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«Che cosa è l’uomo perché te ne curi» (Salmo 8) |
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Fedeli all’uomo a "causa" di Dio |
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Anche se il mondo si sentisse estraneo al cristianesimo, la Chiesa non può sentirsi estranea al mondo, qualunque sia l’atteggiamento del mondo verso la Chiesa ( Paolo VI) |
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"La coscienza della mia indegnità è tale che il perdono mi è più necessario del pane. |
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Solo con me stesso provo disgusto a essere quel che sono. |
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Dialogando con un Dio più umile di me, |
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ogni istante della mia vita è una ri-nascita alla Gratuità creatrice: |
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il compito umano è senza limite. |
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Di questo tento, come posso, di fare fraternamente partecipi i miei contemporanei". |
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François Varillon |
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Vorrei dedicare questo incontro a P. Enrico Viganò, missionario in Bangladesh dal 1951, morto a Lecco il 21 marzo di quest’anno e a P. Luigi Pinos, missionario in Bangladesh dal 1948, morto a Rajshahi (Bangladesh) il 20 giugno scorso. Cito solo due nomi, ma la mia riconoscenza va a tutti i missionari del Pime che hanno vissuto e stanno ancora vivendo la missione in Bangladesh, fedeli all’uomo a "causa" di Dio. E con loro naturalmente ricordo tutti gli altri missionari che hanno lavorato e lavorano in tanti altri paesi: Fedeli all’uomo a "causa" di Dio! |
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P. Enrico Viganò è stato il mio primo maestro di missione. Con lui ho iniziato il mio cammino in Bangladesh dopo il periodo di studio della lingua Bengalese. Gli incontri di formazione alla missione si tenevano tutte le sere seduti in veranda quando la corrente elettrica se ne andava e per fortuna capitava quasi ogni sera. Proprio il buio faceva parte della mia formazione facendomi sperimentare come trascorre la sera nei villaggi. Quanti racconti accompagnati dal silenzio che ci portava le voci e i rumori del villaggio vicino alla missione. |
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Nella stessa missione, Mathurapur, c’era anche P. Gian Battista Zanchi, attuale Superiore Generale del Pime, giunto in Bangladesh 4 anni prima di me. Di lui P. Enrico mi diceva con ammirazione: "Ha visitato più volte tutti i villaggi e conosce tutte le famiglie! È così la missione !". Durante quelle conversazioni notturne li sentivo dire nomi con le parentele che li univano in famiglie e villaggi. Un esercizio importantissimo per ricordare i 350 termini di parentela usati dalla lingua Bengalese. I racconti erano quadretti di vita così coinvolgenti. Si respirava la passione per la fedeltà all’uomo a "causa" di Dio ! |
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"MOPHOSHOL" |
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LA VISITA AI VILLAGGI |
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Permettetemi di dare un sottotitolo esotico alla mia esposizione. Si tratta di una parola che deriva dall’arabo ed è entrata nella lingua Bengalese: MOPHOSHOL. Dal significato base "visitare il territorio lontano dalla città", la parola è passata anche ad indicare il territorio stesso. Chi visita e chi è visitato, entrano tutti e due nel significato di questa parola. |
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"La missione in Bengala è Mophoshol !" Ecco un’espressione cara a P. Enrico Viganò e a tutti i veterani di quella missione. Traducendo per noi questa sera potremmo dire che "la missione è farsi vicini all’uomo "a causa" di Dio". Visitare e lasciarsi visitare ! |
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"Che cosa è l’uomo perché te ne curi?" |
| Queste parole del Salmo 8, che guidano i nostri incontri sull’oggi della missione, sono così rese dalla traduzione italiana fatta da Enzo Bianchi: |
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"Che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi |
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Il figlio dell’uomo perché tu lo visiti?" |
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Il verbo "curare" è sostituito dal verbo "visitare", un verbo dal significato più ampio che esprime anche il modo in cui avviene l’azione del curare. Possiamo vedere nelle parole del Salmo l’annuncio di una promessa. Il cantico di Zaccaria nel primo capitolo del Vangelo di Luca ci offre le parole di risposta: "Benedetto il Signore Dio d’Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo". (Lc 1, 68). |
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L’oggi e il sempre della missione è preghiera di lode a Dio che è fedele all’uomo, non lo dimentica, lo visita! I sentimenti che si vivono intensamente nella visita ai villaggi sono raccolti in queste parole di benedizione e di lode a Dio che esprimono l’atteggiamento fondamentale del credente nella tradizione Biblica ma anche nelle altre tradizioni religiose. |
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Prima di procedere nella conversazione credo sia importante riflettere un momento sul significato del "visitare". È una parola molto importante per la Missione. Una parola che genera la passione per la fedeltà all’uomo a "causa" di Dio. Un confratello, che è anche medico, così ci raccontava il suo modo di visitare gli ammalati: "Ogni volta sento risuonare in me le stesse parole ascoltate da Mosè mentre si accostava al roveto ardente: A piedi nudi ! È terra sacra !". Per questo momento di riflessione ci facciamo aiutare da una pagina di Silvano Fausti dal suo commento al Vangelo di Luca: |
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La prima parola che suscita in noi lo Spirito è di benedizione e di lode. In Israele si benedice il nome di Dio per tutte le cose, perché esso si svela in tutti i nomi. È lo Spirito che ci dà questa vista, la capacità di vederlo come origine e presenza di amore in tutto. La lode si differenzia dal semplice ringraziamento, perché ha come oggetto proprio non i doni, ma il Donatore: dice bene di Colui che dà ogni bene. Nasce quando dietro i doni si vede la mano, il volto e il cuore di chi li porge e in essi dona se stesso. Si gode che Dio sia Dio, si è contenti che lui sia lui, si partecipa alla sua gioia e al suo piacere. Gioire di Dio, tipico della lode, è il vertice della creazione, il destino più alto possibile cui l’uomo è chiamato: ci fa come lui. La lode è la vita del mondo. Nell’uomo che loda, liturgo del creato, brilla la luce e la gioia di Dio stesso che si espande come dono in tutto e tutto è riportato alla luce e alla gioia di Dio. È per la lode che il mondo sussiste e viene ricongiunto alla propria sorgente. Il contrario della lode – benedizione e vita del creato – è il possesso, che chiude tutto nella maledizione e nella morte. Chi possiede non solo non vede il volto e la mano del Donatore, ma anche il dono: lo rapisce. È il peccato di morte di Adamo. |
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È importante notare che prima c’è la lode – lo spirito rivolto a Dio – e poi i motivi della lode. Infatti, senza la luce del suo volto, non si scoprono i motivi della lode. Se tengo gli occhi fissi a terra, non vedo il sole, anche se le cose sono illuminate. Anzi, rischio di scambiarle per la luce e mi aggrappo ad esse, facendone oggetto di possesso. |
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Si loda non uno qualunque o una forza impersonale, ma il "Dio d’Israele", cioè di Giacobbe, del singolo e del popolo, che è entrato in comunione con l’uomo, rivelandosi a lui e intessendo con lui una storia comune. Egli è il nostro Dio e noi siamo il suo popolo (Sal 95, 7). Noi siamo suoi e a lui apparteniamo e di lui posso dire una cosa impensabile ed esaltante: "Sei tu il mio Signore, senza di te non ho alcun bene" (Sal 16, 2). Infatti non ha disdegnato di chiamarsi mio fratello (Eb 2, 11), venendo incontro all’inaudito desiderio da lui posto in me: "Oh, se tu fossi un mio fratello, allattato al seno di mia madre! Trovandoti fuori ti potrei baciare"(Ct 8, 1). Lodiamo il Dio che si è impegnato con noi, sposandoci nella buona e nella cattiva sorte. |
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Il motivo primo e ultimo della lode è che lui ha visitato, alla lettera "guardò giù". Fin da subito dopo il peccato Dio scende, allo spirare della brezza, per visitare dolcemente l’uomo. Ma questi da sempre si nasconde chiudendosi nella sua angosciosa paura, fuggendo e allontanandosi sempre più dalla sua luce. Dio, come amico e ospite, viene a visitare Abramo e Sara, promettendo e dando loro un futuro (Gn 18, 1-15; 21, 1s). Poi scende e visita il suo popolo, schiavo in Egitto e lo libera (Es 3, 7-8.16). Successivamente lo visiterà nella carestia, dandogli pane (Rt 1, 6). Innumerevoli sono le visite di Dio e il suo accorrere al grido del suo popolo, per salvarlo in tutte le situazioni (cf. Tutto il Salmo 107). |
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Si dice che Dio "guardò giù", al passato. Non perché abbia smesso, ma perché da sempre ci visita in ogni situazione e "oggi" in modo particolare. Ci visitò nell’Eden dandoci come anello nunziale tutto il creato. Ci visitò nel deserto, dandoci il diadema nunziale, la sua parola che salva. Ci ha visitato definitivamente nel suo Figlio, dandoci tutto se stesso e unendosi a noi in una sola carne. |
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La benedizione scaturisce dalla coscienza di questa visita che ci fa scoprire il suo amore per noi che vince ogni paura (cf. Gn 3, 1; 1Gv 4, 18). Così possiamo capire realmente che "il mio diletto è per me ed io per lui"(Ct 2, 16) e dire, alfine, pieni di gioia: "Io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me"(Ct 6, 3). Come ci ha visitati, così sempre ci visiterà ( cf. V. 78 al futuro). Lui sta sempre alla porta e bussa: "Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me"(Ap 3, 20). |
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La sua visita è un :"fare riscatto": affranca l’uomo schiavo, che ha perso la libertà. L’uomo, infatti, immagine e somiglianza di Dio, lontano da lui è lontano da sé, schiavo di infiniti padroni di morte; nella sua visita è restituito a se stesso. Creato dal suo amore per essere suo partner, senza di lui è perduto nell’inessenzialità e nell’inidentità, senza la sua altra parte; danti a lui torna ad essere ciò che è. |
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Che cosa è l’uomo perché te ne curi? ... perché tu lo visiti ! |
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La visita ai villaggi da parte del missionario non è tradizione recente, è lo stile della missione fin dalle origini. Ecco le parole di Paolo a Barnaba riportate in Atti 15, 36: Dopo alcuni giorni Paolo disse a Barnaba: «Ritorniamo a far visita ai fratelli in tutte le città nelle quali abbiamo annunziato la parola del Signore, per vedere come stanno». |
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"Visitare", nel Nuovo Testamento è una parola che prenderà via via importanza fino a diventare un ministero nella Chiesa: il servizio Episcopale... ma sul tema c’è già un Sinodo in corso... |
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Nella Visita di Maria ad Elisabetta il termine non è usato, ma proprio quel mistero Gaudioso ha fatto e fa tanta compagnia al missionario nelle sue visite ai villaggi. Il Mophoshol non è una strategia ma è manifestazione della Missione come Mistero della Visitazione! |
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Oggi molto è cambiato nei mezzi di trasporto e nelle vie di comunicazione. Un tempo la partenza per il Mophoshol era la partenza di una carovana di persone: il carro trainato dai buoi per le Suore e tutto il materiale necessario, il sacerdote a cavallo e, con il catechista, qualche altro aiutante. La carovana avrebbe viaggiato per un mese o due da un villaggio all’altro. Al ritorno la comitiva era aumentata per qualche ammalato grave da curare alla missione e per qualche bambino o bambina rimasti orfani e quindi affidati alla missione. Oggi tutto è semplificato e, purtroppo, direbbe P. Enrico Viganò, più veloce, ma la Missione è sempre: Visitare e lasciarsi visitare! |
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Per spiegarmi meglio proporrei un esperimento: voi siete la carovana in visita al villaggio ed io sono il villaggio. Ed eccovi all’entrata del villaggio... il capo villaggio precedentemente informato vi accoglie. Non è una formalità anche se ha le caratteristiche di un rito. Naturalmente mi riferisco all’esperienza avuta in Bangladesh e ascoltata tante volte dai confratelli più anziani. Ma la visita ai villaggi fa parte della missione anche in tutti gli altri paesi. |
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Immaginate ora di vivere la cerimonia della lavanda dei piedi... Recuperata una sedia dalla capanna di qualche benestante eccovi seduti in attesa... attorno a voi tutti quelli del villaggio che vi guardano in silenzio. Una situazione imbarazzante messa ancor più in evidenza dal silenzio, ma se vi lasciate plasmare dalla situazione vi trovate a vivere un’esperienza trasformante. Da visitatori vi trovate visitati ! |
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Non tutti riescono subito a sopportare di essere scrutati da cento occhi. Un confratello che ha vissuto tanti anni in villaggio mi ha fatto notare più volte che lo sguardo di quei cento occhi è molto più leggero dello sguardo dei nostri due occhi. "Ma loro sono cento!..." ribattevo, e lui per farmi capire mi diceva di pensare agli occhi degli allievi di fronte a quelli del professore. Lo sguardo crea il clima della visita. Pensate a quando l’esattore delle tasse si presentava al villaggio... |
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Voi non siete esattori delle tasse! Il silenzio, la lavanda dei piedi, le parole di benvenuto creano il clima di attenzione e ascolto. Stiamo per vivere qualcosa che è più grande di ciò che cade sotto i sensi. Continuiamo l’esperimento: voi siete il missionario ed io sono il portavoce di un villaggio non cristiano. La vostra visita è stata preceduta da un invito. Il villaggio ha sentito parlare della missione, qualcuno ha già incontrato dei cristiani ed è stato a visitare parenti o amici che hanno accolto il Vangelo. Gli anziani del villaggio hanno già parlato a lungo su quanto hanno sentito dire e hanno deciso di invitarvi per ascoltare direttamente. |
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"Voi cristiani avete vinto l’invidia?" – Così mi è capitato una volta di sentirmi interpellare mentre stavo aspettando l’autobus in una affollatissima stazione di corriere. Così capita al Mophoshol. Mentre il dialogo sta seguendo da un’ora e più il rito delle forme di cortesia ecco improvvisa una domanda che dice il vero motivo dell’incontro e fa tacere tutti. Il silenzio fa svegliare chi si è appisolato. Tra le file si ripete bisbigliando la domanda. Con soddisfazione dalle due parti si pensa: "È arrivato il momento atteso!". |
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Nel nostro esperimento voi siete il missionario. La domanda è per voi ! E subito ne piovono altre sullo stesso tono. Come vi sentite? Quella volta alla stazione delle corriere la mia risposta non fu proprio un gran successo. La persona che mi aveva interpellato capì subito che mi stavo arrampicando sui vetri e dopo le mie troppe parole, in silenzio, se ne andò. |
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L’invidia, nella cultura Bengalese, è un concetto molto vasto, il suo contrario è Awnsmv "ohinsha" lo stile di vita testimoniato e proposto da Gandi ! "Conquistare le passioni mi pare di gran lunga più difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi – diceva e subito per non essere teorico aggiungeva: - Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me! Finché l’uomo non si metterà di sua volontà all’ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza". |
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Vi assicuro che le domande che seguono vi fanno fare un esame di coscienza così approfondito che non riuscite più a parlare e allora ecco il miracolo: La Parola di Dio ! Non una semplice citazione per nascondersi, ma una testimonianza semplice che fa conoscere Gesù. Ricordo di un confratello che in una situazione analoga lesse questo passo della lettera ai Romani: |
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"Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. 22 Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, 23 ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. 24 Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? 25 Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!". (Romani 7:21-25) |
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La reazione fu che gli anziani del villaggio chiesero di poter ospitare un catechista che facesse loro conoscere quella Parola che sentivano così vicina alla loro vita! |
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Fedeli all’uomo! |
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Ho accennato prima al Mistero gaudioso della Visitazione. Nell’incontro tra le due madri in attesa avviene un più profondo incontro tra i due bambini che portano in seno. La gioia provata da Elisabetta si esprime in una preghiera di benedizione per la testimonianza di fede di "colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore". Chi è visitato, Elisabetta e il figlio che porta in grembo, esprime nell’accogliere chi li sta visitando, il significato dell’avvenimento. Elisabetta accoglie Maria come amica fedele che giunge nel momento del bisogno e loda la sua fede in Dio. La risposta di Maria è la proclamazione della fedeltà di Dio alle sue promesse fatte ad Abramo e alla sua discendenza, la sua testimonianza è amicizia fedele proprio nel momento in cui Elisabetta ha bisogno di una mano. |
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La prima fedeltà all’uomo è quella di Dio, l’unico pienamente fedele, sempre! Attingendo alla Sua fedeltà, annunciandola, anzitutto con la testimonianza della vita, la Chiesa di tutti i tempi ha cercato di continuare la Missione ricevuta da Gesù. |
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Tenendo presente l’esperienza che vi ho proposto, voi nella veste del missionario e io in quella del villaggio che viene visitato, cerchiamo di rileggere la storia della missione della Chiesa. Partendo dalla sorpresa della Pentecoste quando gli ascoltatori degli apostoli si accorsero che la diversità delle lingue improvvisamente non era più ostacolo alla comprensione reciproca. Tutti capivano che gli apostoli stavano lodando la grandezza di Dio e la sua misericordia verso gli uomini. L’incontro di quel giorno sembra proprio casuale o semplicemente creato dalla curiosità di vedere che cosa sia successo... Nell’incontro di Filippo con l’Etiope è ancor più evidente che la missione è qualcosa che supera la programmazione umana. "Alzati, - dice l’Angelo a Filippo – va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che discende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta" (Atti 8, 26). Gli Atti degli Apostoli ci presentano addirittura come la dispersione, creata dalla persecuzione, si trasforma in missione: "Quelli però che erano stati dispersi andavano per il paese e diffondevano la parola di Dio". (Atti 8, 4). |
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Incontri e visite, che siano programmate o meno, si presentano alle persone coinvolte come la Missione in atto che interpella chi visita e chi è visitato. Ripercorrendo i due millenni trascorsi troviamo una grande varietà di visite e incontri che possiamo raccogliere come storia della missione. La fedeltà non è toccata e fuga, è un valore direttamente legato al tempo, alla continuità. Continuità anche nella riflessione. Quello che dirò non vuol essere una revisione per nascondere eventuali errori ma una riflessione perché cresca la fedeltà. |
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Pensiamo alle tante domande del villaggio al missionario, alle eventuali risposte e cerchiamo di scoprire il cammino che la Missione fa compiere alla Chiesa e ai singoli credenti: fedeltà all’uomo a "causa" di Dio. |
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š Quel giorno, il mendicante storpio fin dalla nascita, guardò Pietro e Giovanni nella speranza di ricevere del denaro... E Pietro rispose: "Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù, il Nazareno, cammina!" (Atti 3, 6). Da subito il missionario si trova di fronte a situazioni impossibili, con la constatazione che i miracoli non seguono con la stessa frequenza... che fare? Non visitare più i villaggi? Non annunciare più il Nome che salva? |
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Una situazione da esaurimento, che sembra suggerire soltanto la fuga per salvarsi. Ricordo quando consigliammo "la fuga verso l’umiltà" ad un giovane volontario Giapponese assalito dagli abitanti del villaggio che pretendevano da lui cose che non poteva dare... In situazioni del genere è facile giudicare e condannare. La soluzione sta nel "diventare piccoli, piccoli!" |
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La Missione è maestra paziente e col tempo ci fa capire la lezione. |
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Quando nel 495 il Monaco Agostino viene inviato in Inghilterra per annunciare il Vangelo si vede costretto ad abbandonare il progetto per le enormi difficoltà. Tornato a Roma, il Papa lo incoraggia e riparte l’anno seguente con la forza dell’umiltà! |
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Di fronte ai fallimenti la Missione continua a spingere la Chiesa a visitare villaggi sempre più lontani e ad annunciare il Nome che salva. Ogni volta la stessa lezione da imparare: "Davanti a Dio tutti sono importanti, e io – cristiano – devo amare ciascuno come se fosse l’unica persona al mondo, la più importante... La profezia dei missionari preoccupati della ‘salvezza delle anime’ consisteva nel dirci che tutti hanno il diritto di incontrare Cristo, e io che lo conosco non posso far finta che ciò non mi riguardi". |
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š Il Nome che salva è quello di Gesù, la Parola che illumina è la Sua... a volte però può sorgere una confusione. A Listra, durante il primo viaggio missionario di Paolo, la gente al vedere ciò che aveva fatto l’apostolo, un uomo paralitico era stato guarito, incominciò a gridare: "Gli dei sono scesi tra noi in figura umana!"... Non sempre la confusione è subito identificabile come in questo caso, non sempre c’è il coraggio di fare come Paolo e Barnaba che strappandosi le vesti gridavano alla folla: "Anche noi siamo esseri umani, mortali come voi..." (Atti 14, 8ss). |
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Ma la Missione non ha mai cessato di toccare e trasformare i cuori di chi ascoltava e di chi predicava. La missione non è impresa di una singola persona, è cammino di chiesa. L’annuncio che genera nuovi cristiani rigenera la chiesa. Si impara a lasciare il proprio progetto per seguire quello di Dio. |
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La Missione fa nascere "gradualmente una profezia valida per tutta la chiesa, che era lo sviluppo di quella ricordata a proposito della salvezza delle anime: non soltanto il Cinese, o l’Africano, ha lo stesso diritto di un Italiano o di un Tedesco ad incontrarsi con il Vangelo, ad accogliere la salvezza di Cristo; ma ha anche la stessa capacità di far crescere in sé questo dono fino a diventare non più "oggetto, ma "soggetto responsabile" della vita ecclesiale. (...) E nei missionari maturava la convinzione che non si andava solo come pionieri, ma anche – sempre più – come collaboratori. Prendeva forma un quadro in cui l’attività missionaria andava collocata, e cresceva un rapporto non solo di dono ma di scambio e di servizio alle dipendenze dalle persone, i cristiani, le chiese che sorgevano e che assumevano gradualmente le loro responsabilità". |
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š La Missione continua il suo processo educativo dei credenti anche attraverso delle controversie. Quella sorta ad Antiochia (Atti 15), con la soluzione proposta dal primo Concilio, è una chiara testimonianza che la Missione è anzitutto opera dello Spirito che opera nel missionario ma anche nella comunità che sta visitando. |
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"La fede coinvolge il credente in tutti gli aspetti della vita umana, e l’annuncio non riguarda soltanto le anime o la creazione di una chiesa che si occupi di esse. Il Vangelo deve penetrare le culture, confrontarsi con la storia. La carità non è ridotta a fare da apripista per le conversioni, ma diventa una dimensione piena della missione. Certo non è giusto identificare "il regno di Dio e la sua giustizia" solo con un progetto umano di crescita, di giustizia socioeconomica, di politica; nemmeno si deve contrapporre l’impegno per il regno di Dio all’impegno per la chiesa. Tuttavia non sarebbe completo pensare ad un regno di Dio che non includa anche la giustizia sociale, la lotta al peccato strutturale, ed è giusto guardare all’opera di Dio anche fuori da ciò che la chiesa compie ed esprime. (...) La carica profetica della missione nel nostro tempo si esprime anche gridando al mondo l’inumanità di ciò che sta avvenendo, e gridando alla chiesa che essa deve interessarsene. La missione infatti deve agganciarsi e collegare con forza due punti: la volontà di Dio come è espressa nel Vangelo da una parte, e la situazione concreta degli uomini dall’altra, perché anche lì si incontra Dio. Se non attinge al vangelo nella sua interezza, la missione si esaurisce e muore, e ciò che il missionario propone non è altro che uno fra i tanti metodi di impegno sociale o economico; se non s'innesta sulla concretezza del vivere degli uomini del suo tempo, il missionario presenta un vangelo astratto, incapace di incidere e di scuotere, privo dei suoi contenuti veri, che vogliono non propagandare una dottrina, ma mettere in rapporto vitale l'uomo con il mistero del Risorto. |
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La profezia di questo periodo è dunque quella di dire ai poveri che la loro condizione non è un destino ineluttabile, e di rendere coloro che vivono nell'abbondanza coscienti delle condizioni reali dell'umanità, perché ne traggano le conseguenze che il vangelo esprime con tanta semplicità e chiarezza: condivisione, dono di sé, libertà dal possesso, ricerca comune della giustizia e di una pace vera". |
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š Arriva il momento in cui il villaggio chiede al missionario di rimanere oppure di far rimanere un catechista. La Missione non è solo di preti e religiosi, coinvolge tutti e suscita sempre nuova creatività educando alla fedeltà all’uomo a "causa" di Dio, aiuta a compiere passi concreti verso la collaborazione e partecipazione di tutti. |
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"Se la Chiesa è popolo, diventa allora urgente non solo dare un ordinamento, un'istruzione. Bisogna che ogni popolo senta e assimili il Vangelo secondo la sua cultura e che lo esprima secondo la sua cultura. Emerge con forza il tema della "inculturazione", la necessità per il missionario di "spogliarsi" di ciò che è per essere "tutto a tutti", di non sovrapporre ma far nascere dall'interno dei popoli il modo giusto di rispondere all'appello di Gesù". |
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"Se i primi missionari erano ansiosi di portare salvezza alle anime, i missionari di questo periodo danno la vita per portare una salvezza che investe anche l'oggi, che cambia le strutture, che unisce in nome della giustizia e di un Dio che è il Dio dei più poveri… |
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Allo stesso tempo però i missionari sentono di non essere più i protagonisti. Dovranno imparare a farsi accettare, a mettersi al servizio della missionarietà delle chiese locali, a vivere la condizione di straniero che impara, che fa da "ponte" fra chiese e culture". |
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Visitando e lasciandoci visitare... |
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ecco come la Missione ha educato e continua ad educare |
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alla fedeltà all’uomo a "causa" di Dio. |
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Visitando e lasciandosi visitare si scopre "l’importanza dell’incontro e del dialogo di vita. Si scopre che la diversità non va soltanto tollerata perché non se ne può fare a meno, ma apprezzata perché portatrice di ricchezze e stimoli essenziali. |
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La chiesa impara a stare i mezzo agli altri senza pretese egemoniche ma anche senza perdere la sua identità e la sua carica. |
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La fede interroga se stessa, e cerca di porsi non come barriera ma come ponte. Siamo alla ricerca di una fede che sia forte e insieme aperta, salda e non fanatica, capace di annuncio e capace di accoglienza. |
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Scavando a fondo, si scoprono dimensioni nuove dell'amore evangelico che sempre ha mosso i cristiani nei loro duemila anni di storia. Un amore che cerca di essere immagine di quel Dio che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti, che è il Dio di Israele ma anche delle genti, il Dio di Gesù Cristo che sulla croce muore per tutti e tutti abbraccia nella sua offerta di amore al Padre e all'umanità. |
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Ci stiamo accorgendo di avere osato troppo poco nel descrivere l'efficacia di ciò che Cristo ha fatto ed è per noi, ci stiamo accorgendo che lo Spirito davvero ha soffiato e soffia dove vuole, con un soffio imprevedibile e forte di cui noi non siamo gli autori ma da cui anche noi siamo investiti e trasportati - se non opponiamo la resistenza del nostro egoismo, peccato e mentalità ristretta. |
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La missione allora prima di essere un nostro fare (che pure è richiesto) dev'essere il nostro ascoltare, guardare, anzi contemplare l'opera di Dio e partire di lì per farla emergere, accoglierla, liberarla dai lacci del peccato nostro e degli altri. |
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Il punto centrale da cui osservare la realtà non è più la Chiesa ma, per quanto possibile, Dio Padre, Figlio e Spirito e il suo amore universale. |
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L'esperienza del convivere, il bisogno di imparare a dialogare sono il messaggio profetico che i missionari rivolgono oggi a tutti, e di cui tutti dovrebbero sentire il bisogno se non altro perché il mondo in cui viviamo cambia, diventa vario e difficilmente controllabile, a volte ci fa paura. |
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Paura che si supera se si accoglie il messaggio che è stato gridato dal Papa fin dal primo giorno del suo pontificato: non abbiate paura, aprite le porte a Cristo!". |
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Abbiamo finora cercato di vedere come la Missione ha educato alla "fedeltà all’uomo" e abbiamo intuito che proprio a "causa" di Dio tale processo educativo ha portato e sta portando frutto. |
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A "causa" di Dio ! È fondamentale questa precisazione, proprio perché il termine "Mophoshol" può essere usato anche da chi visita il territorio per una ricognizione o per riscuotere le tasse... |
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A "causa" di Dio ! ... Parole che non si possono dire alla leggera. Rischieremmo di nominare il Nome di Dio invano, se non addirittura la bestemmia se fossero usate contro la fedeltà all’uomo creato da Dio e voluto in Cristo come suo figlio. |
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A "causa" di Dio ! Queste parole esigono la contemplazione costante del volto di Dio che in Cristo si è rivelato come Amore, compassione, liberazione, condivisione, testimonianza. |
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"Amore accolto, anzitutto. La chiesa del nostro tempo ha riscoperto Dio come amore e misericordia. La RM riporta una citazione bellissima di Isacco della Stella sulla carità, ponendola come "criterio" ultimo della missione. |
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Se la Verità era il grande tema dei secoli passati, oggi emerge un’attenzione alla Verità che si esprime come Amore incarnato prima che in una dottrina. "Dio è Amore" dice Giovanni. Egli si esprime come compassione che si muove verso di noi e ci accompagna, e prima di chiedere dona. Libera il popolo di schiavi in Egitto, poi dà loro la legge. Gesù perdona guarendo e guarisce perdonando, pone in mezzo il piccolo non perché ha capito o è più bravo ma proprio perché è più piccolo. Perdona la peccatrice perché ama. |
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Io penso che la contemplazione di questo Dio, di questo volto del Cristo sia o debba essere la grande motivazione, la spinta alla missione dei nostri tempi. "Vedendo le folle ne ebbe compassione". Colui che ha il dono della fede non si sente giudice, e nemmeno maestro; sente un’infinita gratitudine che si trasforma nel bisogno di stare vicino a chi sperimenta la non fede o la sofferenza in qualsiasi forma. E’ ancora il moto fondamentale che ha agito nell’anima del Mazzucconi, quello di una gratitudine che si trasforma in attenzione agli altri, per una salvezza che non è solo spirituale, per un cammino che è da percorrere insieme, ma che sono comunque doni di Dio e che hanno come meta un destino trascendente". |
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A "causa" di Dio ! "Non si è testimoni di sé stessi, ma di qualcosa o qualcuno. Si testimonia Cristo attraverso ciò che di Lui abbiamo sperimentato individualmente e come Chiesa. La testimonianza ha un tratto personalizzato, esistenziale che tocca la nostra sensibilità culturale e che è ben presente nel Nuovo Testamento. Non si predica una dottrina ma una persona, Colui che abbiamo visto e toccato, il Verbo della vita. |
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La testimonianza lascia aperto ogni spazio per l 'opera di Dio. Non obbliga ad una conclusione, non chiede efficacia ma la affida a Dio (cfr. Atti 1). Apre quindi su tante possibilità, non solo e necessariamente su quella della conversione e del battesimo. |
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C’è una lezione della storia che ha portato a questi orizzonti più ampi e tuttavia sempre centrati sul Cristo. E’ la lezione che è stata espressa – insieme ad altri e ad altri modi - nella riflessione, nella vita e nella spiritualità di Charles De Foucauld. De Foucauld è stato frainteso da molti, come se fosse il capofila di una testimonianza silenziosa che non sente il bisogno di proporre Cristo. In realtà era proprio il fortissimo bisogno di annunciare Cristo che lo ha portato al silenzio. Perché riteneva che i metodi missionari del tempo non fossero efficaci, ha "inventato" un metodo che potesse proporre nel modo più immediato e comprensibile a chiunque Cristo, cioè l’amore. Jesus Caritas era il suo motto. Una carità che ti fa – quando necessario – ultimo di tutti e silenzioso, "inutile" come a Nazaret, perché questo amore silenzioso e crocifisso ponga finalmente gli interrogativi che tanto predicare e prodigarsi dei missionari non erano riusciti a porre nell’animo dei musulmani. |
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Questa spiritualità, come ho detto, è stata fraintesa e strumentalizzata; inoltre è legata a famiglie religiose molto degne, ma pur sempre particolari. Tuttavia ha penetrato il modo di pensare e sentire dei missionari e dei teologi, e i suoi elementi fondamentali sono a mio parere un valore che dev’essere esplicitato e riproposto per una solida spiritualità missionaria oggi, integrandolo con altri aspetti. |
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Lasciarsi amare, amare, sentire compassione porta e richiede l’andare verso, lo stare accanto, il crescere insieme, il condividere. Sono termini che oggi hanno una capacità di far vibrare, e di essere profezia di fronte ad un mondo (almeno il mondo occidentale) sempre più individualista, frammentato, e che tende a chiudersi, a privilegiare anche nella spiritualità il bene stare del singolo. |
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Ma tutto questo richiede sacrificio, se il dono è gratuito, il cammino dell’accoglienza del dono e della sua condivisione è un cammino di croce; e qui forse dobbiamo tutti essere più chiari con noi stessi e con i giovani, e chiedere al Signore quella lucidità evangelica che ci fa capaci di accogliere sacrificio, rinuncia, sofferenza, incomprensione. |
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Con tutta la nostra vita |