PADRE ELIODORO FARRONATO
(18 maggio 1912 - 11 dicembre 1955)

E' il 10 ottobre 1926. La chiesa di S. Maria Maggiore di Treviso e' gremita di
folla: p. Antonio Farronato ha appena terminato di celebrare la messa e sta
salutando amici e parenti, pronto a partire per la Birmania assieme ad altri
compagni. Sceso dal pulpito si trova di fronte uno dei suoi otto fratelli, Elio,
che frequenta il ginnasio nel seminario diocesano di Thiene. Tra i due c'e'
sempre stata una forte intesa. Elio ha seguito le orme del fratello, amato e
stimato come un modello, e ha sempre partecipato intensamente alle tappe del suo
cammino, perche' percepiva, gia' da ragazzo, che le loro vite erano chiamate ad
una stessa vocazione. Ora che Antonio parte per la Birmania, Elio lo
"segue" con lo sguardo, fiducioso di poterlo riabbracciare ancora.
Eliodoro e' un tipo energico, deciso: sebbene abbia solo 14 anni ha gia' le idee
chiare. E cosi', due anni dopo, entra nel seminario del Pime, a Monza. Sulla
scrivania del suo studio c'e' sempre in bella vista una lettera proveniente da
Mong Yong. E' Toni, che nell'agosto del 1929 gli scrive: «Fratello caro, qui io
vivo senza casa, mi alzo senza sveglia, prego senza chiesa, caccio senza
licenza, sto allegro senza amici, studio lingue senza professori, non ho giorni
senza fastidi, invecchio senza accorgermi, morro' senza rimorsi... Quando verrai
a farmi compagnia?».
Benche' i genitori si oppongano al pensiero di avere un altro figlio lontano e
in continuo pericolo, Elio non vede l'ora di finire il seminario per raggiungere
il fratello. Ma il 13 ottobre 1931 il sogno sembra svanire, Toni, il
"fratellone", il piu'caro amico, muore di febbre malarica nel suo
villaggio birmano all'eta' di trent'anni. Elio piange come un bambino, ma ha la
forza di confessare ai suoi compaesani: «Speravo di andare ad aiutarlo, ma se
Dio vorra', andro' a sostituirlo».
E cosi', ordinato prete il 22 settembre 1934, padre Eliodoro e' destinato alla
Birmania, proprio nella missione del fratello. La sera del 24 agosto 1935 salpa
per l'Oriente e il giorno dopo, dal ponte della motonave, scrive ai familiari:
«Al momento della partenza, mare e cielo sembravano imbronciati, quasi a
indicare il dolore di chi restava e di chi partiva. Ma sopra le nuvole leggere,
c'era il sole, bello come sempre e oggi e' splendido. Se vi ho lasciati, e' per
Dio. Percio', dopo il dolore, sento una gioia ineffabile. E spero che la
proviate anche voi, piu'felice di me non c'e' nessuno! Valeva la pena fare quel
che ho fatto e lasciare tutto per provare la consolazione di sentirsi unicamente
di Dio, per amarlo e farlo amare!».
Sbarcato in Birmania, dopo un periodo di studio della lingua Shan, nell'aprile
del 1936 arriva a Mong Yong, dove gli abitanti lo stanno gia' aspettando. E qui
inizia la sua attivita' pastorale. Ma presto a lui, alto, con muscoli d'acciaio
e spalle massicce, dal carattere volitivo come i contadini della sua terra,
viene assegnato il distretto di Mong-tsat, il piu'lontano e difficile, nella
Birmania orientale che dista un'intera settimana di viaggio a cavallo da
Kengtung. La strada impervia, ora serpeggiando tra le foreste, ora elevandosi
sulle montagne, si riduce a un sentiero, in cui una lussureggiante vegetazione
spesso cancella ogni traccia e chi vuole transitare deve aprirsi il passaggio
con l'accetta. Giunto in questo luogo sperduto, si improvvisa muratore, cuoco,
ortolano e sarto. Costruisce chiese, orfanotrofi, asili e scuole professionali.
I confratelli ammirano p. Elio non solo perche' resiste in un simile ambiente
lavorandovi attivamente, ma soprattutto perche' si fa rispettare e benvolere da
tutti gli abitanti, shan e lahu, grazie alla sua grande carica di umanita' e di
amore.
Nel 1940 anche per i missionari di Kengtung cominciano a farsi sentire le
dolorose ripercussioni della guerra finche' vengono confinati dagli inglesi in
zone d'isolamento. Gli spostamenti sono continui e numerosi. La prima
segregazione e' nella stessa residenza di Kengtung, dove p. Elio organizza
scuole professionali per i missionari costretti all'inattivita'. Cosi', oltre a
riempire utilmente il tempo, imparano nuove professioni come il meccanico e il
fotografo. Anche p. Farronato ne approfitta per approfondire le sue conoscenze
in campo medico. Dopo un anno p. Eliodoro e altri missionari italiani sono
trasferiti a Kalo' e nel '42 vengono internati in India, a Katapahar, alle falde
dell'Himalaia. Di la' sono portati a Deoli nel Rajasthan. Nel 1943, infine,
vengono tutti concentrati nel campo generale a Dhera Dun, con diverse altre
centinaia di missionari. Padre Elio e' il numero 18522.
Finalmente nel 1944 riacquista la liberta'. Il suo piu'grande desiderio e'
quello di rientrare il piu'presto possibile a Kengtung, ma non riesce a ottenere
il permesso da parte degli inglesi, poiche' la Birmania e' ancora sotto il
controllo giapponese. Si reca allora a Bezwada, chiamato dal vescovo, dove
organizza un dispensario per i fuoricasta. Quando finita la guerra, nel 1946,
puo' tornare a Kengtung, subisce un duro colpo: la missione di Mong-tsat e'
stata rasa al suolo e bisogna ricominciare tutto da capo. Ma il momento della
ricostruzione, anche se faticoso, e' sempre il piu'ricco di fantasia, di
coraggio e di intuizioni. Infatti, proprio in quegli anni, la piccola chiesa
birmana percepisce che, per rendere piu'efficace il lavoro di evangelizzazione,
e' necessario dotare le varie lingue, fino ad allora solamente parlate, di un
alfabeto. E a padre Elio viene affidato l'incarico di studiare sistematicamente
le lingue delle tribu'birmane, fino a diventare il "miglior linguista della
missione".
Inizia, cosi', la traduzione dei manuali di preghiere, storia sacra, catechismi
e canti liturgici nelle lingue Shan, Lahu e Ahka'. Ma il suo incarico non si
esaurisce qui. Infatti, e qui sta forse l'espressione piu'alta di coraggio e di
intelligenza di p. Eliodoro, non sono solo le tribu'dei monti i destinatari
dell'azione evangelizzatrice della chiesa, ma anche le classi sociali
piu'elevate. A questo scopo si mette a compilare il primo catechismo in lingua
khun, quella classica e religiosa, parlata dalla dinastia regnante e scritta per
tramandare nei secoli i testi sacri custoditi nelle pagode. Un catechismo
cattolico scritto in khun, dunque, che richiede alcuni anni d'impegno per la
trascrizione e compilazione. Una "dolce fatica", come la definisce lo
stesso p. Elio. Nel settembre del 1955 torna a Kengtung e nella residenza del
vescovo conclude l'ultima revisione delle bozze, prima dell'approvazione
definitiva. Alla fine di novembre l'importante lavoro e' terminato: «Ora tiro
un lungo respiro - scrive p. Elio al cugino sacerdote - mi dispongo a tornare
alla mia residenza che, purtroppo, e' ancora occupata dalle truppe regolari
birmane: per sommo privilegio mi hanno permesso di utilizzare il piano superiore
della casa. Se non ci fossero i soldati sarebbe meglio! A ogni modo cerchero' di
fare un po' di bene anche a loro, in compenso del male che fanno».
E cosi' ai primi di dicembre del 1955 si appresta a raggiungere Mong Yong, dove
intende celebrare il Natale con la sua comunita' cristiana. I soldati birmani,
che sono alloggiati nella sua casa, gli promettono un passaggio sul loro camion
militare, ma poi se ne dimenticano. Il 4 dicembre, percio', approfittando del
servizio pubblico, p. Farronato si mette in viaggio per Mong Pyak, dove c'e' la
residenza di p. Cattani, situata a meta' strada. Tre giorni dopo, benche'
sconsigliato da tutti a causa dei pericoli che puo' riservare la strada,
riprende il cammino a cavallo, accompagnato da tre uomini.
La mattina del 9 dicembre e' gia' in vista di Mong Yong. Ha attraversato valli e
monti, infestati da briganti e ora, con il cuore in gola, scruta dall'alto il
suo piccolo villaggio e in silenzio fissa lo sguardo tra il verde della radura:
gli sembra di riconoscere la sua casa e, distante appena 30 metri, separata da
una valletta, la tomba del fratello. Quanti ricordi e quanto tempo e' passato,
eppure ogni persona conosciuta e ogni avvenimento sono cosi' vivi in lui. Gli
sembra di riprendere a respirare a pieni polmoni. Ancora dieci chilometri e
arrivera' a casa.
Ma appena ripreso il cammino, viene fermato da diciassette guerriglieri cinesi.
Ancor prima che se ne renda conto e abbia tempo di reagire, viene legato e
ricondotto indietro di mezzo miglio nel folto della foresta. E' l'11 dicembre
1955. Per alcuni giorni i soldati birmani e la gente del villaggio si mettono
sulle sue tracce. E la sera del 14 viene ritrovato il corpo sepolto a fior di
terra sotto alcune pietre, nel greto d'un ruscello. Il cadavere reca tre ferite
d'arma da fuoco al petto e una alla nuca, le braccia e il collo mostrano tracce
di strette legature. Nessuno sa perche' e' stato ucciso, ne' da chi. Forse dai
soldati nazionalisti cinesi sbandati che, dopo l'omicidio, hanno ripreso il loro
vagabondare. Eliodoro viene deposto accanto al fratello e la sua tomba, con
quella del suo Toni, e' testimonianza di fede tra i villaggi sperduti della
Birmania.