PICCOLI GRANDI LIBRI  Primo Mazzolari
    TEMPO DI CREDERE

OCCHI CHE NON VEDONO

« ... ma i loro occhi erano impediti così da non conoscerlo ».

Che poveri occhi, gli occhi che non vedono! Per vedere, è necessario che il cuore soccorra il senso e faccia accoglienza a chi entra: se no, è un vedere indistinto, un qualsiasi diletto del guardare cose e persone che, non trovando ospitalità, rimangono immagini o notizie.

Quando « il conosciuto e l'amato è in colui che conosce e che ama » (S. Tomaso d'Aquino), gli occhi vedono.

La stessa accoglienza varia a seconda degli ospiti.

Cristo non lo si può mettere in un posto qualunque, anche se ha scelto d'essere l'ultimo: non lo si può neanche equiparare o confondere. Se gli si dà il suo posto, è l'ospite: o un'amicizia unica o niente. Non esclude nessuno, ma è tutto: la perla più preziosa, per la quale è ragionevole vendere ogni cosa.

Quando il vedere è così impegnativo, nessuna meraviglia che ci capiti, come ai Due, di non vedere, a motivo di impedimenti che cambiano di suggestione, senza cambiar natura col cambiar dei tempi.

La nostra indisposizione allo spirituale cristiano si giustifica col dire che il Cristianesimo non costituisce più il problema religioso. Crediamo di avere superato il fatto cristiano, non perché falso, ma perché inadeguato a un'evoluzione umana andata ben oltre le posizioni evangeliche.

Cristo non sarebbe più alla pagina o secondo la nostra misura: non sarebbe più il Vivente, « Colui che tutti cercano ». Egli fu per molti secoli sulla strada dell'uomo, segnando varie e luminose tappe del nostro cammino. Adesso, è fuori della nostra strada, e per vederlo bisogna tornare indietro: un gesto assurdo e funerario. Cristo è storia di ieri, non più la storia che diviene.

Molti dei nostri contemporanei sono in questa disposizione, divenuta in parecchi pressoché tranquilla. Infatti, né discutono di religione, né vi si levano contro come quando il Cristianesimo era un presente.

E mentre un così radicale rovesciamento di posizioni sta affermandosi, una piccola apologetica mantiene le difese frontali, non imaginando, neanche, come sia divenuta inafferrabile e irraggiungibile una generazione che non sente più il Cristo come il Vivente.

Quando una Cattedrale diventa una galleria di arte o un mausoleo, religiosamente non è più nulla, ed il rispetto riconosciutole e perfino ostentato, non ha significato.

Il sorgere di miti e di mistiche distaccate da ogni sapore eresiarca, e in perfetta antitesi col Vangelo, dovrebbe allarmare di più i cristiani, ai quali incombe il dovere di " far vedere " Cristo.

Far vedere vuol dire riportare vicino, rimettere a fuoco il Vangelo, farlo ridiventare problema.

Si deve provare che Cristo non è superato dalla nostra crescita e che il dislivello avvertito, nel confronto col cristianesimo positivo, è il documento di una nostra decadenza più che di una nostra elevazione verso la pienezza dell'uomo: un fatto patologico, non qualche cosa di normale.

Non "vediamo", perché siamo meno uomini o sotto-uomini.

Non so da quali impedimenti gli occhi dei Due erano "impediti di vedere". Pensandoci, potrei anche indovinarli. Ma a nessuno interessa sapere ciò che impediva i Due della strada di Emmaus di vedere,Gesù che pur camminava al loro fianco.

A noi importa sapere il male che ci impedisce di essere uomini e di vivere il Cristo.

Gli avvenimenti ci hanno demolito, come persona. Conoscere è un fatto personale. In religione, conoscere è ospitare. Per ospitare, ci vuole qualcosa di nostro, una casa: l'anima.

- Che importa all'uomo guadagnare tutto il mondo, se poi perde l'anima ? -

Il possesso della propria anima è l'introduzione alla vita cristiana. C'è una religione ricevuta, come c'è una religione comandata: ma se dietro la tradizione o il comando, l'anima non si apre da sé un varco o uno spiraglio verso il Mistero, niente giova, come nel mondo della carità.

L'aria buona di famiglia e il rispetto ufficiale non sono aiuti da trascurare: ma se l'una e l'altra forza vengono giudicate bastevoli a darci un mondo cristiano, quale illusione ! Anche a prezzo d'un grosso rischio, bisogna rifiutare qualsiasi appoggio che può impedire lo schiudersi del momento personale nella ricerca della Verità: tanto più che le moderne ed esagerate necessità del vivere associato, mirano, oltre l'indispensabile, a sostituire la persona, dissociando le attività di essa alle sue sorgenti naturali, incaricando qualcuno di pensare, giudicare e decidere per tutti.

L'uomo, sotto la spinta d'un fariseismo, che fondamentalmente è quello condannato dal Vangelo, ha di nuovo sottomesso l'uomo al sabbato, falsando il pensiero divino che ha fatto « il sabbato per l'uomo ».

La Chiesa ha reagito troppo tardi e troppo genericamente, mentre la gravità dell'attentato richiedeva tempestività e precisione.

Come accade ogni qualvolta ci troviamo di fronte a tendenze sovvertitrici dello spirito propugnate da forze politiche dominanti, i difensori dei diritti dell'anima si son fatti estremamente cauti e dottrinali evitando quelle precisazioni che sono indispensabili se si vuole salvare sul serio il proprio tempo.

L'attenuante c'è, nel fatto che questi indirizzi costituivano una reazione a quell'individualismo liberale che la Chiesa aveva, a buon diritto, condannato con costanza implacabile e con scarsi risultati. Vedendosi accanto a l'improvviso dei potenti ausiliari, che colpivano lo stesso nemico, se non nella stessa direzione, con lo stesso ardore, li considerò alleati, e camminò con loro senza richiedere una esplicita dichiarazione sui motivi e sugli obbiettivi che,quelli intendevano raggiungere. E si è fatta più strada di quanto, forse, conveniva, con approvazioni e consensi non sempre taciti, che andarono ben più in là del legittimo e del meritato. Quando ci si aprirono gli occhi, il nuovo ordine era già un fatto, e la Chiesa vi aveva dato mano senza avvertirne le conseguenze negative nel campo morale e spirituale.

L'individualismo era il frutto amaro di un uso sbagliato della ragione, che, distaccata da ogni altra facoltà, aveva disseccato le forze più istintive dell'uomo, minacciandone l'integrità interiore e la capacità di accordarsi con gli altri in un lavoro comune, per il bene comune.

La reazione, mentre colpiva l'intelligenza come principale sostegno dell'individualismo, dovette scegliere un altro caposaldo, sia per giustificare se stessa, come per compensare il singolo di una diminuzione innegabile del suo valore e,del suo posto nella vita e nel mondo, e fece leva sull'istinto, considerato come sorgente primigenia dell'azione. Ne venne fuori un volontarismo o una spontaneità istintiva, non regolata né dalla ragione né dalla Grazia, ma dalla sua stessa necessità di espansione e di soddisfacimento.

D'un balzo, vennero superate, con le tradizionali della vita morale, anche quelle cristiane che si basano su di esse, e che da esse si dipartono solo per illuminarle e completarle.

Il senso del peccato, caposaldo della nostra realtà interiore, diventa un assurdo in una realtà umana ove l'unica regola morale è volta a ben condurre l'istinto verso il suo soddisfacimento, col minor danno di sé e della comunità cui uno appartiene, la quale s'incarica di associare gl'istinti per lanciarli verso maggiori possibilità di accontentamento.

Ogni idea di redenzione viene pure cancellata non essendovi più nulla di decaduto o di basso nell'uomo, se non l'impotenza e la debolezza di fronte alle voci dei propri istinti.

Non v'è più nulla da elevare in noi, se non si prende la parola "elevazione" nel senso di potenziamento delle forze istintive. La sincerità finisce per divenire l'ostentazione o lo spiegamento della propria animalità, senza riguardo a pudori imaginari. La collettività, coagulata dal sangue, s'impone a tutti come tutela e rafforzamento dell'istinto individuale, che non avrebbe altra maniera di affermarsi se non associandosi.

E' necessario documentare l'antitesi irriducibile tra Vangelo e gli indirizzi pratici e dottrinali che veniamo storicamente esponendo?

La Redenzione è svuotata e non ha più senso, perché non c'è più nulla da redimere. Il parlare di "Perfezione" di "rinascita" di " purificazione" di rinuncia, di buon grano e di zizzania, è un assurdo, quando non è un delitto, verso l'integrità dell'uomo.

Tutto è buono, e tutto va spinto alla sua realizzazione a cinquecento l'ora.

Mai, come di fronte a questo "nuovo umanesimo ", il Vangelo è apparso superato e miserabile.

Quando l'uomo è non solo giustificato ma esaltato in nome dell'istinto, non è prudente porgli davanti quelle considerazioni che dovrebbero servire a riconoscere il proprio limite, primo passo di una seria esperienza religiosa.

La follìa raziocinante, che non vuole riconoscere nessun termine al proprio pensiero, si trasforma in follìa istintiva, cioè in una fede di sufficienza che trova o nel demiurgo o nel superuomo il suo tipo e che si sforza di correggere o di eludere le esperienze del limite personale creando il mito della sufficienza collettiva della razza, della casta, dello stato, della classe, ecc.

Così spuntano nuove religioni, indispensabili per coprire il fatale travaglio dell'uomo, le quali riescono a dare un'effimera soddisfazione all'inguaribile insufficienza dell'uomo singolo o associato.

Per difendersi dal limite, per non sentirlo come mistero, si tenta di deviare il corso delle nostre esperienze interiori o di sopprimere addirittura il mondo interiore, sfociando unicamente nel mare dell'avventura esteriore, all'insegna della forza, del numero, della quantità, ove ci si illude di non entrare in collisione con richiami d'altra natura.

La vita va prendendo sempre più un aspetto sportivo, di piazza, di palcoscenico, di agone, di competizione, ed il coraggio si esaurisce in questo genere di sforzi onde non essere posto in tentazione di esercizi ben più lodevoli e con sapore ben più umano. Così ci si dimentica di quell'interiore coraggio che vuol dire fedeltà fino in fondo alle proprie convinzioni, se mai abbiamo la fortuna di possederne: che ci dispone a pagarle di persona invece di farle pagare a chi non ha ragione di professarle: che ci fa perseveranti nel provarle con spregiudicata obiettività, senza chiudere gli occhi davanti ai nostri insuccessi o ai nostri errori.

Capisco come un tal genere di audacia spirituale faccia paura a molti, e come sia augurabile che cresca il numero di quei giovani intelligenti e liberi che, riproponendosi con lodevole ardore gli eterni problemi dello spirito, ne assumono la responsabilità di fronte a se stessi e all'epoca.

 

La voce del nostro mondo interiore viene impedita anche dal peso non imaginato della vita materiale. La necessità economica è un altro aspetto della nostra schiavitù.

Si è stanchi di fare il povero e si ha paura di diventarlo. Uno degli aspetti, il meno sopportabile dell'attuale conflagrazione, è dato da questa paura e da questa stanchezza.

L'invasione della materia, nell'un caso e nell'altro, è un fatto. Nessuno intende propugnare una rinuncia ascetica, con relativo disprezzo di ciò che è dono divino e relativa dimenticanza dei bisogni materiali dell'uomo. Ma la progressiva liberazione da essi: la rivolta contro la brutale riduzione di ogni cosa al fatto economico: la ricerca di una ragione morale per rimanere umili nella prosperità, e sereni nelle sfortune: la stima di qualche cosa al posto del denaro, della produzione e del benessere, mi sembrano le prime parole che vanno pronunciate, se vogliamo diventare umani e vedere con occhi umani.

L'occhio prende dal cuore. Pio XII ha lamentato il venir meno del cuore come la causa principale del nostro male.

« Non est qui recogitat corde ».

Il realismo, la tecnica e tante altre brutte cose, designate con bei nomi, hanno enormemente svilito il sentimento.

La letteratura ha compiuto la devastazione nel campo della cordialità, irridendo stoltamente ogni forma di romanticismo. Nulla fu salvato. La donna non ha più anima né poesia; ed il fatto sensuale è così comune e volgare che non c'è più posto né per l'imaginazione né per il sentimento.

Com'è difficile oggi il poter dire di qualcuno: molto gli è perdonato perché molto ha amato !

Il perdersi nel senso avviene per motivi che si svolgono fuori del sentimento; il quale, se non può giustificare le proprie cadute, può aprire una strada alla pietà.

 

Ma perfino la pietà è una fonte inaridita e dissipata dall'accresciuto bisogno di difesa egoistica, che ci suggerisce di restringere i vincoli umani, esagerando i più vicini e i più facili, con l'illusione di saldare o di sostituire per mezzo di essi la vera sorgente d'ogni solidarietà, la pietà umana, vale a dire la pietà dell'uomo come uomo, senza nessuna di quelle aggiunte che spengono, qualora non sian ben guardate, il cuore.

Col pretesto di meglio adempiere i doveri di parziali solidarietà, le abbiamo fatte talmente pericolose ed esplosive che l'Europa e il mondo ne sono dilaniati e dilacerati, e Dio sa fino a quando.

Non è più la pietà che ci muove, ma un falso rivestimento di essa, se per sentire pietà verso qualcuno è, necessario rivestire di una divisa o di un colore qualsiasi la sofferenza dell'uomo.

La documentazione del nostro svilimento umano potrebbe continuare, ma non occorrono altri documenti per persuadere un galantuomo che se non vediamo Cristo lungo le nostre strade, la colpa è dei nostri poveri occhi. Cristo non risponde alla mia "umanità" perché sono meno uomo.

Il Figliuolo dell'Uomo non può esser visto che dai figli degli uomini.