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Domenica 1 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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ACCORGERSI |
ABITARE |
ATTENDERE |
ASCOLTARE |
ACCETTARE |
APRIRE |
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ACCOGLIERE |
AMMIRARE |
AMARE |
AFFIDARSI |
AVVICINARE |
ANNUNCIARE |
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| IV DOMENICA TEMPO ORDINARIO C | |||||
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Dalla «Lettera ai cristiani di
Smirne» di sant'Ignazio di Antiochia, vescovo e martire
(Intr.; Capp. 1, 1 -4, 1 Funk 1, 235-237)
Cristo ci ha chiamati al suo regno e alla sua
gloria
Ignazio, detto anche Teoforo, si rivolge alla
chiesa di Dio e del diletto Figlio suo Gesù Cristo. A questa chiesa, che si
trova a Smirne in Asia, augura di godere ogni bene nella purezza dello spirito e
nella parola di Dio: essa ha ottenuto per divina misericordia ogni grazia, è
piena di fede e di carità e nessun dono le manca. E' degna di Dio e feconda di
santità.
Ringrazio Gesù Cristo Dio che vi ha resi così saggi. Ho visto infatti che
siete fondati su una fede incrollabile, come se foste inchiodati, carne e
spirito, alla croce del Signore Gesù Cristo, e che siete pieni di carità nel
sangue di Cristo. Voi credete fermamente nel Signore nostro Gesù, credete che
egli discende veramente «dalla stirpe» di Davide secondo la carne» (Rm 1, 3)
ed è figlio di Dio secondo la volontà e la potenza di Dio; che nacque
veramente da una vergine; che fu battezzata da Giovanni per adempiere ogni
giustizia (cfr. Mt 3, 15); che fu veramente inchiodato in croce per noi nella
carne sotto Ponzio Pilato e il tetrarca Erode. Noi siamo infatti il frutto della
sua croce e della sua beata passione. Avete ferma fede inoltre che con la sua
risurrezione ha innalzato nei secoli il suo vessillo per riunire i suoi santi e
i suoi fedeli, sia Giudei che Gentili, nell'unico corpo della sua Chiesa.
Egli ha sofferto la sua passione per noi, perché fossimo salvi; e ha sofferto
realmente, come realmente ha risuscitato se stesso.
Io so e credo fermamente che anche dopo la risurrezione egli è nella sua carne.
E quando si mostrò a Pietro e ai suoi compagni, disse loro: Toccatemi,
palpatemi e vedete che non sono uno spirito senza corpo (cfr. Lc 24, 39). E
subito lo toccarono e credettero alla realtà della sua carne e del suo spirito.
Per questo disprezzarono la morte e trionfarono di essa. Dopo la sua
risurrezione, poi, Cristo mangiò e bevve con loro proprio come un uomo in carne
ed ossa, sebbene spiritualmente fosse unito al Padre.
Vi ricordo queste cose, o carissimi, quantunque sappia bene che voi vi gloriate
della stessa fede mia.
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Lunedì 2 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| PRESENTAZIONE DEL SIGNORE |
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Dai «Discorsi» di san Sofronio,
vescovo
(Disc. 3, sull'«Hypapante» 6, 7; PG 87, 3, 3291-3293)
Accogliamo la luce viva ed eterna
Noi tutti che celebriamo e veneriamo con intima
partecipazione il mistero dell'incontro del Signore, corriamo e muoviamoci
insieme in fervore di spirito incontro a lui. Nessuno se ne sottragga, nessuno
si rifiuti di portare la sua fiaccola. Accresciamo anzi lo splendore dei ceri
per significare il divino fulgore di lui che si sta avvicinando e grazie al
quale ogni cosa risplende, dopo che l'abbondanza della luce eterna ha dissipato
le tenebre della caligine. Ma le nostre lampade esprimano soprattutto la
luminosità dell'anima, con la quale dobbiamo andare incontro a Cristo. Come
infatti la Madre di Dio e Vergine intatta portò sulle braccia la vera luce e si
avvicinò a coloro che giacevano nelle tenebre, così anche noi, illuminati dal
suo chiarore e stringendo tra le mani la luce che risplende dinanzi e tutti,
dobbiamo affrettarci verso colui che è la vera luce.
La luce venne nel mondo (cfr. Gv 1, 9) e, dissipate le tenebre che lo
avvolgevano, lo illuminò. Ci visitò colui che sorge dall'alto (cfr. Lc 1, 78)
e rifulse a quanti giacevano nelle tenebre. Per questo anche noi dobbiamo ora
camminare stringendo le fiaccole e correre portando le luci. Così indicheremo
che a noi rifulse la luce, e rappresenteremo lo splendore divino di cui siamo
messaggeri. Per questo corriamo tutti incontro a Dio. Ecco il significato del
mistero odierno.
La luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (cfr. Gv 1, 9) è
venuta. Tutti dunque, o fratelli, siamone illuminati, tutti brilliamo. Nessuno
resti escluso da questo splendore, nessuno si ostini a rimanere immerso nel
buio. Ma avanziamo tutti raggianti e illuminati verso di lui. Riceviamo
esultanti nell'animo, col vecchio Simeone, la luce sfolgorante ed eterna.
Innalziamo canti di ringraziamento al Padre della luce, che mandò la luce vera,
e dissipò ogni tenebra, e rese noi tutti luminosi. La salvezza di Dio, infatti,
preparata dinanzi a tutti i popoli e manifestata a gloria di noi, nuovo Israele,
grazie a lui, la vedemmo anche noi e subito fummo liberati dall'antica e
tenebrosa colpa, appunto come Simeone, veduto il Cristo, fu sciolto dai legami
della vita presente.
Anche noi, abbracciando con la fede il Cristo che viene da Betlemme, divenimmo
da pagani popolo di Dio. Egli, infatti, è la salvezza di Dio Padre. Vedemmo con
gli occhi il Dio fatto carne. E proprio per aver visto il Dio presente fra noi
ed averlo accolto con le braccia dello spirito, ci chiamiamo nuovo Israele. Noi
onoriamo questa presenza nelle celebrazioni anniversarie, né sarà ormai
possibile dimenticarcene.
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Martedì 3 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| S. Biagio |
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Dal trattato «Contro le eresie» di
sant'Ireneo, vescovo
(Lib. III, 19, 1. 3 - 20, 1; SC 34, 332. 336-338)
Le primizie della risurrezione del Cristo
Il Verbo di Dio si è fatto uomo e il Figlio
di Dio si è fatto figlio dell'uomo perché l'uomo, unito al Verbo e ricevendo
l'adozione, diventi figlio di Dio. Non potevamo infatti in nessun altro modo
ricevere l'incorruzione e l'immortalità se non con l'essere uniti
all'incorruzione e all'immortalità. E come poi avremmo potuto essere uniti
all'incorruzione e all'immortalità non si fosse fatta quello che siamo noi,
perché ciò che era corruttibile fosse assorbito dall'incorruzione, e ciò che
era mortale dall'immortalità, e noi potessimo ricevere l'adozione di figli?
Il Figlio di Dio e nostro Signore è Verbo del Padre e Figlio dell'uomo, poiché
fu generato come uomo da Maria, che apparteneva al genere umano ed era lei
stessa creatura umana. Perciò fu lo stesso Signore a darci un segno nelle
profondità della terra e nelle altezze del cielo, un segno che l'uomo non aveva
richiesto, perché egli non aveva mai sperato che una vergine potesse diventare
madre, partorendo un figlio pur restando vergine. Mai si sarebbe potuto
immaginare che questo figlio fosse «Dio con noi» (cfr. Is 7, 10-17) e
discendesse nella profondità della terra alla ricerca della pecora che s'era
smarrita, e che era poi sua creatura. Nessuno avrebbe potuto pensare che
risalendo in cielo per offrire e raccomandare al Padre l'uomo che era stato
ritrovato, facesse di se stesso la primizia della risurrezione dell'uomo.
Infatti come il capo è risuscitato dai morti, così risorgerà anche il resto
del corpo, cioè ogni uomo che si troverà a vivere dopo aver compiuto il tempo
della condanna che gli era toccata per la disobbedienza.
Il corpo riceve coesione e unità grazie ai vari legami che lo alimentano e lo
attivano secondo la funzione e la posizione di ciascun membro.
Nella casa di Dio ci sono molte dimore, perché vi sono anche molte membra nel
corpo.
Generoso fu dunque Dio il quale, venendo meno l'uomo, previde quella vittoria
che sarebbe stata ottenuta per mezzo del Verbo. Infatti poiché la potenza
trionfava nella debolezza, il Verbo mostrava la bontà e la magnifica potenza di
Dio.
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Mercoledì 4 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| IV Settimana del tempo ordinario |
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Dai «Capitoli sulla perfezione
spirituale» di Diadoco di Fotice, vescovo
(Capp. 6. 26. 27. 30; PG 65, 1169. 1175-1176)
La scienza della discrezione degli spiriti si
acquista con la sapienza
E' lume della vera saggezza discernere il bene dal
male senza sbagliare. Quando ciò avviene, allora la via della giustizia conduce
la mente a Dio, sole di giustizia, e introduce nello sfolgorio infinito della
scienza la mente stessa che cerca ormai con grande fiducia l'amore. E'
necessario che coloro che combattono cerchino di conservare l'animo libero da
interno turbamento, perché la mente, discernendo i pensieri che le si
affacciano, possa conservare nel santuario della memoria quelli che sono buoni e
mandati da Dio, e scacciare invece quelli che sono cattivi e suggeriti dal
demonio. Anche il mare quando è perfettamente calmo permette ai pescatori una
visibilità che arriva fino al fondo, di modo che i pesci non sfuggono al loro
sguardo. Ma quando è sconvolto dai venti, nasconde con le onde torbide ciò che
nella calma mostra chiaramente; e così rimangono infruttuosi tutti gli
accorgimenti che usano i pescatori per catturare i pesci.
Ora è soltanto allo Spirito Santo che appartiene il compito di purificare le
menti: infatti se non entra quel forte per sopraffare il ladro, la preda non gli
potrà essere tolta. E' necessario quindi che noi con la pace dell'anima
alimentiamo l'azione dello Spirito Santo, ossia che teniamo in noi stessi sempre
accesa la lucerna della chiaroveggenza, poiché mentre essa risplende nel
segreto della mente, non soltanto quegli attacchi insidiosi e tenebrosi dei
demoni vengono scoperti, ma vengono altresì sgominati perché colpiti da quella
luce santa e gloriosa.
Per questo l'Apostolo raccomanda: «Non spegnerete lo Spirito» (1 Ts 5, 19),
cioè non rattristate lo Spirito Santo a causa della vostra malizia o dei
cattivi pensieri, perché egli non desista dal proteggervi con quel suo divino
splendore. In realtà non è possibile spegnere quel lume eterno e vivificante
che è lo Spirito Santo, ma è possibile che la sua tristezza, ossia la nausea
per noi, lo costringa a lasciare priva della luce della conoscenza e tutta
avvolta nella oscurità la nostra anima. Il discernimento della mente è la
perfetta sapienza con la quale le cose vengono giudicate. Quando l'organismo è
sano, con il senso del gusto noi sappiamo distinguere ciò che fa bene da quanto
ci fa male e cerchiamo quanto ci piace.
Così è della nostra mente, quando è in perfetto equilibrio. Pur in mezzo a
mille preoccupazioni, è in grado di godere pienamente della consolazione
divina. Anzi può conservare a lungo il ricordo della sua dolcezza mediante
l'esercizio della carità. Questa poi tende a conseguire beni sempre più alti,
come dice l'Apostolo: «E di questo vi prego: che la
vostra carità cresca sempre più in ogni scienza ed in ogni senso, perché
tendiate a beni più grandi» (cfr. Fil 1, 10).
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Giovedì 5 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| S. Agata |
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Dal Trattato «Sulle
vergini» di sant'Ambrogio, vescovo
(Lib. 1, cap. 2. 5. 7-9; PL 16, 189-191)
Non ancora capace di soffrire e già
matura per la vittoria
E' il giorno natalizio per
il cielo di una vergine: seguiamone l'integrità. E' il giorno natalizio di una
martire: offriamo come lei il nostro sacrificio. E' il giorno natalizio di
sant'Agnese!
Si dice che subì il martirio a dodici anni. Quanto è detestabile questa
barbarie, che non ha saputo risparmiare neppure un'età così tenera! Ma certo
assai più grande fu la forza della fede, che ha trovato testimonianza in una
vita ancora all'inizio. Un corpo così minuscolo poteva forse offrire spazio ai
colpi della spada? Eppure colei che sembrava inaccessibile al ferro, ebbe tanta
forza da vincere il ferro. Le fanciulle, sue coetanee, tremano anche allo
sguardo severo dei genitori ed escono in pianti e urla per piccole punture, come
se avessero ricevuto chissà quali ferite. Agnese invece rimane impavida fra le
mani del carnefici, tinte del suo sangue. Se ne sta salda sotto il peso delle
catene e offre poi tutta la sua persona alla spada del carnefice, ignara di che
cosa sia il morire, ma pur già pronta alla morte. Trascinata a viva forza
all'altare degli dei e posta fra i carboni accesi, tende le mani a Cristo, e
sugli stessi altari sacrileghi innalza il trofeo del Signore vittorioso. Mette
il collo e le mani in ceppi di ferro, anche se nessuna catena poteva serrare
membra così sottili.
Nuovo genere di martirio! Non era ancora capace di subire tormenti, eppure era
già matura per la vittoria. Fu difficile la lotta, ma facile la corona. La
tenera età diede una perfetta lezione di fortezza. Una sposa novella non
andrebbe si rapida alle nozze come questa vergine andò al luogo del supplizio:
gioiosa, agile, con il capo adorno non di corone, ma del Cristo, non di fiori,
ma di nobili virtù.
Tutti piangono, lei no. I più si meravigliano che, prodiga di una vita non
ancora gustata, la doni come se l'avesse interamente goduta. Stupirono tutti che
già fosse testimone della divinità colei che per l'età non poteva ancora
essere arbitra di sé. Infine fece sì che si credesse alla sua testimonianza in
favore di Dio, lei, cui ancora non si sarebbe creduto se avesse testimoniato in
favore di uomini. Invero ciò che va oltre la natura è dall'Autore della
natura.
A quali terribili minacce non ricorse il magistrato, per spaventarla, a quali
dolci lusinghe per convincerla, e di quanti aspiranti alla sua mano non le
parlò per farla recedere dal suo proposito! Ma essa: «E' un'offesa allo Sposo
attendere un amante. Mi avrà chi mi ha scelta per primo. Carnefice, perché
indugi? Perisca questo corpo: esso può essere amato e desiderato, ma io non lo
voglio». Stette ferma, pregò, chinò la testa.
Avresti potuto vedere il carnefice trepidare, come se il condannato fosse lui,
tremare la destra del boia, impallidire il volto di chi temeva il pericolo
altrui, mentre la fanciulla non temeva il proprio. Avete dunque in una sola
vittima un doppio martirio, di castità e di fede. Rimase vergine e conseguì la
palma del martirio.
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Venerdì 6 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| S. Paolo Miki e compagni |
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Dalla «Storia del martirio dei
santi Paolo Miki e compagni»
scritta da un autore contemporaneo
(Cap. 14, 109-110; Acta Sanctorum Febr. 1, 769)
Sarete miei testimoni
Piantate le croci, fu meraviglioso vedere in tutti
quella fortezza alla quale li esortava sia Padre Pasio, sia Padre Rodriguez. Il
Padre commissario si mantenne sempre in piedi, quasi senza muoversi, con gli
occhi rivolti al cielo. Fratel Martino cantava alcuni salmi per ringraziare la
bontà divina, aggiungendo il versetto: «Mi affido alle tue mani» (Sal 30, 6).
Anche Fratel Francesco Blanco rendeva grazie a Dio ad alta voce. Fratel Gonsalvo
a voce altissima recitava il Padre nostro e l'Ave Maria.
Il nostro fratello Paolo Miki, vedendosi innalzato sul pulpito più onorifico
che mai avesse avuto, per prima cosa dichiaro ai presenti di essere giapponese e
di appartenere alla Compagnia di Gesù, di morire per aver annunziato il vangelo
e di ringraziare Dio per un beneficio così prezioso. Quindi soggiunse: «Giunto
a questo istante, penso che nessuno tra voi creda che voglia tacere la verità.
Dichiaro pertanto a voi che non c'è altra via di salvezza, se non quella
seguita dai cristiani. Poiché questa mi insegna a perdonare ai nemici e a tutti
quelli che mi hanno offeso, io volentieri perdono all'imperatore e a tutti i
responsabili della mia morte, e li prego di volersi istruire intorno al
battesimo cristiano».
Si rivolse quindi ai compagni, giunti ormai all'estrema battaglia, e cominciò a
dir loro parole di incoraggiamento.
Sui volti di tutti appariva una certa letizia, ma in Ludovico era particolare. A
lui gridava un altro cristiano che presto sarebbe stato in paradiso, ed egli,
con gesti pieni di gioia, delle dita e di tutto il corpo, attirò su di sé gli
sguardi di tutti gli spettatori. Antonio, che stava di fianco a Ludovico, con
gli occhi fissi al cielo, dopo aver invocato il santissimo nome di Gesù e di
Maria, intonò il salmo Laudate, pueri, Dominum, che aveva imparato a Nagasaki
durante l'istruzione catechista; in essa infatti vengono insegnati ai fanciulli
alcuni salmi a questo scopo.
Altri infine ripetevano: «Gesù! Maria!», con volto sereno. Alcuni esortavano
anche i circostanti ad una degna vita cristiana; con questi e altri gesti simili
dimostravano la loro prontezza di fronte alla morte.
Allora quattro carnefici cominciarono ad estrarre dal fodero le spade in uso
presso i giapponesi. Alla loro orribile vista tutti i fedeli gridarono: «Gesù!
Maria!» e quel che è più, seguì un compassionevole lamento di più persone,
che salì fino al cielo. I loro carnefici con un primo e un secondo colpo, in
brevissimo tempo, li uccisero.
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Sabato 7 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| IV settimana del tempo ordinario |
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Dalla Costituzione «Gaudium et
spes» del Concilio ecumenico Vaticano II
sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (Nn. 35-36)
L'attività umana
L'attività umana, come deriva dall'uomo. così è
ordinata all'uomo. L'uomo, infatti, quando lavora, non soltanto modifica le cose
e la società, ma anche perfeziona se stesso. Apprende molte cose, sviluppa le
sue facoltà, è portato a uscire da sé e a superarsi. Tale sviluppo, se è ben
compreso, vale più delle ricchezze esteriori che si possono accumulare. L'uomo
vale più per quello che è che per quello che ha.
Parimenti tutto ciò che gli uomini compiono allo scopo di conseguire una
maggiore giustizia, una più estesa fraternità e un ordine più umano nei
rapporti sociali, ha più valore dei progressi in campo tecnico. Questi,
infatti, possono fornire, per così dire, la materia alla promozione umana, ma
da soli non valgono in nessun modo ad effettuarla.
Ecco dunque qual è la norma dell'attività umana. Secondo il disegno di Dio e
la sua volontà l'attività dell'uomo deve corrispondere al vero bene
dell'umanità, e permette agli individui, sia in quanto singoli che quali membri
della collettività, di coltivare e di attuare la loro integrale vocazione.
Molti nostri contemporanei, però, sembrano temere che, se si fanno troppo
stretti i legami tra attività umana e religione, venga impedita l'autonomia
degli uomini, delle società, delle scienze. Ora se per autonomia delle realtà
terrene intendiamo che le cose create e le stesse società hanno leggi e valori
propri, che l'uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare, allora si
tratta di una esigenza legittima, che non solo è postulata dagli uomini del
nostro tempo, ma anche è conforme al volere del Creatore. Infatti è dalla
stessa loro condizione di creature che le cose tutte ricavano la loro propria
consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine; e tutto
ciò l'uomo è tenuto a rispettare, riconoscendo le esigenze di metodo proprie
di ogni singola scienza o arte. Perciò se la ricerca metodica di ogni
disciplina procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali,
non sarà mai in reale contrasto con la fede, perché le realtà profane e le
realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio. Anzi, chi si sforza con
umiltà e con perseveranza di scandagliare i segreti della realtà, anche senza
che egli se ne avveda, viene come condotto dalla mano di Dio, il quale,
mantenendo in esistenza tutte le cose, fa che siano quello che sono. A questo
punto, ci sia concesso di deplorare certi atteggiamenti mentali, che talvolta
non mancano nemmeno tra i cristiani. Alcuni per non avere sufficientemente
percepito la legittima autonomia della scienza, suscitano contese e controversie
e pervertono molti spiriti a tal punto da farli ritenere che scienza e fede si
oppongano tra loro.
Se però con l'espressione «autonomia delle realtà temporali» si intende che
le cose create non dipendono da Dio, che l'uomo può adoperarle senza riferirle
al Creatore, allora tutti quelli che credono in Dio avvertono quanto false siano
tali opinioni. La creatura, infatti, senza il Creatore svanisce.
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Domenica 8 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| V DOMENICA TEMPO ORDINARIO C |
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Dal «Commento alla Lettera ai
Galati» di sant'Agostino, vescovo
(Introduzione; PL 35, 2105-2107)
Comprendere la grazia di Dio
L'Apostolo scrive ai Galati perché capiscano
che la grazia li ha sottratti dal dominio della Legge. Quando fu predicato loro
il Vangelo, non mancarono alcuni venuti dalla circoncisione i quali, benché
cristiani, non capivano ancora il dono del Vangelo, e quindi volevano attenersi
alle prescrizioni della Legge che il Signore aveva imposto a chi non serviva
alla giustizia, ma al peccato. In altre parole, Dio aveva dato una legge giusta
a uomini ingiusti. Essa metteva in evidenza i loro peccati, ma non li
cancellava. Noi sappiamo infatti che solo la grazia della fede, operando
attraverso la carità, toglie i peccati. Invece i convertiti dal giudaismo
pretendevano di porre sotto il peso della Legge i Galati, che si trovavano già
nel regime della grazia, e affermavano che ai Galati il Vangelo non sarebbe
valso a nulla se non si facevano circoncidere e non si sottoponevano a tutte le
prescrizioni formalistiche del rito giudaico.
Per questa convinzione avevano incominciato a nutrire dei sospetti nei confronti
dell'apostolo Paolo, che aveva predicato il Vangelo ai Galati e lo incolpavano
di non attenersi alla linea di condotta degli altri apostoli che, secondo loro,
inducevano i pagani a vivere da Giudei. Anche l'apostolo Pietro aveva ceduto
alle pressioni di tali persone ed era stato indotto a comportarsi in maniera da
far credere che il vangelo non avrebbe giovato nulla ai pagani se non si fossero
sottomessi alle imposizioni della Legge. Ma da questa doppia linea di condotta
lo distolse lo stesso apostolo Paolo, come narra in questa lettera. Dello stesso
problema si tratta anche nella lettera ai Romani. Tuttavia sembra che ci sia
qualche differenza, per il fatto che in questa san Paolo dirime la contesa e
compone la lite che era scoppiata tra coloro che provenivano dai Giudei e quelli
che provenivano dal paganesimo. Nella lettera ai Galati, invece, si rivolge a
coloro che erano già stati turbati dal prestigio dei giudaizzanti che li
costringevano all'osservanza della Legge. Essi avevano incominciato a credere a
costoro, come se l'apostolo Paolo avesse predicato menzogne, invitandoli a non
circoncidersi. Perciò così incomincia: «Mi meraviglio che così in fretta da
colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro Vangelo»
(Gal 1, 6).
Con questo esordio ha voluto fare un riferimento discreto alla controversia.
Così nello stesso saluto, proclamandosi apostolo, «non da parte di uomini, né
per mezzo di uomo» (Gal 1, 1), - notare che una tale dichiarazione non si trova
in nessun'altra lettera - mostra abbastanza chiaramente che quei banditori di
idee false non venivano da Dio ma dagli uomini. Non bisognava trattare lui come
inferiore agli altri apostoli per quanto riguardava la testimonianza evangelica.
Egli sapeva di essere apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma
per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre (cfr. Gal 1, 1).
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Lunedì 9 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| V settimana del tempo ordinario |
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Dal «Breviloquio» di san
Bonaventura, vescovo
(Prolo.; Opera omnia 5, 201-202)
Dalla conoscenza di Gesù Cristo
si ha la comprensione di tutta la Sacra Scrittura
L'origine della Sacra Scrittura non è frutto di
ricerca umana, ma di rivelazione divina. Questa promana «dal Padre della luce,
dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome».
Dal Padre, per mezzo del Figlio suo Gesù Cristo, discende in noi lo Spirito
Santo. Per mezzo dello Spirito santo poi, che divide e distribuisce i suoi doni
ai singoli secondo il suo beneplacito, ci viene data la fede, e per mezzo della
fede Cristo abita nei nostri cuori (cfr. Eb 3, 17).
Questa è la conoscenza di Gesù Cristo, da cui hanno origine, come da una
fonte, la sicurezza e l'intelligenza della verità, contenuta in tutta la Sacra
Scrittura. Perciò è impossibile che uno possa addentrarsi e conoscerla, se
prima non abbia la fede che è lucerna, porta e fondamento di tutta la Sacra
Scrittura.
La fede infatti, lungo questo nostro pellegrinaggio, è la base da cui vengono
tutte le conoscenze soprannaturali, illumina il cammino per arrivarvi ed è
porta per entrarvi. E' anche il criterio per misurare la sapienza donateci
dall'alto, perché nessuno si stimi «più di quanto è conveniente valutarsi,
ma in maniera da avere, di se stessi, una giusta valutazione, ciascuno secondo
la misura di fede che Dio gli ha dato» (cfr. Rm 12, 3).
Lo scopo, poi, o meglio, il frutto della Sacra Scrittura non è uno qualsiasi,
ma addirittura la pienezza della felicità eterna. Infatti la Sacra Scrittura è
appunto il libro nel quale sono scritte parole di vita eterna perché, non solo
crediamo, ma anche possediamo la vita eterna, in cui vedremo, ameremo e saranno
realizzati tutti i nostri desideri.
Solo allora conosceremo «la carità che sorpassa ogni conoscenza» e così
saremo ricolmi «di tutta la pienezza di Dio» (Ef 3, 19).
Ora la divina Scrittura cerca di introdurci in questa pienezza, proprio secondo
quanto ci ha detto poco fa l'Apostolo.
Con questo scopo, con questa intenzione, deve essere studiata la Sacra
Scrittura. Così va ascoltata e insegnata.
Per ottenere tale frutto, per raggiungere questa meta sotto la retta guida della
Scrittura, bisogna incominciare dal principio. Ossia accostarsi con fede
semplice al Padre della luce e pregare con cuore umile, perché egli, per mezzo
del Figlio e nello Spirito Santo, ci conceda la vera conoscenza di Gesù Cristo
e, con la conoscenza, anche l'amore. Conoscendolo ed amandolo, e saldamente
fondati e radicati nella carità, potremo sperimentare la larghezza, la
lunghezza, l'altezza e la profondità (cfr. Ef 3, 18) della stessa Sacra
Scrittura.
Potremo così giungere alla perfetta conoscenza e all'amore smisurato della
beatissima Trinità, a cui tendono i desideri dei santi e in cui c'è
l'attuazione e il compimento di ogni verità e bontà.
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Martedì 10 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| S. Scolastica |
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Dai «Dialoghi» di san Gregorio
Magno, papa
(Lib. 2, 33; PL 66, 194-196)
Poté di più colei che più amò
Scolastica, sorella di san Benedetto, consacratasi
a Dio fin dall'infanzia, era solita recarsi dal fratello una volta all'anno.
L'uomo di Dio andava incontro e lei, non molto fuori della porta, in un
possedimento del monastero.
Un giorno visi recò secondo il solito, e il venerabile suo fratello le scese
incontro con alcuni suoi discepoli. Trascorsero tutto il giorno nelle lodi di
Dio e in santa conversazione. Sull'imbrunire presero insieme il cibo.
Si trattennero ancora a tavola e, col protrarsi dei santi colloqui, si era
giunti a un'ora piuttosto avanzata. La pia sorella perciò lo supplicò,
dicendo: «Ti prego, non mi lasciare per questa notte; ma parliamo fino al
mattino delle gioie della vita celeste». Egli le rispose: «Che cosa dici mai,
sorella? Non posso assolutamente pernottare fuori del monastero».
Scolastica, udito il diniego del fratello, poggiò le mani con le dita
intrecciate sulla tavola e piegò la testa sulle mani per pregare il Signore
onnipotente. Quando levò il capo dalla mensa, scoppiò un tale uragano con
lampi e tuoni e rovesciò di pioggia, che né il venerabile Benedetto, né i
monaci che l'accompagnavano, poterono metter piede fuori dalla soglia
dell'abitazione, dove stavano seduti.
Allora l'uomo di Dio molto rammaricato cominciò a lamentarsi e a dire: «Dio
onnipotente ti perdoni, sorella, che cosa hai fatto?». Ma ella gli rispose:
«Ecco, ho pregato te, e tu non hai voluto ascoltarmi; ho pregato il mio Dio e
mi ha esaudita. Ora esci pure, se puoi; lasciami e torna al monastero».
Ed egli che non voleva restare lì spontaneamente, fu costretto a rimanervi per
forza.
Così trascorsero tutta la notte vegliando e si saziarono di sacri colloqui
raccontandosi l'un l'altro le esperienze della vita spirituale.
Non fa meraviglia che Scolastica abbia avuto più potere del fratello. Siccome,
secondo la parola di Giovanni, «Dio è amore», fu molto giusto che potesse di
più colei che più amo.
Ed ecco che tre giorni dopo, mentre l'uomo di Dio stava nella cella e guardava
al cielo, vide l'anima di sua sorella, uscita dal corpo, penetrare nella
sublimità dei cieli sotto forma di colomba. Allora, pieno di gioia per una
così grande gloria toccatale, ringraziò Dio con inni e lodi, e mandò i suoi
monaci perché portassero il corpo di lei al monastero e lo deponessero nel
sepolcro che aveva preparato per sé.
Così neppure la tomba separò i corpi di coloro che erano stati uniti in Dio,
come un'anima sola.
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Mercoledì 11 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| B. V. Maria di Lourdes |
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Dalla «Lettera» di santa Maria
Bernardetta Soubirous, vergine
(Lettera a P. Gondrand, a. 1861; cfr. A. Ravier, Le scrits de
sante Bernardette, Paris, 1961, pp. 53-59)
Una Signora mi ha parlato
Un
giorno, recatami sulla riva del fiume Gave per raccogliere legna insieme con due
fanciulle, sentii un rumore. Mi volsi verso il prato ma vidi che gli alberi non
si muovevano affatto, per cui levai la testa e guardai la grotta. Vidi una
Signora rivestita di vesti candide. Indossava un abito bianco ed era cinta da
una fascia azzurra. Su ognuno dei piedi aveva una rosa d'oro, che era dello
stesso colore della corona del rosario. A quella vista mi stropicciai gli occhi,
credendo a un abbaglio. Misi le mani in grembo, dove trovai la
mia corona del rosario. Volli anche farmi il segno della croce sulla
fronte, ma non riuscii ad alzare la mano, che mi cadde. Avendo quella Signora
fatto il segno della croce, anch'io, pur con mano tremante, mi sforzai e
finalmente vi riuscii. Cominciai al tempo stesso a recitare il rosario, mentre
anche la stessa Signora faceva scorrere i grani del suo rosario, senza tuttavia
muovere le labbra. Terminato il rosario, la visione subito scomparve.
Domandai alle due fanciulle se avessero visto qualcosa, ma quelle dissero di no;
anzi mi interrogarono cosa avessi da rivelare loro. Allora risposi di aver visto
una Signora in bianche vesti, ma non sapevo chi fosse. Le avvertii però di non
farne parola. Allora anch'esse mi esortarono a non tornare più in quel luogo,
ma io mi rifiutai.
Vi ritornai pertanto la domenica, sentendo di esservi interiormente chiamata.
Quella Signora mi parlò soltanto la terza
volta e mi chiese se volessi recarmi da lei per quindici giorni. Io le
risposi di sì. Ella aggiunse che dovevo esortare i sacerdoti perché facessero
costruire là una cappella; poi mi comandò di bere alla fontana. Siccome non ne
vedevo alcuna, andavo verso il fiume Gave, ma ella mi fece cenno che non parlava
del fiume e mi mostrò col dito una fontana. Recatami là, non trovai se non
poca acqua fangosa. Accostai la mano, ma non potei prender niente; perciò
cominciai a scavare e finalmente potei attingere un po' d'acqua; la buttai via
per tre volte, alla quarta invece potei berla.
La visione allora scomparve ed io me ne tornai verso casa.
Per quindici
giorni però ritornai colà
e la Signora mi apparve tutti i
giorni tranne un lunedì e un venerdì, dicendomi di nuovo di avvertire i
sacerdoti che facessero costruire là una cappella, di andare a lavarmi
alla fontana e di pregare per la conversione dei peccatori. Le domandai più
volte chi fosse, ma sorrideva dolcemente. Alla fine, tenendo le braccia levate
ed alzando gli occhi al cielo, mi disse di essere l'Immacolata Concezione.
Nello spazio di quei quindici giorni mi svelò anche tre segreti, che mi proibì
assolutamente di rivelare ad alcuno; cosa che io ho fedelmente
osservato fino ad oggi.
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Giovedì 12 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| V Settimana del tempo ordinario |
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Dal «Commento alla Lettera ai
Galati» di sant'Agostino, vescovo
(Nn. 37. 38; PL 35, 2131-2132)
Cristo sia formato in voi
Dice l'Apostolo: «Siate come me» (Gal 4,
12). Io sono nato giudeo, ma, guidato da considerazioni spirituali, ripudio ogni
concezione esclusivamente materiale. «Poiché anch'io sono stato come voi»
(Gal 4, 12), cioè uomo. Poi opportunamente e con discrezione ricorda il suo
amore per loro, perché non lo considerino come loro nemico. Proprio così si
esprime: Ve ne prego, fratelli, non mi avete offeso in nulla (cfr. Gal 4, 12);
come se dicesse: Non dovete pensare che io voglia offendervi.
Sempre sul medesimo argomento aggiunge: «Figlioli miei» (Gal 4, 19). Lo dice
perché lo imitino realmente come un padre. E completa: «Che io di nuovo
partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi!» (Gal 4, 19).
Questo lo ha detto piuttosto come se rappresentasse la Madre Chiesa. Infatti
anche in un altro passo dice: «Siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una
madre nutre e ha cura delle proprie creature» (1 Ts 2, 7).
Cristo nasce e si forma in colui che crede per mezzo della fede, esistente
nell'uomo interiore; in colui che è chiamato alla libertà della grazia; in
colui che è mite e umile di cuore, e che non si gloria nella nullità dei suoi
meriti e delle sue opere; in colui che ascrive i suoi meriti al dono divino.
Costui si identifica con Cristo. Così colui che ha detto: «Ogni volta che
avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete
fatto a me» (Mt 25, 40), chiama il vero credente il più piccolo dei suoi,
cioè un altro se stesso. Infatti Cristo viene formato in chi riceve l'immagine
di Cristo. Ma riceve l'immagine di Cristo, chi aderisce a Cristo con vero amore
spirituale. Ne segue che egli diventa copia di Cristo e, per quanto lo consente
la sua condizione, diventa Cristo stesso. Così afferma Giovanni: «Chi dice di
dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato» (1 Gv 2, 6).
Ma poiché gli uomini sono concepiti dalle madri per essere formati, e, una
volta formati, sono partoriti per venire alla luce, può recare sorpresa ciò
che è stato detto: «Che io di nuovo partorisco nel dolore, finché non sia
formato Cristo in voi!» (Gal 4, 19). A meno che intendiamo che questo parto sia
al posto delle preoccupazioni dolorose attraverso le quali li ha partoriti
perché nascessero in Cristo. In tal senso li partorisce ancora, preoccupato
com'è dei pericoli di seduzione, dai quali li vede minacciati. La dolorosa
sollecitudine nei loro riguardi, cioè questa specie di maternità spirituale,
perdura finché arrivino tutti all'unità della fede nella misura che conviene
alla piena maturità di Cristo, perché non siano sballottati da qualsiasi vento
di dottrina (cfr. Ef 4, 13-14).
Perciò non tanto per l'inizio della fede, essendo essi già nati, ma per la
crescita e la maturità è stato affermato: «Che io di nuovo partorisco nel
dolore, finché non sia formato Cristo in voi!» (Gal 4, 19). Altrove tratta di
questo parto con altri termini, quando dice: «Il mio assillo quotidiano, la
preoccupazione per tutte le chiese. Chi è debole, che anch'io non lo sia? Chi
riceve scandalo, che io non ne frema?» (2 Cor 11, 28-29).
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Venerdì 13 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| V Settimana del tempo ordinario |
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Dai «Discorsi» di san Leone Magno,
papa
(Disc. per il Natale del Signore, 7, 2. 6; PL 54, 217-218.
220-221)
Conosci la dignità della tua natura
Nostro Signore Gesù Cristo, nascendo vero uomo,
senza cessare mai di essere vero Dio, diede inizio, in se stesso, ad una nuova
creazione e, con questa nascita, comunicò al genere umano un principio
spirituale. Quale mente potrebbe comprendere questo mistero, o quale lingua
potrebbe esprimere questa grazia? L'umanità peccatrice ritrova l'innocenza,
l'umanità invecchiata nel male riacquista una nuova vita; gli estranei ricevono
l'adozione e degli stranieri entrano in possesso dell'eredità.
Dèstati, o uomo, e riconosci la dignità della tua natura! Ricordati che sei
stato creato ad immagine di Dio; che, se questa somiglianza si è deformata in
Adamo, è stata tuttavia restaurata in Cristo. Delle creature visibili serviti
in modo conveniente, come ti servi della terra, del mare, del cielo, dell'aria,
delle sorgenti, dei fiumi. Quanto di bello e di meraviglioso trovi in essi,
indirizzato a lode e a gloria del Creatore.
Con il senso corporeo della vista accogli pure la luce materiale, ma insieme
abbraccia, con tutto l'ardore del tuo cuore, quella vera luce che illumina ogni
uomo che viene in questo mondo (cfr. Gv 1, 9). Di questa luce il profeta dice:
«Guardate a lui e sarete raggianti, non saranno confusi i vostri volti» (Sal
33, 6). Se noi infatti siamo tempio di Dio e lo Spirito di Dio abita in noi,
vale molto più quello che ciascun fedele porta nel suo cuore, di quanto può
ammirare nel cielo.
Non vogliamo con questo, o carissimi, incitarvi o persuadervi a disprezzare le
opere di Dio, o a vedere qualcosa di contrario alla vostra fede nelle cose che
il Dio della bontà ha creato buone, ma vogliamo solo esortarvi, perché
sappiate servirvi di ogni creatura e di tutta la bellezza di questo mondo in
modo saggio ed equilibrato. Difatti, come dice l'Apostolo: «Le cose visibili
son d'un momento, quelle invisibili sono eterne» (2 Cor 4, 18).
Quindi, poiché siamo nati per la vita presente, ma poi siamo rinati per quella
futura, non dobbiamo essere tutti dediti ai beni temporali, ma tendere ai beni
eterni. Per poter anzi contemplare più da vicino ciò che speriamo, riflettiamo
a quanto la grazia divina ha conferito alla nostra natura. Ascoltiamo
l'Apostolo, che ci dice: «Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai
nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita,
allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria» (Col 3, 34) che vive
e regna con il Padre e con lo Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.
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Sabato 14 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| Ss. Cirillo e Metodio patroni d'Europa |
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Dalla «Vita» in lingua slava di
Costantino
(Cap. 18; Denkshriften der kaiserl. Akademie der Wissenschaften,
19, Vienna 1870, p. 246)
Fà crescere la tua Chiesa e raccogli tutti
nell'unità
Costantino Cirillo, stanco dalle molte fatiche,
cadde malato e sopportò il proprio male per molti giorni. Fu allora ricreato da
una visione di Dio, e cominciò a cantare così: Quando mi dissero: «andremo
alla casa del Signore», il mio spirito si è rallegrato e il mio cuore ha
esultato (cfr. Sal 121, 1).
Dopo aver indossato le sacre vesti, rimase per tutto il giorno ricolmo di gioia
e diceva: «Da questo momento non sono più servo né dell'imperatore né di
alcun uomo sulla terra, ma solo di Dio onnipotente. Non esistevo, ma ora esisto
ed esisterò in eterno. Amen».
Il giorno dopo vestì il santo abito monastico e aggiungendo luce a luce si
impose il nome di Cirillo. Così vestito rimase cinquanta giorni.
Giunta l'ora della fine e di passare al riposo eterno, levate le mani a Dio,
pregava tra le lacrime, dicendo: «Signore, Dio mio, che hai creato tutti gli
ordini angelici e gli spiriti incorporei, che hai steso i cieli e resa ferma la
terra e hai formato dal nulla tutte le cose che esistono, tu che ascolti sempre
coloro che fanno la tua volontà e ti temono e osservano i tuoi precetti;
ascolta la mia preghiera e conserva nella fede il tuo gregge, a capo del quale
mettesti me, tuo servo indegno ed inetto.
Liberali dalla malizia empia e pagana di quelli che ti bestemmiano; fà crescere
di numero la tua Chiesa e raccogli tutti nell'unità.
Rendi santo, concorde nella vera fede e nella retta confessione il tuo popolo, e
ispira nei cuori la parola della tua dottrina. E' tuo dono infatti l'averci
scelti a predicare il Vangelo del tuo Cristo, a incitare i fratelli alle buone
opere e a compiere quanto ti è gradito.
Quelli che mi hai dato, te li restituisco come tuoi; guidali ora con la tua
forte destra, proteggili all'ombra delle tue ali, perché tutti lodino e
glorifichino il tuo nome di Padre e Figlio e Spirito Santo. Amen».
Avendo poi baciato tutti col bacio santo, disse: «Benedetto Dio, che non ci ha
dato in pasto ai denti dei nostri invisibili avversari, ma spezzò la loro rete
e ci ha salvati dalla loro voglia di mandarci in rovina».
E così, all'età di quarantadue anni, si addormentò nel Signore.
Il papa comandò che tutti i Greci che erano a Roma e i Romani si riunissero
portando ceri e cantando e che gli dedicassero onori funebri non diversi da
quelli che avrebbero tributato al papa stesso; e così fu fatto.
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Domenica 15 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| VI DOMENICA TEMPO ORDINARIO C |
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Dai «Commenti dal Diatessaron» di
sant'Efrem, diacono
(1, 18-19; SC 121, 52-53)
La parola di Dio è sorgente inesauribile di
vita
Chi è capace di comprendere, Signore, tutta la
ricchezza di una sola delle tue parole? E' molto più ciò che ci sfugge di
quanto riusciamo a comprendere. Siamo proprio come gli assetati che bevono ad
una fonte. La tua parola offre molti aspetti diversi, come numerose sono le
prospettive di coloro che la studiano. Il Signore ha colorato la sua parola di
bellezze svariate, perché coloro che la scrutano possano contemplare ciò che
preferiscono. Ha nascosto nella sua parola tutti i tesori, perché ciascuno di
noi trovi una ricchezza in ciò che contempla.
La sua parola è un albero di vita che, da ogni parte, ti porge dei frutti
benedetti. Essa è come quella roccia aperta nel deserto, che divenne per ogni
uomo, da ogni parte, una bevanda spirituale. Essi mangiarono, dice l'Apostolo,
un cibo spirituale e bevvero una bevanda spirituale (cfr. 1 Cor 10, 2).
Colui al quale tocca una di queste ricchezze non creda che non vi sia altro
nella parola di Dio oltre ciò che egli ha trovato. Si renda conto piuttosto che
egli non è stato capace di scoprirvi se non una sola cosa fra molte altre. Dopo
essersi arricchito della parola, non creda che questa venga da ciò impoverita.
Incapace di esaurirne la ricchezza, renda grazie per la immensità di essa.
Rallegrati perché sei stato saziato, ma non rattristarti per il fatto che la
ricchezza della parola ti superi. Colui che ha sete è lieto di bere, ma non si
rattrista perché non riesce a prosciugare la fonte. E` meglio che la fonte
soddisfi la tua sete, piuttosto che la sete esaurisca la fonte. Se la tua sete
è spenta senza che la fonte sia inaridita, potrai bervi di nuovo ogni volta che
ne avrai bisogno. Se invece saziandoti seccassi la sorgente, la tua vittoria
sarebbe la tua sciagura. Ringrazia per quanto hai ricevuto e non mormorare per
ciò che resta inutilizzato. Quello che hai preso o portato via è cosa tua, ma
quello che resta è ancora tua eredità. Ciò che non hai potuto ricevere subito
a causa della tua debolezza, ricevilo in altri momenti con la tua perseveranza.
Non avere l'impudenza di voler prendere in un sol colpo ciò che non può essere
prelevato se non a più riprese, e non allontanarti da ciò che potresti
ricevere solo un po' alla volta.
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Lunedì 16 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| VI settimana del tempo ordinario |
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Dai «Discorsi» di san Bernardo,
abate
(Disc. «De diversis», 15; PL 183, 577-579)
Cercare la sapienza
Procuriamoci un cibo che non perisce, compiamo
l'opera della nostra salvezza. lavoriamo nella vigna del Signore, perché
possiamo meritarci il nostro denaro quotidiano. Agiamo alla luce della sapienza
che dice: Colui che compie le sue opere alla mia luce, non peccherà (cfr. Sir
24, 21). «Il campo è il mondo» (Mt 13, 38), dice la Verità. Scaviamo in esso
e vi troveremo il tesoro nascosto. Tiriamolo fuori. Infatti è la stessa
sapienza che si estrae dal nascondiglio. Tutti la cerchiamo, tutti la
desideriamo.
Dice: «Se cercate, cercate davvero; convertitevi e venite!» (Is 21, 12). Mi
chiedi da che cosa convertirti? Distogliti dalle tue voglie. E se non la trovo
nelle mie voglie, dove la posso trovare questa sapienza? L'anima mia infatti la
desidera ardentemente. Se la desideri certo la troverai. Però non basta averla
trovata. Una volta trovatala occorre versarla nel cuore in misura buona,
pigiata, scossa e traboccante (cfr. Lc 6, 38). Ed è giusto che sia così.
Infatti: Beato l'uomo che trova la sapienza e ha in abbondanza la prudenza (cfr.
Pro 3, 13). Cercala dunque mentre la puoi trovare, e mentre ti è vicina,
invocala. Vuoi sentire quanto ti è vicina? Vicina a te è la parola nel tuo
cuore e nella tua bocca (cfr. Rm 10, 8), ma solamente se tu la cerchi con cuore
retto. Così infatti troverai nel cuore la sapienza e sarai colmo di prudenza
nella tua bocca; ma bada che affluisca a te, non defluisca o venga respinta.
Certo hai trovato il miele, se hai trovato la sapienza. Soltanto non mangiarne
troppo, perché non abbia a rigettarlo dopo di esserti saziato. Mangiane in modo
da averne sempre fame. Infatti la sapienza dice: «Quanti si nutrono di me
avranno ancora fame» (Sir 24, 20). non far troppo conto di quello che hai. Non
mangiare a sazietà per non rigettare e perché quanto credi di avere, non ti
sia strappato, poiché hai tralasciato prima del tempo di cercare. Infatti non
di deve desistere dal ricercare o dall'invocare la sapienza, mentre la si può
trovare, mentre è vicina. Diversamente, al dire dello stesso Salomone, come chi
mangia molto miele ne riceve danno, così colui che vuole scrutare la maestà
divina è schiacciato dalla sua gloria (cfr. Pro 25, 27). Come poi è beato
l'uomo che trova la sapienza, così è beato pure, o anche più beato ancora,
colui che dimora nella sapienza. Questo infatti riguarda forse la sua
abbondanza.
Certo in questi tre casi sulla tua bocca c'è l'abbondanza di sapienza e di
prudenza: se sulla bocca hai la confessione della tua iniquità, se hai il
ringraziamento e il canto di lode, se infine hai anche una conversazione
edificante. In realtà «con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con
la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza» (Rm 10, 10). Come
pure: Il giusto si fa suo accusatore fin dal principio del suo dire (cfr. Pro
18, 12), nel bel mezzo deve magnificare Dio e in un terzo momento deve essere
ripieno di sapienza in modo da edificare il prossimo.
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Martedì 17 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| Ss. Sette Fondatori dei Servi di Maria |
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Dai «Discorsi contro gli Ariani»
di sant'Atanasio, vescovo
(Disc. 2, 78. 81-82; PG 26, 311. 319)
La conoscenza del Padre ci viene
per mezzo della Sapienza creatrice e incarnata
La Sapienza unigenita di Dio è creatrice e autrice
di tutte le cose. Perciò è detto: Hai fatto tutte le cose nella tua sapienza e
anche: La terra è stata riempita dalla tua creazione (cfr. Sal 103, 24). Ora
perché le cose create non solo esistessero, ma esistessero ordinatamente,
piacque a Dio di commisurare se stesso alle cose create con la sua Sapienza, per
imprimere in tutte e in ciascuna di esse una certa impronta e sembianza della
sua immagine e fosse così ben manifesto che le cose create erano state adornate
dalla Sapienza, e che le opere costruite erano degne di Dio.
Come infatti la nostra parola è immagine del Verbo, che è Figlio di Dio, così
in noi la sapienza è fatta ad immagine del medesimo Verbo, che è la Sapienza
stessa. Il dono della sapienza ci dà la facoltà di apprendere e di conoscere,
ci rende capaci di accogliere la Sapienza creatrice, e di poter conoscere, per
mezzo di essa, lo stesso Padre. Infatti chi possiede il Figlio, possiede anche
il Padre (cfr. 1 Gv 2, 23) e ancora: «Chi accoglie me accoglie colui che mi ha
mandato» (Mt 10, 40). Poiché dunque l'immagine di questa stessa Sapienza è
stata creata in noi e in tutte le cose, giustamente la vera Sapienza, quella
creatrice, attribuendo a se stessa le proprietà che appartengono alla sua
immagine, afferma: Il Signore mi ha creato nelle sue opere».
Ma «poiché nel disegno sapiente di Dio», come abbiamo spiegato, «il mondo
con tutta la sua sapienza non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i
credenti con la stoltezza della predicazione» (1 Cor 1, 21). Dio non ha più
voluto essere conosciuto come nei tempi passati, attraverso l'immagine e l'ombra
della sapienza. Volle che la stessa vera Sapienza assumesse la carne, si facesse
uomo, e sopportasse la morte di croce, perché attraverso la fede, che in lei si
fonda, tutti i credenti potessero di nuovo essere salvi.
La Sapienza di Dio manifestava se stessa e il Padre attraverso la propria
immagine, impressa nelle cose create. Per questo fatto si dice che viene creata.
In seguito, quella stessa Sapienza, che è il Verbo, si è fatta carne, come
afferma san Giovanni. Distrutta la morte e liberato il genere umano, manifestò
se stessa più chiaramente e, per mezzo suo, il Padre; donde queste sue parole:
Concedi loro «che conoscano te, l'unico veri Dio, e colui che hai mandato,
Gesù Cristo» (Gv 17, 3).
Dunque la terra intera è ripiena della sua conoscenza. Poiché una sola è la
conoscenza del Padre per mezzo del Figlio e del Figlio da parte del Padre. Della
stessa gioia di cui si compiacque il Padre, gioisce pure il Figlio nel Padre,
come risulta da questa espressione: Ero io colui del quale si compiaceva. Ogni
giorno mi dilettavo al suo cospetto (cfr. Pro 8, 3).
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Mercoledì 18 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| S. Alberico Crescitelli |
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Dal «Commento sui Proverbi» di san
Procopio di Gaza, vescovo
(Cap. 9; PG 87, I, 1299-1303)
La Sapienza di Dio ci ha imbandito la tavola
«La Sapienza si è costruita una casa» (Pro 9,
1). La potenza di Dio e Padre, per se stessa sussistente, si è preparata, come
propria dimora, l'universo intero, nel quale abita con la sua forza creatrice.
Questo universo, che è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio, consta di
natura visibile e invisibile.
«E vi ha intagliato le sue sette colonne» (Pro 9, 1). L'uomo fu formato dopo
la creazione a somiglianza di Cristo, perché crescesse in lui e osservasse i
suoi comandamenti. A lui Dio ha dato i sette carismi dello Spirito santo. Essi
mediante la scienza suscitano la fortezza e, viceversa, mediante la fortezza
manifestano la scienza. Questi carismi perfezionano l'uomo spirituale, lo
confermano nella fede e lo portano alla completa partecipazione delle realtà
trascendenti.
Lo splendore naturale dello spirito viene esaltato dai vari doni.
La fortezza dispone a ricercare con fervore e a desiderare di compiere sempre e
in tutte le cose, a seconda delle loro finalità, i divini voleri, conforme ai
quali tutti gli esseri sono stati creati. Il consiglio discerne i santissimi
voleri increati e immortali, capaci di essere pensati, rivelati e realizzati. La
prudenza fa acconsentire a prestar fede a questi voleri e non agli altri.
Ha versato il suo vino nella coppa e imbandito la sua tavola (cfr. Pro 9, 2).
Nell'uomo in cui viene fusa, come in una coppa, la natura spirituale e quella
corporale, Dio infonde la scienza delle cose crete e di stesso, autore di tutto.
L'intelletto fa sì che l'uomo sia inebriato, come per il vino, di tutto ciò
che riguarda Dio. Egli, pane celeste, nutrendo di se stesso nella fortezza le
anime, e arricchendole e dilettandole con la dottrina, dispone tutte queste cose
come vivande per il convito spirituale di quanti desiderano parteciparvi.
Mandò i suoi servi ad invitare a gran voce e con insistenza al banchetto (cfr.
Mt 22, 3). Mandò gli apostoli a servire la sua divina volontà con la
proclamazione evangelica. Essa deriva dallo Spirito, sta al di sopra della legge
scritta e di quella naturale, e chiama tutti a Cristo. Con l'incarnazione si è
realizzata in lui senza confusione l'unione ipostatica della mirabile natura
divina e di quella umana.
Per mezzo degli apostoli grida: Chi non ha la sapienza venga a me (cfr. Pro 9,
4). Cioè chi è stolto, e pensa quindi in cuor suo che Dio non esista,
abbandoni l'empietà, si rivolga a me per mezzo della fede e riconosca che io
sono il creatore e il Signore di tutte le cose. A coloro che abbisognano di
sapienza dice: Venite, mangiate con me il pane e bevete il vino che versato per
voi (cfr. Pro 9, 5). A coloro che sono privi delle opere della fede, anche se
ricchi di dottrine elevate, dice: «Venite, mangiate il mio corpo, pane che vi
nutre nella fortezza, bevete il mio sangue, vino che vi rallegra nella scienza e
vi fa diventare Dio. Ho infatti unito il sangue alla divinità per la vostra
salvezza» .
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Giovedì 19 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| VI Settimana del tempo ordinario |
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Dal «Commento sui salmi» di
sant'Ambrogio, vescovo
(Sal 36, 65-66; CSEL 64, 123-125)
Apri la tua bocca alla parola di Dio
Sia sempre nel nostro cuore e sulla nostra bocca la
meditazione della sapienza e la nostra lingua esprima la giustizia. La legge del
nostro Dio sia nel nostro cuore (cfr. Sal 36, 30). Per questo la Scrittura ci
dice: «Parlerai di queste quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai
per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai» (Dt 6, 7). Parliamo dunque
del Signore Gesù, perché egli è la Sapienza, egli è la Parola, è la Parola
di Dio. Infatti è stato scritto anche questo: Apri la tua bocca alla parola di
Dio.
Chi riecheggia i suoi discorsi e medita le sue parole la diffonde. Parliamo
sempre di lui. Quando parliamo della sapienza, è lui colui di cui parliamo,
così quando parliamo della virtù, quando parliamo della giustizia, quando
parliamo della pace, quando parliamo della verità, della vita, della
redenzione, è di lui che parliamo.
Apri la tua bocca alla parola di Dio, sta scritto. Tu la apri, egli parla. Per
questo Davide ha detto: Ascolterò che cosa dice in me il Signore (cfr. Sal 84,
9) e lo stesso Figlio di Dio dice: «Apri la tua bocca, la voglio riempire»
(Sal 80, 11). Ma non tutti possono ricevere la perfezione della sapienza come
Salomone e come Daniele. A tutti però viene infuso lo spirito della sapienza
secondo la capacità di ciascuno, perché tutti abbiano la fede. Se credi, hai
lo spirito di sapienza.
Perciò medita sempre, parla sempre delle cose di Dio, «quando sarai seduto in
casa tua» (Dt 6, 7). Per casa possiamo intendere la chiesa, possiamo intendere
il nostro intimo, per parlare all'interno di noi stessi. Parla con saggezza per
sfuggire al peccato e per non cadere con il troppo parlare. Quando stai seduto
parla con te stesso, quasi come dovessi giudicarti. Parla per strada, per non
essere mai ozioso. Tu parli per strada se parli secondo Cristo, perché Cristo
è la via. In cammino parla a te stesso, parla a Cristo. Senti come devi
parlargli: «Voglio, dice, che gli uomini preghino dovunque si trovino, alzando
al cielo mani pure senza ira e senza contese» (1 Tm 2, 8). Parla, o uomo,
quando ti corichi affinché non ti sorprenda il sonno di morte. Senti come
potrai parlare sul punto di addormentarti: «Non concederò sonno ai miei occhi
né riposo alle mie palpebre, finché non trovi una sede per il Signore, una
dimora per il Potente di Giacobbe» (Sal 131, 4-5).
Quando ti alzi, parlagli per eseguire ciò che ti è comandato. Senti come
Cristo ti sveglia. La tua anima dice: «Un rumore! E' il mio diletto che bussa»
(Ct 5, 2) e Cristo dice: «Aprimi, sorella mia, mia amica» (Ivi). Senti come tu
devi svegliare Cristo. L'anima dice: «Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,
svegliate, ridestate l'amore» (Ct 3, 5). L'amore è Cristo.
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Venerdì 20 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| VI Settimana del tempo ordinario |
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Dai «Trattati sulla prima lettera
di Giovanni» di sant'Agostino, vescovo
(Tratt. 4, 6; PL 35, 2008-2009)
Il desiderio del cuore si spinge verso Dio
Che cosa ci è stato promesso? «Noi saremo simili
a lui, perché lo vedremo così come egli è » (1 Gv 3, 2). La lingua si è
espressa meglio che ha potuto, ma il resto bisogna immaginarlo con la mente.
Infatti cosa ha rivelato lo stesso Giovanni a paragone di colui che è , o che
cosa possiamo dire noi creature che siamo così lontane dalla sua grandezza?
Ritorniamo perciò a soffermarci sulla sua unzione, su quella unzione che ci
insegna interiormente quanto non siamo capaci di esprimere in parole. E poiché
ora non potete avere questa visione, vostro compito è desiderarla.
L'intera vita del fervente cristiano è un santo desiderio. Ciò che poi
desideri, ancora non lo vedi, ma vivendo di sante aspirazioni ti rendi capace di
essere riempito quando arriverà il tempo della visione.
Se tu devi riempire un recipiente e sai che sarà molto abbondante quanto ti
verrà dato, cerchi di aumentare la capacità del sacco, dell'otre o di
qualsiasi altro continente adottato. Ampliandolo lo rendi più capace. Allo
stesso modo si comporta Dio.
Facendoci attendere, intensifica il nostro desiderio, col desiderio dilata
l'animo e, dilatandolo, lo rende più capace.
Cerchiamo, quindi, di vivere in un clima di desiderio perché dobbiamo essere
riempiti. Considerate l'apostolo Paolo che dilata il suo animo, per poter
ricevere ciò che verrà. Dice infatti: «Fratelli, io non ritengo ancora di
esservi giunto» (Fil 3, 13).
Allora che cosa fai in questa vita, se non sei arrivato alla pienezza del
desiderio? «Questo soltanto so: Dimentico del passato e proteso verso il
futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere
lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3, 13-14). Paolo ha dichiarato di essere proteso
verso il futuro e di tendervi pienamente. Era consapevole di non essere ancora
capace di ricevere «quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai
entrarono in cuore di uomo» (1 Cor 2, 9).
La nostra vita è una ginnastica del desiderio. Il santo desiderio sarà tanto
più efficace quanto più strapperemo le radici della vanità ai nostri
desideri. Già abbiamo detto altre volte che per essere riempiti bisogna prima
svuotarsi. Tu devi essere riempito dal bene, e quindi devi liberarti dal male.
Supponi che Dio voglia riempirti di miele? Bisogna liberare il vaso da quello
che conteneva, anzi occorre pulirlo. Bisogna pulirlo magari con fatica e
impegno, se occorre, perché sia idoneo a ricevere qualche cosa.
Quando diciamo miele, oro, vino, ecc., non facciamo che riferirci a quell'unica
realtà che vogliamo enunziare, ma che è indefinibile.
Questa realtà si chiama Dio. E quando diciamo Dio, che cosa vogliamo esprimere?
Queste due sillabe sono tutto ciò che aspettiamo. Perciò qualunque cosa siamo
stati capaci di spiegare è al di sotto della realtà. Protendiamoci verso di
lui perché ci riempia quando verrà. «Noi saremo simili a lui, perché lo
vedremo così come egli è » (1 Gv 3, 2).
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Sabato 21 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| S. Pier Damiani |
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Da un discorso «Agli sposi
novelli» di Pio XII, papa
(Discorsi e radiomessaggi, 3, 385-390; 11 marzo 1942)
La sposa è il sole della famiglia
Nel volgere della vostra vita, diletti sposi
novelli, il ricordo, che della casa del Padre comune e della sua benedizione
apostolica porterete con voi, vi accompagnerà come dolce conforto e augurio nel
cammino che iniziate con mille liete speranze, sotto la protezione divina, in un
tempo turbinoso qual è il presente, verso una meta che più o meno vi lascia
intravedere la caligine del futuro. Ma davanti a questa caligine il cuor vostro
non teme: l'ardore e l'ardimento della giovinezza vi assiste; l'unione degli
animi e dei desideri, dei passi e della vita, il medesimo sentiero che calcate
non i turbano la tranquillità dello spirito, anzi ve la rinnovellano e
dilatano. Entro le pareti domestiche voi siete felici; non vedete caligine; la
vostra famiglia ha un proprio sole, la sposa.
Udite come ne parla e ragiona la Sacra Scrittura: La grazia di una donna
diligente rallegra il suo marito e il sapere di lei lo rende alacre ed ilare.
Dono di Dio è una donna silenziosa, e un animo ben educato è cosa senza pari.
Grazia sopra grazia è una donna santa e vereconda, e non vi è prezzo che
uguagli un'anima casta. Come il sole che si leva sul mondo nel più alto dei
cieli, così la bellezza di una donna virtuosa è l'ornamento della sua casa
(cfr. Sir 26, 13-16).
Si, la sposa e la madre è il sole della famiglia. E' il sole con la sua
generosità e dedizione, con la sua costante prontezza, con la sua delicatezza
vigile e provvida in tutto ciò che vale a far lieta la vita al marito e ai
figli. Intorno a sé ella diffonde luce e calore; e, se suol dirsi che allora un
matrimonio è benavventurato, quando ognuno dei coniugi, nel contrarlo, mira a
far felice non se stesso, ma l'altra parte, questa nobile sentimento e intento,
pur concernendo ambedue, è però prima virtù della donna, che nasce coi
palpiti di madre e col senno del cuore: quel senno che, se riceve amarezze, non
vuol dare che gioie; se riceve umiliazioni, non vuol rendere che dignità e
rispetto; al pari del sole che rallegra il nebuloso mattino coi suoi albori e
indora i nembi coi raggi del suo tramonto.
La sposa è il sole della famiglia con la chiarezza del suo sguardo e con la
vampa della sua parola; sguardo e parola che penetrano dolcemente nell'anima, la
piegano e inteneriscono e la sollevano fuori del tumulto delle passioni, e
richiamano l'uomo alla letizia del bene e della conversazione familiare, dopo
una lunga giornata di continuo e talvolta penoso lavoro professionale o
campestre, o d'imperiosi affari di commercio o d'industria. Il suo occhio e il
suo labbro gettano un lume e un accento, che hanno mille fulgori in un lampo,
mille affetti in un suono. Sono lampi e suoni che balzano dal cuore di madre,
creano e vivificano il paradiso della fanciullezza, e sempre irraggiano bontà e
soavità, anche quando ammoniscono o rimproverano, perché gli animi giovanili,
che più forte sentono, più intimamente e profondamente accolgono i dettami
dell'amore.
La sposa è il sole della famiglia con la sua candida naturalezza, con la sua
dignitosa semplicità e col suo cristiano e onesto decoro, così nel
raccoglimento e nella rettitudine dello spirito, come nella sottile armonia del
suo portamento e del suo abito, del suo acconciamento e del suo contegno insieme
riservato e affettuoso. Sentimenti tenui, leggiadri cenni di volto, ingenui
silenzi e sorrisi, un condiscendente moto del capo le danno la grazia di un
fiore eletto e pur semplice, che apre la sua corolla a ricevere a riflettere i
colori del sole. Oh se voi sapeste quali profondi sentimenti d'affezione e
riconoscenza una tale immagine di sposa e di madre suscita e imprime nel cuore
del padre di famiglia e dei figli!
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Domenica 22 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| VII DOMENICA TEMPO ORDINARIO C |
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Dal «Trattato sulla prima lettera
di san Giovanni» di sant'Agostino, vescovo
(VII, 1. 7. 9; PL 35, 2029. 2032. 2033. 2034)
Se non vuole morire bevete la carità
Questo mondo appare a tutti i fedeli, che sono in
cammino verso la patria, come appariva il deserto al popolo d'Israele. Se ne
andavano vagabondi alla ricerca della patria; ma non potevano smarrirsi perché
erano sotto la guida di Dio.
La strada per loro fu il comando di Dio.
Furono raminghi per quarant'anni, ma il loro viaggio si sarebbe potuto compiere
in pochissime tappe, tutti lo sappiamo. Veniva rallentata la loro marcia,
perché erano messi alla prova, non perché fossero abbandonati.
Quello che Dio ci promette, è una dolcezza ineffabile, un bene, come dice la
Scrittura e come sovente udiste dalle nostre parole, che occhio non vide, né
orecchio udì, né mai entrò in cuore d'uomo (cfr. 1 Cor 2, 9; Is 64, 4).
Siamo messi alla prova dagli affanni terreni e riceviamo esperienza dalle
tentazioni della vita presente. Ma se non vogliamo morire assetati in questo
deserto, beviamo la carità. E' la sorgente che il Signore volle far sgorgare
quaggiù, perché non venissimo meno lungo la strada: ad essa attingeremo con
maggiore abbondanza, quando saremo giunti alla patria.
«In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi» (1 Gv 4, 9).
Siamo esortati ad amare Dio. Lo potremmo amare, se egli non ci avesse amati per
primo? Se fummo pigri nell'intraprendere l'amore, non siamo pigri nel ricambiare
l'amore! Egli ci ha amato per primo e in un modo tale come neppure noi sappiamo
amare noi stessi.
Amò dei peccatori, ma tolse il loro peccato: sì, amò dei peccatori, ma non li
radunò in una comunità di peccato. Amò degli ammalati, ma li visitò per
guarirli.
«Dio, dunque, è amore. In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio
ha mandato il suo Unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per
lui» (1 Gv 4, 8. 9).
Allo stesso modo il Signore disse: Nessuno ha un amore più grande di questo:
dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13); e, in quella circostanza, fu
verificato l'amore di Cristo verso di noi, perché egli morì per noi.
Ma l'amore del Padre verso di noi, in quale cosa ebbe la sua verifica? Nel fatto
che mandò l'unico suo Figlio a morire per noi. L'Apostolo dice appunto: «Egli
che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non
ci donerà ogni cosa insieme con lui?» (Rm 8, 32).
«Egli ha mandato il suo Figlio, come vittima di espiazione per i nostri
peccati» (1 Gv 4, 10), quindi come espiatore, come sacrificatore. Offrì un
sacrificio per i nostri peccati. Dove trovò l'offerta, dove trovò la vittima
pura che voleva immolare? Non trovò altri all'infuori di sé, e si offerse.
«Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri»
(1 Gv 4, 11).
Però, fratelli miei, quando parliamo di carità vicendevole dobbiamo guardarci
dall'identificarla con la pusillanimità o con un'inerte passività. Avere la
carità non significa certo essere imbelli e corrivi. Non pensate che la carità
possa esistere senza una certa bontà o addirittura senza alcuna bontà. La
carità autentica non è certo questo.
Non credere di amare il tuo domestico unicamente per il fatto che gli risparmi
la meritata punizione, o che vuoi bene a tuo figlio solo perché lo lasci in
balia di se stesso, o che porti amore al prossimo solo perché non gli fai
nessuna correzione. Questa non è carità, ma mollezza.
La carità è una forza che sollecita a correggere ed elevare gli altri. La
carità si diletta della buona condotta e si sforza di emendare quella cattiva.
Non amare l'errore, ma l'uomo. L'uomo è da Dio, l'errore dall'uomo. Ama ciò
che ha fatto Dio, non ciò che ha fatto l'uomo. Se ami veramente l'uomo lo
correggi. Anche se talvolta devi mostrarti alquanto duro, fallo proprio per
amore del maggior bene del prossimo.
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Lunedì 23 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| S. Policarpo |
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Dalla «Lettera della chiesa di
Smirne sul martirio di san Policarpo»
(13, 2-15, 3; Funk, Patres apost. 1, 297-299)
Come sacrificio gradevole e accetto
Quando il rogo fu pronto, Policarpo si spogliò di
tutte le vesti e, sciolta la cintura, tentava anche di togliersi i calzari, cosa
che prima non faceva, perché sempre tutti i fedeli andavano a gara a chi più
celermente riuscisse a toccare il suo corpo. Anche prima del martirio era stato
trattato con ogni rispetto, per i suoi santi costumi. Subito fu circondato di
tutti gli strumenti che erano stati preparati per il suo rogo. Ma quando stavano
per configgerlo con i chiodi disse: «Lasciatemi così: perché colui che mi dà
la grazia di sopportare il fuoco mi concederà anche di rimanere immobile sul
rogo senza la vostra precauzione dei chiodi». Quelli allora non lo confissero
con i chiodi ma lo legarono.
Egli dunque, con le mani dietro la schiena e legato, come un bell'ariete scelto
da un gregge numeroso, quale vittima accetta a Dio preparava per il sacrificio,
levando gli occhi al cielo disse: «Signore, Dio onnipotente, Padre del tuo
diletto e benedetto Figlio Gesù Cristo, per mezzo del quale ti abbiamo
conosciuto; Dio degli Angeli e delle Virtù, di ogni creatura e di tutta la
stirpe dei giusti che vivono al tuo cospetto: io ti benedico perché mi hai
stimato degno in questo giorno e in quest'ora di partecipare, con tutti i
martiri, al calice del tuo Cristo, per la risurrezione dell'anima e del corpo
nella vita eterna, nell'incorruttibilità per mezzo dello Spirito Santo. Possa
io oggi essere accolto con essi al tuo cospetto quale sacrificio ricco e
gradito, così come tu, Dio senza inganno e verace, lo hai preparato e me l'hai
fatto vedere in anticipo e ora l'hai adempiuto.
Per questo e per tutte le cose io ti lodo, ti benedico, ti glorifico insieme con
l'eterno e celeste sacerdote Gesù Cristo, tuo diletto Figlio, per mezzo del
quale a te e allo Spirito Santo sia gloria ora e nei secoli futuri. Amen». Dopo
che ebbe pronunciato l'Amen e finito di pregare, gli addetti al rogo accesero il
fuoco. Levatasi una grande fiammata, noi, a cui fu dato di scorgerlo
perfettamente, vedemmo allora un miracolo e siamo stati conservati in vita per
annunziare agli altri le cose che accaddero.
Il fuoco si dispose a forma di arco a volta come la vela di una nave gonfiata
dal vento e avvolse il corpo del martire come una parete. Il corpo stava al
centro di essa, ma non sembrava carne che bruciasse, bensì pane cotto oppure
oro e argento reso incandescente. E noi sentimmo tanta soavità di profumo, come
di incenso o di qualche altro aroma prezioso.
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Martedì 24 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| VII Settimana del tempo ordinario |
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Dalle «Omelie
sull'Ecclesiaste» di san Gregorio di Nissa, vescovo
(Om 6; PG 44, 702-705)
Tempo di
nascere e tempo di morire
«Vi è un tempo per nascere»,
dice «e un tempo per morire» (Qo 3, 2). Voglia il cielo che sia concesso anche
a me di nascere al tempo giusto e di morire al momento più opportuno.
Noi infatti siamo in certo modo padri di noi stessi, quando per mezzo delle
buone disposizioni di animo e del libero arbitrio, formiamo, generiamo, diamo
alla luce noi stessi.
Questo poi lo realizziamo quando accogliamo Dio in noi stessi e diveniamo figli
suoi, figli della virtù e figli dell'Altissimo. Mentre invece rimaniamo
imperfetti e immaturi, finché non si è formata in noi, come dice l'Apostolo,
«l'immagine di Cristo». E' necessario però che l'uomo di Dio sia integro e
perfetto. Ecco la vera nascita nostra.
«C'è un tempo per morire». Per san Paolo ogni tempo era adatto per una buona
morte. Grida infatti nei suoi scritti: «Ogni giorno io affronto la morte» (1
Cor 15, 31) e ancora: «Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno» (Rm
8, 36). E proprio in noi stessi portiamo la sentenza di morte. E' chiaro poi in
che modo Paolo muoia ogni giorno, egli che non vive per il peccato, ma mortifica
il suo corpo e porta sempre in se stesso la mortificazione del corpo di Cristo,
ed è sempre crocifisso con Cristo, lui che non vive mai per se stesso, ma porta
in sé il Cristo vivente. Questa, secondo me, è stata la morte opportuna che ha
dato la vera vita. Infatti dice: Io farò morire e darò la vita (cfr. Dt 32,
39) perché ci si persuada veramente che è un dono di Dio esser morti al
peccato e vivificati nello spirito. La parola di Dio, infatti, promette la vita
proprio come effetto della morte.
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Mercoledì 25 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| Le Ceneri |
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Dalla Lettera ai
Corinzi di san Clemente I, papa
(Cap. 7, 4-8, 3; 8, 5-9, 1; 13, 1-4; 19, 2; Funk 1, 71-73.
77-78, 87)
Fate penitenza
Teniamo
fissi gli occhi sul sangue di Cristo, per comprendere quanto sia prezioso
davanti a Dio suo Padre: fu versato per la nostra salvezza e portò al mondo
intero la grazia della penitenza.
Passiamo in rassegna tutte le epoche del mondo e constateremo come in ogni
generazione il Signore abbia concesso modo e tempo di pentirsi a tutti coloro
che furono disposti a ritornare a lui.
Noè fu l'araldo della penitenza e coloro che lo ascoltarono furono salvi.
Giona predicò la rovina ai Niniviti e questi, espiando i loro peccati,
placarono Dio con le preghiere e conseguirono la salvezza. Eppure non
appartenevano al popolo di Dio.
Non mancarono mai ministri della grazia divina che, ispirati dallo Spirito
Santo, predicassero la penitenza. Lo stesso Signore di tutte le cose parlò
della penitenza impegnandosi con giuramento: Com'è vero ch'io vivo — oracolo
del Signore — non godo della morte del peccatore, ma piuttosto della sua
penitenza.
Aggiunse ancora parole piene di bontà: Allontànati, o casa di Israele, dai
tuoi peccati. Dì ai figli del mio popolo: Anche se i vostri peccati dalla terra
arrivassero a toccare il cielo, fossero più rossi dello scarlatto e più neri
del silicio, basta che vi convertiate di tutto cuore e mi chiamate «Padre», ed
io vi tratterò come un popolo santo ed esaudirò la vostra preghiera.
Volendo far godere i beni della conversione a quelli che ama, pose la sua
volontà onnipotente a sigillo della sua parola.
Obbediamo perciò alla sua magnifica e gloriosa volontà. Prostriamoci davanti
al Signore supplicando di essere misericordioso e benigno. Convertiamoci
sinceramente al suo amore. Ripudiamo ogni opera di male, ogni specie di
discordia e gelosia, causa di morte. Siamo dunque umili di spirito, o fratelli.
Rigettiamo ogni sciocca vanteria, la superbia, il folle orgoglio e la collera.
Mettiamo in pratica ciò che sta scritto. Dice, infatti, lo Spirito Santo: Non
si vanti il saggio della sua saggezza, né il forte della sua forza, né il
ricco delle sue ricchezze, ma chi vuol gloriarsi si vanti nel Signore,
ricercandolo e praticando il diritto e la giustizia (cfr. Ger 9, 23-24; 1 Cor 1,
31, ecc.).
Ricordiamo soprattutto le parole del Signore Gesù quando esortava alla mitezza
e alla pazienza: Siate misericordiosi per ottenere misericordia; perdonate,
perché anche a voi sia perdonato; come trattate gli altri, così sarete
trattati anche voi; donate e sarete ricambiati; non giudicate, e non sarete
giudicati; siate benevoli, e sperimenterete la benevolenza; con la medesima
misura con cui avrete misurato gli altri, sarete misurati anche voi (cfr. Mt 5,
7; 6, 14; 7, 1. 2. 12 ecc.).
Stiamo saldi in questa linea e aderiamo a questi comandamenti. Camminiamo sempre
con tutta umiltà nell'obbedienza alle sante parole. Dice infatti un testo
sacro: Su chi si posa il mio sguardo se non su chi è umile e pacifico e teme le
mie parole? (cfr. Is 66, 2).
Perciò avendo vissuto grandi e illustri eventi corriamo verso la meta della
pace, preparata per noi fin da principio. Fissiamo fermamente lo sguardo sul
Padre e Creatore di tutto il mondo, e aspiriamo vivamente ai suoi doni
meravigliosi e ai suoi benefici incomparabili.
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Giovedì 26 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| Tempo di quaresima |
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Dai Discorsi di san
Leone Magno, papa
(Disc. 6 sulla Quaresima, 1, 2; Pl 54, 285-287)
La sacra purificazione per mezzo del
digiuno e della misericordia
Sempre, fratelli carissimi, della grazia
del Signore è piena la terra ( Sal 33, 5) e la stessa natura, che ci circonda,
insegna a ciascun fedele a onorare Dio. Infatti il cielo e la terra, il mare e
quanto si trova in essi proclamano la bontà e l'onnipotenza del loro Creatore.
E la meravigliosa bellezza degli elementi, messi a nostro servizio, non esige
forse da noi, creature intelligenti, un doveroso ringraziamento?
Ma ora ci viene chiesto un completo rinnovamento dello spirito: sono i giorni
dei misteri della redenzione umana e che precedono più da vicino le feste
pasquali.
E' caratteristica infatti della festa di Pasqua, che la Chiesa tutta goda e si
rallegri per il perdono dei peccati: perdono che non si concede solo ai neofiti,
ma anche a coloro che già da lungo tempo sono annoverati tra i figli adottivi.
Certo è nel lavacro di rigenerazione che nascono gli uomini nuovi, ma tutti
hanno il dovere del rinnovamento quotidiano: occorre liberarsi dalle
incrostazioni proprie alla nostra condizione mortale. E poiché nel cammino
della perfezione non c'è nessuno che non debba migliorare, dobbiamo tutti,
senza eccezione, sforzarci perché nessuno nel giorno della redenzione si trovi
ancora invischiato nei vizi dell'uomo vecchio.
Quanto ciascun cristiano è tenuto a fare in ogni tempo, deve ora praticarlo con
maggior sollecitudine e devozione, perché si adempia la norma apostolica del
digiuno quaresimale consistente nell'astinenza non solo dai cibi, ma anche e
soprattutto dai peccati.
A questi doverosi e santi digiuni, poi, nessuna opera si può associare più
utilmente dell'elemosina, la quale sotto il nome unico di «misericordia»
abbraccia molte opere buone. In ciò i fedeli possono trovarsi uguali,
nonostante le disuguaglianze dei beni.
L'amore che dobbiamo ugualmente a Dio e all'uomo non è mai impedito al punto da
toglierci la possibilità del bene.
Gli angeli hanno cantato: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra
agli uomini che egli ama» (Lc 2, 14). Ne segue che diventa felice e nella
benevolenza e nella pace, chiunque partecipa alle sofferenze degli altri, di
qualsiasi genere esse siano.
Immenso è il campo delle opere di misericordia. Non solo i ricchi e i facoltosi
possono beneficare gli altri con l'elemosina, ma anche quelli di condizione
modesta o povera. Così disuguali nei beni di fortuna, tutti possono essere pari
nei sentimenti di pietà dell'anima.
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Venerdì 27 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| Tempo di quaresima |
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Dalle «Omelie» di
san Giovanni Crisostomo, vescovo
(Om. 6 sulla preghiera; PG 64, 462-466)
La preghiera è luce per l'anima
La
preghiera, o dialogo con Dio, è un bene sommo. E', infatti, una comunione
intima con Dio. Come gli occhi del corpo vedendo la luce ne sono rischiarati,
così anche l'anima che è tesa verso Dio viene illuminata dalla luce ineffabile
della preghiera. Deve essere, però, una preghiera non fatta per abitudine, ma
che proceda dal cuore. Non deve essere circoscritta a determinati tempi od ore,
ma fiorire continuamente, notte e giorno.
Non bisogna infatti innalzare il nostro animo a Dio solamente quando attendiamo
con tutto lo spirito alla preghiera. Occorre che, anche quando siamo occupati in
altre faccende, sia nella cura verso i poveri, sia nelle altre attività,
impreziosite magari dalla generosità verso il prossimo, abbiamo il desiderio e
il ricordo di Dio, perché, insaporito dall'amore divino, come da sale, tutto
diventi cibo gustosissimo al Signore dell'universo. Possiamo godere
continuamente di questo vantaggio, anzi per tutta la vita, se a questo tipo di
preghiera dedichiamo il più possibile del nostro tempo.
La preghiera è luce dell'anima, vera conoscenza di Dio, mediatrice tra Dio e
l'uomo. L'anima, elevata per mezzo suo in alto fino al cielo, abbraccia il
Signore con amplessi ineffabili. Come il bambino, che piangendo grida alla
madre, l'anima cerca ardentemente il latte divino, brama che i propri desideri
vengano esauditi e riceve doni superiori ad ogni essere visibile.
La preghiera funge da augusta messaggera dinanzi a Dio, e nel medesimo tempo
rende felice l'anima perché appaga le sue aspirazioni. Parlo, però, della
preghiera autentica e non delle sole parole.
Essa è un desiderare Dio, un amore ineffabile che non proviene dagli uomini, ma
è prodotto dalla grazia divina. Di essa l'Apostolo dice: Non sappiamo pregare
come si conviene, ma lo Spirito stesso intercede per noi con gemiti
inesprimibili (cfr. Rm 8, 26b). Se il Signore dà a qualcuno tale modo di
pregare, è una ricchezza da valorizzare, è un cibo celeste che sazia l'anima;
chi l'ha gustato si accende di desiderio celeste per il Signore, come di un
fuoco ardentissimo che infiamma la sua anima.
Abbellisci la tua casa di modestia e umiltà mediante la pratica della
preghiera. Rendi splendida la tua abitazione con la luce della giustizia; orna
le sue pareti con le opere buone come di una patina di oro puro e al posto dei
muri e delle pietre preziose colloca la fede e la soprannaturale magnanimità,
ponendo sopra ogni cosa, in alto sul fastigio, la preghiera a decoro di tutto il
complesso. Così prepari per il Signore una degna dimora, così lo accogli in
splendida reggia. Egli ti concederà di trasformare la tua anima in tempio della
sua presenza.
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Sabato 28 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| Tempo di Quaresima |
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Dal trattato «Contro
le eresie» di sant'Ireneo, vescovo
(Lib. IV, 13, 4-14, 1; Sc 100, 534-540)
L'amicizia di Dio
Nostro Signore, Verbo di Dio, prima
condusse gli uomini a servire Dio, poi da servi li rese suoi amici, come disse
egli stesso ai discepoli: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa
quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho
udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi» (Gv 15, 15). L'amicizia di Dio
concede l'immortalità a quanti vi si dispongono debitamente.
In principio Dio plasmò Adamo non perché avesse bisogno dell'uomo, ma per
avere qualcuno su cui effondere i suoi benefici. In effetti il Verbo glorificava
il Padre, sempre rimanendo in lui, non solamente prima di Adamo, ma anche prima
di ogni creazione. Lo ha dichiarato lui medesimo: «Padre, glorificami davanti a
te, con quella gloria, che avevo presso di te prima che il mondo fosse» (Gv 17,
5).
Egli ci comandò di seguirlo non perché avesse bisogno del nostro servizio, ma
per dare a noi stessi la salvezza. Seguire il Salvatore, infatti, è partecipare
della salvezza, come seguire la luce significa essere circonfusi di chiarore.
Chi è nella luce non è certo lui ad illuminare la luce e a farla risplendere,
ma è la luce che rischiara lui e lo rende luminoso. Egli non dà nulla alla
luce, ma è da essa che riceve il beneficio dello splendore e tutti gli altri
vantaggi.
Così è anche del servizio verso Dio: non apporta nulla a Dio, e d'altra parte
Dio non ha bisogno del servizio degli uomini; ma a quelli che lo servono e lo
seguono egli dà la vita, l'incorruttibilità e la gloria eterna. Accorda i suoi
benefici a coloro che lo servono per il fatto che lo servono, e a coloro che lo
seguono per il fatto che lo seguono, ma non ne trae alcuna utilità.
Dio ricerca il servizio degli uomini per avere la possibilità, lui che è buono
e misericordioso, di riversare i suoi benefici su quelli che perseverano nel suo
servizio. Mentre Dio non ha bisogno di nulla, l'uomo ha bisogno della comunione
con Dio.
La gloria dell'uomo consiste nel perseverare al servizio di Dio. E per questo il
Signore diceva ai suoi discepoli: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto
voi» (Gv 15, 16), mostrando così che non erano loro a glorificarlo,
seguendolo, ma che, per il fatto che seguivano il Figlio di Dio, erano
glorificati da lui. E ancora: «Voglio che anche quelli che mi hai dato siano
con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria» (Gv 17, 24).
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Domenica 29 Febbraio 2004 Semplicità ! |
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| I DOMENICA DI QUARESIMA |
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Dal «Commento sui
salmi» di sant'Agostino, vescovo
(Sal 60, 2-3; CCL 39, 766)
In Cristo siamo stati tentati e in
lui abbiamo vinto il diavolo
«Ascolta, o Dio, il mio grido, sii
attento alla mia preghiera» (Sal 60, 1). Chi è colui che parla? Sembrerebbe
una persona sola. Ma osserva bene se si tratta davvero di una persona sola. Dice
infatti: «Dai confini della terra io t'invoco; mentre il mio cuore è
angosciato» (Sal 60, 2).
Dunque non si tratta già di un solo individuo: ma, in tanto sembra uno, in
quanto uno solo è Cristo, di cui noi tutti siamo membra. Una persona sola,
infatti, come potrebbe gridare dai confini della terra? Dai confini della terra
non grida se non quella eredità, di cui fu detto al Figlio stesso: «Chiedi a
me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra» (Sal 2,
8).
Dunque, è questo possesso di Cristo, quest'eredità di Cristo, questo corpo di
Cristo, quest'unica Chiesa di Cristo, quest'unità, che noi tutti formiamo e
siamo, che grida dai confini della terra.
E che cosa grida? Quanto ho detto sopra: «Ascolta, o Dio, il mio grido, sii
attento alla mia preghiera; dai confini della terra io t'invoco». Cioè, quanto
ho gridato a te, l'ho gridato dai confini della terra: ossia da ogni luogo.
Ma, perché ho gridato questo? Perché il mio cuore è in angoscia. Mostra di
trovarsi fra tutte le genti, su tutta la terra non in grande gloria, ma in mezzo
a grandi prove.
Infatti la nostra vita in questo pellegrinaggio non può essere esente da prove
e il nostro progresso si compie attraverso la tentazione. Nessuno può conoscere
se stesso, se non è tentato, né può essere coronato senza aver vinto, né
può vincere senza combattere; ma il combattimento suppone un nemico, una prova.
Pertanto si trova in angoscia colui che grida dai confini della terra, ma
tuttavia non viene abbandonato. Poiché il Signore volle prefigurare noi, che
siamo il suo corpo mistico, nelle vicende del suo corpo reale, nel quale egli
morì, risuscitò e salì al cielo. In tal modo anche le membra possono sperare
di giungere là dove il Capo le ha precedute.
Dunque egli ci ha come trasfigurati in sé, quando volle essere tentato da
Satana. Leggevamo ora nel vangelo che il Signore Gesù era tentato dal diavolo
nel deserto. Precisamente Cristo fu tentato dal diavolo, ma in Cristo eri
tentato anche tu. Perché Cristo prese da te la sua carne, ma da sé la tua
salvezza, da te la morte, da sé la tua vita, da te l'umiliazione, da sé la tua
gloria, dunque prese da te la sua tentazione, da sé la tua vittoria.
Se siamo stati tentati in lui, sarà proprio in lui che vinceremo il diavolo. Tu
fermi la tua attenzione al fatto che Cristo fu tentato; perché non consideri
che egli ha anche vinto? Fosti tu ad essere tentato in lui, ma riconosci anche
che in lui tu sei vincitore. Egli avrebbe potuto tener lontano da sé il
diavolo; ma, se non si fosse lasciato tentare, non ti avrebbe insegnato a
vincere, quando sei tentato.