PADRE MARIO VERGARA
(16 novembre 1910 - 24 maggio 1950)

Primi del novecento. A otto chilometri da Napoli, verso nord, c'e'
Frattamaggiore, cittadina industriale, famosa per la lavorazione della canapa.
Numerosi sono gli stabilimenti che offrono manodopera agli abitanti della zona.
Una di queste fabbriche e' gestita da Gennaro Vergara (anche assessore
comunale), che spesso si reca all'estero, specialmente in Germania, dove e'
destinata gran parte della produzione. Durante i periodi di assenza rimane a
sostituirlo nel canapificio Antonietta, la moglie, che tiene tutta
l'amministrazione, senza trascurare l'andamento della casa e la cura dei nove
figli. Ultimo dei cinque fratelli e' Mario, nato il 16 novembre 1910.
«Ragazzo estroso e avventuroso - ricorda il suo compaesano e grande amico
Gennaro Auletta. - Dopo le elementari, nel 1921, entro' nel seminario diocesano
di Aversa. Forse neanche i superiori ne speravano un gran che: per il suo fare
aperto e l'aria sbarazzina era qualificato un "carattere ribelle".
Certo e' che chi non ebbe intimita' con lui non lo conobbe mai e lo giudico' un
"tipo curioso"! Ma sotto la scorza rude, batteva un cuore grande».
Infatti, spinto dal forte desiderio di amare Dio e ogni fratello, resiste alla
disciplina del seminario e fortifica maggiormente la sua vocazione. Nell'ottobre
del 1929 Mario Vergara entra nell'Istituto del Pime, iniziando il secondo anno
di liceo a Monza. Ma prima della fine dell'anno scolastico deve rientrare in
famiglia: forti attacchi di appendicite lo costringono a sospendere gli studi.
Sopraggiunge addirittura una peritonite che lo riduce in fin di vita, ma Mario
e' sicuro del fatto suo, tanto che lui stesso ricorda: «Attorno a me tutti
piangevano, io solo me la ridevo dentro di me, sapendo di non poter morire,
perche' dovevo andare missionario!». E cosi', di fatto, guarisce. Per non
sottoporre ancora azzardatamente il suo debole fisico ai rigori invernali del
nord, egli riprende gli studi nel Pontificio Seminario Campano di Posillipo,
tenuto dai padri gesuiti, dove Mario si ingegna nelle iniziative di animazione
missionaria.
Il 31 agosto 1933, puo' rientrare nel Pime e con grande riconoscenza scrive al
Superiore: «La gioia che mi riempie il cuore e' cosi' grande da rendermi
impossibile esprimere i miei sentimenti di gratitudine per la grazia singolare
concessami». A Milano frequenta l'ultimo anno di teologia e il 24 agosto 1934
Vergara viene ordinato sacerdote. Un mese dopo parte per la Birmania.
Appena giunto a Toungoo, alla fine di ottobre 1934, p. Vergara si da' allo
studio delle lingue delle tribu'cariane e dopo qualche mese, quando ne arriva a
conoscere ben tre, gli viene assegnato il distretto di Citacio', della tribu'dei
Sokù, con 29 villaggi cattolici e altrettanti catechisti da mantenere, oltre
alla cinquantina di orfani raccolti dalla missione. P. Mario e' sempre in
movimento: noncurante dei disagi, del maltempo, della malaria, ai cui attacchi
e' soggetto di frequente, va in giro per i villaggi anche con la febbre in
corpo. E per la sua gente si prodiga in mille modi: prete, educatore, medico,
amministratore e spesso anche giudice. Poi, all'improvviso, la guerra interrompe
i suoi sogni e la sua attivita'. Il 10 giugno 1940 l'Italia dichiara guerra
all'Inghilterra. Anche i missionari italiani vengono considerati
"fascisti" e quindi, automaticamente diventano nemici degli inglesi.
Padre Mario deve ritirarsi nella casa di formazione del Pime a Momblo e cosi' si
concentra nello studio di una nuova lingua locale: il Ghekù, nella vana
speranza di poter comunicare con questa tribù. Ma ben presto entra in scena
anche il Giappone: dopo Pearl Harbor, rapidamente invade le Filippine,
l'Indocina, Hong Kong e la Thailandia. Ormai e' alle porte della Birmania.
I missionari cattolici, non ancora internati dagli inglesi e rimasti nella
foresta, cercano di resistere ai forti disagi e ai pericoli, ma quando il 21
dicembre 1941 i giapponesi invadono il territorio birmano vengono inviati nei
campi di concentramento inglesi in India. Tra questi c'e' anche p. Mario
Vergara. I missionari sono tra gli internati civili di guerra e il loro
rammarico piu'grosso e' l'inoperosita'. La vita nei campi di concentramento e'
estremamente noiosa: «Il ricordo dei giorni nella mia missione mi rende
nervoso, in mezzo a questi fili spinati e senza occupazioni - scrive il 25
gennaio 1943 p. Grazioso Banfi dall'Internment Camp di Bombay. - Quando penso al
lavoro che la' c'e' da fare, mi vengono le lacrime agli occhi. E intanto prego,
soffro e studio per la mia missione. E' da due anni che sono qui con quasi tutti
i missionari del Pime (ottantadue, ormai)... i giorni non passano tanto veloci
come vorremmo. Ma, a quando la pace? Povere nostre missioni! Il Signore, se
cosi' ha voluto, sapra' anche ricavarne un bene». E con questa certezza vanno
avanti. Intanto, dopo l'ispezione della Croce Rossa, le insistenze del Vaticano
e dei vescovi cattolici dell'India, il 15 marzo 1943 gli internati civili
italiani vengono trasferiti in un'ala del campo dove le condizioni di vita sono
migliori e i missionari, riuniti in due baracche vicine, possono curare
maggiormente la loro vita spirituale e i loro studi.
Nella speranza di tornare in Birmania, imparano la lingua cariana, organizzano
seminari teologici e corsi di medicina, si confrontano sui loro diversi stili
pastorali, tengono periodicamente conferenze liturgico-morali e commentano le
costituzioni dell'Istituto. I giorni non sono piu'cosi' lungamente tetri e
noiosi. Riescono persino a creare una cappellina per l'adorazione perpetua. Pur
sembrando una prigionia senza fine, grazie alla speranza di cui si fanno
portavoce, i missionari sono di conforto anche a tutti coloro che vivono nelle
loro medesime condizioni. Verso la fine del 1944 i primi padri vengono
rilasciati e possono tornare alle loro missioni.
Dopo quattro anni di penoso e snervante internamento, anche p. Mario Vergara
viene rilasciato. E' molto indebolito perche', oltre alla spossatezza dovuta
alla durezza della detenzione, ha subi'to diverse operazioni chirurgiche, in una
delle quali gli e' stato asportato un rene. Teme di essere ritenuto ormai
inutile ed e' preoccupato che gli impongano il rimpatrio o un riposo. Ma non e'
cosi', anzi, ben presto gli viene affidato un lavoro arduo e pericoloso. Il
vescovo della Birmania, mons. Lanfranconi, ha in mente di fondare all'estremita'
della frontiera orientale della missione di Toungoo un nuovo centro:
tribu'ignote e quindi anche lingue da imparare e costumi da conoscere, un
centinaio di villaggi sperduti nella jungla. Un progetto apparentemente
irrealizzabile. Ne parla a p. Mario che, senza indugio, accetta la
"sfida".
Il nuovo distretto, situato a duemila metri di quota sulle catene montuose dette
Pre'thole, a est di Loikaw, da cui dista due giorni di viaggio, comprende
numerosi villaggi di religione tradizionale, e pochi villaggi protestanti
battisti. Nel 1939 due villaggi sono diventati cattolici, ma poi, con la guerra,
tutto e' rimasto bloccato. E proprio da questi due villaggi, il 26 dicembre
1946, p. Mario Vergara e' accolto festosamente.
Manca tutto: non un "buco" dove abitare, non una stuoia su cui
stendersi. P. Mario adatta come meglio puo' una catapecchia abbandonata: «Abito
ora in una capanna di bambù, posta su un cocuzzolo di un monte sovrastante il
villaggio di Tarudda' - uno dei due villaggi cattolici che e' diventato la sua
residenza -. Vento e sole entrano liberamente; se piove ho il bagno a domicilio,
proprio come i grandi signori... eh, quando uno nasce fortunato! Per il mobilio
due sedie e un tavolino che ho fatto col coltellaccio del mio catechista; per
cibo un po' di riso con erbe di bosco. A sinistra catene di monti digradanti
fino alla pianura di Loikaw e popolatissimi; sono duecento i villaggi di cariani
rossi e alcuni di shan. I protestanti vi giunsero vent'anni or sono, capite? E
contano quattro villaggi. Presto vi faro' un giro di "ricognizione"
col prete cariano e alcuni catechisti».
Con quel suo entusiasmo, calmo e misurato, ma fermo, affronta questa vita, di
certo non facile per la lontananza dal centro, per la poverta' della gente, per
la scarsita' dei viveri, per la mancanza di trasporti. Maggiori del disagio
materiale sono le difficolta' di inserimento e di dialogo con la gente, con i
buddhisti e, ancora di più, con i battisti. Ma tutti questi ostacoli non fanno
che aguzzare l'ingegno di p. Vergara, che comincia a studiare la lingua locale
appassionatamente, cosi' da riuscire a prendere contatto con una quindicina di
villaggi e ad avere dei catecumeni. La sua esperienza in medicina lo agevola
molto. A volte sembra addirittura compiere "miracoli": un bambino,
moribondo, guarisce grazie a un sorso di vino da messa che p. Mario gli da' da
bere, non avendo con se' nessuna medicina; uno storpio, che si trascina
penosamente, dopo i massaggi del padre riesce ad alzarsi e a camminare. Due
guarigioni straordinarie che destano il sospetto dei battisti, i quali, temendo
il "concorrente", sferrano l'offensiva della calunnia: «Mentre sono
in cerca di maestri - racconta lui stesso - i protestanti si portano sul luogo a
sparlare della nostra religione. La gente, disgustata, non prende piu'ne' me,
ne' loro. Soffro indicibilmente: solo la preghiera di chi mi vuol bene, mi puo'
sostenere».
Nel frattempo, e' l'ottobre del 1948, arriva ad aiutarlo p. Pietro Galastri. E'
proprio l'aiutante che ci vuole. Con lui, abile falegname e muratore, si puo'
finalmente pensare alla costruzione degli edifici utili alla missione: scuola,
chiesa, orfanotrofio e dispensario. Insieme, poi, i due padri si stabiliscono
nel grosso mercato di Shadow, della tribu'dei buddhisti shan, dove danno inizio
ad altre costruzioni. P. Mario, intanto, aiutato e sorretto dal confratello,
continua la sua fatica di "apostolo errante", tra monti e risaie. Il
suo desiderio piu'vivo e' quello di formare catechisti in grado di tradurre la
sua fede europea nella cultura locale, in modo da far diventare il cristianesimo
comprensibile e convincente. Ma e' un compito arduo e si deve scontrare
continuamente con le tradizioni e le superstizioni del luogo. Come se non
bastasse diversi sono gli imbroglioni che approfittano dell'ingenuita' di questa
gente. Uno addirittura, spacciandosi per profeta, promette denaro, riso,
benessere e, soprattutto, l'immortalita': basta fidarsi del suo dio e fargli
numerose offerte. Intanto i campi rimangono incolti, i villaggi vengono
abbandonati e le famiglie disgregate. L'illusione, ovviamente, svanisce presto e
tocca a p. Vergara aiutare questa gente ad affrontare la miseria, diventata
ancora piu'squallida, e la degradazione morale. Istituisce, allo scopo, una
singolare forma di Azione Cattolica.
L'odio dei battisti contro di lui aumenta. P. Vergara infatti, con le sue
attivita' pastorali, non fa altro che incrementare il malcontento dei
protestanti, ultimamente cresciuto a causa della nuova situazione politica
creatasi in seguito all'indipendenza dall'Inghilterra ottenuta nel 1948. Scrive
p. Mario: «Quando qui erano gli inglesi a comandare, tutto era ordine e pace;
adesso dappertutto e' disordine e guerra civile. I cariani protestanti,
approfittando della confusione generale, si sono impadroniti del potere e vanno
terrorizzando i cattolici fedeli al governo legittimo». P. Girolamo Clerici,
nel 1949, precisa in un suo articolo: «L'eredita' d'una guerra distruttrice,
l'inesperienza del governare, le gelosie personali e le ambizioni private
possono far naufragare le grandi speranze d'un paese che, nel suo legittimo
orgoglio nazionale, si rallegra d'aver preso in mano le redini del proprio
destino. Il governo ha incontrato formidabili problemi come le minoranze
nazionali, l'influenza comunista e la crisi economica. A loro volta i cariani,
dopo aver sempre invano reclamato l'autonomia, ora sono delusi per la
distribuzione delle terre e irritati perche' esclusi dalla nuova armata, di pura
razza birmana». I ribelli sono convinti che i cattolici siano gli
"eredi" dell'antico governo coloniale e le spie del nuovo: vengono
quindi perseguitati e osteggiati.
Dal gennaio del 1949 Toungoo viene occupata dai cariani ribelli. Ma dopo i primi
successi, questo esercito irregolare comincia a risentire della controffensiva
delle truppe governative e a subire sconfitte su tutti i fronti. I capi dei
ribelli, per nutrire la truppa affamata, requisiscono i viveri e opprimono con
tasse esorbitanti la popolazione dell'importante mercato di Shadow. P. Vergara
non puo' tacere di fronte a questo sopruso e prende le difese degli oppressi.
Questo suo intervento da un lato gli procura la riconoscenza dei capovillaggio
ma, nello stesso tempo, gli attira l'odio dei ribelli e specialmente del capo
politico sig. Tire, gia' maldisposto verso p. Mario per i suoi
"successi" religiosi. La posizione di p. Vergara e del suo coadiutore
p. Galastri peggiora quando, nel gennaio 1950, Loikaw, loro unico luogo di
rifornimento, cade in mano ai governativi. La loro missione viene cosi' tagliata
in due e i padri sono costretti ad attraversare frequentemente le linee per
raggiungere, dalla loro residenza di Shadow ancora in mano ai ribelli, gli altri
villaggi situati nel territorio riconquistato dalle truppe regolari.
Alla fine del mese, tornando da Loikaw a Shadow, p. Mario e p. Pietro sono
fermati e perquisiti dai ribelli, che sperano di trovarli in possesso di armi o
lettere compromettenti. L'esito della perquisizione e' negativo, cio' nonostante
si ostinano a credere che i due missionari siano le spie del governo centrale.
Intanto, in assenza di notizie, il vescovo e i confratelli di Loikaw cominciano
a preoccuparsi. Per mesi si e' in ansia circa la sorte dei pp. Vergara e
Galastri fino a quando, il 31 agosto del 1950, la radio locale annuncia che i
due missionari sono stati arrestati, uccisi e i loro cadaveri gettati nel fiume
Salween.
Solo in seguito si avranno notizie piu'dettagliate: il 24 maggio, alle sei del
mattino, alcuni ribelli entrano nella residenza di Shadow, dove p. Galastri e'
in preghiera, e gli ordinano di seguirlo. Legato mani e piedi, viene condotto al
bazar dove, nel frattempo, e' stato portato anche p. Vergara con il catechista
Isidoro, arrestati precedentemente nella piazza del villaggio. A sera inoltrata
vengono fatti incamminare tutti e tre lungo un sentiero che costeggia la sponda
sinistra del Salween e all'alba del 25 sono uccisi a colpi di fucile. I loro
cadaveri, rinchiusi in sacchi, sono abbandonati in bali'a della corrente.