PADRE ANGELO MAGGIONI
(14 giugno 1917 - 14 agosto 1972)

16 dicembre 1971: finalmente, dopo nove mesi di guerra civile, i pakistani,
intrappolati e sconfitti firmano la resa con i bengalesi. Dalla secessione con
il Pakistan occidentale, nasce il Bangladesh. Un paese prostrato da distruzioni,
sovrappopolazione e fame, che ancora una volta deve ricominciare da zero. «In
questi mesi quante cose sono successe! Quanti eventi belli e brutti, piu'brutti
che belli: fuga dei nostri cristiani e non cristiani per scappare alle
rappresaglie dei soldati pakistani, distruzione di interi villaggi, saccheggi,
uccisione indiscriminata di gente innocente e poi la guerra di liberazione. Qui
attorno alla missione di Andharkota, lungo il fiume Gange che fa da confine, per
un'estensione di venti miglia, tutti i villaggi sono stati bruciati dai soldati
col pretesto che vi trovavano rifugio i guerriglieri bengalesi. Non solo: in
ogni villaggio pretendevano un certo numero di persone, quelle che capitavano,
giovani e vecchi che non avevano potuto fuggire, facevano loro scavare una fossa
e poi li fucilavano...
Dunque, i pił, presi dalla paura, dall'incertezza dell'avvenire, si sono
dispersi qua e la' in cerca di sicurezza fuori dal pericolo... Nessuno li
tratteneva, la paura era troppo forte; vendevano tutto, buoi, riso, lasciavano
la casa i terreni e se ne andavano. Molti varcando il confine. ... Ora che la
vittoria e' venuta a coronare nove mesi di sacrifici, stanno tornando. E qui
comincia il grosso problema: tutta questa gente ritorna con niente e non trova
niente: ne' casa (quelle non bruciate e saccheggiate sono state deteriorate dal
tempo e dall'alluvione), ne' attrezzi per lavorare, ne' mezzi per vivere (non
hanno ne' buoi, ne' bufali per arare i terreni); l'anno scorso non hanno potuto
fare il raccolto... Tutta questa gente come fara' a vivere?».
Una domanda inquietante che non lascia in pace padre Angelo Maggioni. Lui, che
ha radici contadine, sa bene cosa vuol dire dover fare i conti con la mancanza
di raccolto. E i ricordi vanno indietro di parecchi anni. Quante volte anche la
sua famiglia ha dovuto "stringere la cinghia" perche' l'appezzamento
di terreno affittato a Trezzo, sulle rive dell'Adda, aveva dato un raccolto
magro o era andato male... Lui conosce bene la fatica di suo padre per tirare
avanti la famiglia, tanto da dover sopportare che le sorelle di Angelo, ancora
bambine, lavorassero ai telai di uno stabilimento tessile, con orari
intollerabili. Ricorda l'impossibilita' di sostenere qualunque spesa, tanto che
gli era stato possibile entrare nel seminario del Pime a undici anni solo
perche' il rettore gli aveva concesso di non pagare la quota d'iscrizione.
Ricorda anche il dispiacere di sua madre di non poter comprare le medicine per
alleviare le sofferenze di quella malattia che portera' suo padre alla morte,
nel lontano 1929. E come dimenticare che per cinque anni ininterrottamente non
aveva potuto tornare a casa dal seminario di Treviso perche' non aveva soldi per
pagarsi il viaggio e i familiari non avevano mezzi per andare a trovarlo?
E' con questo grande spirito di sacrificio, maturato in tante ristrettezze, che
ora, a trentadue anni di sacerdozio e ventitre' di missione in Bengala, puo'
affrontare ancora una volta la sofferenza e l'ingiustizia, condividendo con il
suo popolo adottivo dolori e necessita'. Ma non solo. E' la sua bonta', la sua
mitezza che colpisce chi gli sta accanto. Rosa, la sorella maggiore, infatti,
ricorda: «Quando perdeva la pazienza, gli altri non se ne accorgevano nemmeno.
Lui era buono, buono davvero. Non e' mai stato un tipo nervoso. Aveva sempre il
viso contento, anche quando aveva grosse preoccupazioni. E non era capace di
essere duro con nessuno». In missione, di fronte a tanti soprusi e prepotenze
soffre in silenzio, dandosi da fare in mille modi per testimoniare la
misericordia e la solidarieta' cristiana verso tutti. E fa colpo proprio cosi':
con il suo fare mite, il sorriso sereno, il suo parlare pacato e il suo agire
umile. Tanto che un insegnante bengalese del ginnasio di Andharkota, nel
ricevere la notizia della morte del missionario, asciugandosi le lacrime, dice:
«Questo vostro prete incarnava in se' l'idea che noi musulmani abbiamo della
santita': siamo forti nella fede, ma difficilmente lo siamo altrettanto in
mitezza, lui invece era riuscito a fondere insieme queste due qualita'».
P. Angelo Maggioni, nato nel 1917 a Trezzo d'Adda, in provincia di Milano, a 22
anni viene ordinato sacerdote nel Pime. Ma il sopraggiungere della seconda
guerra mondiale gli impedisce di partire missionario. I confini sono chiusi, le
vie di comunicazione bloccate: nessuno, se non per manovre militari, puo'
espatriare. E cosi' per nove anni padre Angelo svolge servizio di vice parroco a
Fara d'Adda, attendendo di partire per il Bangladesh, (l'allora Pakistan
Orientale) a cui e' gia' destinato. Solo nel '48, riesce a salpare. Insieme a
quattro confratelli diretti alla stessa missione, si "intrufola" sulla
Taurinia, una nave ormai rudere di guerra, adibita solo al trasporto merci. Dopo
trentatre' giorni di viaggio, finalmente, il 14 novembre di quello stesso anno,
toccano il suolo bengalese. Ad accoglierli ci sono gli anziani confratelli «macilenti
e ingialliti dalla malaria: essi ci guardavano in faccia e i loro occhi si
riempivano di salute. Noi per loro eravamo la certezza che la missione ora
sarebbe continuata, dopo la reciproca lunga attesa durata dieci anni». Dunque,
forze e speranze nuove.
Da appena un anno la Gran Bretagna ha concesso l'indipendenza al suo grande
impero asiatico (1947), che in base a criteri religiosi, viene diviso in due
Stati distinti: l'India, popolata prevalentemente da indu'e il Pakistan, diviso
in due parti distanti 1500 chilometri l'una dall'altra, i cui abitanti sono in
prevalenza musulmani. E' una spartizione fatta a tavolino e a rimetterci sono
proprio i bengalesi: il Pakistan orientale, infatti, ha perso la sua capitale
culturale ed economica, la grande Calcutta, e si trova cosi' non solo
completamente circondato dal grande stato indiano, ma anche e soprattutto in una
situazione di sfruttamento e di dipendenza assoluta dall'industriale e fiorente
Pakistan occidentale. Padre Maggioni, dunque, inizia e svolge la sua attivita'
missionaria nella zona piu'povera e popolosa di questo impero frantumato, tra i
musulmani bengalesi, per l'80% analfabeti e contadini.
La sua prima destinazione e' la missione di Ruhea, allora retta da un parroco
indiano, poi passa a Mariampur dove impara il santal, per poter comunicare con
le tribu'dei villaggi vicini. Questa infatti diventa la sua attivita'
principale. Anche nei successivi luoghi dove sara' trasferito (Borni, Saidpur,
Dinajpur e infine Andharkota), non impianta grosse strutture, non si dedica alla
costruzione di edifici per opere educative e sanitarie, ma si da' al lavoro
silenzioso tra i tribali santal, formando piccole comunita' cristiane e
apportando il suo aiuto spirituale e materiale. E' convinto che la
"fiacchezza" di questa gente sia dovuta alla malnutrizione: «Non
mangiano mai abbastanza: il riso e' l'alimento base, spesso l'unico, sovente non
c'e' neppure questo». E poi «il caldo umido, che passa i 40 gradi, mette
addosso una tale spossatezza, che si ha voglia solo di bere e dormire. Quando si
comincia a respirare un po' meglio, iniziano i mesi di pioggia e allora si vede
acqua a non finire. Non solo i campi, ma anche le strade si allagano, le capanne
vengono danneggiate e il raccolto del riso va in malora. Poi ritornano i mesi di
siccita' che, giungendo inesorabilmente, fanno prevedere carestia».
Un circolo vizioso di alluvioni e siccita', che rendono difficile una
coltivazione costante e fruttuosa. P. Maggioni, allora, progetta lavori di
irrigazione, per garantire acqua nella stagione secca e per diminuire le
inondazioni durante la stagione delle piogge. Dal 1948 padre Angelo torna in
Italia solo due volte: nel 1961 e nel 1971. Ed e' proprio durante quest'ultima
vacanza a casa di sua sorella Rosa, che apprende dai giornali italiani notizie
sempre piu'tragiche sul Pakistan orientale: il presidente Yahya Khan sta
ordinando sanguinose repressioni contro i separatisti del Bengala, che hanno
proclamato la repubblica popolare del Bangladesh il 26 marzo del 1971. La guerra
civile provoca dieci milioni di profughi e suscita l'intervento dell'India in
difesa dei bengalesi. Padre Maggioni riceve notizie poco confortanti da
Andharkota e fissa subito la data della partenza. La sorella cerca di
persuaderlo, ma non c'e' nulla da fare: «Io gli dicevo - ricorda Rosa Maggioni
- "Perche' vai? Resta almeno finche' la situazione non si sia calmata.
Tanto non puoi mica cambiare nulla". "Lo so, - mi rispondeva con la
sua solita aria serena - ma bisogna che io vada. Sono il piu'vecchio della
missione, so come risolvere certi guai"».
Cosi' padre Maggioni, senza pensarci due volte, ritorna in Bangladesh, ad
Andharkota. Trova numerosi villaggi bruciati e saccheggiati e si vede costretto
a dolorose peripezie per salvare cristiani e indł; tant'e' vero che, poiche'
protegge poveri e indifesi, viene percosso e maltrattato. A casa, pero',
preferisce non scrivere nulla di quello che gli sta capitando. Solo qualche
accenno alla condizione generale del Paese, come nella lettera del 26 ottobre
1971: «La situazione e' sempre precaria, sempre soggetta a peggiorare, come un
bubbone che puo' scoppiare da un momento all'altro. E' questa atmosfera di
incertezza che ci tiene con il cuore in sospeso. Non possiamo progettare niente
per il futuro, poiche' non si sa come potra' essere. La fiducia in Dio, e'
questa che ci sostiene». Poi in Italia, per diversi mesi, si resta senza
notizie. Solo a gennaio del 1972 arriva una nuova lettera di padre Angelo, in
cui parla di distruzioni immani e di tre milioni di morti dall'inizio della
guerra civile. Con l'arrivo degli indiani, infatti, comincia la spirale di
violenza contro i pakistani occidentali in territorio bengalese, contro coloro
che sembrano pakistani, o fa comodo ritenere pakistani: gente linciata, sgozzata
per le strade. Muoiono assassinati anche tre missionari, tra cui il bengalese
padre Lucas, ucciso con un colpo di fucile alla nuca.
Poi, molto lentamente, in primavera, ricomincia la ricostruzione. Tutto raso al
suolo. Case, scuole, strade, canali, ponti, hanno subito distruzioni immani. Il
primo ministro del nuovo stato bengalese, Mujbur Rahman, accetta aiuti economici
e umanitari da chiunque. Le organizzazioni internazionali cattoliche, dunque,
d'accordo con il governo di Dakha, si danno da fare per incentivare
l'autopromozione dei bengalesi e aiutano la gente in mille modi, per riuscire
almeno a soddisfare i bisogni di prima necessita'. Padre Maggioni e' parroco in
Andhakota, ma si dedica molto anche all'apostolato nei circa quaranta villaggi
sparsi nel territorio della sua parrocchia, dove viene a contatto con i profughi
rientrati dall'India che «vivono sotto le tende, in capanne improvvisate con
foglie e paglia, o sotto le piante. Mi stringe il cuore al vedere le condizioni
di vita di tanta gente senza casa, senza lavoro, senza cibo». E a nessuno
riesce a dire di no: «Tutto il giorno la mia casa e' assediata da turbe di
gente che invocano aiuto: chi vuol essere aiutato a costruire la casa, chi vuole
vestiti, chi un po' di riso o di frumento, qualche donna domanda latte in
polvere per i suoi bambini, chi domanda aiuto per comprare buoi o recuperarli;
altri chiedono che si metta una pompa d'acqua nel loro villaggio o un pozzo,
perche' non hanno acqua da bere». La missione diventa un centro propulsore di
raccolta e distribuzione. E' l'unica organizzazione sociale che funziona. «Bande
armate, poi, girano per le campagne, disposte a qualunque rapina. Cosi' le
residenze dei missionari, spesso isolate, sono le piu'esposte agli atti di
brigantaggio, proprio perche' punto di convergenza e di smistamento degli aiuti
provenienti dall'estero». E' il caso di padre Angelo.
E' l'una di notte del 14 agosto 1972: una banda di ladri, armati di fucile, fa
irruzione nella missione di Andharkota. Sulla veranda, a pian terreno, tre
ragazzi cristiani stanno dormendo tranquilli. I ladri gridano, schiamazzano,
chiamano il missionario. Padre Angelo, svegliato di soprassalto, si affaccia.
Non riesce neppure a far luce con la pila che subito gli sparano due colpi di
fucile. Si ripara in casa. Intanto due dei ragazzi alloggiati in veranda
scappano, mentre il terzo viene catturato e costretto a dire dove sono i soldi.
Non lo sa. I ladri si precipitano al piano superiore e mettono a soqquadro la
casa. Si sentono altri colpi di fucile. La gente dei villaggi vicini grida
spaventata, ma nessuno ha il coraggio di intervenire. Dopo tre quarti d'ora i
ladri, delusi, fuggono via senza essere riusciti a trovare le poche centinaia di
rupie che il padre ha ritirato dalla banca il giorno prima. Subito le suore e i
vicini accorrono, ma padre Angelo e' gia' morto, steso nel mezzo della sua
camera. Una pallottola, sparata attraverso la fessura della porta, gli ha
trapassato l'aorta.