Dedicato a chi si sente oppresso dai suoi peccati…

ESERCIZI DI SCRITTURA   Una fiaba per i semplici   DIARIO

Gesù è sempre pronto a prenderci la mano: e noi lasciamoci afferrare!

Damaso è un discepolo del Signore devoto e impegnato, ma la sua anima è angosciata come se un peso enorme come un macigno volesse stritolarlo e rubagli ogni gioia di vivere.

Ha l’impressione che tutti i suoi sforzi per essere fedele al suo Dio siano completamente vanificati.

Si sente come posseduto da una forza maligna che gli impedisce sistematicamente ogni progresso nella sua vita spirituale e si trova sempre di fronte un muro altissimo, invalicabile: sono i suoi limiti, i suoi peccati che egli non riesce in nessun modo ad eliminare.

Era ormai giunto alla convinzione che la sua anima fosse irrimediabilmente dannata, quando il Signore Gesù, sempre attento ai suoi discepoli, decise di intervenire per consolarlo.

La notte Damaso ebbe un sogno. Si vide prostrato a terra in una grande sala illuminata da una potente luce che veniva dal fondo. Il suo animo era in subbuglio e un grande terrore si era impadronito di lui, mentre abbondanti lacrime scendevano dai suoi occhi. Aveva la netta impressione di trovarsi davanti al giudizio di Dio. Sentiva dei passi che in modo cadenzato si avvicinavano e, come fossero martellate, facevano sobbalzare il suo cuore di spavento; diceva dentro di sé: "Adesso è la fine".

Una voce ruppe il silenzio: «Damaso, carissimo, che cosa fai qui per terra?». Il tono era dolce e tranquillo e una mano forte, ma delicata come una carezza, lo prese per un braccio e lo sollevò.

«Io ho detto: non vi chiamo servi, ma amici. Perché tremi così? Vieni a sederti, raccontami. Che cosa è questa grande angoscia?». Damaso non osava alzare lo sguardo e anche se, rassicurato da quella voce, tentava di sollevare il volto, i suoi occhi pieni di lacrime e quella luce così intensa non gli permettevano di vedere bene ciò che avveniva attorno a lui. Il Signore stesso lo prese per mano e lo guidò a sedersi in un luogo tranquillo.

Damaso prese fiato e incominciò: "Mi vergogno da morire, Signore. Guarda, guarda il mio vestito, tu lo sai come era bianchissimo, splendente dopo il mio battesimo; vedi come è ridotto? Sporco, lacero... no, no, non è possibile presentarmi a te in queste condizioni". Gesù intervenne subito: «Ma che cosa pensi, che io mi formalizzi per un vestito? Io sono nato in una stalla, mia madre mi ha deposto in una mangiatoia di animali, lascia perdere il vestito; è tutto qui il tuo problema?».

Damaso sospirò: "Magari fosse tutto qui, c’è ben altro. Tu hai detto: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato: da questo sapranno che siete miei discepoli», ma io, anche se mi sforzo, alcuni miei fratelli non riesco proprio a tollerarli: quando li vedo mi ribolle il sangue. Sono un peccatore! E poi le altre tue parole: «Chi vuol essere mio discepolo rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua: chi vuol salvare la sua vita la perderà, chi la perderà per me, la salverà»; la croce mi fa paura, io scappo, sono fragile, sono un debole e un vigliacco. Mi risuonano anche alle orecchie le altre tue esortazioni: «Non affannatevi di quello che mangerete, di come vestirete... cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, il resto vi sarà dato in più», io invece mi attacco alle mie cose, sembra che senza di queste non possa vivere. Vorrei poterti dire che sei tu in cima a i miei pensieri, ma non è vero, non è così. Ciò però che più mi brucia addosso è che dico ogni volta questi peccati al mio confessore, ma non cambia nulla, sono sempre da capo, è tutto inutile". Dicendo queste parole, Damaso si stringeva il volto con le mani e singhiozzava come un bambino.

Gesù riprese: «Su, su, Damaso, non mi hai detto nulla di nuovo: queste cose le sapevo già, per questo sono venuto, perché sapevo che da solo non avresti mai potuto liberarti dal tuo male. Ma anche per dirti che il tuo peccato non è l’ultima parola. Non è il peccato che qualifica il valore della tua persona, tu vali perché sei creatura amata dal Padre mio. L’amore del Padre è più grande del tuo peccato ed Egli ti ha affidato a me. Tu hai fiducia in me?».

Damaso annuì col capo.

- «Se hai fiducia ti chiedo di fare un patto con me».

- "Un patto? - intervenne sorpreso Damaso - che cosa vuol dire?". E Gesù: «Sì, un patto: io mi impegno a portare i tuoi peccati, il Padre mio mi ha mandato proprio per questo, per portare i peccati di tutta l’umanità; a te chiedo di aiutarmi, ti sentiresti di darmi una mano?». Ancora più confuso, Damaso esclamò: "Una mano a portare i peccati? Ma io no so portare neanche i miei...".

- «Non a portare i peccati, - precisò Gesù, - questo è compito mio, ma a convincere la gente a consegnarmeli. Questo è successo anche a te: se tu mi avessi consegnato prima i tuoi peccati non saresti arrivato qui in queste condizioni, schiacciato da un peso insopportabile».

Damaso alzò di scatto il viso ancora rigato dalle lacrime, e con la bocca aperta da un enorme stupore disse: "Che cosa vuol dire consegnare i peccati? Non capisco".

E Gesù: «Vuol dire che io non sono giudice e giustiziere dei peccatori, ma amico. Vuol dire che, quando uno si sente pesare addosso i suoi peccati e invoca una liberazione, ha un desiderio di cambiamento, mi trova vicino a lui, solidale con lui; ma deve avere il coraggio di consegnarmi i suoi peccati, perché io li porti assieme a lui. Molte persone però hanno l’impressione che il peccato distrugga completamente la loro vita e non riescono a credere che l’amore di Dio è più grande e che il Padre continua a volere loro bene, che non cessano di essere suoi figli carissimi. Così continuano a vivere il loro male morale, che li affligge, con un grande senso di colpa, senza vedere una via di uscita. Vuoi aiutarmi in questa impresa?».

Damaso sentiva che il gelo dentro di lui incominciava a sciogliersi, le sue gote erano ancora umide di lacrime, ma i suoi occhi non piangevano più e potevano intravedere così, in controluce, sul volto del Signore, un immenso sorriso che rinvigoriva il suo cuore. Disse con un sussurro: "Che cosa devo fare, Signore?".

Gesù con voce franca disse: «Devi incominciare da te e, prima di ogni cosa, dovrai imparare a portare, senza vergognarti, il tuo abito da peccatore. Non pensare che io ti cambi il vestito, verrà il giorno in cui lo avrai più splendente di prima, ma per ora devi accettare questo che stai indossando.

L’abito da peccatore sarà una cura per il tuo orgoglio: ti ricorderà tutti i giorni che hai bisogno di essere salvato, che non ti salvi da solo. Anch’io l’ho voluto portare, anche se ero senza peccato, proprio per essere vicino ai miei fratelli, i peccatori; così avrai l’occasione di far crescere la fiducia in me.

Ti chiedo anche di avere pazienza: ogni crescita ha bisogno del suo tempo, non ti ricordi che anch’io ho dovuto attendere trent’anni prima di essere pronto per la missione che il Padre mi ha affidato? Anche la tua crescita è così, ha bisogno di questo tempo, occorre consegnarsi alla Provvidenza, ai tempi di Dio. Ricordati però che questo tempo dovrai darlo anche ai tuoi fratelli e le tue sorelle che stanno crescendo accanto a te.

Ci saranno poi delle realtà dentro di te e nelle persone che vivono accanto a te che non potranno cambiare, perché fanno parte del limite e della povertà umana. Dovrai imparare a dare un significato positivo anche a questo, infatti sarà l’occasione per vivere una carità veramente gratuita: tu dovrai accettare con amore i limiti e la povertà dei tuoi fratelli, mentre i tuoi fratelli accetteranno i tuoi: così ciò che sembra un ostacolo, diventa occasione di bene. Se avrai fiducia in me, io ti darò il mio Spirito, perché nel tuo affetto le persone riconoscano la presenza della mia misericordia. Ora hai capito, vero? La speranza sta nel vedere come il Padre mio sa trasformare anche il male in bene.

Ti chiedo inoltre di annunciare a tutte le persone che li sto aspettando e che possono presentarsi a me senza timore. Racconta la tua esperienza, convinci i peccatori che incontri a non avere paura, ad avvicinarsi a me con fiducia. Anche tu, quando vorrai venire da me, sappi che io ti aspetto a braccia aperte». Dicendo queste parole, spalancò le braccia come il grande crocifisso che Damaso vedeva sopra l’altare della chiesa e, quando le richiuse, strinse a se il suo piccolo discepolo, ancora tutto confuso e stupito, in un infinito abbraccio. Damaso sentì un grande calore e una pace indescrivibile che gli scendeva nel cuore.

Si svegliò stringendo con forza al petto le coperte. Il suo volto era ancora solcato dalle lacrime, ma, questa volta, erano lacrime di gioia.

( Dono di Fr. Ferruccio )