DAL BANGLADESH

MISSIONE AMICIZIA     Venti giorni a Dinajpur     RITAGLI BANGLADESH

Diario di viaggio di Don Domenico Pezzini in Bangladesh:
partito per insegnare, finisce per imparare...

Don Domenico Pezzini, con un giovane bengalese!

Don Domenico Pezzini
("Missionari del Pime", Giugno-Luglio 2008)

Sono arrivato a Dinajpur, nel nord del Bangladesh, da Dhaka, dopo un viaggio di sette ore in autobus per coprire una distanza di 350 chilometri. Non è che la guida fosse lenta, anzi! Ma le strade bengalesi sono strette e piene di buche. Gli scossoni a un certo punto vengono incorporati come normali. Si aggiunga che l’autista, non so se per addolcire la pena, ha fatto partire delle canzoni di qui a due voci, molto romantiche e sentimentali, ma che a me sembravano "strilli" appena tollerabili. Niente di grave: si sa che viaggiare è un "travaglio", e l’hanno capito bene quei grandi viaggiatori che erano gli inglesi, per i quali il "travail" francese è diventato "travel", appunto.
Sono arrivato qui per intrattenere un Convento di Suore sulla Costituzione Conciliare "La Chiesa nel mondo", nota dalle prime parole come "Gaudium et spes". Due ore al mattino e un’ora di discussione di gruppo al pomeriggio. La scelta è stata mia perché mi era stato chiesto un corso di "teologia pratica", e mi è sembrato che non ci fosse base migliore di quel testo. In una settimana non ho potuto fare molto, ma è stato abbastanza per farmi rendere conto che le prospettive del Documento sono molto legate alla società dell’Occidente. E forse non poteva essere molto diverso nella Chiesa degli anni Sessanta. Le Suore mi hanno incalzato con le domande che vengono loro poste dalla gente dei villaggi in cui fanno il catechismo. Il problema dell’ateismo, per esempio, che tanto spazio prende nel Documento Conciliare, qui quasi non ha senso, così come appare irrilevante il problema delle ricadute perverse del progresso scientifico e tecnico che qui comincia solo ora ad arrivare. In Bangladesh i problemi sono la povertà disastrosa, l’alto tasso di mortalità infantile, le malattie, e, chi l’avrebbe detto?..., la facilità con cui ci si uccide prendendo il veleno quando la vita diventa intollerabile.
La seconda settimana passo a dare qualche nozione di inglese alle novizie. La lingua non servirà loro nei villaggi, ma chiunque voglia nutrirsi di un po’ di letteratura teologica e spirituale deve per forza passare dall’inglese, perché libri in bengalese sono ancora molto rari. Le novizie sono sei il primo giorno, e il secondo sono già diventate cinque perché una di loro, inciampando, si è tirata addosso una pentola di acqua bollente e ha dovuto essere portata all’ospedale. Il gruppo è molto simpatico, alunne ideali che non se la prendono per nessuna osservazione, a cui rispondono con grandi risate. Oltre il lessico, i problemi più grossi e, sembra, insuperabili, sono con la pronuncia. Certi "fonemi" sembra siano per loro impossibili. E nascono incomprensioni ed equivoci gustosi, se si pensa che "church" è pronunciato "sars", "question" diventa "corson", "rich" è "riss", e "first" suona identico a "fast". Ci vuole molta pazienza: loro sembra ce l’abbiano, io molto meno. Un giorno in cui devo averla persa un po’ troppo, Shumona, la più vispa delle cinque, accompagnandomi alla porta del giardino, mi saluta dicendo: "We are hopeless, father", "Siamo un caso disperato!". E giù l’inevitabile risata.
Per il vero c’è nella gente di qui un’allegria contagiosa, un ridere istintivo che fa bene.
Si vive di poco. Non c’è di che "strafogarsi" in questo Bangladesh come lo vedo dal mio "angolino" di osservazione. Un giornale di qui ha "sparato" in questi giorni un titolo che annuncia un futuro di "potenza economica" per il Paese.
C’è da sperarlo, per il bene di tanta gente.