PICCOLI GRANDI LIBRI  Primo Mazzolari
    TEMPO DI CREDERE

IL FATTO DI GESÙ

Col suo cuore che capisce e compatisce ogni nostra follia, Gesù ci lascia dire e ci aiuta a dire con domande semplici e tranquille. Come al pozzo di Sichem, non perde la calma perché noi siamo eccitati.

- Quali cose sono avvenute ?

C'è una divina ignoranza che sa tutto, e vuol sapere come noi sappiamo, per aiutarci a scoprire che non sappiamo niente o in una maniera che è peggio di niente.

E' bene che sia il Signore a chiederci quanta "realtà" è riuscita ad entrare nella nostra piccola testa: così Egli avrà in mano le prove che giustificano la sua misericordia: - Perdona: essi non sanno ...

- Come io ho visto, basta per la mia piccola giustizia: per la carità, occorre sapere come han visto gli altri.

Prima di giudicare e prima di condannare, bisogna vedere come vedono gli altri.

La guerra, vista da chi la fa, dev'essere un po' diversa da chi la vede fare o la fa fare agli altri.

La fatica che si comanda è un po' diversa dalla fatica che si porta.

Chi ha fame, vede la solidarietà con occhi un po' diversi dal ben pasciuto: forse anche la religione, la patria ...

Se poi si confrontano le diverse maniere di vedere, non più fra di loro ma con la verità, quanta poca differenza e quanta poca verità nell'una e nelle altre !

Può darsi perfino che di diverso non ci sia che la maniera con cui è architettata la menzogna, come nei bollettini di guerra.

Perfino nel dirigere le anime si tien poco conto del come esse vedono.

Il più saggio dei consigli può divenire, se applicato fuor di proposito, il più pernicioso, come il più logico ragionamento può lasciare perfettamente indifferente più di un cuore.

Quando avete ben capito l'errore, si è da capo. E' più facile concludere partendo da una esperienza qualsiasi che da un'astrattezza dottrinale.

Molti mi fanno osservare che l'ammettere ciò che uno pensa o dice di errato, per il solo fatto che è una sua esperienza o una sua maniera di vedere, può essere pericoloso, quasi un, accondiscendere all'errore, quindi, un tradire la verità.

Invece di discutere, sentitemi.

- Uno mi dice: Vedi cosa fa la Chiesa? Ecco, voi preti tenete sempre col più forte ! ! ! -

E mi elenca dei fatti, ch'io non posso negare, anche se non hanno la portata pregiudiziale loro attribuita.

- E' vero - gli rispondo. - Purtroppo, è vero quel che mi dici. - Nel mio "purtroppo" c'è già una differenza spirituale ch'egli subito avverte, come subito avverte e s'incuriosisce del mio animo.

Vedo le cose che vede lui, non cerco neanche di attenuarle o di spiegarle alla mia maniera, e, ciò nonostante, resto fermo nella mia fede a una istituzione che a lui non dà più alcun affidamento.

Senza ch'egli se ne sia accorto, l'iniziativa è passata nelle mie mani: l'ho agganciato a me, incuriosendolo, senza ferirlo nella sua creduta e riconosciuta obbiettività. Adesso, gli posso parlare della mia interiore disposizione, con la certezza ch'egli mi seguirà benevolmente, senza recalcitrare.

La mia onestà o il mio rispetto esagerato hanno conquistato il diritto di udienza, se non d'accoglienza, per la mia fede.

A me sembra che il Vangelo si introduca per questa via, nient'affatto disdicevole alla verità.

Le vie disdicevoli sono quelle che arrivano solo a chiudere gli spiriti e a metterli in difesa ostinata di fronte alla verità.

Per chi «non ha visto, sentito, toccato» è facile che l'insegnamento del Signore divenga soprattutto una dottrina, e che si miri a costruirla sistematicamente, più che a viverla.

La conoscenza dell'insegnamento del Signore ne ha guadagnato, mentre è rimasta scarsa la conoscenza di Lui, che, ai fini della salvezza, è più urgente dell'approfondimento del suo insegnamento. «Questa è la vita eterna: ch'essi conoscano Te ... e Colui che Tu hai mandato ... ».

La dottrina, di Gesù è un'immagine di Lui, e da sola non basta a darci la vera conoscenza. Talvolta un sapere prevalentemente intellettualistico trattiene più che accostare, suscita dubbi invece di calmarli.

La conoscenza che fa la "nuova creatura" oltre la conoscenza dell'insegnamento del Signore che ci viene dalla Chiesa, depositaria sicura, richiede la conoscenza del "fatto di Gesù"; cioè la conoscenza personale del Signore.

La cultura tiene poco conto di quell'amoroso e quasi trepido toccare, che crea nell'anima la conoscenza di Grazia o di Fede che fa dire: - scio cui credidi et certus sum.

I Due, nella risposta al Pellegrino, non fanno questione di dottrina. Essi sono certi che Gesù fu un Maestro inarrivabile; ma se ora non vive più, se di Lui non è rimasto che una grande memoria, come legargli la vita?

La Fede non è un puro rapporto della mia mente con le Verità rivelate, ma un inserimento di tutto me stesso nel "fatto di Gesù", il Vivente.

La Chiesa ha sempre tenacemente difeso contro ogni invadenza e volatilizzazione intellettualistica il fatto di Gesù e la sua vera integrità.

Ma il fatto ha un pericolo che il concetto (flatus vocis) non conosce: può essere il fatto di ieri.

Per i Due, Gesù è una potenza passata. « Era potente in opere e in parole ».

Se, parlando della grandezza di un personaggio, si deve usare il passato, quella è una grandezza puramente umana.

La storia non fa la religione. Chi non ha vinto la morte è misurato alla stregua di ogni altro mortale. Egli può aver reso una grande testimonianza con la sua vita, ma non sarà mai Colui al quale si può rendere testimonianza con tutta la nostra vita.

Non c'è possibilità di rapporto religioso, ove manca il Vivente.

La morte segna l'umano: il divino è di là dalla morte.

Gli occhi dei Due sono ancora fissati sul sepolcro sigillato.