PICCOLI GRANDI LIBRI  Primo Mazzolari
    TEMPO DI CREDERE

O TARDI DI CUORE A CREDERE !

Chi ha della religione un'imagine languorosa, si meraviglierà della risposta del Pellegrino che riprende a parlare quando i suoi compagni di strada hanno detto tutto. È lo stesso accento, virile e severo, che ingiunge alla Samaritana: - Va e chiama tuo marito -.

Gesù porta il problema del credere nella sua vera sede, la vita morale, correggendo le esagerazioni della fantasia e dell'intelligenza, che vedono piano e facile qualsiasi cammino. Egli non teme di farci sanguinare il cuore, se questa è la sola condizione per renderlo obbediente alla Grazia.

Credo che non vi debba dispiacere un Maestro senza lenocini o false accondiscendenze.

Chi ha veramente sete di verità trova nella franchezza evangelica, che non va confusa con la brutalità dei linguaggi correnti, una garanzia.

Che cosa ci rimprovera il Signore ?

La mancanza d'intuizione o d'istinto religioso, che ci porta verso schemi, che nei Due rispondono a fantasie messianiche di grandezze temporali, e in noi, a fantasmi pressoché eguali, quantunque sotto nomi è giustificazioni diverse.

Fu cambiato l'otre, ma il vino rimase quello d'una volta. Che c'è di diverso tra il messianico d'allora e gl'imperialismi di oggi, ai quali i cristiani d'ogni confessione vanno sacrificando, con servile compiacenza, le loro più sacre e inaccordabili parole ?

Come allora, neanche i discepoli hanno il coraggio di pensare il Messia universalmente, fuori delle idee dominanti.

Ma l'opposizione tra i nuovi vangeli e il Vangelo rimane irriducibile. Per addomesticare, lo si "lavora" come se fosse un trattato di filosofia o una raccolta di "pensieri perduti", così che da una realtà viva e istintiva, colma d'assoluti e d'intransigenze rivoluzionarie, ne vien fuori una dottrina astratta, pieghevole e su misura.

Per molti, di fronte ai nuovi vangeli non c'è neanche più il Vangelo, ma uno schema: non son più in contrasto due vite, ma una norma generica e le esigenze vitali dell'uomo: non più due istinti, ma il solo istinto bestiale che sta sgominando senza fatica l'uomo spirituale dalle sue radici divine.

Spiritualmente e religiosamente siamo degli staccati, vale a dire degli "insensati", e la materia ci travolge facilmente perché ci siamo rifiutati di portare tutto l'uomo nel mondo della Grazia.

Se non vi ascende il peccato, vi ascende l'uomo peccatore. Se si vuol opporre realtà a realtà, vita a vita, dobbiamo riafferrarci a questa nostra forza primordiale. L'istinto è una concretezza e soltanto una vita religiosa che non trascuri questa concretezza può tenere fronte all'irrompere brutale di esso.

Si camminerà un po' meno, si fantasticherà un po' meno, avremo una letteratura religiosa meno brillante, ma sarà un camminare da uomini, un pensare nel reale, uno scrivere che potrà essere capito da tutti.

Se si trascura di educare religiosamente l'istinto, il cuore invece di camminare dietro l'intelligenza, che si è staccata dall'uomo con la scusa di procedere più spedita, impigrirà nel materiale, perdendovisi.

Ho paura del mio cuore che procede solo, senza mete, ma non senza desideri! E non saranno certo i vaghi e lontani richiami della ragione che, lo potranno sollecitare.

Egli sente purtroppo che dietro quella variopinta libellula niente o ben poco è camminato dell'uomo, per cui presto o tardi la ragione sarà costretta a ritornare e dichiarare logica ogni scorribanda e ogni rivolta del senso.

L'istinto, quando è ben elevato, ci può avviare con le sue esperienze innegabili, a riconoscere il dolore come la legge fondamentale della vita mentre l'intelligenza ne rifugge per l'assurdità logica che v'è in ogni pena.

- Bisognava che il Cristo soffrisse per entrare nella gloria -.

La ragione è irriducibile nei confronti di una necessità che non può essere giustificata in nessuna maniera per via di ragionamenti. Soltanto i profeti, vale a dire l'esperienza migliore illuminata dalla Grazia, ci può piegare davanti a una necessità, che non può essere allontanata dalla strada.

Per questo il Signore spiega ai Due la sua Passione per mezzo dei Profeti, rifacendo la sua storia sulla storia dell'uomo.

Cristo non è separato dall'uomo. Noi conosciamo la sua genealogia umana, che risale nei secoli fino al primo uomo, come conosciamo una storia di Lui che continuerà fino all'ultimo uomo.

C'è una Chiesa prima di Cristo, come c'è una Chiesa dopo Cristo. Esse sono ugualmente sue, perché sono - secondo l'audace parola di Bossuet - il Cristo "repandu et communiqué".

Di questa Chiesa, che precede e prepara la nascita temporale di Cristo, i profeti sono la parola più vicina e misteriosa.

Essi ne raccolgono e ne esprimono, attraverso il dolore che accompagna ogni passo dell'uomo verso la propria redenzione, il sospiro: ne cantano gli annunci festosi; ne descrivono il volto sotto una divina ispirazione che non si diparte un momento dalla realtà dell'uomo.

Cristo è l'uomo che conosce il soffrire, - il vir dolorum - come ognuno di noi. Il Messia non poteva battere altra strada.

L'uomo che non può comprendere il perché del dolore, aveva diritto di ritrovarsi interamente nel Figlio dell'Uomo crocifisso.

Leggere i Profeti vuol dire ricapitolare la Rivelazione in un atto di profonda e cordiale conoscenza di noi stessi, fissandoci, senza quasi volerlo, sulla medesima croce e saldando con i medesimi chiodi il nostro dolore col dolore di Cristo.

Ora che Cristo ha patito ed è morto con me prima di morire per me, il mistero del dolore non mi affanna. Forse capisco meno di prima, avendo rifiutato le piccole consolazioni della filosofia, ma mi basta vedere che il Cristo ha voluto quello che io non voglio, che s'è piegato come un Agnello all'obbedienza del dolore.

- Christus factus est pro nobis oboediens usque ad mortem, mortem autem crucis -.

- Non bisognava che il Cristo soffrisse queste cose per entrare nella sua gloria ? -.

Poche parole contengono una legge più misteriosa, più vera e universale. La vita di ognuno e di tutti vi è riassunta; come nella forma quasi interrogativa è adombrata la tragica storia dei nostri rifiuti così duramente scontati.

Non importa che i Profeti abbiano parlato, che il Cristo l'abbia solennemente confermato nella sua Passione, non importa che gli avvenimenti di tutti i giorni ce lo inchiodino nel cuore; l'uomo ricalcitrerà sempre e non capirà.

Non capiscono gli Apostoli: non capisce Pietro, che vuol fermare il Maestro che sale a Gerusalemme per esservi crocifisso: non capisco io, non capisce nessuno perché sia necessario soffrire per entrare nella gloria.

Ed ecco che sulla strada di Emmaus continueranno a camminare dei poveri "insensati e tardi di cuore", fino a quando Colui che porta i segni della croce nel suo corpo glorioso, accostandosi alla nostra povertà consumerà, facendoci "ardere il cuore", le tappe di un'esperienza che da sola non basta a persuaderci la resa davanti alla Croce.