PICCOLI GRANDI LIBRI

Éloi Leclerc

LA SAPIENZA DI UN POVERO

Edizioni Biblioteca Francescana

Traduzione di Fernando Visconti di Modrone e Feliciano Olgiati

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QUANDO NON C'È PIÙ PACE

     Abbandonata che ebbero la strada polverosa ed assolata dove camminavano già da due lunghe ore, frate Francesco e frate Leone s'erano inoltrati per un viottolo che li portava, attraverso i boschi, alla montagna. Essi procedevano a gran fatica, esausti ambedue. Avevano sofferto un gran caldo durante il loro cammino in pieno sole sotto il peso del loro saio marrone. Ora essi apprtezzavano più che mai l'ombra che li investiva dal folto degli aceri e delle querce.

      Ma la salita era dura, ed i loro piedi nudi calpestavano ad ogni passo pietre pungenti.

      Giunto ad un tratto di strada ancora più ripido, Francesco s'arrestò sospirando. Allora il suo compagno, che lo precedeva di qualche passo, s'arrestò anche lui, e, rivolgendosi a Francesco, gli chiese con tono di voce rispettosa e cordiale:

      - Vuoi tu, Padre, che riposiamo qui per un momento?

      - Sì, volentieri, fratello Leone - replicò Francesco.

      I due frati si misero a sedere l'uno accanto all'altro, appoggiando la schiena al tronco di una enorme quercia.

      - Mi sembri molto stanco, Padre - disse Leone.

      - Sì, lo sono invero - replicò Francesco. - Ed anche tu devi esserlo, senza dubbio. Ma lassù, nella solitudine della montagna, ci riprenderemo. Era ormai tempo ch'io partissi. Non potevo più rimanere in mezzo ai miei frati.

      Francesco tacque, chiuse gli occhi e rimase a lungo immobile, tenendo le mani incrociate sulle ginocchia e la testa appoggiata al tronco dell'albero. Leone lo osservò allora con grande attenzione, e ne fu spaventato. Il viso di Francesco, non che solcato ed emaciato, era pur disfatto e soffuso di una profonda tristezza. Non c'era più traccia di luce su quel volto già tanto radioso. Non c'era che l'ombra dell'angoscia, di un'angoscia repressa e radicata giù nel profondo dell'anima che ne veniva piano piano soffocata. Il suo viso pareva quello di un uomo alle prese con una tremenda agonia. Un'aspra ruga ne solcava la fronte e la bocca aveva una piega amara.

      Sulla loro testa una tortora nascosta tra le foglie della quercia, modulava un canto lamentoso. Ma Francesco non la intese, tutto preso dai suoi pensieri. Questi lo riconducevano sempre, suo malgrado, alla Porziuncola. Il suo cuore era attaccato a quel po'di terra nei pressi di Assisi, e alla sua chiesetta di Santa Maria che lui, con le sue mani aveva restaurata. Non era lì che quindici anni innanzi, il Signore gli aveva concesso la grazia di cominciare a vivere in compagnia di pochi frati secondo lo spirito del Vangelo? A quel tempo tutto era bello e luminoso come una primavera umbra. I frati costituivano una vera comunità di amici. I rapporti tra loro erano facili, semplici e trasparenti. Una trasparenza di fonte. Ognuno si sentiva sottomesso a tutti e non aspirava che a conformarsi alla vita e alla povertà di Cristo Signore. Il Signore stesso aveva benedetto l'esiguo sodalizio. Questo s'era fatto sempre più numeroso. E attraverso l'intera Cristianità s'eran viste fiorire tante piccole comunità di frati. Ma ora quell'edificio pareva stesse per crollare. L'unanime amore della semplicità s'era esaurito. Si facevano aspre e laceranti dispute fra i frati. Taluni d'essi, neofiti eloquenti e influenti, affermavano impassibili che la Regola non rispondeva più ai bisogni della Comunità. Avevan le loro idee sulla questione. Era necessario, dicevano, inquadrare questa folla di frati in un Ordine ben saldo e gerarchico. A tal fine era d'uopo ispirarsi alla legislazione dei grandi Ordini antichi e non esitare a fondare istituzioni vaste e durevoli che avrebbero costituito un valido appoggio per l'Ordine dei frati minori. Perché, aggiungevano essi, nella Chiesa, come in ogni luogo, si ha il posto che si occupa.

      Costoro, pensava Francesco con un certo senso di tristezza, non hanno il gusto della semplicità e della povertà evangelica.

      Egli li vedeva intenti a scalzare l'opera sua, già edificata con l'aiuto del Signore. Questa visione lo faceva soffrire amaramente. E poi c'erano gli altri: tutti coloro che in nome della libertà evangelica, o per aver l'aria di disprezzarsi, si concedevano ogni sorta di fantasie e di capricci di pessimo gusto. La loro condotta turbava i fedeli e screditava la famiglia dei frati. Anche costoro scalzavano l'edificio del Signore.

      Francesco riaperse gli occhi e, guardando fisso davanti a sé, prese a mormorare:

      - Ci sono troppi frati minori.

      Poi, di colpo, come per disperdere questa idea importuna, si alzò e si rimise in cammino.

      - Ho fretta - soggiunse - d'arrivare lassù e di ritrovarvi un vero nido di Vangelo. Sulle montagne l'aria è più pura e gli uomini sono più vicini a Dio.

      Frate Bernardo, Rufino e Silvestro saranno felici di rivederti, - disse Leone.

      - Anch'io li rivedrò con gran piacere - replicò Francesco. - Essi mi sono rimasti fedeli, sono compagni della prima ora.

      Leone camminava dinanzi. Franceso lo seguiva a gran fatica; rievocando l'ultimo suo soggiorno alla Porziuncola durante il quale si era doperato a ricondurre i suoi frati alla loro vocazione. L'ultimo capitolo generale della Pentecoste li aveva riuniti tutti insieme. In quell'occasione Francesco aveva parlato chiaro. Senonché, si era subito accorto che parecchi frati non parlavano più il suo stesso linguaggio. Cercar di convincerli sarebbe stata fatica sprecata. Allora Francesco si era alzato in piedi al cospetto dei suoi tremila frati riuniti. Era fiero e corrucciato come una madre alla quale si vogliono strappare i figli. Egli aveva affermato gridando: "Il Vangelo non ha bisogno di giustificazioni. Lo si accetta o lo si rifiuta". I suoi primi discepoli, i compagni fedeli, erano raggianti. Speravano essi che Francesco avrebbe ripreso in mano, ben salda, la direzione dell'Ordine. Ma le sue forze fisiche venivano meno. Egli era tornato dalla Palestina in deplorevoli condizioni di salute. Per tener testa ai dissidenti bisognava disporre di un uomo forte dal temperamento di capo. Il Cardinale Ugolino, protettore dell'Ordine, consigliava il fratello Elia. E Francesco aveva approvato non senza qualche apprensione.

     In quanto a lui, malato di fegato e di stomaco, con gli occhi infettati e bruciati dal sole d'Oriente e dalle sue stesse lacrime, aveva deciso di tacere e di pregare. Ma una cappa di tristezza gli pesava addosso. La tristezza gli contaminava l'anima come una specie di ruggine e gliela divorava notte e giorno. Molto oscuro gli appariva il futuro del suo Ordine. Egli ne prevedeva le scissioni, poiché gli erano ben noti i cattivi esempi forniti da taluni frati e lo scandalo suscitato presso i fedeli. Lo stesso frate Elia, capo dell'Ordine, esibiva atteggiamenti da gran signore, favorendo in tal modo i riformatori. Il dolore di Francesco era tale da non potersi nascondere. Egli non poteva più mostrare ai suoi frati il volto aperto e cordiale di sempre. Perciò Francesco ora si allontanava da essi e andava ad occultare la sua pena tra i monti e nel folto delle selve.

      Egli aveva stabilito di ritirarsi in uno di quegli eremi da lui stesso fondati pochi anni prima sui contrafforti apenninici. Lassù, almeno, in quel silenzio e in quella solitudine non avrebbe più sentito parlare di cattivi esempi. Lassù avrebbe potuto vivere d'astinenza e di preghiera fino al giorno in cui il Signore, avendo pietà di lui, si fosse degnato di apparirgli.

      Giunti al sommo della prima collina, Francesco e Leone scorsero dinanzi a loro la piccola montagna boscosa dov'era nascosto l'umile rifugio dei frati. Essi si arrestarono un istante a contemplare quella verde piramide fiorita sulla proda di un contrafforte apenninico. La floira rigogliosa mascherava l'asprezza selvaggia del luogo. L'altro versante, che non si vedeva da lì, ma che Francesco conosceva bene, era molto più dirupato: un vero ammasso di rocce. Al di sopra del monte, per quanto l'occhio potesse spaziare, il cielo era tutto sereno e luminoso. Era una bella sera tranquilla dell'estate morente. Il sole s'inabissava dietro la cresta dei monti. Non ne restava ormai più che un vapore di luce. Cominciava a far freddo, ed una leggera nebbia azzurrina prendeva a diffondersi per ogni dove sui burroni violacei.

      Il sentiero saliva ora, serpeggiando lungo il fianco della montagna. I due frati procedevano lenti e siolenziosi. Francesco camminava un po' curvo, con gli occhi fissi alterreno. Camminava col passo grave di un uomo piegato da una soma eccessiva. Non era il peso degli anni che lo affaticava così. Era sulla quarantina, e non più. Né il peso delle sue colpe, benché non si fosse mai, come ora, sentito tanto colpevole agli occhi di Dio. E neppure la preoccupazione del suo Ordine in generale lo affaticava. Francesco non conosceva l'Ordine in un modo generico. Come del resto egli non conosceva nulla in maniera generica. Ci voleva ben altro per abbatterlo, che delle vedute astratte. Il suo lento passo affaticato dipendeva dalle preoccupazioni che egli nutriva per ciascuno dei suoi frati in particolare. Quando pensava ai suoi frati - e non cessava più di pensarci - egli rivedeva ciascuno di loro con la sua fisionomia, le sue gioie e le sue sofferenze personali alle quali egli prendeva viva parte. Francesco avvertiva il dramma che si svolgeva allora nell'anima di molti suoi figli, e ne coglieva le sfumature più intime in modo profondo e straziante. Aveva il dono di sentire intensamente - quasi un istinto materno che gli veniva, forse, da sua madre Pica. "Se una madre nutre ed ama suo figlio secondo la carne, soleva ripetere Francesco, quanto più dovremo noi nutrire i nostri fratelli secondo lo Spirito".

      Quand'era giovane e viveva nel mondo, la sua ricca sensibilità faceva di lui un essere molto ricettivo e vulnerabile. Essa lo rendeva vibrante a tutto ciò che fosse vivo, giovane, nobile e bello: alle prodezze dei cavalieri, ai poemi delle corti d'amore, agli splendori della natura, agli incanti dell'amicizia. Quella stessa sensibilità lo rendeva più compassionevole verso le miserie della povera gente, e lo scuoteva tutto allorché un mendico gli si rivolgeva con le parole: "Per l'amore di Dio". La sua conversione non aveva distrutto questa sua sensibilità. Non ne aveva spezzato alcuna molla. L'aveva sioltanto resa più profonda e più pura. Dio gli aveva fatto sentire quanto la sua vita fosse vana: Francesco era diventato più attento a richiami più profondi, quali il richiamo, ad esempio, del lebbroso che, incontrato un giorno nella campagna d'Assisi, Francesco abbracciò superando ogni disgusto; ed il richiamo del Crocifisso della chiesetta di San Damiano, che, animatosi sotto il suo sguardo, gli aveva detto: "Va', Francesco, e restaura la mia casa che, come vedi, sta cadendo in rovina". Il suo sentimento, già forte, si era approfondito; e lo aveva reso sempre più disponibile al dolore e capace di soffrire.

      Ora il giorno volgeva al suo termine. Faceva già buio sotto gli olmi e i pini arrampicati sulla roccia. Nel folto dei boschi s'udì il grido di un uccello notturno. Frate Leone disse:

      - Non arriveremo prima di notte.

      Francesco non disse nulla. Egli pensava che era meglio giungere col buio. I frati dell'eremo non si sarebbero accorti della sua tristezza.

      Passarono accanto alla piccola fonte dove i frati venivano ogni giorno ad attingere acqua ed il cui mormorio ne rivelava la prtesenza nell'ombra del bosco. Ora la meta era vicina e Francesco sentì un dubbio nel cuore. Egli era solito esclamare, giungendo ad una casa: "Pace a questa casa", come comanda il Signore nel Vangelo. Ma aveva tuttora il diritto di dirlo? Non era forse una slealtà da parte sua questa offerta d'un bene ch'egli era ben lungi dal possedere? E come avrebbe potuto presentarsi nella veste di un messaggero di pace, lui che non disponeva di pace in cuor suo? Francesco alzò gli occhi al cielo. Tra i rami dei pini che s'infoltivano lungo il sentiero, appariva un sottile nastro di cielo oscuro. S'accendevano le stelle in cielo. Francesco sospirò. Nella notte dell'anima sua non c'erano stelle. Ma bisognava forse attendere l'alba per seguire il Vangelo e per aderire all'invito del Signore?

     I due frati raggiunsero in quel momento il luogo ove sorgevano il piccolo oratorio e l'eremo. Frate Leone girò intorno alla casa, mentre Francesco, alzando la voce, salutò nel silenzio della notte:

 

"In nome del Signore, sia Pace a questa casa".

E l'eco nei boschi gli rispose: "...a questa casa".