PICCOLI GRANDI LIBRI  Primo Mazzolari
    TEMPO DI CREDERE

HO PERDUTO IL SIGNORE

La mia ricerca mi fa venire vicino il Signore.
Cercare è il mio trovare di ogni momento, il venirmi vicino di Colui che non si può perdere completamente, che non si lascia completamente strappare dalla sua creatura, come non si lascia strappare dalla croce.
Lo si perde col peccato, ma lo si può anche perdere come l'hanno perduto Giuseppe e Maria, come l'hanno perduto i Due.
Per aver pena di una perdita, che è il più gran vuoto anche se uno non l'ha voluto, non è necessario sentirsi colpevoli.
Se ogni volta che avverto la sua assenza dovessi scoprirvi un affronto diretto al suo amore, chi mi salverebbe dalla disperazione? Certe maniere di comportarsi del Signore, più che nel nostro peccato, trovano la loro spiegazione nella sua carità.
Le nostre sono vie di vendetta, le sue di carità, la quale tien conto dei nostri torti soltanto per ripararli con misericordia sovrabbondante.

Si perde Gesù perché lo vogliamo perdere: lo si perde perché Egli vuole "perdersi".
Non è una spiegazione, ma è un fatto, e i fatti valgono, almeno quanto le spiegazioni.
Prima del bene particolare di Maria e di Giuseppe, prima del mio bene, c'è la volontà del Padre, che Cristo è venuto a compiere sulla terra, la quale è un bene supeiore al suo bene e al mio bene.
«È bene che io me ne vada...».
Ecco uno dei punti più misteriosi e più costosi della religione! Quanta fede ci occorre non per capirlo, ma per accettarlo!
L'antitesi non è fuori di me, ma in me. È in causa il mio bene, come lo vedo io; mentre il mio vero bene, come lo vede il Padre, per il momento non mi interessa o mi contraria il desiderio.
Cristo appartiene agli apostoli, appartiene a me, come appartiene a chiunque. È mio in una maniera totale e lo è di ognuno alla stessa maniera: a quelli di dentro e a quelli di fuori, ai lontani e ai vicini.
Gli posso dire (è naturale che glielo dica):
- Resta con me. - Ed Egli resta con me, pur andando dove la sua carità di Pastore lo chiama.
Quante anime gli appartengono! Tutto il mondo è suo! Ma «quello che è suo è mio...». Quindi, se Egli va ed io penso che l'ho perduto, non è Lui che mi ha lasciato: sono io che non so tenergli dietro ove Egli mi ha dato appuntamento.
Accettando la Croce, Gesù non ha abbandonato i suoi discepoli: ha segnato per loro un nuovo appuntamento.
Essi non hanno saputo camminare, come noi non sappiamo camminare col passo della sua carità.
Se fa festa al Prodigo, non fa torto al Maggiore. Non è piuttosto il cuore del Maggiore che non si è dilatato fino a capire che la festa al «fratello perduto e ritrovato» è la sua festa?
C'è un voler bene al Signore che non è un vero volergli bene: una fedeltà che l'imprigiona. Quand'è così, il perdere è un modo di avere.

Un Cristo che diventa più mio allontanandosi, è un assurdo secondo la logica, ma non secondo l'esperienza cordiale.
Incomincio a trovarlo veramente, quando incomincio a capire che Egli resta con me, allontanandosi da me.
- Io me ne vado e torno a voi - (Giov.).
L'ho più presente in me, se vivo della sua presenza negli altri: è più mio se lo raccolgo dal cuore di ogni creatura.
Il Cristo sentito «tutto in tutti» è un anticipo di Paradiso.

Ognuno tende a fissare ciò che possiede: gli dà un'impronta, un volto. A Cristo volentieri impresto le mie parole, i miei sentimenti, i miei gusti, le mie antipatie, i miei giudizi.
E se fosse un ammucchiargli sul capo le mie inutilità, dandogli la mia statura?
Perché m'accorga che il Cristo non cresce se lo tratto così, «è necessario c'egli vada».
Allontanandosi, mi costringe a cercarlo: cercandolo, m'accorgo che Egli è diverso e che ci vuole una casa più spaziosa se voglio ospitarlo "in vita".
Il peccato è una cosa tremenda: ma il non crescere col Cristo-vita, col Cristo-fermento è forse meno tremendo?

E Lui si "perde" anche per togliermi l'illusione che Egli mi appartenga per diritto, che me lo sia guadagnato con la mia fedeltà. Tutto, in religione, si possiede per carità: per carità del Signore e delle creature. La Presenza è sempre comunione.
Egli si dona a me, come si è donato al legno della Croce; Egli viene donato a me come venne donato alla Madonna nella Deposizione.
E perché non mi scordi che Egli è il "dono", rinnova la sua Presenza come nel Ciborio, per le parole del sacerdote.
Come San Paolo, sono debitore verso tutti, perché tuttti mi danno il Signore.
Io ho un Cristo che mi è donato, anche da coloro che avevo giudicato incapaci di "doni buoni".
Sono un mendìco cui ogni creatura fa ogni momento la Carità.

E se voglio fare anch'io la Carità devo essere disposto a «perdere» il mio Cristo, mettendolo a disposoizione dei fratelli.
L'apostolato, alla fine della giornata, si raccoglie nel gesto sacerdotale che riporta all'Altare il Ciborio vuoto.
Mi lascio derubare, accetto di essere « anatèma», perché ognuno abbia Colui che io non ho più.
Nel mio «abbandono» c'è forse la condizione che il Cristo richiede per la salvezza del fratello.
Egli «si toglie» a me per darsi a un altro, non perché non abbia a sufficienza per la mia gioia e per la gioia dell'altro, ma per provare se veramente sono capace di amarlo nell'altro: di amarlo per quello che dà all'altro, più che a me.
Perché questa è la carità vera e la vera giustizia, non ancora capita né da me né dagli operai della prima ora.
Io non ho, se gli altri non hanno. Solo chi ha la carità, possiede Cristo.
«Quand'anche io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, se non ho la carità, divento un rame sonante o uno squillante cembalo. E quando avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da trasportare i monti, se non ho la carità non sono nulla» (1 Cor. 13, 1-2).
Il miracolo della carità nel mistero dello «smarrimento», tocca il vertice quando chi non ha più il Cristo lo può dare.
Come nel Sacramento: dove la Parola può rinnovare la Presenza eucaristica per gli altri, anche se nell'uomo che dice la Parola è venuta meno la fede o la dignità.
Il Mistero è grande, ma io lo posso adorare nel segreto del mio cuore, in attesa del Giorno senza assenze, quando il Cristo sarà « tutto in tutti» e nessuno più lo perderà.