PICCOLI GRANDI LIBRI  Primo Mazzolari
    TEMPO DI CREDERE

CHI VUOLE IL MIO STAR MALE?

«Di che cosa discorrete, che siete tanto tristi ? ».

Prima d'ogni altra cosa, Egli vede il nostro star male. La salvezza non conosce strada più spedita e sicura, poiché non c'è uomo che non abbia il suo star male. Quindi, la porta è almeno socchiusa a motivo di questo star male. Molti occhi non lo vedono affatto lo star male degli altri : molti non lo vogliono vedere e si distraggono guardando come uno veste, quante cose possiede, di quanta terra dispone, di quanti inchini è circondato, quanti scalini bisogna salire e quante anticamere attraversare per arrivare a lui.

Son gli occhi di coloro che unicamente rivolti alle proprie pene, non vedono come tutti stiamo male, anche coloro che hanno case e campi e servi livreati e clienti senza numero e saluti fragorosi ad ogni arrivo e ad ogni partenza, e la propria faccia su ogni foglio, e panegirici senza fine da ogni ignobile letterato.

Nessuno è invidiabile per quello che possiede o gli viene dato più o meno sinceramente. Se uno è contento di non aver nulla e di non ricevere nulla, quegli è veramente beato.

Gesù vede anche il nostro peccato sotto l'aspetto della infelicità: un'infelicità già ordita, un inferno già cominciato e disposto dalle nostre mani.

Chi vede la povertà d'ognuno prima e sopra ogni altro possesso, ha gli occhi del Signore.

Il sacerdote e il levita della Parabola non hanno gli occhi del Signore. Il Samaritano ha gli occhi del Signore.

Molti ne son trattenuti dalla paura che il dolore degli altri aumenti il proprio o li disarmi dal chiedere e dal pretendere. Che cosa si può chiedere a chi non ha niente ?

Può darsi che certe grandezze terrestri, giudicate le più onorevoli da tanta gente che ripete quanto sente dire senza misurarne il costo e la consistenza, non allignino facilmente in un terreno coltivato dalla pietà : ciò nonostante, resto d'avviso che la maniera di vedere l'uomo secondo il Vangelo, è la vera maniera di vedere e che non vi si può rinunciare per il fatto che domani avremo qualche piramide di meno sui nostri itinerari curiosi e qualche battaglia di meno nei nostri libri di storia.

Se per essere veri bisogna far leva sul reale, anche se questo metodo non rende subito o non rende secondo il nostro tornaconto immediato, ci s'impone lo stesso come l'unico e solido fondamento di costruzione.

Per altre vie si sale più spediti e la meraviglia e l'applauso ci possono tenere compagnia per parecchia strada: ma quante lacrime e quanto sangue da imprese che la storia, a distanza di qualche anno appena, sfronda di ogni gloria!

A una creatura come l'uomo, che ci viene incontro in una condizione d'irrimediabile povertà, solo l'amore può chiedere e comandare, perché una sofferenza come la nostra cede volentieri all'amore e da esso si lascia condurre sul calvario e inchiodare sulla croce. Perché l'uomo non ha paura d'offrirsi: ha paura di venire offerto per cause che sono vane come le menti che le hanno concepite.

Cristo domanda tutto all'uomo senza premere sulla sua libertà, senza stoltamente esaltarlo. Vede ciò che abbiamo nel cuore e ci tratta da figliuoli «scrivendo sulle sue mani» che ci tende dalla croce, la nostra povertà e la nostra grandezza.

Ho paura degli uomini che non sanno leggere il mistero di pena che ognuno porta sigillato nel proprio cuore!

Il nostro dramma prende un aspetto anche più forte, se si confronta la maniera di guardare dell'uomo e il desiderio di gioia che ci consuma e lo sforzo disperato per arrivarci. I Due sono usciti dal Cenacolo per non morire di tristezza. La loro ribellione, come quella del Prodigo, è giustificata dal diritto di vivere che sta prima d'ogni altro diritto.

Si esce incontro alla gioia liberandoci costosamente da memorie e da vincoli cari, e la tristezza ci raggiunge appena varcata la soglia.

I Due fuggono col Prodigo, e raggiungono, sovra una strada di pochi stadi, la stessa lontananza.

Ovunque fuggiamo, ci portiamo dietro noi stessi: ovunque andiamo, siamo noi stessi.

Ma non è il nostro star male nel Cenacolo, né il nostro star male della strada che ci restituisce a Cristo.

Ricordo di essere "risalito" verso Gerusalemme, perché Egli mi ha fatto sentire che sentiva il mio dolore. Sono risalito dietro la sua voce che mi parlava nel frastuono insopportabile di tutte le pene e di tutte le accuse lanciatemi dagli uomini.

Dopo avermi curato le piaghe, mi ha preso per mano: mi ha portato come il Samaritano e il Buon Pastore.

Cristo ha guardato e guarda alla mia povertà, non per dire, come altri: - dovrà pure arrendersi! - ma per portarmela via, per togliermene l'acerbità.

Se mi domanda, come ai Due: - perché sei tanto triste ? - non è un'indiscrezione la sua (il pudore dello star male guai a chi l'offende!) ma un segno amabile della sua carità.

Per questo non mi fa vergogna ch'Egli mi fissi e mi discopra nel mio star male. Mi spalanco, mi denudo.

Vedi, Signore, se vi è desolazione che eguagli la mia desolazione.

La mia redenzione non è che la mia disperazione guardata dal Signore. Poiché Egli si è seduto sul gradino del mio focolare, la fiamma s'è riaccesa nella casa in pianto.

Al Signore importa il mio star male. C'è Uno cui sta a cuore il mio star male.

Una tale certezza non è un conforto qualunque, è il segno più, posto davanti al soffrire dell'uomo: la scoperta che qualcuno mi vuol bene perché sto male: la rivelazione dell'amore attraverso il mio soffrire.

E' necessario star male, per avere la certezza che Uno mi vuol bene.

Non c'è rivelazione più grande. E' « il mistero nascosto dei secoli ».

Nessuno vuole il mio dolore ...

C'è chi agogna il mio campo, la mia casa, che guarda le mie poche gioie per rubarmele.

Cristo posa il suo sguardo sul mio male per farmi ricco col mio stesso male. La sua carità si serve del mio male per rivelarmi l'amore, per incarnarvi la sua carità.

Quanto "scendere" dev'essersi compiuto in me, se solo il dolore può rivelarmi l'amor di Dio! Quanta carità da parte di Dio, s'Egli ha dovuto risalire con noi ogni nostro Calvario, perché potessimo credere all'Amore !