PICCOLI GRANDI LIBRI  Primo Mazzolari
    TEMPO DI CREDERE

RESTA CON NOI

L'invito più comune è divenuto una nota umana. Poche parole come questa furono ripetute, dentro e fuori la cristianità, nelle ore oscure e smarrite.

Nel fatto, solo apparentemente insignificante, è un altro di quei segni divini che accompagnano la vita del Signore.

Ogni cosa ch'Egli ha toccato, ogni parola da Lui pronunciata o che Gli fu rivolta, ha preso un significato universale: fa parte, meglio dei più grandi libri, del patrimonio dell'uomo.

Di oscuramenti e smarrimenti oggi è piena la terra. La notte incombe e con tali declini e con tale orrore che le parole più buie della nostra storia non sono rievocate a sproposito.

Chi è rimasto con noi? Cosa c'è rimasto ?

Un'orfanezza dello spirito senza limiti: la rivolta tacita o dichiarata contro tutto quello che credevamo nostro; un abbandono crescente di anime, di cuori, di mani; un susseguirsi instancabile di false testimonianze; un serrarsi ferrigno delle piccole solidarietà nella catastrofe delle grandi solidarietà; un precipitarsi verso fondi senza fine di odio.

Chi è dalla nostra parte ?

Un terribile silenzio che ha raggiunto le più alte vette della Parola: un sordo star male che affatica quanti non possono adattarsi al ritorno della barbarie: la preghiera senza fremiti delle nostre Chiese, buie come per un interminabile Ufficio delle Tenebre: il grido soffocato della cattolicità che non vuol rinunciare alla carità.

La materia ci sommerge. Non c'è più posto per uno spirito che ha creduto di salvarsi accettando di patteggiare con la negazione di se stesso.

Appunto perché la notte incombe sui nostri destini umani, non oso ripetere l'invito che da millenni commenta ogni nostro star male. Ho paura della retorica che gl'insinceri e i fatui di ogni tempo vi hanno aggiunto. Pare incredibile che vi sia gente capace di recitare anche nel dolore e di contraffare il dramma dell'uomo, in gesti miserevoli e in parole ancor più miserevoli !

Ho paura di narcotizzarmi, di negare la mia responsabilità, di mettere il Cristo al mio posto.

Ho paura che qualcuno mi ascolti, mentre è solo per me che posso ripetere ciò che è stato detto quella sera.

Ho paura di profanare le parole che furono segnate dall'accento sofferente e dalla fede di milioni di labbra.

Per salvarmi, mi faccio più vicino ai Due, che dalla soglia ripetono al Forestiero l'invito di rimanere.

Uno legge il Vangelo col cuore che ha, e quando si sta male si crede di avere il diritto di ripiegare su noi stessi la pietà degli altri, senz'obbligo di restituirla nel caso che l'altro sia Dio, continuamente pensato nella categoria della felicità.

Ma se per noi, che ci scordiamo di tenere il posto dei personaggi evangelici, il Pellegrino è già il Signore, per i Due è ancora il Forestiero. Noi gli diciamo di restare per il bene che vogliamo a noi stessi, ma i Due lo sforzano a rimanere perché hanno pena di Lui, che di notte vuole avventurarsi lungo strade malsicure. Son degli smarriti, ma da quando il Pellegrino ha parlato, avvertono la pena di un altro e possono ospitarla nel loro povero cuore.

La notte è paurosa per chi deve continuare la strada, non per chi è arrivato. Un uscio stava per aprirsi, una casa li avrebbe accolti, un po' di fuoco, un po' di pane, facce sicure.

Lo invitano quindi a restare, offrendogli l'ospitalità in una maniera così delicata che par quasi ch'essi la ricevano da Lui, s'Egli accondiscende a rimanere.

Gli avvenimenti avevano consumato la loro fede: il Messia era stato inghiottito dal sepolcro tre giorni prima: ma qualcosa del Maestro era rimasto in loro e si era ravvivato lungo il cammino mentre Quegli parlava.

Certi discorsi di Lui erano improvvisamente riaffiorati, e la sua pietà si ristampava nel loro animo come nel Samaritano della strada che va da Gerusalemme a Gerico, come sul lino della Veronica.

- Avevo fame e m'avete dato da mangiare ... ero Pellegrino e mi avete ospitato... - Qualunque cosa farete all'ultimo la riterrò fatta a me -.

Invitando il Forestiero a rimanere, i Due sentivano di rendere un omaggio alla memoria del Maestro: era la maniera più giusta di commemorarlo, di averlo vicino ancora, di stargli ancora insieme.

La loro anima ritornava ospitale : avevano pietà del Cristo povero, del Cristo pellegrino che camminava nella notte verso una meta ignota.

Nel calore del discorso s'eran dimenticati di chiedergli chi fosse e dove andasse: ma da straniero ch'Egli era al suo apparire, s'era inavvertitamente fatto "prossimo". La carità li disponeva alla Comunione.

Che cosa Gli avrebbero offerto se accettava l'invito? Non ci avevano neppur pensato.

Ospiti anch'essi di qualcuno, avrebbero chiesto per Lui o pagato il taverniere per Lui, proprio come il Samaritano. Gli avrebbero fatto posto come a un di loro, e secondo il comandamento della carità offerto il Pane. Non è il pane della carità che viene benedetto e spezzato da due Mani trafitte, nel gesto che mostrerà nel Forestiero il vero volto del Figliuolo dell'Uomo ?

Perché questo è appunto lo splendore del Mistero del Pane: il Cristo visto, sentito, amato, adorato in ogni creatura.

Senza saperlo, i Due s'eran preparati nel cuore un altare ove il Cristo avrebbe segnato una delle sue prime apparizioni nella luce rivelatrice del Pane del commiato che è anche il Pane del ritorno. «Fra poco non mi vedrete più, e fra un altro poco mi vedrete». (Gv. 16,16). La pietà aveva già dato un altro volto al Pellegrino, che alla Fractio Panis risplenderà di quella luce divina che la carità raccoglie sui volti sofferenti e sui cuori infranti.

L'Eucarestia non può avere una preparazione diversa di questo sguardo di pietà che, raccogliendo il Cristo da ogni strada buia e abbandonata, ne vive in pieno l'avventura e Gli chiede, invece di un piccolo rifugio, la forza di riconoscerlo ovunque, di amarlo ovunque, di ospitarlo ovunque.