PADRE SALVATORE CARZEDDA
(20 dicembre 1943 - 20 maggio 1992)
Un martire del dialogo
«Scoprire la via che Lui ci indica a volte e' molto difficile ed enigmatico.
Ora viviamo proprio come Abramo... andremo in una terra che noi non conosciamo.
Non conosciamo neanche il nome di questa terra: Thailandia, Africa, Giappone,
Filippine, Hong Kong...? Adesso non voglio neanche saperlo. Quando arriveremo vi
manderemo una cartolina con l'indirizzo».
E' il 19 ottobre del 1975: padre Salvatore Carzedda (Battore per gli amici) sta
scrivendo da Oxford al gruppo di giovani che ha lasciato a Mascalucia. E' forte
il legame che li unisce, cosi' come e' profonda l'amicizia che lo lega agli
altri due confratelli che sono con lui a studiare l'inglese prima di partire per
la missione. Sebastiano D'Ambra, Antimo Villano e lui, sono un trio
inseparabile. Durante i quattro anni che hanno vissuto insieme hanno imparato a
volersi bene, a stimarsi e rispettarsi.
Infatti, dopo l'ordinazione sacerdotale avvenuta il 15 luglio 1971, p. Salvatore
e' stato assegnato, con p. Antimo suo compagno di classe, alla casa di
Mascalucia, in Sicilia, dove ad attenderli c'e' p. Sebastiano. E qui i tre
missionari, che avvertono tutta l'urgenza del problema giovanile esploso con
particolare violenza dagli anni della contestazione, si dedicano con passione
alla progettazione e alla cura di una comunita' vocazionale, attraverso la quale
riavvicinare i ragazzi alla bellezza della fede e dell'ideale missionario. P.
Salvatore si rivela una figura carismatica: sa ascoltare, infondere fiducia,
condividere speranze profonde. Il lavoro non manca e neppure gli esiti positivi.
Tuttavia, dopo appena tre anni chiedono ai superiori di poter partire perche' si
rendono conto che per vivere pienamente il loro ideale devono lasciare tutto,
anche cio' che li riempie di soddisfazioni.
Il primo a lasciare Mascalucia e' proprio Salvatore, che si reca in Inghilterra
per lo studio dell'inglese. Ed e' il primo a sperimentare la solitudine. Il 6
novembre del 1974 e' gia' sera inoltrata quando si lascia trasportare dalla
malinconia, ricordando i suoi amici siciliani: «Sento molto la vostra mancanza
- scrive a un'amica. - Mi sento svuotare giorno per giorno e penso con nostalgia
ai momenti di grazia vissuti insieme. Sto vivendo il mio "deserto". Lo
studio dell'inglese, per quanto intenso, non da' molte soddisfazioni. Io sono
impaziente di poter parlare, ma ci vuole tempo perche' si possa capire e
dialogare con facilita'. Vado a scuola tutti i giorni. E' una grande
sfacchinata, mi auguro pero' che tutto possa servire per il Regno di Dio dentro
di me». E due giorni prima aveva scritto ai suoi amici: «Mi trovo a volte
veramente come Abramo, solo e inconsapevole di cio' che sara' la mia vita».
Questa e' la piu'grande "tortura". Dopo un anno di permanenza in
Inghilterra, Salvatore viene raggiunto da Antimo e Sebastiano. Ma la loro
destinazione definitiva e' ancora avvolta nel mistero. Poi, finalmente, nel
gennaio del 1977 la decisione dei superiori: i tre amici sono destinati alle
Filippine.
Salvatore e Sebastiano vengono assegnati alla missione di Siocon: «Siocon e'
una vera desolazione! - scrive Battore, due mesi dopo l'arrivo nelle isole - E'
una municipalita' a nord di Zamboanga, citta' di Mindanao, con un'estensione
parrocchiale di 4000 chilometri quadrati. Puo' essere raggiunta solo via mare,
poiche' non ci sono strade. Si prende una specie di barcone e se tutto va bene,
dopo 10-15 ore di oceano si sbarca ancora in mare in altre piccole barche che
raggiungono la riva. Ricordate il film di p. Damiano? Esattamente lo stesso! Ma,
mentre vedere il film di Molokai e' entusiasmante, non lo e' altrettanto vivere
una situazione del genere! Per raggiungere i venti villaggi attorno, si usano i
piedi o, alle volte, piccole barche! Non c'e' elettricita' e nemmeno il
telefono. La posta arriva circa una volta la settimana, quando parte da
Zamboanga la famosa "Lancia". Pero' a Siocon siamo davvero fortunati
perche' la posta ci arriva direttamente in camera: il postino, infatti, quando
e' libero dal suo lavoro (molto poco per dir la verita') e' sempre a casa
nostra. Siocon mi fa una certa paura per l'isolamento, pero' la gente e' povera,
buona, cordiale, non ancora toccata dalla societa' dei consumi. Dopo molta
preghiera e riflessione abbiamo scelto come nostro campo di lavoro proprio
questo posto... cosi' una piccola barca a motore ha portato me e Sebastiano al
"centro del mondo"».
A Siocon p. Salvatore arriva con il sogno di dedicarsi ai giovani, come ha fatto
in Sicilia. Si deve occupare, invece, soprattutto della formazione dei
catechisti e dei leader ecclesiali. La parrocchia, molto vasta, ha bisogno di
laici preparati, capaci di animare la liturgia e la vita comunitaria nei
villaggi: «Man mano che il tempo passa - scrive il 4 dicembre 1978 - tutto
diventa piu'familiare: il volto di tante persone, i problemi della povera gente,
la lingua, i costumi, le tradizioni. Capiamo sempre piu'che, nonostante le
apparenze, viviamo in un mondo diverso! La situazione politica ed economica
delle Filippine e' ormai nota a tutti. Continuiamo a vivere sotto il regime
militare con la legge marziale dal 1972 e sembra che il sistema si rafforzi
sempre più! Insomma, la gente ha paura, tace e continua a soffrire e a essere
sfruttata. Nella nostra zona pensare a uno sviluppo di strade, di elettricita',
di qualche piccola industria, e' ancora un sogno. Questa e' Siocon: tagliata
fuori dal resto del mondo e dai centri commerciali e amministrativi di Mindanao.
La gente vive per lo piu'di piccoli espedienti. Mangia riso, vegetali e pesce,
quando c'e'; tutti i giorni... e tutti i giorni e' lo stesso. Il tempo qui corre
veloce e chiarisce sempre piu'a noi stessi il motivo della nostra presenza in
mezzo a questa gente. Ci sarebbero molte cose da fare, ma essenzialmente noi
siamo qui per testimoniare i valori evangelici e annunciare il messaggio di
liberazione da ogni forma di schiavitù!».
Nel 1979 anche padre Antimo giunge a Siocon per sostituire Sebastiano che inizia
un lavoro piu'diretto tra i musulmani. Il momento e' critico e ricco di
tensione. La guerriglia musulmana e' particolarmente attiva nella sua lotta per
l'indipendenza di Mindanao dal potere centrale di Manila: «La situazione sta
diventando sempre piu'critica e rischia di sfuggire dalle mani di Marcos, che
domina il paese con la forza dei militari e con i "decreti
presidenziali". Tutta la vita di questa gente, il frutto dei loro campi e
del loro lavoro, il loro tempo libero, l'educazione, il tipo di sviluppo
socio-economico, persino l'uso della piccola proprieta' dipendono dai...
"decreti presidenziali"! Il terrore regna sovrano e di fronte agli
abusi militari si tace per paura di rappresaglie».
I tre amici si dedicano ad attivita' diverse, ma sempre in uno stile di
condivisione. Spesso si incontrano e con grande fiducia e sincerita' si
scambiano i loro punti di vista e si comunicano le loro impressioni: «Ho
conosciuto tanti giovani musulmani che parlavano con determinazione di lotta,
violenza e rivoluzione come l'unica soluzione per rivendicare i loro diritti»,
racconta spesso, amaramente, Sebastiano. Salvatore ascolta, si lascia
affascinare da quel mondo che il suo amico sta esplorando: «Quante volte -
continua - ho ascoltato le loro storie in silenzio, specialmente quando, dopo un
certo periodo di missione, ho deciso di andare ad abitare in un villaggio
musulmano, vicino al mare. La sera infatti, vicino alla mia capanna, si
riunivano i ragazzi che giocavano tra loro, e gli anziani che raccontavano le
loro storie. Erano tanti i giovani che dicevano di sentire il dovere di
difendere le loro famiglie, le tradizioni, la dignita' e la terra. Avevano
assistito a tanti atti di violenza, parecchi dei loro parenti erano rimasti
vittime di massacri da parte dei militari o di vendette tra cristiani e
musulmani. Sapevano che erano obbligati, secondo la loro cultura, a vendicarsi.
Diventava quasi un impegno morale... Sai, Battore, l'altro giorno, l'ho vista
proprio brutta! Mi trovavo con una sessantina di ribelli e alcuni dei loro
familiari in un posto vicino al mare, lontano dagli occhi di tutti, per portare
a termine difficili trattative e fare da mediatore di pace. Lo splendido
paesaggio marittimo faceva da cornice alla tensione, alla mancanza di cibo e
altri disagi. Restammo li' una settimana... poi all'improvviso l'allarme: erano
stati avvistati i militari nelle vicinanze. Eravamo quasi circondati. Restava
solo una via di salvezza: inoltrarci nella foresta scalando una montagna. Il
comandante dei ribelli si avvicino' a me, mostrando la sua preoccupazione mi
disse: "Padre, siamo stati traditi, i militari si stanno avvicinando,
bisogna andare via subito da quel posto. Tu potresti raggiungere il villaggio
vicino e noi andremo nella foresta". Ma non me la sentivo di lasciarli
proprio in quella situazione e dissi: "Vengo con voi". Commosso, mi
abbraccio' e mi disse: "Padre, se i militari ci attaccheranno noi ti
difenderemo, tu sarai l'ultimo a morire"».
Salvatore resta vicino all'amico e incoraggia i suoi sforzi. Sebastiano non e'
tipo da lasciarsi intimorire e poi, in un anno di "avventure", ha
quasi completato la sua missione di pace. Nelle tranquille serate della stagione
secca, mentre la fresca brezza spazza via la calura del giorno e fa ondeggiare
le ampie foglie dei banani e il sole ha lasciato il posto a una miriade di
stelle, i due missionari inforcano la moto e vanno a trovare le famiglie dei
tribali dispersi nella foresta. Sfrecciando sulla mulattiera di fango hanno
tempo per raccontarsi le vicende del giorno, per ricordare, discutere il da
farsi e aggiornarsi, prima di raggiungere le palafitte di legno di cocco. La
notte del 9 febbraio del 1981 sono ormai nella piazzuola del villaggio. E' buio,
solo qualche fioca luce delle lampade a paraffina proveniente dalle finestre e
il timido riflesso azzurrognolo della luna, aiutano a riconoscere i volti.
All'improvviso, mentre un gruppo di persone circonda la moto, parte un colpo di
pistola. E' un attentato, o forse un ribelle musulmano in cerca di vendetta. Un
tribale, che sta parlando con Sebastiano, rimane a terra. Ma il bersaglio e'
proprio lui, "il prete". E' l'inizio di una situazione insostenibile.
P. Salvatore continua la sua attivita' pastorale, ma p. Sebastiano deve lasciare
Siocon e rientrare in Italia. Hanno toccato con mano che nel dialogo non basta
parlare e parlare bene, essere simpatici, avere tanti amici... e' necessario
anche pagare di persona, portare la croce, saper aspettare.
Cosi', mentre Salvatore consolida il suo impegno per creare buoni rapporti tra
musulmani e tribali, Sebastiano si mette a studiare islamologia e arabo al PISAI
(Pontificio Istituto di Studi Arabi e d'Islamistica) di Roma, non perdendo mai
la speranza di ritornare nelle Filippine. L'attesa non e' vana. Nel 1983 puo'
rimettere piede nell'isola di Mindanao e realizzare il suo sogno: fonda, a
Zamboanga City, un movimento di dialogo islamo-cristiano chiamato Silsilah
(catena); un gruppo di musulmani e cristiani che cominciano a incontrarsi per
approfondire un cammino di fede e fraternita' attraverso la preghiera, la
riflessione, lo scambio d'idee e i gesti di solidarieta'. Poco alla volta
l'esperienza s'allarga, coinvolgendo tante persone interessate a questo
progetto.
P. Salvatore, da Siocon, continua a sostenere spiritualmente l'iniziativa del
suo amico e ne segue con interesse i primi passi. Ma nel 1986 gli viene affidato
un altro incarico: «Ho avuto una chiamata urgente da Roma e una nuova
destinazione nel Pime degli USA per lavoro di formazione e animazione... Cosi',
nel momento piu'bello della mia missione, con il cuore infranto, devo lasciare
tutto, partire e ricominciare di nuovo! Che ne dici Sebastiano?». Ancora una
volta chiede consiglio al suo amico, che nel frattempo e' stato nominato
superiore regionale delle Filippine. Sebastiano, che sa quanto e' duro inserirsi
in un ambiente nuovo dopo aver abbandonando affetti e progetti, e quanto e'
preziosa la presenza di Battore nelle Filippine, potrebbe trattenerlo. Ma
capisce altrettanto bene che non sarebbe giusto fermarsi a considerazioni di
carattere puramente umano e lo incoraggia a partire, proponendogli di
approfittare della permanenza negli USA per approfondire il tema del dialogo: «E,
chissa', quando tornerai qui, potremo condividere meglio l'attivita' del
Silsilah! Non sarebbe bello lavorare ancora insieme, io e te?».
Tra il gruppo di filippini da seguire, gli impegni pastorali, la tesi, i tre
anni a Chicago volano. E in men che non si dica si ritrova nuovamente a fianco
di Sebastiano, proprio mentre Cory Aquino, il nuovo presidente delle Filippine
succeduto a Marcos, consegna al Silsilah il premio nazionale per la pace, nel
settembre del 1990. Padre Salvatore e' frastornato dagli applausi e dai discorsi
ufficiali, ma il suo cuore e' stracolmo di felicita'. E' dall'aprile del
medesimo anno che, finalmente, lavora a tempo pieno nel movimento come
responsabile del settore editoriale: una rivista mensile e una collana di libri
formativi.
Intanto la situazione politica e sociale delle Filippine continua ad essere
difficile: «Di fronte all'"indifferenza" dei politici e alla violenza
armata dei detentori del potere - scrive Salvatore il giorno di Natale del '90 -
i sogni dei poveri si trasformano in incubi di sopravvivenza! In mezzo a tanta
confusione e lotta per la vita, noi continuiamo a lavorare per la pace
attraverso il processo penoso del dialogo... E' solo nel dialogo che diventiamo
noi stessi piu'ricchi e arricchiamo gli altri della nostra esperienza religiosa».
E un anno dopo: «Noi continuiamo a proclamare la speranza convinti che la
trasformazione nostra e del mondo non e' l'effetto immediato di una decisione o
di un evento storico, ma l'impegno di tutti i giorni per la vita. Anche
l'esperienza di dialogo si pone in questa dimensione di speranza che va al di
la' delle frustrazioni di tutti i giorni. Se cessassimo di dialogare perderemmo
l'abilita' di immaginare un mondo diverso da quello presente: perderemmo
l'abilita' di immaginare metodi di resistenza e modi di sostenersi a vicenda
nella lunga lotta per la giustizia e la verita'; perderemmo l'abilita' di
sperare e amare in tutte le forme. Credo che il nostro resistere sia un atto di
gioia, perche' e' un atto di speranza in Colui che ha vinto la morte». Quindi,
nonostante le difficolta', il lavoro del Silsilah prosegue e Salvatore si
impegna in corsi estivi sul dialogo tra musulmani e cristiani.
E' la sera del 20 maggio del 1992. Dopo il successo dell'anno precedente,
Salvatore e Sebastiano stanno riproponendo il summer course (corso estivo) a un
gruppo di musulmani e cristiani. Il primo giorno di corso si e' appena concluso
e i due missionari, che fino al giorno prima erano incerti sull'esito
dell'iniziativa, sono soddisfatti e si complimentano a vicenda. Si scambiano
ancora qualche battuta e poi, mentre Sebastiano si ferma ancora un po' per
organizzare le attivita' del giorno dopo, Salvatore rientra a casa in macchina.
«A domani!».
Riecheggiano ancora le ultime parole, quando l'auto di Salvatore, giunta ormai
vicino alla residenza del Pime, e' superata da uno dei due motorini che da tempo
lo stanno seguendo. Si affianca e il giovane che lo guida esplode contro il
missionario alcuni colpi d'arma da fuoco. «Chiamato subito sul posto del
delitto, - racconta p. Sebastiano - ho visto Battore in un bagno di sangue. Era
gia' morto. Quanti sentimenti sono passati nella mia mente e nel mio cuore. Ero
li', senza parole, accanto al mio piu'caro amico, martire del dialogo. Non mi
sembrava vero. Non mi parlava più... sembrava quasi che tutto fosse finito.
Spesso mi ripeteva che il vero dialogo e' ascolto e silenzio. Lo prendevo in
giro perche' lui era un chiacchierone. Ora per lui tutto e' silenzio. Il
silenzio, pero', eloquente, del martirio. I cristiani e musulmani che a
centinaia hanno pregato accanto alla sua bara, hanno espresso la volonta' di
continuare il cammino del dialogo, con piu'impegno, sicuri che p. Salvatore dal
cielo avrebbe guidato i nostri passi. E cosi' e'».
Ma chi ha ucciso p. Salvatore? «Da quel maggio - continua p. Sebastiano - tante
volte mi e' stata rivolta questa domanda. La situazione e' complicata e ancor
oggi e' difficile fare un'analisi completa di cio' che e' accaduto. C'e' chi
dice che siano stati i fondamentalisti islamici, altri i militari, altri ancora
persone o gruppi che vogliono fermare il cammino della pace e del dialogo tra
cristiani e musulmani. Dove sta la verita'? Me lo chiedo anch'io. Di sicuro, so
una cosa soltanto: che dobbiamo andare avanti. Si e' formata una nuova catena
d'impegno, un patto di sangue, che nessuno potra' mai strappare dal mio cuore.
Davanti a questo mistero, c'e' la sfida di trovare insieme la via dell'armonia e
della pace».