei sacramenti e i più perspicaci tra di noi avvertono che non si è ancora toccato il fondo. Il mondo sta per diventare un grande deserto nel quale Dio sarà esteriormente assente.

Il Curato d'Ars diceva che verrà il giorno in cui ci sarà un tale fame della parola di Dio che gli uomini piangeranno al solo sentirne pronunciare il nome. Ciò non toglie che il numero degli uomini che pregano è molto più importante di quello dei non-praticanti. Una recente indagine affermava che tre quarti dei francesi pregano. Proprio su questo desiderio profondo radicato nel cuore dell'uomo dovrebbe essere elaborata la pastorale. Da anni ormai sono stati sperimentati tanti progetti, piani e previsioni che vien da chiedersi se non sarebbe meglio porre fine alle discussioni, alle riunioni e alle chiacchiere per metterci veramente a pregare. Non per giudicare, criticare e ancor meno condannare tutto quel che si è fatto finora con tanta buona volontà e generosità, ma un giorno o l'altro bisognerà pure giudicare l'albero dai suoi frutti e domandarsi se siamo ancora nel campo magnetico della parola di Dio. In altri termini, non sarebbe nel nostro interesse tacere e pregare fino al momento in cui Dio ci mostrerà con chiarezza che cosa si aspetta da noi?  Quando un uomo chiede veramente la luce, senza porre alcuna condizione, Dio risponde sempre a questa preghiera e non può certo dare una pietra a chi gli chiede lo Spirito Santo.

Vedendo quel che succede al giorno d'oggi nel popolo russo, mi chiedo quali siano le cause del rinnovamento spirituale. Da oltre settant’anni una persecuzione violenta, aperta o subdola a seconda dei periodi di liberalizzazione, ha tentato di distruggere la fede nel cuore dei Russi con ogni mezzo, non ultimi i corsi d'ateismo miranti sistematicamente a presentare ai giovani la religione come una malattia o una tara psicologica. Senza parlare poi dei compromessi con il potere politico cui è scesa la gerarchia della Chiesadungi dal voler giudicare: forse era il solo modo per sopravvivere)! I risultati parlano da soli: si contano più martiri in Russia dal 1917 ai nostri giorni di quanti ce ne siano stati nel resto del mondo dalla nascita della Chiesa ad oggi.

Chi vediamo attualmente in Russia? Giovani intellettuali provenienti dal marxismo che si convertono, formano vivaci comunità cristiane, creano seminari in cui si studia la teologia, mentre i Padri e soprattutto gli autori spirituali hanno dato vita all’esicasmo, cioè l'invocazione continua del nome di Gesù. Tra i giovani si contano molti battesimi e il ritorno al sacramento del matrimonio. Nelle grandi collettività si sviluppano piccole comunità monastiche che non sempre sono legate al monachesimo ufficiale e tanti uomini e donne si affannano per trovare degli staretzi: cercano una guida e un orientamento alla loro vita di preghiera. Parecchi inoltre - anche giovani laici sposati – hanno un gran desiderio di vivere la preghiera incessante nel monachesimo interiorizzato.

I segni di questo rinnovamento spirituale si manifestano in molte altre forme e chi abbia vissuto la Pasqua a Leningrado o a Zagorsk può raccontare delle folle che si accalcano nelle chiese e nei monasteri e trascorrono la notte della Risurrezione in preghiera. Allo stato attuale i giovani sono numerosi, ma quel che mi colpito alcuni anni fa sono state tante donne vecchie che fanno centinaia di chilometri sugli autocarri per recarsi a pregare nei monasteri. Esse, durante la celebrazione della Pasqua che si protrae per tutta la notte, recitano la preghiera di Gesù. Qualche volta queste vegliarde portano con sé i nipotini ai quali hanno insegnato le preghiere e il catechismo. Dobbiamo forse proprio alle preghiere di queste povere babouchka (nonna, in russo) e al sangue di questi milioni di martiri il veder nascere una nuova razza di credenti?

In ogni caso, questa nuova fioritura di vita dello Spirito deve cercare la sua fonte misteriosa nella preghiera nascosta della santa Russia. Non si può certo augurare all'Occidente di conoscere le stesse persecuzioni, ma bisogna ammettere che l'assenza di sofferenza è sinonimo di benessere e il benessere è sinonimo dell'affievolirsi dell'anelito. Da noi il grande afflato dello Spirito è scomparso. Quanto più un essere sprofonda nello sconforto, tanto più è spinto ad implorare. Se non si soffre non si anela lo Spirito Santo. Masochismo, dolorismo? No, ma la follia dell'amore chiama la follia della croce. Che Dio ci protegga dalla persecuzione e da qualunque prova che obnubili la nostra fede ma che non ci abbandoni nemmeno alla nostra cecità, alla nostra insensibilità.

Dio dovrebbe piantare tanti legni a forma di croce per fermare il nostro stupendo carosello di consumismo, superficialità e indifferenza.

Per il nostro paese e per l'occidente in generale,dobbiamo chiedere che ci sia concessa una lucidità spirituale che ci consenta di vedere in che abisso infernale è sprofondato oggi il nostro mondo. Il giorno in cui saremo toccati dalle sofferenze degli altri: gli affamati, i tormentati, i malati, le vittime della guerra e della crudeltà, gli angosciati e soprattutto gli infelici, i peccatori e coloro che non conoscono l'amore di Cristo, quel giorno comincerà la nostra iniziazione al mistero dell'invocazione. Il che avverrà non in conseguenza di uno sforzo o di un record, ma perché Dio avrà voluto usarci misericordia.

Eccoci in apparenza lontani dalle massime dei Padri del Deserto, cui si accennava nelle prime pagine; di fatto però vi siamo molto vicini se solo colleghiamo il filone sotterraneo che le unisce. Agli inizi del monachesimo sempre esistita una certa simbiosi tra il deserto e la città, tra il popolo cristiano e i monaci (soprattutto in Russia dove i fedeli partecipano alla vita del monastero), tra gli arcivescovi e i monaci. Non senza ragione, infatti, la prima biografia di Antonio è stata scritta da sant'Atanasio vescovo di Alessandria, il quale voleva dimostrare come non esistesse nessuna contrapposizione, tanto meno nessuna superiorità tra la gerarchia della Chiesa e il monaco carismatico. La Chiesa ha bisogno della preghiera incessante dei monaci per non rinserrarsi in elucubrazioni sterili e non  rischiare di invischiarsi in successi superficiali. Lo spirito dell'uomo d'altro canto ha bisogno del discernimento della Chiesa, altrimenti si troverebbe esposto a ogni genere di illusioni e, pensando di avvicinarsi a Dio, non cesserebbe di allontanarsi da lui, dimentico dell'amore dei fratelli e dell'idea fissa del regno.

La sintesi è ben realizzata in Oriente, in particolare in Russia, dove i vescovi vengono tutti scelti tra i monaci. A questa presenza del monachesimo in seno alla Chiesa si deve certamente il fatto che la preghiera del cuore è restata viva nel più profondo della Santa Russia nel corso di questi lunghi anni di persecuzione.

Il rinnovamento spirituale dell'Occidente nascerà da una nuova Pentecoste e da una seconda evangelizzazione, ma per ottenere che lo Spirito Santo scenda veramente su di noi, dobbiamo tornare con Maria e gli apostoli al Cenacolo. Dobbiamo essere assidui nella preghiera e innalzare le nostre suppliche finché lo Spirito ci sarà dato in tutta pienezza: ogni cosa allora ci sarà chiara e capiremo che cosa si deve fare. Che questi brevi pensieri accendano in noi il fuoco della preghiera! Noi pero resteremo sempre alle soglie della preghiera se il Padre non ce ne concede la grazia, che si ottiene sempre per intercessione di Maria.