PICCOLI GRANDI LIBRI  Primo Mazzolari
    TEMPO DI CREDERE

PARLIAMO DI COSE NOSTRE

E mentre andavano, «discorrevano e discutevano».
I Due son d'accordo sul loro star male e sulla necessità d'uscire dal Cenacolo: nel giudicare i fatti cominciano a trovarsi meno concordi.
L'unanimità clamorosa dei negatori è sovente un'unanimità puramente negativa.
Se i lontani, com'è dovere d'ognuno, si impegnassero di sostituire con risposte positive le loro negazioni, l'accordo cesserebbe immediatamente, come scomparirebbe l'aria di troppa sicurezza che è più dei demolitori che dei costruttori.
Di "no" non si vive.
Quando abbiamo ben negato la soluzione cristiana, non abbiamo risolto niente. Io devo pure un nome o una risposta al Mistero se voglio che la mia vita abbia una ragione o una sopportabilità.
E se il discorso circa l'unanimità lo rivolgiamo a quelli di Casa, convien ricordare che aver la stessa fede non vuol dire avere l'identico pensiero su tutte le cose che capitano e su tutti i problemi non direttamente congiunti alla Fede.
Chi crede, "prende" dal Vivente come le erbe del prato prendono dalla fecondità della terra.
Eppure, nessuna di queste ripete la fecondità di essa in egual modo, benché la glorifichi allo stesso modo.
Esse non si preoccupano dell'edificazione intesa in senso angusto, ma glorificano il Padre che le ha create col loro stare insieme anche se non hanno la stessa forma, lo stesso colore, lo stesso aroma, lo stesso profumo. L'unità della natura è alla base di ogni differenza secondaria.
Un tempo i cattolici non avevano paura di discutere: ora son tollerate soltanto le discussioni inutili, su argomenti che non sono veri e propri problemi.
L'esercizio della carità intellettuale è quindi in disuso, mentre ne soffre la stessa conoscenza della Verità, da pochi approfondita per più facilmente mantenere l'uniformità del vedere.
Il laicato, tenuto lontano dalle fonti rimaste suggellate sotto il pretesto che nessuno le intorbidi, si disamora della ricerca e cade nell'indifferenza quando non si rivolge a sorgeenti "dissipate".
Il laicismo è incominciato come rivolta verso un limite ingiustificato. Ben presto la rivolta finì per negare che ci sia qualche cosa al di là del limite, e divenne il documento della nostra povertà spirituale, con gravi riflessi in ogni campo del sapere e dell'arte.
Il laicismo verrà superato se la Chiesa riuscirà a riportare il laicato verso una teologia viva, o, meglio, se la nostra teologia riuscirà a interessare il pensiero laico.
Da non si fa colpa al Bonghi d'aver staccato la teologia dal sapere profano con la soppressione delle Facoltà teologiche. Non conosco le intenzioni del Bonghi, perciò mi proibisco di giudicare un provvedimento che, per sé e nello spirito del tempo, potrebbe essere un atto di malevolenza o di settarismo. Ma se fosse la constatazione ufficiale della decadenza dello studio teologico? Conveniva tenere accanto all'alto insegnamento scientifico o filosofico in meraviglioso rigoglio, uno studio che, nel confronto, sarebbe apparso anco più angusto e superato?
La Provvidenza ha le sue strade per le quali fa camminare gli indisposti e i riottosi. Anche in fatto di cultura teologica, la Chiesa è fuori causa; le responsabilità è dei cattolici se, in Italia e fuori, il pensiero teologico, specialmente nella seconda metà dell'ottocento, fu poverissimo.
Dopo il non lodevole risveglio giansenista dei primi del secolo, che diede a qualche Cattedra teologica italiana più rumore che valore, l'insegnamento teologico delle Università e dei Seminari non ha né uomini né opere.
La lotta politica distrasse i migliori, accentuando il disagio e le strettezze di una scienza speculativa che non riusciva a degnamente sistemarsi e a prender posto nel progresso del sapere positivo. La decadenza della teologia risale ben oltre l'ottocento, ma nell'ottocento si fissò in un'attitudine quasi rassegnata.
Dopo la felice, ma non nuova né innovatrice ripresa della Riforma cattolica, dopo la splendida e promettentissima parentesi della Scuola francese, con Pascal, Bossuet, Thommasin, S. Francesco di Sales, Port-Royal e San Sulpizio, all'infuori della corrente mistico-ascetica rimasta sempre viva se non sempre originale e sicura, arriviamo al manuale, dietro il quale si cela la mancanza di sforzo e di originalità, insieme alla paura di dispiacere a un ortodossiano fatto sospettoso ed esasperato dalla opposizione e dall'irrisione della cultura profana ed ereticale.
Invece di un lavoro di rielaborazione cattolica delle nuove correnti di pensiero e di vita, abbiamo da parte dei teologi, anche eminenti, un irrigidimento su posizioni di difesa, e una penosa confusione tra ciò che è caduco nella teologia e ciò che vi è d'eterno. La storia della teologia del 700 e dell'800 non è che una serie di dichiarazioni negative: antigiansenismo, antirivoluzionarismo, antiliberalismo, antimaterialismo, antipositivismo, antisocialismo, antimodernismo, ecc.
Il prender posizione contro l'errore è necessario: ma dev'essere integrato da uno sforzo di ricostruzione. La negazione da sola non basta a conservare la vita: la fecondità è un elemento positivo. I programmi puramente negativi non interessano che un momento e non servono a conquistare né a perseverare.
C'è un'attenuante per i teologi. I migliori ingeni furono costretti a disertare la teologia per darsi alla storia, all'esegesi scritturale, all'apologetica, ecc. lasciando il campo a figure di secondo piano, le quali diedero l'impressione che nello studio teologico bastava ripetere per conservare, conservare per vivere. Due tentativi di allineamento con la cultura moderna, il concordismo e il modernismo riuscirono, per motivi opposti, entrambi disgraziati e pericolosi.
Non furono quindi i laici che abbandonarono gli studi teologici, fu piuttosto la teologia ad estraniarsi dalla loro vita, divenendo quasi cosa morta.
E si auspica da qualcuno una facoltà teologica organica nella sede naturale dell'Università cattolica. L'augurio è bello e va raccolto: ma il problema investe difficoltà di ben altra natura. Mettere insieme un corso organico di teologia, come nei Seminari e nelle Università teologiche, con programmi, insegnanti, ecc., è questione di tempo, di pazienza e di denaro. Si risolve un problema organizzativo e si lascia intatto, anzi più grave e più urgente, il problema fondamentale: far vivere la teologia.
Il dislivello tra la cultura e la mentalità laica e la cultura e la mentalità teologica, non lo si colma istituendo quasi d'ordine una facoltà universitaria di teologia per laici.
In certi convegni di laureati cattolici si è misurata la pena di non capirsi tra teologi e laici colti, credenti questi come quelli nella eterna verità della religione e della rivelazione.

C'è chi parla di un lavoro di traduzione in termini di saper moderno della teologia; c'è chi domanda uno sforzo più completo: ripensare in funzione di cultura moderna le verità religiose così da darci una teologia, che pur inserita sul tronco tradizionale, ce ne faccia sentire la perenne vitalità. Son due lavori, a mio parere, che vanno condotti di pari passo. Il primo ci ridarebbe i tesori incalcolabili della tradizione teologica; il secondo, il vero interiore approfondimento della verità religiosa, la capacità di conquista sul mondo moderno e l'avviamento all'unità spirituale della cultura moderna, così dispersa e confusa.
Oggi, tale approfondimento è di poche anime e ristretto ad alcuni punti della teologia, i più caldi, i più appassionanti, dove pietà e mistica fanno sentire la loro influenza. Troppa apologetica e molto poca teologia si è fatta in questi ultimi tempi. Ma per fare teologia viva per i laici, è indispensabile che il clero abbia una teologia viva.
Dio mi guardi dallo sconfinare nel campo delicatissimo degli studi del clero, riservati al giudizio dell'Autorità religiosa; dico solo che se ci fosse uno studio teologico ecclesistico veramente vivo, i laici ne risentirebbero immediatamente il beneficio.
Gli scritti teologici di Marmion, Adam, Sertillanges, Congar, Guardini, De Solage, ecc., toccano la nostra anima e lasciano intravvedere meravigliose possibilità.
Il frammento diventerà presto o tardi il materiale organico di quella facoltà teologica che oggi possiamo soltanto desiderare e auspicare e che non può essere la brutta copia delle facoltà teologiche ecclesiastiche.
Essa deve coronare il risorgimento di una cultura, che, lasciata in patrimonio esclusivo del clero, s'è talmente astratta dalla vita che i laici non vi badano e gli stessi sacerdoti non vi si appassionano.
Qualcuno che si dà l'aria di molto saggio, si chiede, appoggiandosi alla Scrittura, se non sia "una occupazione pessima" l'inquitarsi intorno a problemi irrisolvibili.
Il Mistero non si risolve, è vero; ma poiché viviamo nel Mistero, è giusto che ognono lo accosti e cerchi di conoscerlo meglio che può. L'infinito non impedisce né opprime l'ascensione dell'uomo.
La gioia e la libertà incominciano dove l'ascendere non ha limite alcuno. Accanto a una curiosità arida e fredda, di cui bisogna avere timore, c'è posto per una curiosità affettuosa e calda, che introduce alle vere sorgenti del sapere spirituale.
Il cercare col cuore, finché il Vangelo sarà il Vangelo, e l'uomo uomo, rimarrà la virtù introduttiva d'ogni elevazione.

La neghittosità di qualcuno arriva perfino a dire che se noi gente inquieta non c'inquietassimo di certi problemi, nessuno vi penserebbe. Molte insofferenze sono create dalle nostre insofferenze.
Se fosse vero, non sarebbe anadata così lontana e fuori strada una ricerca che non abbiamo saputo né far nostra, né dirigere, né accompagnare.