PADRE MARIO ZANARDI
(8 agosto 1904 - 19 novembre 1941)

A Soncino, paesotto tra Cremona e Treviglio, l'8 ottobre 1904 nasce Mario, il
secondo dei tredici figli di Luigi Zanardi, mercante ambulante nei cascinali e
nei paesi vicini. Figlio di commercianti, dunque, e' proprio dal padre che
eredita lo spirito di intraprendenza e la vivacita' di carattere.
Sereno, esuberante ed espansivo, Mariolino ha una grande fantasia, tanto che,
frequentando l'oratorio, riesce a coinvolgere gli altri ragazzi ingegnandosi con
la musica, la pittura e la meccanica. E' all'oratorio che, a servizio dei
piu'piccoli, matura la sua formazione spirituale e la sua vocazione al
sacerdozio. Cosi', a sedici anni, dopo un anno dalla morte della mamma, decide
di entrare nel seminario diocesano di Cremona. Ma a poco a poco cresce in lui il
desiderio di essere missionario. Il 9 febbraio 1925, nel seminario di Cremona
viene ufficialmente costituito il Circolo Missionario, con lo scopo dichiarato
di far maturare nei seminaristi un'autentica sensibilita' missionaria. Mario
Zanardi ne rimane pienamente coinvolto e anche quando, dopo la seconda teologia,
passa al seminario del Pime a Monza, non si dimentica delle sue
"origini". Rimarra' sempre legato cosi' profondamente a questo Circolo
che, anche dalla Cina, non gli fara' mai mancare le sue lettere.
Nella casa del Pime a Monza, pur essendo impegnato nello studio, Mario non
smette di manifestare la sua creativita' e durante il tempo libero, si esercita
in mille "esperimenti" con il legno e con la plastica, attivita' che
gli saranno utili in missione e che lo aiuteranno ad abbellire le povere
cappelle delle comunita' cristiane. Anche la musica e il teatro continuano ad
appassionarlo, tanto che compone un dramma missionario, rappresentato con
successo.
L'11 giugno 1927 e' ordinato sacerdote. Poche settimane per i saluti e i
festeggiamenti, poi la partenza per la Cina. E' il 17 agosto, e a bordo del
piroscafo Venezia inizia quello che chiama il suo "viaggio di nozze",
malgrado il mal di mare che, per tutto il tragitto, lo fa soffrire tanto da
impedirgli di celebrare quotidianamente l'Eucaristia. Il viaggio faticosissimo
dura tre mesi durante i quali, nelle lunghe conversazioni con il medico di
bordo, con gli indiani confinati giu'in quarta classe, con l'equipaggio, parla
spesso della sua fede cristiana. Finalmente sbarca a Shanghai. L'ultimo tratto
del viaggio, da Hankou a Kaifeng, dove e' destinato, e' il piu'emozionante. I
treni sono requisiti dai soldati comunisti e i civili sono stipati in vagoni
bestiame, con fermate eterne. Ma p. Mario si consola: «Vada come vuole, qui non
c'e' il mal di mare! E poi, cosa sono questi disagi in confronto alle rischiose
spedizioni dei nostri primi padri missionari!».
A Kaifeng la sua prima occupazione e' quella d'imparare la lingua: «Il vescovo
mi ha dato un libro e un maestro: domani comincio a studiare! Se non fosse per
il Signore, credo non arriverei mai a imparare il cinese. Ma, per amor suo e con
il suo aiuto, voglio non solo parlarlo, ma leggerlo, scriverlo e persino
cantarlo... qui i cristiani lo cantano sempre cosi' bene!».
Solo quattro mesi dopo, cio' che sembrava impossibile diventa realta': puo'
confessare in cinese e nelle comunita' cristiane i fedeli si stupiscono che
sappia parlare la loro lingua come un anziano... e pensare che deve ringraziare
i bambini e la loro pazienza nel ripetergli mille volte la pronuncia d'un
monosillabo! Nel 1928, dopo un anno dal suo arrivo, il vescovo gli affida il
distretto di Weishe: tutto da creare e organizzare. Ci vuole un grande
entusiasmo e p. Mario e' il tipo adatto.
Weiche e' un distretto molto vasto, costituito solo da poche centinaia di
cristiani molto poveri e dispersi in piccoli villaggi lontani uno dall'altro
quindici, venti chilometri, in luoghi infestati da briganti. «La poesia del
missionario e' bella vederla scritta... pero' io sono contento di essere
missionario anche in mezzo a mille difficolta'. Quando ho proprio il cuore
gonfio, vado in chiesa a sfogarmi con Dio. A volte e' l'unico che mi possa
comprendere... Dopo un po' riprendo le mie occupazioni e tiro avanti».
Si procura catechisti, apre scuole, inizia un dispensario e, a giorni e ore
stabiliti, e' lui stesso che assiste gli ammalati. Anche in questa occasione
dimostra un'eccezionale prontezza nell'organizzare le risposte piu'adatte ai
problemi che deve affrontare. Ma proprio quando il distretto e' nel pieno delle
attivita', gli viene comunicato l'ordine di trasferimento in un altro
"campo di lavoro": e' il giugno 1931. P. Mario e' disposto, come
sempre, a obbedire, ma non lo sono i suoi fedeli che, per trattenerlo, inviano
al vescovo numerose suppliche e addirittura un'ambasceria composta dalle persone
piu'ragguardevoli ed eloquenti del distretto. Ma tutto e' inutile e padre
Zanardi organizza, di nascosto, la sua partenza: mentre un'ennesima
rappresentanza e' in viaggio per Kaifeng, il padre ne approfitta per andarsene.
Di buon mattino esce dalla citta', inforca la motocicletta che il vescovo gli ha
regalato e si dirige a Dingcunji, la sua nuova destinazione.
«Ci sono stati gli altri, ci staro' anch'io!», aveva risposto al vescovo che
gli proponeva quel distretto, dove tutti andavano a malincuore perche' dislocato
all'estrema periferia della missione, situato sul confine di tre province e
infestato dai banditi. Il vescovo preferisce mandare lui non solo per la sua
intraprendenza, ma perche' e' giovane e, inoltre, e' un ottimo motociclista, il
che, laggiù, puo' rappresentare la salvezza. Quante volte, infatti, p. Zanardi
deve ringraziare la velocita' della sua moto!
Certamente, nell'affrontare i pericoli, e' aiutato anche dal suo carattere
gioviale e aperto che riesce a conquistare perfino la durezza dei soldati e dei
banditi. Nell'autunno 1936, p. Mario viene nominato vicario foraneo del vasto
distretto di Luyi, di cui fa parte anche Dingcunji e che conta comunita'
cristiane molto antiche. Ma le ripercussioni della guerra, l'incertezza della
situazione, il rincaro delle derrate, la miseria del popolo si fanno sentire
anche troppo, cosi' che, a contatto con questa realta', i bei progetti che ha in
mente vengono accantonati. Le bande di briganti imperversano, seminando rovine e
saccheggiando, tanto che p. Mario scrive ai seminaristi membri del Circolo
missionario di Cremona: «...Voi nella pace e nella serenita' del seminario, noi
in mezzo ai pericoli di ogni guerra, che talvolta ci fanno sospirare il Paradiso
come luogo di dolce riposo: stiamo sempre uniti nella preghiera. Noi soprattutto
abbiamo bisogno della vostra carita' perche' invochiate dal Signore misericordia
e perdono su tante deficienze... Seguitemi sempre con le vostre preghiere,
specialmente in questi momenti poiche' siamo in mezzo agli orrori della guerra e
del brigantaggio».
Infatti nella primavera del 1938, come se non bastassero i briganti, arrivano i
giapponesi con il seguito abituale di saccheggi, rapine e violenze. P. Zanardi
riesce a stento a mettere in salvo le suore cinesi e le catechiste. Passati
quelli, i briganti, tornati padroni del campo, finiscono di dissanguare la
povera gente gia' immiserita dalla guerra e dall'inondazione del Fiume Giallo,
che riduce le capanne dei villaggi a mucchi di melma coperti di paglia marcia.
L'inverno successivo provoca, in una situazione gia' disperata, una quantita'
immensa di disperati che cercano alla missione cattolica un po' di cibo: una
scodella di brodaglia nera, distribuita due volte al giorno, ma che ha
prosciugato tutte le risorse di p. Mario desideroso solo di alleviare, almeno in
minima parte, tante sofferenze.
P. Mario, intanto, si trova sballottato da un padrone all'altro e non sa piu'chi
comanda. Nel 1939 scrive: «In tre giorni abbiamo cambiato tre padroni: cinesi,
giapponesi e briganti si susseguono depredando le ultime scorte di viveri...
Viviamo ogni giorno completamente abbandonati nelle mani del Signore». Ed e'
questa la forza che lo fa andare avanti e che gli fa trovare anche dei motivi di
gioia. Nell'estate 1939, mentre i giapponesi occupano per la terza volta la
citta', p. Mario riceve un tandem, regalatogli dagli amici di Soncino. Nessun
dono potrebbe essergli piu'gradito! Puo' finalmente viaggiare insieme al proprio
"factotum", il catechista, che all'occasione diventa chierichetto,
segretario e interprete, avvocato nelle liti tra cristiani e non cristiani e, in
assenza di p. Mario, anche giudice. Sempre e dovunque animatore pastorale e
conferenziere. Sul tandem p. Zanardi puo' portare con se' tutto l'occorrente per
la celebrazione della Messa, la catechesi e l'animazione: libri, oggetti
devozionali, stampa cattolica. Le comunita' cristiane possono essere visitate
piu'spesso e a Natale puo' spostarsi piu'facilmente per celebrare la messa in
comunita' diverse. E' davvero felice! Il tandem. Un regalo caro, che gli ricorda
la patria lontana, a cui e' molto legato. Contento di aver potuto impiantare un
apparecchio radio rudimentale, puo' anche seguire le vicende dell'Italia e, pur
di tenersi al corrente con le notizie italiane, si alza alle tre di notte per
ascoltare il giornale radio. Cio' gli costa un enorme sacrificio: per svegliarsi
al mattino, non solo punta due sveglie che trillano da far sfondare i timpani,
ma deve persino ordinare ai suoi domestici di bussargli ripetutamente alla
porta. «Eppure, voi che vivete in mezzo alle comodita' moderne, non potete
neppure comprendere che dolce compagnia sia per me la radio, che mi porta
notizie di "casa". Ieri ho avuto la fortuna di ascoltare il papa e vi
dico che per me fu una grande commozione sentire in mezzo a questa immensa Cina
la sua "dolce" voce».
Forte, spiritoso, allegro, ma anche molto sensibile e affezionato alla sua
famiglia, p. Mario vive intensamente i legami affettivi e non riesce a
nascondere a lungo la sua nostalgia: «Ieri - scrive ai suoi familiari il 3
giugno del 1940, - il mio spirito era triste e grigio come il cielo. Pensai a
tutti voi, alle cose presenti e passate; ai miei amici morti o perduti per la
via. Lessi qua e la' il lungo vostro epistolario, che mi ricorda tante e tante
cose ormai lontane piu'di vent'anni e i miei occhi, a tanti ricordi, si
inumidirono di lacrime. Non sono riuscito a trattenere il pianto. Ho vegliato
fino a notte tarda. Poi, finalmente, sono riuscito ad addormentarmi».
Il 1940 si era aperto con molti problemi, anche se per nulla diversi da quelli,
purtroppo, abituali. E nessuna speranza: «Mandatemi quanto potete: qui la
miseria e' molta; a uscir di casa vengono le lacrime agli occhi». In autunno,
pero', ha una grande consolazione: arriva a Kaifeng mons. Barosi, suo
concittadino e compagno di studi. Finalmente si possono riabbracciare dopo
quindici anni! In autunno celebrano insieme il centenario del beato Giovanni
Gabriele Perboyre, un missionario francese martirizzato nel Henan nel 1840.
L'anno dopo, quando mons. Barosi decide di recarsi a Dingcunji, p. Zanardi lo
accompagna. Il 18 luglio 1941, non avendo ricevuto notizie allarmanti e benche'
p. Zanardi sappia che in quel distretto, considerato "terra di
nessuno", gli italiani sono malvisti, di buon mattino lasciano la citta' di
Luyi in tandem, seguiti da due domestici in bicicletta. Entrambi sono consci del
pericolo cui vanno incontro, eppure p. Mario e' contento di poter rivedere tante
persone amiche. Lungo la strada viene loro incontro p. Zanella e tutti e tre,
alle quattro del pomeriggio, arrivano a Dingcunji dove c'e' ad aspettarli p.
Lazzaroni.
Tutto sembra tranquillo. Ma la situazione generale e' troppo compromessa perche'
si possa scommettere sul giorno dopo.
MARTIRIO A DINGCUNJI
(19 novembre 1941)
E' il 19 novembre 1941: una domenica di tardo autunno, i primi venti che
soffiano dal nord raggelano l'aria. Ma a Dingcunji c'e' aria di festa,
nonostante il grigiore autunnale: c'e' mons. Barosi in visita pastorale. Ogni
cristiano ha fatto il possibile perche' il paese, nonostante i tempi difficili,
sia degno di questo giorno solenne... non capita tutti gli anni che il vescovo
in persona visiti la comunita'. Del resto p. Zanella, il parroco, ha tanto
insistito perche' fosse lo stesso vescovo a impartire le cresime. Anche i
cresimandi dei villaggi vicini si sono riuniti a Dingcunji, ospitati presso
parenti o amici, e gia' dalla sera del sabato si nota un gran movimento tra chi
arriva e chi cerca di sistemarsi. I piu'lontani, o quelli che abitano nei
villaggi piu'disagiati e che avrebbero dovuto attraversare le localita' inondate
dal Fiume Giallo, nel pomeriggio della domenica saranno raggiunti dal vescovo
accompagnato dai pp. Zanella, Lazzaroni e Zanardi.
Conclusa, in mattinata, la celebrazione delle cresime, il vescovo si trattiene
con i catechisti, i cresimandi e i loro parenti. Poi tutti si ritirano per il
pranzo. Alle tredici, un ufficiale con una decina di soldati entra nella
residenza dei missionari e, dopo averne scacciato i cristiani, chiude la porta
d'ingresso e la fa piantonare da un gruppo di soldati ben armati. All'intero
villaggio di Dingcunji viene imposto una specie di coprifuoco. P. Pollio
(divenuto poi vescovo di Kaifeng nel 1947) descrive l'accaduto prima nelle
pagine del suo diario, in seguito stende una relazione piu'organica che spedisce
al superiore generale del Pime, mons. Lorenzo Maria Balconi. Ci serviamo di
questo scritto per conoscere i particolari dell'omicidio.
L'ufficiale e i soldati, entrati in residenza, prima chiedono di p. Zanella, il
quale si presenta subito; i soldati lo conducono in una stanza di fronte a
quella nella quale i padri hanno appena finito di pranzare, con la scusa di
fargli alcune domande. Quasi contemporaneamente chiedono anche di p. Lazzaroni
che conducono in sacrestia, con la proibizione di muoversi e con le sentinelle
alla porta. L'ufficiale e altri soldati vanno direttamente nella stanza dove il
vescovo sta chiacchierando con l'altro missionario. Mons. Barosi ha con se' una
carta d'identita' rilasciatagli dai giapponesi, un lasciapassare necessario per
potersi muovere nelle zone controllate dalle forze nipponiche. E' questo il
pretesto di cui si servono i soldati per sostenere l'accusa, rivolta ai quattro,
d'essere "spie del nemico e agenti del capitalismo". Egli usa parole
gentili con l'ufficiale, ma i soldati, a un suo cenno, legano mani e piedi a
mons. Barosi e a p. Zanardi. Si sente gridare p. Zanella. Subito alcuni soldati
trascinano in chiesa i due appena legati e li buttano a terra, chiudono loro
bocca e orecchie con della carta.
A questo punto i soldati bendano gli occhi al domestico di mons. Barosi, Han,
che aveva seguito i padri da Kaifeng, percio' di tutto quello che succede dopo
non puo' essere testimone. Il cuoco pero' e' in grado di raccontare altri
particolari. Egli e' in cucina e, avendo paura, si nasconde in un angolo ben
protetto da paglia e legna: da li' assiste al martirio di p. Zanella. I soldati
portano p. Bruno fuori dalla stanza e da grandi recipienti gli versano in bocca
acqua bollente e petrolio. Piu'volte il padre grida tra la morte e la vita, in
una lingua sconosciuta al servo, e piu'volte afferma di non avere denaro e armi.
Invoca con forti urla l'aiuto di mons. Barosi e p. Zanardi, ma non riceve alcuna
risposta. Finalmente quei soldati, dopo avergli fatto bere piu'volte acqua
bollente e petrolio, lasciano il suo corpo privo di sensi o senza vita nel
cortiletto. Non si puo' precisare se p. Zanella sia morto li' o in fondo al
pozzo nel quale verra' gettato. Il cuoco, intanto, vede che i soldati trascinano
con forza il vescovo e p. Mario verso l'altro cortile.
Svaligiata la residenza degli oggetti piu'preziosi e utili, i soldati, verso le
diciotto, se ne vanno da Dingcunji. Saliti sulle barche scompaiono
nell'oscurita', mentre una gelida pioggerella scende col silenzio della sera.
Solo allora i cristiani si dirigono alla residenza dei missionari. Forzata la
porta, entrano e in portineria trovano il servo Han legato. Lo slegano e tutti
insieme si mettono a cercare i padri. Chiamano, ma nessuno risponde. Nel
disordine nessuna traccia di sangue, nessun corpo. Non sospettano ancora la
tragedia, tanto piu'che non si e' sentito nessun colpo d'arma da fuoco. Contro
ogni speranza, pensano che i missionari siano stati presi in ostaggio.
Continuano a chiamare, a cercare in ogni angolo, ma nulla... Finalmente alcuni
si accorgono che il muricciolo intorno al pozzo e' crollato e i mattoni ne
ostruiscono completamente l'imboccatura (i pozzi cinesi sono molto stretti, per
cui una simile operazione diventa molto facile). Si guardano muti, nessuno osa
manifestare apertamente il sospetto che tiene nel cuore: certo sotto i mattoni
ci deve essere qualcosa. Si comincia l'opera di sgombero e compaiono i corpi
delle vittime. Per mezzo di lunghe pertiche di bambù, munite di un uncino, si
cerca di estrarre i cadaveri. Il primo e' quello di p. Zanella, poi quello di p.
Zanardi, quindi quello di mons. Barosi. E' ormai tardi e non si riesce a trovare
il corpo di p. Lazzaroni. Inutilmente si lavora ancora per qualche ora, poi si
rimanda tutto al giorno successivo. Alle prime luci dell'alba, finalmente, si
riesce a recuperare anche il corpo di p. Lazzaroni, che quasi certamente e'
stato gettato ancora vivo nel pozzo. Girolamo aveva 27 anni e solo due di
missione. Padre Bruno Zanella 32 anni e cinque di missione, padre Mario Zanardi
aveva da poco compiuto i 37 anni, di cui quattordici in missione e monsignor
Antonio Barosi di 40 anni, ne aveva trascorsi sedici in Cina.