MISSIONE AMICIZIA    P. CESARE PESCE   DIARIO

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Dalla prefazione scritta da Nazareno Fabbretti
per il libro di don Cesare  "Strade della vita" pubblicato nel 1981 dalla EMI

 

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  LA PERFETTA LETIZIA

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di Padre Cesare

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Questo, per fortuna, non e' un libro. E' molto di piu' e di meglio di un libro. Fosse un libro non mi

interesserebbe, probabilmente non interesserebbe quasi a nessuno. Siamo stati sepolti, letteralmente,

sotto piissimi libri che raccontavano  - spesso in maniera intollerabilmente noiosa - l'eroismo reale di

tanti generosi ed eccellenti missionari. I missionari sono quasi sempre di piu' e di meglio dei libri che

li celebrano, per quanto dolorosamente sinceri e vissuti.

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     A leggere quei libri senza conoscere i missionari che li hanno scritti, si rischia di non avere molta

ammirazione nemmeno per i loro autori o protagonisti; e si rischia soprattutto di immaginare anche

la vita del missionario una routine sbadigliosa anche se sacrosanta, come la nostra vita di casa,

d' ufficio, di fabbrica o di sacristia.

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   Questo libro, ripeto, per fortuna non e' un libro. Questo libro e' padre Cesare. E' solo per caso anche

un libro, in realta' e' un uomo e, solo per un "purissimo accidente", per dirla col Manzoni, e' un racconto.

In realta' e' l' avventura imprevedibile, evangelicamente "salgariana" di un diavolo di prete che e' riuscito

a inventarsi la vita con allegria e coraggio ogni giorno da capo, nelle situazioni piu' difficili, dissennate,

comiche e patetiche. Sono 31 anni di "vitaccia" che occupano poche pagine: non e' tutto, ma c'e'

il meglio. E' il diario di un gioco del buon Dio, giocato da un santo ragazzaccio un po' piemontese

un po' lombardo, che e' riuscito a viverlo senza mai diluirlo in tragedia, semmai preferendo, anche

per nostra delizia, come prova la vivacita' di queste pagine, la commedia, o addirittura la farsa.

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   Leggendo questi appunti, "sugo" della "storia" di un trentennio di corse e soste dall'Italia al

Bangladesh, ho scoperto, con irrefrenabile felicita' ora cacciando le lacrime del pianto per far posto

a quelle del riso, e viceversa, che padre Cesare e' "un giullare" di quelli veri, uno di quei "fra Ginepro"

di cui san Francesco diceva che avrebbe voluto averne una selva.

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   Non c' e' in questi quadretti di vita missionaria, neanche una maiuscola, nemmeno un baffo

di retorica devozionale. Questo e' il vangelo del "te possino!", una locuzione romanesca anche troppo

nota, che padre Cesare ha fatto imparare, prima e meglio di ogni altra frase, alla povera gente alla

quale, da piu' di un trenntennio ha regalato la vita. Un "te possino!" che non comporta l' "ammazza' ",

bensi' il suo esatto, festoso, burlone ed evangelico contrario; come ad un missionario inguaribilmente

giovane si conviene.

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    Padre Cesare (come l' ho conosciuto trent'anni fa, per subito perderlo in quanto stava proprio allora

partendo per la missione) non e' un eroe. Non e' un santo. Spero con tutto il cuore che non finisca

neanche martire, ne' per caso ne' di proposito. Non e', francamente, il tipo, per sua e nostra fortuna.

E' un uomo pieno di stanchezza, di fifa, di malinconia, di rimpianti. Gli da' fastidio il freddo, lo distrugge

il caldo, lo fanno impazzire le mosche.

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   Ricorda spessissimo, con struggimenti umanissimi anche se non rimpiange nulla, tutto quello che

ha lasciato, coloro che ama e non vede da anni, e qualche volta fa il conto di quanti mesi o anni

mancano al prossimo viaggio per rivederli. E' un vero uomo, insomma; e come un vero uomo i suoi

poveri d' ogni religione, razza e tribu', lo amano, lo divertono e si divertono con lui, col fiuto infallibile

del poveri che sanno sempre e subito distinguere un uomo fasullo da un uomo genuino.

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   C' e' in questi appunti che lasciano sempre il segno della speranza, una semplice 

filosofia della vita: quella di un uomo che ha imparato fin da ragazzo a restare coi piedi per terra

se voleva dare spazio allo Spirito, e che non ha mai rinunciato ad una battuta se poteva preferirla ad

un predicozzo. Le prediche, invece, bisognerebbe poterle ascoltare la' in Bangladesh, dove le fa.

Ma per quel che ne traspare da queste pagine, ce n'e' d' avanzo per credere che questo strano

missionario riuscirebbe a convertire anche noi, suoi vecchi, fedeli anche se pigri, distratti amici.

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   E c' e', in questo libro, la filosofia di un uomo che si e' impegnato a non contar mai pie frottole 

ai poveri in nome di Dio, tanto meno in nome di Dio, e a non nominarlo mai invano, nemmeno per

consolarli quando mancano tutti i mezzi e gli argomenti per consolarli, e la fame, il dolore e la

solitudine sono realta' intollerabili.

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   Ma c' e' anche in questo mazzetto di pagine, soprattutto la festa delle cose e il coraggio nelle 

situazioni piu' imprevedibili. Una sera a padre Cesare si fora la gomma della bici; lui manda l' amico

John in cerca di aiuti e si appoggia ad un albero; e subito emergono dall' ombra tre donne che gli si

genuflettono davanti e non c' e' verso di farle rialzare. Solo dopo si rendera' conto che quello e' un

albero sacro, che il luccichio delle cromature della bici e' apparso a quelle donne come una

apparizione della Divinità, e Cesare, ma si'! e' sembrato loro un dio. Le risate! Ma lui, in quel preciso

momento, pensa a ben altro: "Quella retata di stelle, lassu', mi fa venire la malinconia...

Non sono poi tanto lontano dall' Italia. Siamo sotto lo stesso tetto. Loro guarderanno forse le stesse

stelle...oh, no! che pretesa! La' sono le tre del pomeriggio e altro che guardare le stelle. Saranno nella

ferriera e le donne presso la macchina da cucire. Mia sorella incomincera' a pelar patate, a tagliuzzare

il sedano per preparare il minestrone a suo marito. Che bontà! Sarà un secolo che non lo mangio...

se ne avessi qui un piatto...ah, l' acquolina in bocca...Che appetito! ".

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   La lezione cristiana, in padre Cesare, viene solo dai fatti, mai in astratto. Per questo e' "missione",

per questo e' "comunione", per questo e'  Vangelo vivo. E bastano queste poche pagine

coraggiosamente, inguaribilmente allegre, piene di fede e buon senso, per convincerne, per farci sentir

di casa, con lui, in Bangladesh, dovunque lui sia passato. E' per questo che dopo piu' di trent' anni che

non lo vedo, ora, leggendolo anch' io, mi sento rievangelizzato da lui, che trent'anni fa partendo mi regalo'

un brivido fra il rimorso e l' invidia. Grazie, Cesare, testone del buon Dio.

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"Te possino!"..., caro Cesare, restar sempre intatti, nel cuore e nella missione,

questi fermenti di "perfetta letizia".

                                            .

                                                                                                        Nazareno Fabbretti 

 

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Dal retro della copertina di "Strade della vita":

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Cesare Pesce e' nato a Novi Ligure (Alessandria) nel 1919. A 19 anni entra nel PIME.

Da giovane prete lavora a Voghera e scrive su "L'Italia" di Milano e "Il Nuovo Cittadino"

di Genova. Nel 1948 parte, missionario per il Pakistan Orientale (ora Bangladesh).

Anche la' non trascura la penna e scrive opuscoli in lingua Bengalese, senza

dimenticare di collaborare, quando trova il tempo, con le riviste "Italia Missionaria",

"Missioni Cattoliche" (Ora "Mondo e Missione") e con i settimanali "Il popolo di Novi"

e "Il Giornale di Voghera". Articoli scanzonati e soffusi di malinconia, sempre

inneggianti alla gioia di vivere: "Strade della Vita" ne e' un piccolo saggio.

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Don Cesare e' tornato alla Casa del Padre il 12 luglio 2002