PICCOLI GRANDI LIBRI  Primo Mazzolari
    TEMPO DI CREDERE

... E L'UN DEI DUE ...

Non m'interessa sapere chi è Cleopa, perché Cleopa e non l'altro prende la parola: m'interessa che uno risponda, che uno incominci a rispondere e il colloquio s'avvii. Comunque proceda, o verso un'intesa o un disaccordo, è bene che uno gli parli.

Il parlare è sempre un guardarsi, un farsi male a vicenda, l'accorgersi che c'è qualcuno fuori di noi, un incontro. Nella storia delle anime quando uno incomincia a rispondere è sulla via della salvezza.

Non m'interessa il nome di Cleopa. Il suo è un dramma senza nome: lo vedo in lui, lo vedo in tanti, lo vedo in me. Infatti, dopo le prime parole, sicure ed aggressive, dette in prima persona singolare, i Due rispondono ed interrogano insieme.

Di nostro, non ci sono che le introduzioni: poi, il dramma di ognuno corre via con caratteri così comuni che è possibile parlare insieme pur rimanendo inconfondibili.

- Tu solo, tra i forestieri, trovandoti in Gerusalemme, non hai saputo ... ?

La morte di Gesù era il fatto di quella Pasqua: era già la nuova Pasqua.

Gli stessi forestieri ne dovevano essere rimasti colpiti più che del vecchio Rito pasquale. Il che giustifica la meraviglia di Cleopa di fronte a quest'uno che non sa nulla di Gesù nazareno.

Chi non vive il nostro male, è un estraneo, anche se parla la nostra lingua, anche se siede alla nostra tavola, se prega inginocchiato a noi d'accanto.

Con la meraviglia, Cleopa contiene a fatica il suo sdegno. Quel non sapere offende, nel cuore dei Due, la memoria di Lui rimasta incandescente nonostante l'accaduto.

Né il rimprovero né lo sdegno sono nuovi per il Signore. In ogni dramma interiore, come ad ogni svolta della strada, vi sono ore in cui ognuno crede d'avvertire l'estraneità del Cristo e della sua Chiesa.

Mentre scrivo - giugno 1940 - l'estraneità si fa assenza: - Ubi est Deus tuus ?

Fosse almeno un irridere dal di fuori ! ... Ma la tentazione mi prende dal di dentro, mi assale i punti verginali dell'anima, mette a prova la mia stessa vocazione di uomo spirituale.

Per resistere, ho bisogno che il Profeta mi scuota come il popolo dubbioso: - « Fino a quando zoppicherete da due lati? Se il Signore è Dio, seguitelo: se invece Baal è Dio, seguite lui. Io solo sono rimasto profeta del Signore: i profeti di Baal sono quattrocentocinquanta ». - (3Re 18, 21-22).

Cristo è in me e nella storia degli uomini, ma Egli non vive il nostro dramma nei nostri schemi.

Egli fa sua la nostra Passione, senza accettarne i limiti o le angustie calcolatrici. Egli è dentro ed è anche fuori della storia: o meglio, è dentro in una maniera per cui, nei momenti di scarsa umanità, uno ha l'impressione ch'Egli sia fuori, appunto perché non siamo veramente dentro noi stessi.

Tutto ciò che è nostro appartiene a Cristo. La Incarnazione è questa certezza. Perfino il nostro peccato gli appartiene ed in maniera particolarissima. Ma dove noi finiamo per la naturale limitatezza delle nostre capacità, dove noi ci mutiliamo per la incapacità di sentire con Lui, Egli continua. Bisogna che Cristo continui. L'Incarnazione non significa l'esaurimento di Dio nell'uomo ma l'ascendere dell'uomo fino a Dio, e la nostra vita soprannaturale il compimento di noi stessi in Dio.

Finché rimaniamo fuori del nostro compimento, che è la continuità dell'uomo sopra l'uomo, la accusa di estraneità rivolta a Cristo avrà le sue giustificazioni.

Perché Cristo sia nostro, noi lo vogliamo sul nostro piano di passione e di odio, di giustizia e d'ingiustizia.

Vogliamo comprometterlo ... Se no, la sua calma, mentre noi ci dibattiamo nel turbine, ci pare mostruosa indifferenza: il suo silenzio, confrontato col nostro gridare, una connivenza con chi ci fa star male.

Perché la Chiesa protesta con un linguaggio diverso dal nostro, perché non lancia una scomunica come io lancio una bomba, non la sentiamo né nostra, né vicina.

E grido.

So che il mio grido non è buono, ma io ho bisogno di gridare in questo momento!

Lasciatemi gridare !...

Signore, quanto sto male - l'andar male è tutt'altra cosa e uno può accomodarsi nell'andar male -: vengo sulla Tua strada. Tue sono le strade: Tue anche le strade de' miei smarrimenti, ove Tu vieni a cercarmi: ma se non sto male, tanto male, non m'accorgo che Tu sei sulla mia strada e, se pur T'incontro, non Ti riconosco. L'occhio benestante non riconosce nulla e chiama fantasmi le realtà che inquietano.

Perché oggi sto male, tanto male, non c'è ombra che io non fissi a lungo, persona che non interroghi, battente di porta cui non m'attacchi.

Come il cieco di Gerico, non ti vedo, ma Ti chiamo: come il lebbroso, non m'avvicino ma grido fino a Te: - Gesù, figliuolo di David, abbi pietà di me i -

La strada del cieco e del lebbroso è la mia strada, e Tu ci passi sempre, fino alla fine: perché sei venuto per il cieco, per il lebbroso, per me ... e, finché ci sarà un cieco, un lebbroso, un disperato, Tu ci sarai sulla strada.

Tu sei la strada.

Chi ha dimestichezza con Te, Ti parla pulitamente, libro in mano: ma chi sta male, io, che sto male, tutti noi che stiamo male... gridiamo.

Questo grido che sa di rivolta e di ossequio, questo clamore che il clamore accompagna è la mia preghiera, oggi, non può essere che un grido.

E quasi griderei anche in Chiesa; poi, mi prende vergogna e vengo fuori.

Ma fuori, come sono solo! Eppure siamo in tanti con lo stesso peso sul cuore: e non ci s'accorda! Ognuno sente di essere solo: ognuno è costretto a gridare solo.

E così il grido diventa un urlo, perché siamo in tanti col cuore infranto e ognuno è solo.

Se un altro mi guarda, mi mordo le labbra e quasi sorrido. Di fronte a l'altro faccio l'uomo saggio, l'uomo che sta bene, l'uomo senza affanni, l'uomo sicuro, che ha risolto, che ha trovato.

Ho trovato perché ho rinunciato a cercare: ho risolto perché ho rinunciato alla mia anima.

 

E allora, perché grido ?

Non lo so ... Forse è più forte della mia volontà il mio cuore: o troppo angusto per un soffrire senza nome che mi viene contro come le onde del mare, sempre le stesse e sempre mutevoli.

Questo cuore che Tu m'hai dato, non è uno scoglio qualunque; è un cuore di carne, che, all'urto incalzante, grida. Non so se verso di Te o contro di Te.

Chi può misurare dove finisce l'implorazione e dove comincia la rivolta? Non c'è, un po' di ribellione in ogni mia accettazione? Non c'è un resto di fiat nel mio ribellarmi a Te ?

Così tutto è preghiera, anche la mia bestemmia. E Tu hai pietà di questa Tua povera creatura che prega e bestemmia insieme.

Sono sulla Tua strada, e, perché sto male, Ti cerco.

Cerco la Tua faccia.

Non voglio vedere la faccia degli uomini: non voglio ascoltare le loro ragioni su quello che hanno fatto o si propongono di fare. Voglio vedere la Tua faccia. Sei così calmo che mi fai gridare di più. E pure, Tu non puoi essere assente: sei venuto per rimanere: il Tuo amore è questo rimanere.

La Tua calma non può assomigliare a quella di certuni che son calmi perché son fuori del soffrire comune: che violentemente si son messi fuori del soffrire comune: duri e freddi come l'interesse, come l'orgoglio, come l'odio.

Dicon parole sagge, che hanno suoni cupi e paurosi.

Tu sei dentro e sei calmo: sei uno di noi, l'Incarnato ... e sei calmo. Eri fuori e sei venuto nell'uomo; hai preso stanza nell'uomo, Ti sei fatto uomo, assumendone i destini e il dolore.

Sei calmo perché sei nel dolore, sei il dolore di tutti.

Per essere calmi bisogna essere nel dolore di tutti.

Inquieta il dolore che è fuori, il dolore che non ho saputo far mio, che non ho voluto far mio. E' una parte di me stesso perduta e mi duole come un membro tagliato.

Se avessi forza di non parteggiare e di accettare ogni voce, ogni sospiro, ogni lamento; se fossi anch'io, come Te, tutto il dolore; se ricomponessi in me tutto il dolore dell'uomo, avrei il Tuo volto. Perché non voglio il dolore di tutti, grido...

Sei calmo: capisci tutto; porti tutto...

Capisci anche quello che gli uomini non dicono: leggi nelle nostre menzogne; sai quanto valgono le nostre vanterie e le nostre minacce.

Tieni sul palmo l'inutilità del nostro recalcitrare: sai dove menano le nostre strade: hai già disposto un bene permanente sui beni effimeri che ci strappi; segnato la vittoria del bene sulle vittorie del male.

Sei calmo, sotto un volto sfigurato dal male: il vittorioso in veste di vinto: sei la libertà crocifissa, la santità insultata.

Ti sei lasciato prendere dalla Tua creatura ... Io Ti ho legato, schiaffeggiato, inchiodato.

Ma il Tuo cuore è rimasto spalancato come le Tue braccia, e Tu mi ami lo stesso e di più.

Ti ho tolto tutto, e Tu, dalla croce, dai il Regno al Ladrone, a colui che non ha potuto tenersi nulla del molto che aveva rubato.

Il senzapatria mi fa vedere come si ama la patria.

E in quello strazio, quale grande attesa

Chi ha ricevuto tutto il male, può attendere. A volte attendono anche coloro che hanno portato via il bene. Attendono l'occasione di rifarsi il volto del galantuomo e farsi perdonare le rapine e le stragi: prendono un volto pacifico perché la guerra non dà pace, né la vastità del possedere fa la grandezza di nessuna patria terrena.

Tu, invece, attendi che coloro che Ti hanno dispogliato e crocifisso, si lascino amare.

E nel silenzio dell'attesa, un grido: - Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato ?

Sei calmo e gridi ...

Signore, Ti rendo grazie per questo Tuo grido.

In quest'ora crocifissa, mi unisco a Te, gridando. E' il grido di uno che vuol credere e si sente mancare la fede: di uno che vuol amare, e si sente portar via il cuore.

Signore, non Ti domando di vedere, non Ti domando di amare. Ti domando solo di non rigettare il grido di questa povera anima che, gridando, si attacca disperatamente a Te.