PADRE CARLO OSNAGHI
(26 ottobre 1899 - 2 febbraio 1942)

Ormai il sole e' calato da un pezzo sulla landa sperduta di Yejigang. Fa molto
freddo in questa notte del 1° febbraio 1942. Pioviggina e tira un forte vento
dal nord. Padre Carlo Osnaghi continua a rigirarsi inquieto sulla stuoia.
Fin da ragazzo ha sempre sofferto di insonnia e anche in missione ha trascorso
numerose notti in bianco. Le ore della notte sono le piu'lunghe, ma anche le
piu'"fruttuose", soprattutto per chi si immerge facilmente nei
ricordi. E p. Carlo ricorda le nottate trascorse curvo sui quaderni sgualciti, a
correggere le versioni di latino e i problemi di matematica, quando nel 1924,
appena giunto a Kaifeng, il vescovo gli aveva affidato l'incarico di insegnare
latino e matematica agli alunni del seminario. Mai avrebbe pensato, durante gli
anni di formazione, che la sua vita missionaria si sarebbe
"impantanata" sui bassifondi delle lezioni di latino o del teorema di
Pitagora...
Questa volta, pero', le cose vanno diversamente. Non e', infatti, la solita
notte divisa tra lo studio, la preparazione delle lezioni e la cappella. E non
e' la scolaresca indisciplinata a preoccuparlo con le sue risate irriverenti,
quando lui, il professore, inciampa su un monosillabo cinese dal significato
mutevole e inafferrabile. Sono le voci che provengono dall'altro angolo della
capanna a non lasciarlo tranquillo. Voci roche e irose, alle quali l'ennesimo
bicchiere di vino di riso infonde una violenza, se possibile, maggiore.
Imprecano contro di lui, contro il vescovo e tutti i preti che hanno cosi' poca
considerazione della sua vita, tanto da non aderire alla loro richiesta di
riscatto. Cerca di non pensarci. Si volta urtando il catechista cinese, il
compagno di sventura che lo fissa ininterrottamente con gli occhi sgranati.
Neanche lui puo' prendere sonno. Ha ben presente che da un momento all'altro i
rapitori potrebbero decidere la loro sorte. Solo Huang San, il ragazzetto di
dodici anni sdraiato poco lontano, sembra dormire beato. Come puo' essere cosi'
incosciente? Forse e' certo che suo padre, l'eminente mandarino del luogo,
escogitera' qualcosa per venirlo a salvare o paghera' fino all'ultimo centesimo
la somma richiesta per la sua liberazione. Padre Carlo, invece, sa bene che per
lui e' diverso: e' sicuro che il suo superiore sta facendo il possibile per
liberarlo dalla prigionia e da piu'giorni ci sono trattative in corso, ma sa
anche che e' impossibile per i suoi confratelli riuscire a racimolare quei
500.000 dollari richiesti per pagare il suo riscatto.
L'ansia si fa sempre piu'angosciante. Ancora una volta volge lo sguardo al suo
domestico; prova una profonda ammirazione per questo cristiano semplice e
coraggioso che ha voluto seguirlo e rimanere con lui, pur avendo la possibilita'
di andarsene libero. I briganti, che li tengono in ostaggio, cominciano a
litigare. Padre Carlo tra le urla percepisce il suo nome. L'agitazione aumenta
sempre pił. Fruga tra le tasche del suo pigiama, lo stesso che indossava quando
l'hanno sequestrato nel pieno della notte. Cerca il rosario e, trovatolo,
affannosamente comincia a sgranare Ave Marie. I suoi occhi stanchi si perdono
nel vuoto.
Benche' siano gia' passati quasi venti giorni dal sequestro, non riesce ancora a
capacitarsi di quanto gli stia succedendo. Gli sembra di udire ancora quegli
insistenti colpi alla porta della missione, a Yejigang. Era la notte del 12
gennaio quando, balzando dal letto, si era precipitato al portone per vedere chi
avesse cosi' urgentemente bisogno. Per un attimo aveva pensato si trattasse
della richiesta di un'estrema unzione. Ma, appena inforcati gli occhiali e
abituato lo sguardo al buio della notte, si era dovuto ricredere: un folto
gruppo di uomini armati lo aveva immediatamente afferrato e immobilizzato. Erano
quindi entrati in casa e l'avevano svuotata di tutto. Avevano messo a soqquadro
anche la chiesa, rubando tutto il possibile. Poi il missionario, il catechista e
il ragazzino erano stati portati in una capanna, in aperta campagna, tra le
steppe al confine nord-est del Henan, in modo che, al minimo accenno di
pericolo, la banda avrebbe potuto, con un breve spostamento, mettersi al sicuro
cambiando semplicemente provincia.
Padre Carlo, ancora intontito e incredulo, si era lasciato trascinare senza
opporre resistenza. Piu'volte, durante i suoi diciotto anni di missione in Cina,
aveva pensato, e anche desiderato, una morte violenta come quella di Gesu'per la
"causa" del vangelo. E questo pensiero lo stupiva, non tanto perche'
fosse fuori posto, ma perche' lo trovava in evidente contrasto con la sua
cronica timidezza. Lui, che aveva "paura della sua ombra", come
avrebbe potuto all'occasione trovare il coraggio necessario? Ma, col passare del
tempo, aveva imparato a convivere con quei sentimenti e a far emergere la sua
nascosta temerarieta'. Sapeva bene di non essere un eroe, d'altra parte a lui,
dell'eroismo non era mai importato nulla. Gli bastava essere un bravo
missionario, e questo era tutto. Cosi' aveva scoperto il silenzioso martirio che
sa infliggere, ogni giorno, la consapevole accettazione della propria
fragilita'.
Intanto il rosario scorre tra le sue dita, velocemente. Ha sempre avuto una gran
paura dei briganti. Lo sapeva bene il suo vescovo che, nel 1926, dopo solo pochi
mesi di missione nel distretto di Yuanzhai, a causa del pullulare di bande
armate aveva richiamato p. Osnaghi a Kaifeng affidandogli l'incarico di
coadiutore in cattedrale e cappellano dell'orfanotrofio. Ma questa volta non ci
sono "uscite di sicurezza". Non deve piu'misurarsi con le ipotesi, ma
deve affrontare la realta'. E i briganti, che discutono concitatamente sono la
sua realta'. E' nelle loro mani. Il pensiero va ai suoi confratelli appena
uccisi a Dingcunji. Un brivido gli scorre per il corpo. Il pensiero,
istintivamente, ripercorre gli ultimi tragici avvenimenti, quando, a capodanno,
era giunta a Kaifeng la notizia dell'assassinio dei suoi quattro confratelli.
Conosceva bene soprattutto padre Zanella, perche' aveva svolto la sua attivita'
missionaria proprio a Yejigang, lo stesso distretto dove, dal 1937, era stato
mandato a sostituirlo. Un vero shock sentire quel racconto raccapricciante.
Padre Carlo non aveva potuto fare a meno di raccontare i suoi sentimenti alla
madre, alla quale era legatissimo: «Tutti siamo scombussolati - aveva scritto a
Milano, dove viveva sua mamma. - Ci sembra quasi un sogno... Il sangue di queste
vittime possa essere l'ultimo. Le vittime dal cielo stenderanno su di noi tutti,
rimasti in questo campo tanto tribolato e pieno di spine, il loro manto e ci
proteggeranno. Ma, se sara' il caso, ci daranno la forza di morire generosamente
al pari loro».
La mamma. Mentre continua a pregare, in padre Carlo si fa sempre piu'nitida la
sua immagine. E' a lei che confida, per iscritto, ogni gioia, difficolta',
preoccupazione. Come quando, dopo le varie esperienze a Kaifeng, nel 1930 venne
inviato a Fengjiao, centro di tre villaggi cristiani di antica data, poco
lontani dalla citta' di Luyi. Con la mamma si rallegrava per le sue comunita'
cristiane, le comunicava il suo lavoro pastorale, le confidava i suoi desideri.
Si trovava bene li' e ci sarebbe rimasto per sempre. Invece, nel novembre 1937
era stato trasferito nel distretto di Yejigang, anticamente un fiorente mercato,
quando il Fiume Giallo gli scorreva vicino. Non per niente era stato chiamato
"Colle dei fagiani", anche se ora, a ricordare quel nome non c'era
piu'nulla. Solo poverta' e squallore, causati dalla deviazione del fiume.
Per padre Carlo erano stati tempi duri. Il ricordo corre ai suoi numerosi viaggi
nelle diverse comunita', alle lunghe distanze percorse a piedi a causa della sua
forte miopia che gli impediva di andare in bicicletta, alle soste nelle
malandate locande, o presso le povere famiglie cristiane. E poi, al ritorno in
missione, c'era sempre qualche sorpresa. Come quella volta che aveva trovato
tutta la casa svaligiata dai ladri. Ma questi problemi concreti non erano i
soli.
A causa dell'aggravarsi della guerra cino-giapponese, scoppiata nel 1937, p.
Carlo veniva sempre piu'visto come un pericoloso nemico, per il solo fatto di
essere straniero. Il senso di ospitalita' cominciava a diminuire e serpeggiavano
il sospetto e i timori nei suoi confronti. Eppure lui, ne e' sicuro, non ha mai
smesso di amare questo popolo: «Povera Cina infelice! Quanto sentiamo di
amarti, noi ultimi apostoli, pronti a tutto pur di salvarti dall'abisso. E se
Iddio vuole vittime di espiazione, eccoci!».
Mentre il forte vento continua a sibilare tra le fessure della baracca, la sua
preghiera si fa piu'pacata. Non si ode piu'nessuna voce. Forse tutti si sono
addormentati. Anche il catechista si e' assopito. Le prime luci dell'alba
avanzano lentamente tra il turbine di sabbia fine sollevata dal vento che soffia
dalla rive del Fiume Giallo. E' il 2 febbraio 1942. I briganti hanno deciso.
Inutile aspettare oltre. All'improvviso il padre vede spalancarsi la porta: «Su,
presto. Alzati! Oggi sarai messo in liberta'!». Non sa se credere alle sue
orecchie. Gli altri due ostaggi, speranzosi, sono gia' scattati in piedi. I tre
prigionieri, condotti all'aperto, si incamminano scortati dai loro
sequestratori. Padre Osnaghi si sente piu'leggero, come se gli avessero tolto di
dosso un grande peso. Presto sara' nuovamente libero.
Ma, non molto lontano dalla baracca, si fermano davanti ad una grande fossa,
profonda circa due metri, scavata da poco. ...A un cenno del capo dei briganti,
legarono subito mani e piedi ai tre prigionieri; il giovane Huang incomincio' a
piangere e a gridare. Intanto con un calcio secco fecero rotolare p. Osnaghi
nella fossa; con un secondo calcio fecero rotolare il cuoco (il catechista,
secondo altre fonti), che cadde addosso a p. Carlo e subito si diedero a
ricoprire la fossa con terra. Huang San ha ripetutamente affermato che p.
Osnaghi trovandosi davanti alla fossa, vedendosi legato, non vedendo alcuna via
di salvezza, scoppio' in un forte pianto, nel pianto grido' parole straniere e
alcune parole cinesi invocanti la mamma! E mentre i briganti seppellivano gli
ostaggi, mentre la terra man mano si accumulava sui loro corpi, p. Osnaghi e il
catechista piangevano, finche' il loro pianto man mano si spense (dal diario di
p. Gaetano Pollio). Il figlio del mandarino, Huang, viene rilasciato.