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DALLA CAMBOGIA, P. ALBERTO CACCARO

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Laddove il corpo dello Sposo patisce, la Chiesa è presente!

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P. ALBERTO CACCARO, Missionario in Cambogia. Sguardo pieno di vita, speranza per un bimbo cambogiano!

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Prey Veng, 2 Febbraio 2006,
Presentazione del Signore

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"Lo Spirito e la sposa dicono: Vieni!"
( Ap 22, 17 )

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Ci sembrava giusto consegnare il crocifisso di padre Mariano a Francesca, sua madre. Mariano ci ha lasciati senza preavviso e, raccogliendo i suoi effetti personali, il Crocifisso, che lui aveva ricevuto prima della partenza per il Bangladesh, ci è apparso l’oggetto più prezioso, l’affetto più caro, la traccia più evidente del suo passaggio tra noi. Ora è nelle mani della madre.
"Ecco il compagno indivisibile delle tue fatiche apostoliche; il tuo sostegno nei pericoli e nelle difficoltà; il tuo conforto nella vita e nella morte". Per la prima volta ho associato queste parole, recitate per la consegna del Crocifisso ai missionari partenti, con la formula nuziale, quando lo sposo e la sposa, celebrando il loro matrimonio, si promettono fedeltà e amore per sempre, nella salute e nella malattia, nella vita e nella morte.
Spesso, nella Scrittura, il rapporto fra Dio e il suo popolo o i suoi profeti, è descritto con il linguaggio dell’amore fra lo sposo e la sposa. Pensate al Cantico dei Cantici o al grande profeta Geremia, quando dice di sé: "Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre" (Ger 20,7). Oppure Isaia, quando scrive: "... Come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te" (Is 62,5). Tale è la comunione con il nostro Dio, tale è l’appartenenza reciproca... che solo il linguaggio dell’amore, della passione è capace di descrivere, per approssimazione, la realtà a cui Dio ci chiama. Per questo al missionario che parte viene detto che il Cristo è il compagno indivisibile, l’affetto imprescindibile, lo Sposo dell’anima.
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Il contesto che mi circonda è estraneo a queste prospettive spirituali e a volte anch’io dimentico così tanta grazia. Devo sempre ricominciare daccapo e ricordarmi che il Crocifisso che ho ricevuto è come una fede nuziale, memoria dell’Amore che mi ha sedotto... Nascondere il Crocifisso è come nascondere la fede nuziale, tacere l’Amore, rinnegare l’appartenenza a Lui. "Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma tu sarai chiamata Mio compiacimento, e la tua terra Sposata, perché il Signore si compiacerà di te e la tua terra avrà uno sposo" (Is 62,4). Invece siamo sempre tentati di togliere il Crocifisso, dalla nostra vita, dalle classi scolastiche, dai luoghi pubblici... come quando vogliamo divertirci e ci togliamo la fede nuziale, rinnegando l’appartenenza costitutiva della nostra vita. Una casa senza Crocifisso è "abbandonata", "devastata"... "come una terra senza lo Sposo...", direbbe Isaia. Mi chiedo che paura fa il Crocifisso, al punto che debba essere tolto? Cosa è mancato al nostro annuncio, alla nostra testimonianza, per cui ora la Croce pare qualcosa di troppo?
Certo, la Croce non va esibita, ostentata. Va piuttosto amata. Mi sembrano due le prospettive possibili. La prima, fare in modo di essere sempre vicini, prossimi a chi soffre, nel corpo e nello spirito. Per questo dedichiamo tempo e risorse ad aiutare i malati, anche e soprattutto se non cristiani... Per non allontanarsi dal dolore, per non fuggire quelle situazioni, e quella sete, che esigono la misura di Cristo. Vorremmo nascondere la Croce, toglierci la fede nuziale per un istante soltanto, ma quell’istante potrebbe essere decisivo alla visione di Dio, per noi e per gli altri. Padre Mariano era tormentato dall’urgenza di essere fedele allo Sposo, in ogni situazione, nella salute e nella malattia, attraverso la fedeltà alle persone e ai luoghi...: laddove il corpo dello Sposo patisce, la Chiesa è presente!
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Una seconda prospettiva invece è quella di un bambino di 6 anni, che ha vissuto con noi per alcuni mesi. Il suo nome è Borei, malato di Aids fin dalla nascita. Il virus si fa strada attraverso il padre, che anni addietro era solito togliersi la fede nuziale, passa poi alla madre e arriva fino a Borei, che nasce malato. Lo abbiamo conosciuto per caso e ospitato per alcuni mesi, così da registrarlo presso il presidio sanitario locale per il diritto alle cure gratuite, e farlo aumentare di peso con una alimentazione regolare. Dopo la morte della madre, Borei comincia a capire e sente gli altri parlare di quella malattia. Si vede più piccolo e più magro dei sui coetanei, ma è dotato di un’intelligenza superiore: sa ascoltare e comporre il "puzzle" delle informazioni che va captando... Capisce che tutto è partito dal papà, poi la mamma, poi lui. All’inizio ha paura, ma spinto da una naturale apertura alla vita tipica dei bambini, si fa coraggio. A volte, anche solo mangiare, lo stanca... Gli spieghiamo che le medicine, tante sono le pillole che deve ingurgitare, servono a spingere avanti la fine. La scomparsa della mamma gli dà una chiara percezione della morte e degli effetti prodotti dalla malattia, delle discriminazioni gratuite e di tutto il resto. Grazie a Dio, i ragazzi dell’ostello, tutti più grandi, accolgono Borei come un fratellino minore. Un giorno è seduto sulle mie ginocchia, si parla. Ad un certo punto mi chiede come si fa a fermare il male, questo male. Gli spiego che non vi sono cure, ma solo un posticipo della fine, e gli assicuro che proveremo tutte le vie possibili. Mi dice che sa già questa cosa, ma lui intendeva chiedere come fare per non fare uscire il male da lui, fermarlo dentro, e batteva la manina sul suo petto... Se il papà lo avesse tenuto dentro non sarebbe passato alla mamma e così via... Lui invece non vuole passare il male a nessuno, vuole fermarlo dentro di sé...
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La lezione finisce qui, con Borei che non vuole restituire il male ricevuto e non vuole essere un anello di quella catena... Qualche giorno fa, a Messa, ascoltavo un brano tratto dalla lettera agli Ebrei: "Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato..." (Eb 12,4). A suo modo, Borei resiste e ferma tutto dentro di sé. Questo riduce il contagio e, almeno attorno a lui, non c’è il male... Che immense risorse di bene dentro questo corpicino malato, che grandi miracoli il Signore sa compiere dentro le nostre vite. "La sofferenza non è al di sotto della dignità umana. Ma si può soffrire in modo degno, o indegno dell’uomo". "Si deve anche avere la forza di soffrire da soli, e non pesare sugli altri con le proprie paure e coi propri fardelli". (Etty Hillesum, "Diario", pag. 136)
Affido queste risorse di bene alle vostre preghiere. La scuola che, nella lettera scorsa, era in costruzione, è ormai finita! Grazie a tutti coloro che mi hanno sostenuto in questi ultimi anni! Sono sempre grato al Signore per il dono del mio Vescovo, i presbiteri e i fedeli tutti della diocesi di Kompong Cham. La fraternità fra di noi è un modo per "resistere fino al sangue...". Saluto cordialmente don Franco, nuovo parroco a Somma, i sacerdoti suoi coadiutori e i sacerdoti che hanno lasciato Somma per altre sedi. Ai miei compagni di Messa, l’augurio di non togliersi mai la fede nuziale...
"Lo Spirito e la sposa dicono:Vieni!". Vieni, Signore Gesù!
Ciao!
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P. Alberto Caccaro