OTTOBRE 2005

DIARIO

DICEMBRE 2005

Novembre 2005

         

In compagnia di Don Primo Mazzolari
1 m Nei silenzi comandati, nel fondo di ogni pena, sulle strade di ogni esilio, chi ha sete di giustizia s'incontra e s'abbraccia con chi soffre per essa; e, sotto l'arco trionfale dello spirito, che non si doma nè si vende, passano tribù e nazioni, popoli e chiese. 
«Ed ecco una gran folla che nessun uomo può contare..... 
sono quelli che vengono dalla grande tribolazione »
2 M La morte non è un castigo, come il vivere degli indegni non è un premio. lo adoro il mistero e accolgo la presenza dei miei morti come un anticipo di quel ricongiungimento che attendo e preparo come il dono più grande di un trapasso che non mi spaventa più! Ormai il mio cuore è «di là»; la mia casa è «di là».
3 G Le prove non ci devono togliere né la fiducia in Dio, né la certezza di ritrovarci 
con i nostri Cari, né la forza di continuare la nostra giornata terrena 
nella fedeltà ai nostri morti e per la loro gioia! Cristo non è venuto per niente!...
4 V Ci facciamo del male e non sappiamo perché; ci uccidiamo l'un l'altro e crediamo di «rendere omaggio a Dio» Le idee si odiano tra di loro ma i morenti si perdonano a vicenda, perché la morte è l'ora della purificazione suprema. Non si può andare verso il mistero con l'anima nel buio. Per discendere sereni e placati ci vuole la lampada.
5 S In ogni ora della mia vita mi allontano e mi restituisco a te, Signore, mi divincolo dalle tue braccia e ne sono continuamente riafferrato, fuggo e tu mi vieni più vicino. Ogni ora è una cosa tua, anche quella delle tenebre; ogni ora è ora di grazia e la posso ricordare in confusione e in benedizione. Posso calpestare la tua grazia, spegnerla mai.
6 D È così bello e così cristiano, non sapere sotto quale cielo si dovrà lavorare e non spaventarsi perché non c'è casa, né trincea, né appoggi di sorta, ma solo una vita da «perdere» per Cristo, allo scoperto, sotto qualunque tempo! Non la bonaccia, ma la tempesta è il tempo del cristiano; non la sanità ma la malattia; non le blandizie, ma le persecuzioni.
7 L Se misurate che vuol dire la presenza di un Padre, avete subito l'impressione che, se può infastidire, è quella che «tiene», che aiuta e che porta; è l'orfanezza che se ne va, è sentirsi di qualcuno, è il trovarsi, - nelle ore del mistero che si chiamano dolore, abbandono, solitudine, morte - con una speranza davanti e con qualcuno che ci accompagna. Mettere fuori Dio è un mestiere che stanca mortalmente!
8 m Circa la solitudine ricordo che l'anima cristiana è una anima esule ovunque. Ma noi sappiamo che «siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli». Il deserto rimane, ma come prefazione dell'amore e il sigillo della vita che è comunione. Tutto quaggiù è una tomba, perché tutto è terra d'esilio. Si muore presto, e non conta che il vivere in Cristo. Butti l'anima in Cristo e non vada più a ridomandarla!
9 M L'ora della fatica è breve, il riposo è vicino! Il pensiero è quant'altri mai forte e corroborante; è un abbraccio consapevole e gioioso dell'eternità che ci viene incontro per portarci via la sofferenza che rimane. Soffrire passa, aver sofferto non passerà mai.
10 G Il dolore si era rifugiato nel cuore della Madre che però aveva potuto tenerlo fra le sue braccia, il suo Figliuolo, prima che venisse sepolto. Un grande dolore e una grande speranza; una speranza anche più grande, perché la madre aveva custodito nel suo cuore ogni parola di lui!
11 V Guardiamoci dall'affanno e dall'irrealtà. Ci sono anime che vorrebbero fare tutto in un giorno. Dio tiene conto della nostra miseria; sa che «volare» non è nella nostra natura. 
È così buono dimenticare se stessi per gli altri...  È l'unico modo per sfuggire alla disperazione!
12 S Manteniamoci nel distacco da ogni dono sensibile, se vogliamo servire il Signore senza il più lieve appoggio che non sia di fede. Ciò che si può vedere è grande: 
Dio però è incommensurabile perché è l'Invisibile. 
Verrà l'ora, quando i nostri poveri occhi di carne saranno trasfigurati dalla morte. 
Il rosario è una presenza dolcissima, durante il viaggio mi tiene compagnia.
13 D Bisogna abituarsi a tutte le solitudini. Il deserto fa male quando non c'è nessuna certezza d'anima e nessun richiamo del cuore. 
Il Signore si serve, per il bene, anche della stanchezza! '
14 L La prima beatitudine richiede, perché s'avveri, alcune condizioni di grazia e di esperienza. Prima di ogni altra, un'anima profonda e larga che non si accontenti facilmente... La pietraia può diventare un giardino, la palude un granaio, la cava un duomo. I fiorentini chiudono le porte di una piccola patria in faccia a Dante, ma l'esule si crea una patria che abbraccia anche il cielo!
15 m Gli inconvenienti del vivere non sono davvero amabili. Eppure certe pause finiscono col diventare provvidenziali. Ci accostano al dolore, ci fanno rientrare di più nella comune miseria… Dobbiamo abituarci a veder camminare le cose senza di noi. 
È un atto di fede nella provvidenza e un distacco salutare da noi stessi.
16 M Il tempo ci porta via tante cose, ma, in compenso, quale arricchimento di pietà, di misericordia, di donazione! Il bene è una giovinezza dello spirito, che ripaga le piccole perdite dell'altra giovinezza, che nessuno può trattenere. Negli uomini è follia sperare!
17 G Il «crescere» e il «maturare», è soltanto sotto l'occhio del Padre, che, a volte, concede anche all'ultimo la gioia di vedere le meraviglie che compie nelle anime. Ciò che tiene su il cuore è la certezza che Dio ci prende come siamo, ci vuol bene come siamo e ci porta alla sua Pasqua che è Messa che si compie e profumo che rimane, perché nasce dai segni dei chiodi.
18 V Nella volontà di Dio ogni cosa cammina anche quando pare di no. 
Dio ha pietà dei cuori amari. Mi rallegro, pensando che nulla va diritto quaggiù; il che, fa men duro l'andarsene. Ma tutto è senza limite, dove il cuore è illimitato nel voler bene. 
Chi ha fede non ha fretta; chi ama sa che il Signore è fedele.
19 S Il tempo è breve e bisogna bruciarlo utilmente per il Signore. Non dobbiamo lasciar nulla di intentato. Quando nella vita «ogni movimento è di cuore», si può guardare la morte con fiduciosa serenità! La misericordia è il cuore di Dio che ci viene incontro e fa tutto «largo» e tutto «piccolo», secondo il vangelo: «Se non diverrete come uno di questi piccoli… »
20 D Impariamo da Dio ad avere pazienza! Bisogna lasciar decantare certe certezze o certe disperazioni dalla vita. Iddio ha tante maniere di arrivare alle anime. Siamo noi che qualche volta, frettolosamente, vogliamo allungare il passo di Dio, e non sappiamo che facciamo piuttosto male che bene a colui che resiste. Ci sono cose che devono sciogliersi, spezzarsi, certe fiducie che non possono avere una consistenza durevole...
21 L Sopra «un pugno di polvere» si può distendere una breve meditazione; ma se perduro a guardarmi quale sono, il vento della disperazione mi può disperdere come il vento disperde la polvere della strada e la sabbia del deserto. Se invece, io, polvere, mi lascio intridere e coagulare dalla pietà che Dio ha legato ad ogni sua creatura di polvere, mi salvo dal niente.
22 m Pare che il Signore abbia inteso darci appuntamento «per terra» dove l'incontro è più facile e a portata della comune fragilità. La speranza si leva da questo cumulo di povertà da cui emerge soltanto la croce, che non soffoca né schiaccia. Cade colui che porta la croce, comunque la porti; ed è una fedeltà anche questa, una maniera anche questa di rimanere nell'amore di Cristo.
23 M Ciò che è vecchio, muore onde l'invito pasquale a uscire fuori, 
se non vogliamo finire sotto i crolli di una civiltà fatiscente. L'avventura cristiana è cominciata così: la nostra pasqua è cominciata così, col comando di uscire da una città che si rifiuta di camminare verso la città futura e che manda a morire fuori della porta chi ha sete di «cieli nuovi» e di «terre nuove».
24 G Il mistero della pasqua è una consegna. In tempi neghittosi ci sprona all'audacia; in tempi disamorati ci suggerisce la pietà; in tempi di odio ci inclina al perdono; in tempi folli e disperati ci restituisce al buon senso e ci guida verso la speranza. Fortunatamente nessuno, oggi, può rimanere neghittoso, nessuno può chiudersi dentro una piccola cerchia di affetti, e la speranza balza dal nostro stesso smisurato soffrire.
25 V Il bene non è mai l'ideale, ma la somma delle piccole luci 
che la nostra sapienza riesce ad accrescere nella sua lotta quotidiana. 
Facciamoci quindi forza e prendiamo sulle spalle la croce, 
decisi a portarla per qualunque sentiero, 
fino al monte che diviene «resurrezione» solo quando si è fatto calvario.
26 S Noi ci lasceremo indietro nessuno; neanche la casa, neanche la roba. Non più vedove, non più orfani. Niente pensioni, niente danni. Più niente. Neanche il giudizio della storia, la quale, divenuta maneggevole come un aspersorio e servizievole come un cameriere, è sempre disposta ad esaltare chi uccide di più che ad onorare colui che si rifiuta di farlo. Siamo i morti di domani più che i viventi di oggi!
27 D Mentre noi parliamo il solo linguaggio del tempo, il Signore fissa nel tempo il motivo dell'eterna certezza, così che ogni cosa sua è sempre vicina, e pur non conoscendone «né il giorno né l'ora», il mio dovere è di essere e di agire nell'avvento, 
col fervore della vigilia.
28 L Si salvano le cose che valgono, e il loro valore è commisurato sul costo della loro salvezza. Ognuno di noi vale il Cristo che si fa uomo e che muore sulla croce per l'uomo. Da questo incontro col Figliolo di Dio sul piano dell'uomo, da questa «compagnia» che lo fa uno di noi, viene stabilito il valore incomparabile della persona umana, la sua dignità, 
la sua libertà. Non si fa la rivoluzione che salva se prima non viene stabilito 
«che cosa vale un uomo».
29 m Dopo che Cristo ci ha fatto capaci di salire in alto, essendo disceso fra noi, l'uomo può partire da ogni suo momento, purché sia un momento reale, per trovare Dio.
30 M Una atomica in meno, ma una coscienza cristiana in più!

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TOP   DON PRIMO MAZZOLARI

Le origini contadine

Primo Mazzolari nacque al Boschetto, una frazione di Cremona, il 13 gennaio 1890, figlio di Luigi e di Grazia Bolli. Il padre era un piccolo affittuario, che manteneva la famiglia con il lavoro dei campi. Primo fu il primogenito, poi vennero Colombina, Giuseppe (Peppino), Pierina, Giuseppina. Nel 1900, spinta dalla necessità di trovare migliori condizioni di lavoro e di vita, la famiglia Mazzolari si trasferì a Verolanuova, in provincia e diocesi di Brescia. Due anni dopo, terminate le scuole elementari, Primo decise di entrare in seminario. Fu scelto, per la vicinanza dei parenti, il seminario di Cremona, città dove era allora vescovo mons. Geremia Bonomelli, uomo celebre per le sue idee cattolico-liberali, di conciliazione con il giovane Stato italiano.

La vita in seminario

Primo Mazzolari rimase nell’istituto cremonese fino al 1912, anno nel quale fu ordinato prete. Per l’occasione egli tornò in famiglia, a Verolanuova e ricevette l’ordine sacro dal vescovo di Brescia, mons. Gaggia, nella chiesa parrocchiale. Il decennio trascorso a Cremona fu molto duro per il giovane seminarista. Non si può dimenticare che quelli erano i tempi della dura repressione antimodernista avviata da Pio X, che comportò nei seminari l’irrigidimento della disciplina, la cacciata dei professori ritenuti troppo innovativi e la chiusura ad ogni forma di dialogo con la cultura del momento. Anche Mazzolari dovette fare i conti con una seria crisi vocazionale, che riuscì a superare grazie all’illuminato aiuto del padre barnabita Pietro Gazzola, in precedenza allontanato da Milano proprio perché sospettato di indulgenze verso il modernismo. Lo stesso padre Gazzola profetizzò al giovane che la sua vita adulta sarebbe stata «una croce».

I primi incarichi pastorali

Divenuto prete, don Primo fu inviato come vicario cooperatore a Spinadesco (Cremona). Qui rimase circa un anno, venendo poi trasferito nella parrocchia natale, S. Maria del Boschetto. Poco dopo, però, nell’autunno del 1913 fu nominato professore di lettere nel ginnasio del seminario. Svolse tale funzione per un biennio, durante il quale utilizzò le vacanze estive per recarsi in Svizzera, ad Arbon, come missionario dell’Opera Bonomelli tra i lavoratori italiani là emigrati.
Era intanto scoppiata la Prima Guerra Mondiale e, nella primavera del 1915, si pose con forza il problema dell’atteggiamento italiano. Don Mazzolari si schierò in quel frangente tra gli interventisti democratici, così come altri giovani cattolici, tra i quali Eligio Cacciaguerra, animatore della Lega Democratica Cristiana e del giornale «L’Azione» di Cesena, a cui Mazzolari collaborò con diversi articoli. Si intendeva sostenere l’intervento militare italiano nella guerra al fine di eliminare per sempre le forme di militarismo simboleggiate dalla Germania e per contribuire ad instaurare un nuovo regime democratico e di collaborazione internazionale in tutta l’Europa.

La prova della guerra

La guerra comportò però subito un atroce dolore per il giovane prete. Nel novembre 1915, infatti, morì sul Sabotino l’amatissimo fratello Peppino, il cui ricordo rimase sempre vivissimo in don Primo. Questi aveva comunque già deciso di offrirsi volontario: fu così inserito nella Sanità militare e impiegato negli ospedali di Genova e poi di Cremona. Il timore di sentirsi ‘imboscato’ spinse però don Mazzolari a chiedere il trasferimento al fronte. Così nel 1918 fu destinato come cappellano militare a seguire le truppe italiane inviate sul fronte francese. Rimase nove mesi in Francia. Rientrato nel 1919 in Italia ebbe altri incarichi con il Regio Esercito, compreso quello di recuperare le salme dei caduti nella zona di Tolmino. Nel 1920 seguì un periodo di sei mesi trascorso in Alta Slesia insieme alle truppe italiane inviate per mantenere l’ordine in una zona che era stata forzatamente ceduta dalla Germania alla neonata Polonia. Tutte le testimonianze concordano nel raccontare dell’impegno e della passione umana con cui don Primo seguì in questi vari frangenti i suoi soldati.

Il periodo di Cicognara

Smobilitato nell’agosto 1920, don Mazzolari chiese al suo vescovo (mons. Giovanni Cazzani) di non tornare all’insegnamento in seminario, ma di essere destinato al lavoro pastorale tra la gente. Dall’ottobre 1920 al dicembre 1921 fu delegato vescovile nella parrocchia della Ss. Trinità di Bozzolo, un paese in provincia di Mantova, ma dipendente dalla diocesi di Cremona. Da qui fu trasferito come parroco nel vicino paese di Cicognara, a due passi dal fiume Po, dove rimase per un decennio, fino al luglio 1932.
A Cicognara don Primo si fece le ossa come parroco, sperimentando iniziative, riflettendo, annotando idee e, soprattutto, cercando forme nuove per accostare tutti coloro che si erano ormai allontanati dalla Chiesa. Il paese, infatti, aveva una forte connotazione socialista. Don Mazzolari cercò in vario modo di valutare positivamente le tradizioni popolari contadine, come la festa del grano e dell’uva, ma non trascurò di commemorare i caduti in guerra e le ricorrenze patriottiche. Durante l'inverno faceva la scuola serale per i contadini e istituì la biblioteca parrocchiale. L’avvento del fascismo lo vide fin dall’inizio diffidente e preoccupato, senza celare la propria intima opposizione. Già nel 1922 egli scrisse, a proposito delle simpatie di certi cattolici verso il nascente regime, che «il paganesimo ritorna e ci fa la carezza e pochi ne sentono vergogna». Nel novembre 1925 rifiutò di cantare solennemente il Te Deum dopo che era stato sventato un complotto per attentare alla vita di Mussolini. Egli preferiva infatti mantenersi su un piano esclusivamente religioso, tanto che perfino nel 1929 si differenziò dall’atteggiamento entusiastico di tanti vescovi e preti, non andando neppure a votare al plebiscito indetto da Mussolini dopo la firma dei Patti Lateranensi. Rifiutava intanto l’esaltazione acritica della guerra e del militarismo e respingeva ogni spirito settario e partigiano. Così, pur evitando di prendere posizioni di aperte rottura, don Primo fu presto considerato un nemico agli occhi dei fascisti e anzi un vero e proprio ostacolo alla ‘fascistizzazione’ di Cicognara, e la notte del primo agosto 1931 lo chiamarono alla finestra e spararono tre colpi di rivoltella che fortunatamente non lo colpirono.

La "promozione" a Bozzolo

Nel 1932 don Primo fu trasferito a Bozzolo in concomitanza con la fusione delle due parrocchie esistenti. Nell’occasione egli scrisse un piccolo opuscolo, Il mio parroco, per salutare i suoi parrocchiani, vecchi e nuovi. A Bozzolo don Mazzolari iniziò poi a scrivere in modo regolare, così che gli anni Trenta furono per lui molto ricchi di opere. Nei suoi libri, egli tendeva a superare l’idea della Chiesa come ‘società perfetta’ e si confrontava onestamente con le debolezze, le inadempienze e i limiti insiti nella stessa Chiesa. A suo parere ciò era necessario per poter finalmente presentare il messaggio evangelico anche ai ‘lontani’, a coloro cioè che rifiutavano la fede, magari proprio a causa dei peccati dei cristiani e della Chiesa. Negli scritti di don Mazzolari era inoltre presente l’idea che la società italiana fosse da rifondare completamente sul piano morale e culturale, dando maggiore spazio alla giustizia, alla solidarietà con i poveri, alla fratellanza. Idee simili lo costrinsero inevitabilmente a fare i conti con la censura ecclesiastica e con quella fascista.
Nel 1934 don Mazzolari pubblicò La più bella avventura, basata sulla parabola del figliuol prodigo, ma questo testo fu condannato l’anno dopo dal Sant’Uffizio vaticano, che giudicò «erroneo» il libro e ne impose il ritiro dal commercio. Ubbidiente, don Primo si sottomise. Il Sant’Uffizio non spiegò al povero parroco quali fossero le pagine del libro giudicate erronee: si mosse forse solo su denuncia di qualche cremonese, scandalizzato dal fatto che ambienti protestanti avessero elogiato lo scritto mazzolariano.
    Don Primo tuttavia non si scoraggiò. Nel 1938 apparvero così altri suoi testi, come Il samaritano, I lontani, Tra l’argine e il bosco. Quest’ultimo era una raccolta di articoli e scritti vari, da cui emergeva la concezione della parrocchia che don Mazzolari aveva, ma anche la sua capacità di guardare la natura e la realtà della vita di campagna. Nel 1939 fu invece pubblicata La via crucis del povero.
Le opere successive finirono però ancora sotto la scure della censura. Le autorità fascista censurarono infatti nel 1941 Tempo di credere, ritenuto un libro non conforme allo ‘spirito del tempo’, quello cioè di un’Italia in guerra. Gli amici di don Primo riuscirono a fare circolare clandestinamente il testo. Nel 1943 tornò invece a farsi sentire il Sant’Uffizio che biasimò l’opera Impegno con Cristo, almeno per la forma utilizzata dall’autore.

Guerra e Resistenza

Nel 1943 alla caduta del fascismo (25 luglio) e all’annuncio dell’armistizio (8 settembre) si aprì la fase più drammatica della storia italiana contemporanea, con la spaccatura del Paese in più parti, l’occupazione tedesca, la nascita della Resistenza e subito dopo della Repubblica Sociale Italiana. Don Primo si impegnò a creare contatti con vari ambienti e personalità cattoliche in vista del domani. Strinse inoltre sempre più rapporti con la Resistenza, così che il suo nome – già inviso da anni ai fascisti – circolò sempre più nelle liste di coloro che erano giudicati nemici del regime di Salò. Nel febbraio 1944 don Mazzolari fu chiamato una prima volta in questura a Cremona per accertamenti; seguì in luglio un vero e proprio arresto da parte del Comando tedesco di Mantova. Liberato e richiesto di restare a disposizione, preferì passare alla clandestinità a Gambara in provincia di Brescia. Lasciò così per qualche tempo Bozzolo, ritornandovi poi di nascosto. Dovette infatti vivere per alcuni mesi completamente segregato, all’insaputa di tutti, al piano superiore della sua stessa casa e solo dopo la Liberazione poté uscire allo scoperto. Testimonianza di quel tempo sono i libri Diario di una primavera e Rivoluzione Cristiana, pubblicati dopo la sua morte.

Il dopoguerra

L’impegno per l’evangelizzazione, la pacificazione, la costruzione di una nuova società più giusta e libera costituirono i cardini dell’impegno di don Mazzolari dal 1945 in poi. Figlio in questo della Chiesa del suo tempo, egli era convinto che solo il cristianesimo potesse costituire un rimedio ai mali del mondo e si fece portatore così dell’idea di una vera e propria ‘rivoluzione cristiana’. I cristiani dovevano essere autentica guida della società, a patto di rinnovarsi completamente nella mentalità e nei comportamenti. Don Primo non perse naturalmente di vista il compito principale della Chiesa, quello dell’annuncio evangelico. Con Il compagno Cristo. Vangelo del reduce (1945) cercò quindi di rivolgersi anzitutto a coloro che tornavano dal fronte o dalla prigionia, per additare loro la via tracciata da Gesù Cristo. Scrisse in quegli anni molti articoli, collaborando tra l’altro ai giornali «Democrazia» e «L’Italia».  
Continuò a interessarsi dei ‘lontani’, particolarmente dei comunisti. La sua critica del comunismo fu sempre molto dura, come dimostrò il dibattito pubblico con un altro celebre cremonese, Guido Miglioli, ex organizzatore sindacale cattolico ed ex deputato del Partito Popolare, che era approdato alla collaborazione stretta con il Partito Comunista. In ogni caso, come ebbe a dire nel 1949 (l’anno della scomunica vaticana verso i comunisti), lo slogan di don Mazzolari era: «Combatto il comunismo, amo i comunisti».
Dopo le decisive elezioni del 1948, nelle quali appoggiò la DC, don Primo iniziò subito ad ammonire i parlamentari, invitandoli alla coerenza e all’impegno. Un suo articolo portava per esempio un titolo chiarissimo: Deputati e senatori vi hanno fatto i poveri.

La stagione di «Adesso»

Tante speranze di cambiamento andarono presto deluse. Don Mazzolari si rese conto di dover creare un movimento di opinione più vasto e si dedicò allora anima e corpo al progetto di un giornale di battaglia. Il 15 gennaio 1949 uscì il primo numero del quindicinale «Adesso», nel pieno di una stagione in cui si moltiplicavano gli appelli cattolici verso la DC (l’anno dopo, nel 1950, Giorgio La Pira pubblicò L’attesa della povera gente).
Nelle sue pagine il giornale volle toccare tutti i temi cari al suo fondatore: l’appello a un rinnovamento della Chiesa, la difesa dei poveri e la denuncia delle ingiustizie sociali, il dialogo con i ‘lontani’, il problema del comunismo, la promozione della pace in un’epoca di guerra fredda. Al giornale collaborarono in molti: da don Lorenzo Bedeschi a padre Aldo Bergamaschi, al sindaco socialista di Milano Antonio Greppi, a tanti preti e laici più o meno noti, come Franco Bernstein, padre Umberto Vivarelli, padre Nazareno Fabbretti, Giulio Vaggi e più tardi Mario V. Rossi.
Intanto don Primo stringeva rapporti sempre più stretti con le voci più libere e critiche del cattolicesimo italiano di quel tempo, dominato dal conformismo e dalla rigidezza nei confronti del mondo contemporaneo: fu così amico del fondatore di Nomadelfia don Zeno Saltini, del poeta padre David Maria Turoldo, del sindaco fiorentino Giorgio La Pira, dello scrittore Luigi Santucci e di molti altri.
Il carattere innovativo e coraggioso di «Adesso» provocò ancora l’intervento vaticano, così che nel febbraio del 1951 il giornale dovette cessare le pubblicazioni. In luglio arrivarono altre misure personali contro don Mazzolari (proibizione di predicare fuori diocesi senza il consenso dei vescovi interessati; divieto di pubblicare articoli senza preventiva revisione ecclesiastica). Si poté ripartire nel novembre dello stesso 1951, ma con la direzione di un laico, Giulio Vaggi. Don Primo collaborò ancora, utilizzando spesso pseudonimi come quello di Stefano Bolli. Proprio alcuni interventi di ‘don Bolli’ sul tema della pace provocarono nuove indagini disciplinari. Nel 1950, infatti, si sviluppò un ampio dibattito sulla proposta del movimento dei Partigiani della Pace (a prevalenza comunista) di mettere al bando la bomba atomica e don Mazzolari (che pure aveva accettato l’adesione dell’Italia al Patto Atlantico) si dichiarò disponibile al dialogo. Insomma, il giornale continuò a vivere pericolosamente. Ancora nel 1954 don Primo ricevette da Roma l’ordine di predicare solo nella propria parrocchia e il divieto di scrivere articoli su ‘materie sociali’.

Gli ultimi anni

Usando sempre il suo caratteristico linguaggio, che puntava direttamente a suscitare l’emozione nel cuore, senza voler indugiare nell’analisi scientifica o sociologica, don Mazzolari pubblicò negli anni Cinquanta altre opere significative.
Nel 1952 uscì così La pieve sull’argine, un ampio racconto fortemente autobiografico, che ripercorreva le vicende e le vicissitudini di un prete di campagna (don Stefano) negli anni del fascismo.
Nel 1955 apparve anonimo Tu non uccidere, che affrontava la questione della guerra. Qui Mazzolari riprendeva un suo scritto inedito del 1941, la Risposta a un aviatore, in cui si era già posto il problema della liceità della guerra. In questo modo il parroco di Bozzolo approdava all’accettazione dell’obiezione di coscienza e pronunciava un durissimo atto di accusa contro tutte le guerre («La guerra non è soltanto una calamità, è un peccato», «Cristianamente e logicamente la guerra non si regge»). 
Libri a parte, don Primo spendeva le sue ultime energie per affrontare temi nuovi e conoscere problemi sociali anche lontani: nel 1951visitò il delta del Po, nel 1952 fece un viaggio in Sicilia, riportandone forti impressioni, e nel 1953 si recò in Sardegna.
Nella Chiesa italiana il nome di Mazzolari continuava intanto a dividere: alle prese di posizione ufficiali, che in pratica lo proscrivevano e lo volevano rinchiudere nella sua Bozzolo, si contrapponevano i tanti amici, ammiratori, discepoli di ogni tipo che si riconoscevano nelle sue battaglie e diffondevano le sue idee in tutta Italia. Lui rimaneva coerente al suo proposito di ‘ubbidire in piedi’, sottomettendosi sempre ai suoi superiori, ma tutelando la propria dignità e la coerenza del proprio sentire.
Proprio alla fine della sua vita cominciò a venire qualche gesto significativo di distensione nei suoi confronti. Nel novembre del 1957 l’arcivescovo di Milano mons. Montini (il futuro papa Paolo VI) lo chiamò a predicare alla Missione di Milano, una celebre iniziativa straordinaria di predicazioni e interventi pastorali. Nel febbraio 1959, infine, il nuovo papa, Giovanni XXIII, lo ricevette in udienza in Vaticano, lasciando in don Primo un’intensa emozione.
Ormai però la salute del parroco di Bozzolo era minata e logorata. Don Primo Mazzolari morì infatti poco tempo dopo, il 12 aprile 1959. Anni più tardi, Paolo VI dirà di lui: «Lui aveva il passo troppo lungo e noi si stentava a tenergli dietro. Così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. Questo è il destino dei profeti».

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