PICCOLI GRANDI LIBRI  Primo Mazzolari
    TEMPO DI CREDERE

VOCI  LONTANE

- ...venit de longinquo ...
Aspiciebam in visu noctis, et ecce, in nubibus caeli, Filius Hominis veniebat.
Aspiciens a longe, ecce video Dei potentiam venientem,
et nebulam totam terram tegentem.

(dalla Liturgia d'Avvento)

Cuori vuoti.

Accostando i lontani o leggendo le loro confessioni, il primo fatto che colpisce è l'assenza quasi completa d'ogni credenza positiva. «Quando il Figliuol dell'Uomo verrà, troverà ancora Fede sulla terra?». La situazione di tante anime mi aiuta a comprendere la domanda che Gesù propose a se stesso. Essa ci mostra con un'evidenza che sconcerta, ciò che Cristo troverebbe se oggi tornasse: nessuna fede positiva.

L'anima moderna è in una straordinaria situazione di disponibilità. Non vi sono ingombri, non v'è certezza alcuna: una landa. La landa spaventa perché è desolazione; ma, nel contempo, quel vuoto può servire per le apparizioni ideali. Solo il deserto può fiorire in una notte.

Siamo una terra di nessuno. Contesa da tanti, da troppi maestri e da troppe ideologie, si è rifiutata a tutti, dopo averli tutti provati. Ora, attende il Veniente.

«Sei tu che devi venire o dobbiamo aspettare un Altro?».

eternità sofferente

Più mi guardo attorno e mi sprofondo nel cuore della mia generazione più vi scopro un senso d'eternità sofferente.

Non si può negare al nostro tempo la qualifica di costruttore. Nessuna epoca, dopo la medioevale, s'è impegnata come la nostra.

Non m'importa sapere come costruisce: prendo l'uomo che fa il suo mestiere, e l'uomo, quando costruisce, è sempre mosso e sorretto da un motivo di grandezza quasi religioso. Costruire è una maniera di pregare, di esprimere una fede anche se uno si sforza di essere ateo.

Ora, l'uomo moderno, il costruttore, ha un senso della precarietà e della caducità delle sue costruzioni come non l'aveva l'uomo medioevale. Il grattacielo ha il suo punto morto, e l'uomo moderno l'ha raggiunto.

Qualche mese fa, visitai un meraviglioso impianto di bonifica che costa centinaia di milioni.

L'ingegnere che m'accompagnava, uno spirito tutt'altro che volgare, davanti alla mia naturale ammirazione, scoteva il capo con malcelata tristezza: - E pensare che tutto questo lavoro avrà sì e no la

durata di cinquant’anni ! ... -

Il medioevo conosceva il senso gioioso dell'eterno: la pietra gli parlava, e la cattedrale che gli dava le ali, era un po' la sua Preghiera, il suo Credo, la sua Somma.

La nostra epoca ha lo stesso senso dell'eterno, ma in maniera sofferente. Anche noi avvertiamo confusamente che «quod aeternum non est, fumus», ma non sappiamo esprimerlo che in maniera negativa, soffrendone.

E' già gran cosa che i migliori sian senza orgoglio. Chi sa misurare con pena il limite della propria opera, è in cammino verso la Verità.

ad quid ?

La gioia dello sforzo creativo viene maggiormente diminuita in noi dal crescente e sempre più avvertito senso di impotenza di fronte alle stesse nostre scoperte e alle meravigliose nostre applicazioni.

Il fenomeno va studiato un po' meno superficialmente.

Ieri, il dubbio assai diffuso sulla vera utilità e bontà del progresso tecnico, lo si poteva credere un'ondata passeggera di pessimismo.

L'«ad quid» è un po' dietro lo sforzo umano d'ogni tempo. Ma nel nostro, esso è diventato malattia, tormento e serio motivo di riesame.

L'uomo scopre nuove energie, le utilizza in modo mirabile, ma proprio quando è certo d'averle domate, gli si rivoltano contro minacciandolo nella sua stessa spiritualità, il vertice della sua persona, dove egli si sente veramente più grande, incommensurabilmente più grande di qualsiasi creatura. Così gli sorge l'oscuro presentimento di essere quasi giocato dalla materia, che, diventata macchina per lui, lo modella a sua immagine.

Il calcolo è esatto, la misura giusta, ma la traduzione del calcolo in azione e in riflessi sull'azione umana, è un momento atroce.

Che le cose abbiano un'orbita, un movimento, una gravitazione fuori dell'uomo e più in alto dell'uomo? A chi rispondono?

Il nostro mondo non osa ancora formulare la risposta: forse non si propone neanche il problema in maniera chiara; ma l'ipotesi fermenta penosamente in tante menti anche se la parola Dio non pare la risposta più, sicura.

Intanto, la poesia della scienza è tramontata da un pezzo nei nostri animi. Anche lo scienziato sta per divenire, se pur non lo è già, un salariato, un comandato.

Nessuno oggi è sicuro se il suo lavoro sia un buon lavoro per l'umanità. Anche Pasteur temerebbe di aver lavorato per la morte più che per la vita.

senza fiducia nelle cose

Siamo usciti da un'epoca di materialismo volgare, che in compenso riusciva a dare a molti un calore e un entusiasmo quasi religioso. In luogo di un sapere positivo era una fede, una delle tante religioni che il cristianesimo si è visto di fronte nella sua millenaria esistenza; una fede che aveva risultati tangibili, soddisfacenti, promettentissimi. L'anticipo era tanto abbondante e succoso che il credergli anche per il domani non costava fatica, come non costava fatica relegare fra la mitologia ogni religione che poneva nell'al di là il suo compimento.

Come non fu di lunga durata la fiamma di poesia che illuminò la faccia dello scopritore, cosi ben presto s'oscurò la fede nella massa dei nuovi credenti. Ma la religione materialista resistette al tramontare della fede. Mutò vocabolario, si spiritua1izzò nell'espressione, rubando a questa o a quella filosofia, contenendosi o riducendo assai ... Noi adesso siamo dei materialisti, nei quali ogni giorno più s'accentua il senso della defraudazione: materialisti disperati.

Rubiamo ancora, rubiamo sempre, anche di più; come con cresciuto accanimento ci contendiamo le cose di quaggiù per un resto d'illusione che non so spiegarmi come sopravviva alle continue delusioni: ma ormai tutti sappiamo, anche se non abbiamo il coraggio di gridarlo, che nelle cose non c'è quello che cerco e di cui ho bisogno assoluto.

Le cose si sono rivoltate e si rivoltano sempre più atrocemente nel fenomeno, più religioso che economico, della crisi.

Fino a quando - mi chiedo - potrò durarla nel mio materialismo disperato ?

Anche questo è un avvento che può avere non lontano il suo natale: una strada che può avere il suo incontro.

nessuna fiducia nell'uomo e negli uomini

Lo si sperimenta dapprima in quel fenomeno felicemente denominato dal Benda «la trahison des clercs».

Gli uomini nuovi, nell'aureola scintillante del loro sapere tecnico, mettono in rilievo la loro disarmonia, cioè la mancanza di santità.

Nessuno sorrida, quasi si trattasse di un residuo non superato d'ascetismo.

Denunciando una carenza di santità negli uomini rappresentativi del mondo moderno, non intendo accusare deficienze morali colpevoli. Vi furono e vi sono figure integre in ogni campo. Fortunatamente il tipo dell'uomo savio quale fu conosciuto e ammirato dagli antichi, non è scomparso del tutto dal mondo del sapere: ma egli è rimasto estraneo, quasi assente dalla vita, e al suo posto si sono impancati uomini di minore nobiltà morale, avventurieri di buon conto più che di buon pro. Le così dette élites ne rigurgitano e par quasi non abbiamo altri tipi da presentare.

Ora, nessuna forma sociale come nessun progresso economico o culturale può fare a meno di uomini santi nel senso religioso, se non soprannaturale della parola.

Che cosa sia un santo fuor del soprannaturale, non saprei dirlo. Riesce meno difficile definire il significato d'esemplarità o d'orientamento che, in una realtà caotica come l'attuale, per l'urto di forze non ancora ben conosciute né ben controllate, può dare la presenza di uomini veramente superiori, i quali, ponendosi al servizio di tutti, dimostrano la forza dello spirito e i limiti delle cose e delle creazioni umane.

Alcune nobili devozioni, che sarebbe ingiustizia tacere, non raggiunsero tale significato di esemplarità, a motivo forse d'una mancata visione religiosa del proprio dovere e della propria missione.

Per rimediare alla disgregazione morale, conseguenza della mancata fiducia nell'uomo, si è creato il mito, cioè il culto delle grandi personalità.

Ecco sorgere nel nostro tempo, che pareva il terreno meno propizio a culture di questo genere, le nuove religioni umanistiche o per dir meglio, le nuove idolatrie fondate sugli uomini, con richiami a mitologie antiche e nuove : la più assurda, a mio avviso, delle costruzioni religiose inventate dagli uomini, certo la più caduca e la più tragica.

I limiti dell'uomo, di qualsiasi uomo, non hanno bisogno di essere né definiti né ricordati. Ognuno li porta dentro di sé.

incapacità d'arrivare alla gioia

« ... et videbitis, et gaudebit cor vestrum ».
(dalla Liturgia d'avvento)

L'uomo moderno è proiettato verso la gioia dall'istinto ordinario della sua natura, acutizzato fino allo spasimo da situazioni nuove. L'oscurarsi d'ogni fede soprannaturale rende più assillante la ricerca di qualsiasi soddisfazione terrena. Ogni rinuncia è un assurdo; ogni mortificazione una follia.

La strada dello spirito per arrivare alla gioia, congegno delicatissimo che richiede un'illuminazione dall'alto, non è alla portata dei più.

È necessario puntare sull'istinto e abbandonarvisi senza riserve. Non c'è altra strada. Ma l'istinto trova limiti fatali nell'istinto altrui, scatenato al pari del nostro, e nel contempo si spunta contro la spaventosa monotonia del piacere. Nulla di più abnorme del peccato, un disco a una sola canzone.

Il pervertimento dell'istinto è l'ultimo sforzo dell'uomo moderno nella sua disperata volontà di godimento, col risultato d'un avvilimento anche maggiore.

Non è possibile diventare bestie, accontentarsi d'una mangiatoia colma, come qualsiasi ruminante.

C'è chi vorrebbe vedere in questa impossibilità l'ultima beffa del destino: e se fosse invece il documento della nostra insopprimibile grandezza e "il braccio" di una divina pietà che ci risospinge «verso Colui che farà intendere la gloria della sua voce nella letizia dei nostri cuori?». «Non ardeva il nostro cuore, mentr'Egli ci parlava per via?».

scalate impossibili

« Aperite portas ... : Salvator ponetur in ea murus et antemurale ».
(dalla Liturgia d'Avvento)

La nostra generazione sta misurandosi di fronte ai massimi problemi della vita: la ragione della vita, la difesa della vita, la prosperità economica, la pace interna, la convivenza dei popoli, la cui soluzione le sfugge nonostante molti e lodevoli tentativi.

Chiunque s'interroga col cuore in mano scopre la sproporzione tra ciò che forma la sua vera aspirazione e quello che quaggiù è guadagnabile.

Per quanto uno s'oblii, gli rimane sempre l'incontenibile esigenza d'essere compreso, spiegato, raccolto, amato, soddisfatto. Ogni grandezza che è fuori del nostro cuore - famiglia, patria, razza, classe, umanità - ci può esaltare, ma non basta a farci vivere e a darci la ragione della vita.

Io non sono una molecola della collettività; io sono io, un povero uomo isolato, che deve morir solo: nessuno viene con me.

Ogni provvedimento per la difesa della vita, tentato unicamente sul piano materiale, rischia di maggiormente sviluppare gli istinti egoistici dell'individuo o di avvilire la provvidenziale funzione del procreare, per motivi e regole che se possono essere razionali nel regno degli animali, prive di spiritualità, degraderebbero l'uomo.

La prosperità economica, nonostante l'accresciuta potenza di produzione, rimane un mito non raggiunto né con questa né con quella economia.

I popoli sospinti dalla mutua diffidenza e dalla segreta aspirazione a un benestare egoistico sia con la difesa di beni già acquisiti o con la conquista violenta di essi, non riescono più, per quanto ricchi, che a soddisfare in parte i propri bisogni, segnatamente quelli delle classi più umili.

L'ordine interno delle nazioni, se ottenuto, o nasce da un fragile compromesso di partiti politici che tendono a sopraffarsi per poter imporre una propria ideologia, oppure è il frutto costoso della rinuncia dei diritti della persona alla comunità, divenuta unica ragione del diritto. Troppo raramente esso è in funzione d'una interdipendente valorizzazione tra personalità e socialità.

La convivenza dei popoli non fu mai così turbata e così esposta a influenze disgregatrici, contro le quali reagiscono invano le voci delle plebi affaticate che vogliono pace e a cui non sempre provvedono fragili e precarie intese tra questo o quel popolo, tra questo o quel gruppo di nazioni.

Lo scoppio della guerra ci ha persuasi che si viveva in terra vulcanica, sovra un'impalcatura mal simulata che da un momento all'altro, per colpa di nessuno e di tutti, sarebbe caduta travolgendo il mondo intero in una catastrofe senza eguali.

Or non v'è spirito, per quanto umile e poco avvertito, che non soffra in segreto quest'agonia, che investe, oltre il suo personale interesse, quello che di più caro ogni uomo custodisce nel cuore e alla cui difesa rivolge continuamente il pensiero e la fatica.

verso un nuovo paganesimo ?

Un'ondata di paganesimo, sotto questo o quel nome, minaccia il mondo.

La cosa riveste particolare gravità se si pensa ai mezzi di cui dispongono gli antesignani di questa ripresa, nient'affatto nuova nella storia della civiltà cristiana.

Come di volta in volta ci si richiama in arte al classicismo o al romanticismo, così, quella piega o malattia dello spirito umano conosciuta sotto il nome di paganesimo e che è connaturale all'uomo, riaffiora di tratto in tratto in modo vivace e minaccioso e vorrei dire, più per il decadere della vitalità cristiana che per virtù insita nel paganesimo stesso. Quando un fiume è in magra appaiono fondali e greti improvvisi.

Il fenomeno non è trascurabile e richiede vigilanza e opposizione intelligente: non bisogna però dargli un valore esagerato come fanno parecchi dei nostri, i quali credono anche di fermarlo con quei sistemi che si son dimostrati impotenti in circostanze meno allarmanti delle attuali.

Importa avvertire lo sforzo che costa questa reviviscenza pagana agli stessi che se ne fanno i banditori, quantunque sia uno scendere e un accarezzare gli istinti meno nobili dell'uomo.

L'uomo moderno non è più capace di tornare alla serenità classica che i poeti, meglio degli storici, hanno creduto di riscoprire negli uomini di Roma e di Grecia. Goethe, l'esemplare più celebrato e più vicino, non mi persuade, come non mi persuadono gli epigoni di questi ultimi tempi.

Il cristianesimo ci ha afferrati. L'Incarnazione non è una parola, ma il fatto centrale della storia e del mistero umano. Ogni problema spirituale eterno e carnale, per usare l'espressione di Peguy, gravita intorno all'Incarnazione.

L'ombra della Croce, se a qualcuno piace ancora chiamare con simile termine negativo la più sfolgorante luce, è su ognuno di noi, su ogni nostro movimento.

Il Cristianesimo lo si può bestemmiare o negare: non si può trascurarlo: prima di essere la nostra gioia, è il nostro tormento. Nessun uomo per quanto potente e "onnipotente" potrà cancellare dalla storia venti secoli di Vangelo.

Siamo tutti malati di Cristo. Roma e Atene, Odino e Thor, Ci possono affascinare: forse potremo tornare con Renan a pregare su l'Acropoli, ma, nell'accento, ci sarà più nostalgia di Betlem che del Partenone, del Calvario che del Campidoglio, del Carmelo che delle foreste nibelungiche.

L'Avvento sospira nel nostro paganesimo disperato.