PICCOLI GRANDI LIBRI  Primo Mazzolari
    TEMPO DI CREDERE

SU LA SOGLIA

Nel Cenacolo, tra donne visionarie e la cupa rassegnazione degli Apostoli non si poteva vivere. Quell'aria, l'aria di un Morto, era irrespirabile.
Tra i rassegnati e visionari, s'affacciano, sulla soglia del Cenacolo, "due di loro", che prendono il nome dal villaggio di Emmaus verso cui camminano.
Pietro e Giovanni escono dal Cenacolo per accondiscendere alle Donne: i Due di Emmaus, che, essendo giovani, non si sentono di collezionare memorie, sian pure memorie di "un uomo potente in opere e in parole", vanno fuori per vivere.
Potete chiamarla un'evasione: comunque, essi sono logici e simpatici; tanto più che "i Due", in questo mattino di Pasqua, si son fatti legione.
Molti dei nostri, sopra una strda lungo la quale è forse men facile incontrare Chi "fa ardere il cuore", ne rivivono il dramma e la sofferenza.
Non voglio accompagnarli subito: mi tornerà facile raggiungerli e riascoltare nei loro discorsi la suggestione della strada: meglio sostare alquanto sulla soglia del Cenacolo, or che si apre il mattino, tra chi va, portandosi dietro lo slancio della giovinezza, e chi rimane, mortificato nel volto e nell'anima.
Anche il Cenacolo, invece di un focolare di fede, può apparire una cittadella smantellata, disposta, sotto gli assalti della persecuzione, a qualsiasi resa, pur d'uscirne risparmiata. E questo in un'ora in cui il mondo, almeno esternamente, vive parte del suo travaglio sul motivo dell'onore, della fierezza e dell'ardimento fino allo sprezzo della vita.
Del nostro tempo si può pensare ciò che si vuole, ma gli si deve riconoscere d'aver saputo suscitare, a suo modo, una visione eroica.
Non giudico il fondamento di tale visione, né la responsabilità morale di quest'atmosfera eroica, che preme ed esalta il nostro mondo. Noto soltanto il suo fascino su molti della nostra generazione, sui giovani in modo particolare.
Un mito di tanta suggestione non si vince col ragionamento o la saggezza di chi, per aver troppo vissuto, non sa più vivere; ma imponendo un ideale concreto e superiore di divozione.
Il Cristianesimo non ha bisogno di prendere a prestito, né di aggiornarsi ai tempi, allineandosi con movimenti che hanno una funzione storica limitata e passeggera.
Gli basta la Croce, che riassumendo il Vangelo e l'opera ininterrotta della Chiesa attraverso i secoli, rimane sempre il punto più alto, la "follia" di ogni devozione.
Ma se alla Croce, ineffabile scuola di carità e di umana generosità, togliamo il suo significato glorioso, essa viene "svuotata".
L'espressione è di San Paolo, e lo "svuotamento"si opara togliendo alla Croce, oltre il suo significato di carità universale, il suo aspetto vivo e militante.
Qualcuno, pur non osando dichiararsi anticristiano, esagera l'apparenza depressiva di quei gruppi devozionali, i quali, benché meno numerosi di una volta, e con assai dubbia autorità, presentano un tipo di Cristianesimo, che, nella sua evidente e intollerabile deformazione, allontana e disgusta gli spiriti generosi. Si tratta di quell'errore di calcolo assai frequente e grave, che consiste nel confondere il segno del più col segno del meno; l'errore che crede di elevare la Grazia abbassando la natura.
Invece di tendere, con ogni sforzo, all'imitazione dell'inarrivabile splendore dell'Uomo-Cristo, leggiamo la sua vita e la sua parola con spirito rinunciatario; mentre, quasi a scusa, ci si chiude nel mondo interiore, giustamente preoccupati della nostra perfezione, ma dimentichi, al tempo stesso, che ogni interna elevazione, ogni conquista segnata nell'intimo, ogni profondità di Grazia richiede una corrispondente affermazione di dignità e di grandezza umana. Altrimenti verrebbe da pensare che codesto ritirarsi, invece di una difesa che prepara la conquista, documenti un animo debole e pauroso.
Troppi Cenacoli chiusi in queste ore che portano sul vento di tante tragedie i fermenti della vita e della morte!
Non ho mai capito né mi auguro di capire certe maniere di presentare i Misteri Pasquali.
Come conoscere in tali figurazioni il Cristo della Pasqua che vince la morte ed entra nella gloria? il Cristo che comanda alle tempeste, che scende tra la folla, che sta sereno e calmo di fronte ad ogni malvagità che gli si avventa contro? Come riconoscere nei nostri quotidiani compromessi il Cristo-Re della più recente Liturgia, che afferma la durata della sua Parola oltre il passare dei cieli e della terra?
"Oppio del popolo: fermento di rinuncia e di viltà: religione degli imbecilli e degli schiavi"- si legge ogni dì dai fogli di propaganda che il bolscevismo ateo può scambiare coi neo-pagani -. Le accuse si ripetono senza varianti e s'accordano sopra ogni divergenza ideologica.
Un giovane che vive con passione l'ora meravigliosa di questo mondo traboccante d'energia, d'ardimento e d'immaginazione, non può sentirsi invogliato ad occuparsi di una Chiesa che non si presenta con richiami di alta tensione spirituale.
Davanti alle Chiese che si fanno deserte e fredde, non c'è che una risposta: una nuova fiamma nella Chiesa.
Per questa fiamma che è "la novità" della Pasqua, non occorre rubar legna a nessuno. Purtroppo, anche da noi si copia e si importa. Si importa la pesantezza dell'epoca e qualche cosa di più mentre si lascia smorzare il fuoco di Cristo, riacceso nel Sabato Santo sul sagrato di ogni Chiesa.
Il Regno dei Cieli non è di quaggiù, cioè non si avvera sulla terra, alla maniera dei regni di quaggiù. Ecco perché la Chiesa non ha bisogno né di oro, né di spada, né di protezione.
Ai violenti, ai furbi, agli ingiusti, la Chiesa oppone tranquillamente il Discorso della Montagna, non per negarequello che gli altri operano ma per costruire, nella luce delle Beatitudini, uomini nuovi, nazioni nuove, un nuovo mondo. Il cristiano non rinnega che le false grandezze e i falsi valori. Se accetta di "ridfiventar fanciullo", tutte le audacie gli cantano in cuore mentre gli si afferma prepotente il desiderio di riconquistare a Cristo quanto v'è di bello, di buono e d'amabile in un mondo che muore d'orgoglio e di viltà.
Il Cristo verso cui camminiamo per tutte le strade in quest'ora decisiva, è il Cristo della Croce e il Cristo della Gloria.
           «Non bisognava ch'Egli soffrisse ed entrasse quindi nella sua gloria?» (Lc 24: 26).
La Passione è un poema d'umiliazione e di potenza. Nessun compromesso, nessuna timidezza, nessun indietreggiare. Le minacce non lo commuovono, le blandizie non lo lusingano: la Croce è già accolta nella sua volontà fusa nella volontà del Padre.
Colui che col solo suo nome atterrisce la turba capeggiata dal Traditore, rifiuta le Legioni celesti, il conforto degli Apostoli e da solo s'avvia verso il Calvario.
L'Agnello c'insegna la fortezza: l'Umiliato ci dà lezioni di dignità: il Condannato esalta la giustizia: il Morente conferma la vita: il Crocifisso prepara la gloria.
La nostra testimonianza, oggi, non può essere diversa.
Se ognuno che crede nel Risorto, gli tenesse fede davanti al mondo, che ha perduto il vero senso della forza e della gloria, con volto fermo e audace, nessuno oserebbe riparlare del Vangelo come di una religione servile.
«Come volete che si convertano e tornino a credere, quando vedono cos'è la nostra fedeltà? Come hanno ragione di spregiarci, quando ci vedonocosì deboli e tremanti! Di noi essi non conoscono che facce rivolte a terra, e ginocchia prone e schiene ricurve, nuche ricurve e tremanti» (Peguy).
La Cristianità dev'essere in piedi, a fronte alta e scoperta, e la luce del Risorto sarà nel suo volto e nei suoi propositi.