PICCOLI GRANDI LIBRI  Primo Mazzolari
    TEMPO DI CREDERE

... CON LORO

 - entrò per rimanere con loro - si mise a tavola con loro - e spezzato il pane, lo dette loro.

 La carità, come una sinfonia, ha i suoi temi, ove tutto converge e da cui tutto parte con insistenza e movimento espansivo.

Io sono un tema della divina carità.  Ovunque è un uomo, ivi è un altare dell'Amore, la ragione di un'accondiscendenza senza limiti, di un'obbedienza «fino alla morte e alla morte di croce».

Ne potrei inorgoglire se non sapessi di sicuro ch'Egli discende e prende dimora in me per la pietà che Gli faccio.

Lo ferma la mia povertà, che incomincia a valere quando il Signore la fa sua.  C'è un "niente" che, grida sulla soglia della taverna, e Colui che deve "andar più oltre", s'arresta, vi entra, si fa mio ospite.  La taverna diviene la basilica: il "servo", l'"amico".  Egli mi cede i suoi diritti, e mentre io divento grande, Egli si fa miserabile e            meritevole d'obbrobrio.

Lo scambio avviene in ognuno di noi e dura per questa vita e nell'altra, perché lo stesso Paradiso non è che il godimento pieno della Carità.  E tutto questo senza mai un pentimento, perché l'Amore conosce le agonie che durano fino alla consumazione dei secoli, non i pentimenti.  L'amore che si pente d'amare, non è più l'amore.

 

Se Cristo discende in una taverna per rimanere con loro, la taverna di Emmaus, come la stalla di Betlem, scompare dalla sua estimazione.  Egli sa che dove c'è l'uomo, ogni cosa è povera.  Anche un castello, anche una reggia è povera.  Gli ornamenti o i decori della miseria non l'interessano e la fatica o il costo del suo discendere e del suo rimanere non è misurata né sulla stalla né sulla taverna, ma sul mio cuore.

Se uno veramente ama, non ha occhi per gli abiti né per le abitazioni dell'uomo.  Le convenienze e il cerimoniale incominciano quando finisce l'amore, come certe gerarchie prendono piede quando vien meno la carità.

 

Cristo entra e si mette a tavola con loro.  Sulla strada era un viandante coi viandanti; nella taverna, un commensale tra commensali.  Si eguaglia.

Non è sempre più grande la carità che si mette al di sotto.  Ci sono umiliazioni che pongono in maggior evidenza il distacco e la superiorità di chi s'abbassa.

Gesù è più vicino e più nostro quando si mette a tavola con gli apostoli.  Pietro che se Lo vede in ginocchio davanti, col catino e l'asciugatoio, si schermisce e protesta: ma quando Gli siede accanto se ne sta tranquillo.

Tanto chi è al di sopra come al di sotto degli altri, è in disagio e mette in disagio.

Nel Cenacolo di Gerusalemme, come nella taverna di Emmaus, Cristo si fa l'eguale.

La Comunione comincia con una dichiarazione d'eguaglianza.

I grandi doni si fanno soltanto tra eguali: le grandi imprese si fanno soltanto con eguali.

 

Questo "mettersi a tavola con loro" mi ricorda il "sedersi della folla "comandato dal Signore nel miracolo della Moltiplicazione.

L'Eucarestia è un riposo dalla fatica, la comprensione e il rispetto della fatica.

Bisogna però che uno abbia provato a tribolare.  Gesù conservava nella sua stessa gloriosa umanità i segni d'una stanchezza mortale.  Anche quel giorno s'era fatto pellegrino e portava la stanchezza di quel camminare senza meta e senza speranza.

 

Ora, si siede tra i Due, prende in mano il pane, lo benedice, lo spezza ...

Azione comune, gesti comuni di ogni mensa.  L'Eucarestia è il pane di tutti i giorni in una realtà nuova; il quotidiano trasfigurato.  Ciò che è veramente sacro è così.

L'altare, sia a Gerusalemme che in Emmaus, è una mensa.

Il Calvario vi è adombrato, è già presente; ma anche liturgicamente l'altare resta sempre una mensa: la tavola del pane.  Così a Cana di Galilea, come presso Simone il Lebbroso, come da Zaccheo e nella casa di Bethania.

Egli ci ha preparato una mensa per farci riposare.  Il Signore ha tenuto conto del nostro star male di fuori, e per rifarci, ha scelto il momento del riposo e così anche la famiglia cristiana ha la sua mensa, l'ora del suo ristoro.

 

L'azione del mangiare, che facilmente degenera nella volgarità, viene riportata verso il Mistero.

Nel Cenacolo come nella Taverna, come su ogni Altare, Cristo ferma nel Sacramento il momento religioso della famiglia e dell'amicizia.

L'Eucarestia presuppone la mensa e il pane.  Una casa che non ha una tavola o sulla quale manca il pane per la celebrazione del rito quotidiano che unisce la famiglia in una riconoscenza reciproca che sale fino a Dio, è una chiesa senza altare.

Ove manca il pane o vi è troppo scarso, la famiglia si dissalda, come una Chiesa per mancanza di Comunione.

Ove c'è il superfluo, l'Eucarestia viene impedita dalla voracità che spezza il vincolo.

Il sano costume dell'uomo introduce al soprannaturale, che, a sua volta, lo tutela nei suoi gesti più semplici, divenuti a nostra insaputa, gesti liturgici.

 

«Prendere in mano il pane» è, il primo atto liturgico.

La creazione converge nelle mani dell'uomo, sacerdote della Provvidenza, la quale ci dà il pane in un offertorio ove le mani del Padre s'intrecciano con le mani dell'uomo.  Preparato nel cuore del Padre, continuato nel meraviglioso succedersi delle stagioni e della generosità della terra, il dono ci viene portato dai fratelli, perché ognuno viva nella Comunione dei Santi che s'inizia nel campo, nella bottega, nell'officina, ovunque un uomo col suo lavoro eseguisce il disegno della divina carità.

lo ricevo il mio pane quotidiano da tante mani, da milioni di mani che hanno lavorato per me, che hanno sudato per me, rubato il tempo al sonno, al riposo, alla gioia ... per me.

Dio mi serve per mezzo di tante creature che non conosco, che non voglio conoscere, per non esservi tenuto.

Non voglio vedere le mani che lavorano per me e faccio mettere i guanti bianchi al cameriere che mi serve in tavola, perché non scorgendo l'ultimo anello dell'interminabile catena di mani che arrivano fino alle mie per deporvi il dono di Dio, mi illudo di non dover nulla a nessuno.

- Perché io pago ciò che mangio... - Per un po' di soldi, fatica rubata al più debole, m'impedisco di stringere e di baciare la mano del povero! Ma la mano rifiutata scrive sul muro, come nella sala del re Balthassar, le parole che incupiscono i miei pensieri, e fanno pauroso il mio domani.

Rifiuto la mano affaticata, ma il pane non ha più sapore né gioia, e neanche poesia perché se manca l'amore, manca tutto.

Cancellando quella mano dal mio pane, cancello i dolci chiarori dell'alba, il fulgore del meriggio, le iridescenze delle rugiade, i muti colloqui delle stelle con le spighe, la sinfonia del vento, il canto degli uccelli, lo zirlìo dei grilli, la paziente fatica dei lombrichi, le canzoni dei mietitori, il muggito dei bovi, l'odore dei fieni...

Qual peso di bontà e di poesia in ogni briciola di pane !

Il cantico delle creature, che è segnato su ogni boccone di pane, fa del mio pasto un rito di comunione naturale che mi prepara a capire il mistero dell'altra Comunione col Corpo e Sangue del Signore.

Appunto perché vi è già incorporata una grande stanchezza e un grande pensiero, il pane può ricevere il lievito di quella Parola che lo fa "Pane vero disceso dal Cielo".

Già qualcuno è morto lungo le prode ove sono cresciute le spighe del Mistero, già qualcuno fu travolto dall'aratro, fatto cadere da un colpo di sole, stritolato dall'ingranaggio della trebbiatrice o sotto la macina del mulino ...

Il sacrificio è il valore del pane, il suo peso umano che mi sento palpitare tra le mani come qualche cosa che già appartiene al Cristo, un po' della sua Passione stessa ch'Egli "consuma" nel Sacramento, stabilendo nell'eterno la preziosità di ogni lagrima e di ogni goccia di sudore o di sangue.

 

- ...lo benedice... -

 

Benedicendo, stringo la mano che mi dà il pane: guardo in volto il mio donatore, un volto sporco di sangue e di fatica come quello incontrato dalla Veronica lungo la strada del Calvario: lo faccio riposare nella mia riconoscenza, che aumenta nei riguardi stessi di Dio se confronto le mani che mi fanno vivere con le mie mani.

Cos'hanno dato in cambio queste mani pulite e inanellate, compiaciute e disdegnose, vanitose e vuote d'ogni buona fatica: le mie mani rapaci e ingannatrici ?

Alcune vergogne della moda le guariremo se sapremo sopportare certi confronti, capaci di farci arrossire perfino le unghie dipinte.

Benedire ... è la preghiera di grazie che scopre, dietro le creature, il volto e il cuore del Padre, che riunisce alla sorgente ogni rivolo di bene, che riporta alla Casa ogni stanchezza, e ricostituisce nell'unità ogni buona voce.

Non è forse una preghiera eucaristica il Benedicite intonato dall'abate e ripetuto dai monaci alla mensa di ogni giorno?  Non esalta la visione di un Dio presente in ogni cosa, che dà ad ogni vivente il suo cibo "in tempore opportuno"?

 

- Benedite.

- Benedite.

- Gli occhi di tutti ... sperano in Te, o Signore... Apri la Tua mano e colma ogni creatura di benedizioni.

- Anche i poveri devono mangiare a sazietà per lodare il Signore ch'essi cercano e per far vivere in eterno il proprio cuore.

Benedicendo mi purifico.

La Provvidenza si serve delle nostre povere mani.

- Lavabo inter innocentes manus meas ... perché si sono attaccate alle creature invece di offrirle, convertendo in idolo il loro valore di doni, qui ammucchiandole fino a soffrirne, là diradandole fino a far morire di fame.  Ne ho fatto motivo di oppressione e di rapina, di ricatto e di spreco ...

Il volto del Padre si oscura davanti agli occhi del povero e sulla terra non rimane che un suono inumano, che obbliga gli uomini a produrre ... produrre senza rispettarne la fatica e giustamente retribuirla.

Ho sporcato il pane, con le impronte della mia ingordigia, le riduzioni dei miei calcoli.  Vi sono macchie di sangue e tanti sospiri in ogni briciola.

Prima di mangiare il pane, gli antichi si lavavano le mani.

Meglio dei Farisei abbiamo conservato le tradizioni degli antichi, ma non mai come adesso che ci siamo tanto raffinati, ci si accosta alla mensa con mani più lorde: mai fu più profanato il rito del pane.

- Mundamini.

Mi purifico, riconoscendo che ho tutto ricevuto e niente dato, chiedendo perdono agli umili delle mie esigenze strangolatrici, che importano più lavoro e maggior sacrificio a povere spalle troppo cariche.

Mi purifico componendo nei limiti ogni uso del dono, rispettando il valore eucaristico della briciola e il diritto preliminare di Dio e della sua carità che non ammette "accettazione di persone".

Mi purifico cancellando ogni privilegio di fronte a qualsiasi, ascoltando il lamento degli affamati e dei malnutriti per colpa della mia ingordigia.

Il pane benedetto si frange da sé, senza bisogno di minacce o di violenze, di guerra e di rivoluzione per spartirlo.

L'amore, lievitandolo di nuovo, lo divide secondo il bisogno misurato sulla carità.

Le mani dell'uomo ritrovano istintivamente il gesto del Padre, che vede il proprio volto risplendere nel volto di tutti i suoi figliuoli, e riconosce ad ogni bocca un egual diritto, come eguale per tutti è la sua sollecitudine, il suo sole, l'acqua ...

 

- ...e lo dà loro... -

 

con le sue stesse mani.

Il Maggiore non conosce la gioia eucaristica del dare, la gioia di dare a chi, secondo gli uomini, non ha diritto d'avere, a chi ha perduto tutti i diritti.

Non c'è gioia più grande.

Io sogno una rivoluzione che faccia del gesto eucaristico del dare il segno della gioia.  Per distribuire le terre e spezzare il pane basta l'amore, un po' d'amore.

Ma se togliete il lievito della carità, per forza bisogna usare l'ascia o la bomba.  La guerra è una fractio panis paurosa e demoniaca.

Ma una briciola raccolta per terra, intrisa di fango e di sangue, contesa tra le urla di rabbia e di vendetta dei vinti e le risa beffarde dei vincitori, non ha gioia, non ha sapore, non ha vita.

Bisogna spartire e dare, come spartisce e dà la mamma, come spartisce e dà il sacerdote all'altare, quando anche la briciola è tutto Cristo e tutta la Vita, perché vi ha preso stanza tutto l'Amore.